È entrata senza bussare, tenendo tra le mani qualcosa che si muoveva.

Entrò senza suonare il campanello, con qualcosa di vivo tra le mani.
Ginevra era entrata senza bussare. Mai, mai aveva fatto così, e solo per questo Lucia Della Torre era corsa fuori dalla cucina, strofinaccio tra le dita. Era un sabato di febbraio, la città sotto la nebbia, fiocchi di neve bagnata che si scioglievano sulla via Appia, né mattina né pomeriggio. Una di quelle giornate in cui anche il cuore vuole solo sdraiarsi sul divano, restare fermo, dimentico di tutto.

Ginevra stava lì nellingresso, slacciando il piumino con una mano sola. Nellaltra reggeva un fagotto avvolto in una coperta a quadri. Qualcosa di piccolo. Di vivo.

Lucia Della Torre avrebbe detto poi a sé stessa che aveva subito capito. Non era vero. Non aveva capito affatto. Aveva pensato che Ginevra avesse raccolto un gattino.

Vieni in sala, qui si sta meglio, disse Sei appena arrivata dalla stazione? Metto su il bollitore.

Mamma, fece Ginevra, con quella voce tutta strana. Non rabbia, non dolcezza. La voce quieta di chi ha portato troppo peso, e ora lo lascia cadere. Mamma, è Matteo.

Lucia Della Torre guardò il fagotto. Dalla coperta spuntava un piccolo pugno rosso. Subito dopo apparve una faccina accartocciata, simile a un fungo vecchio, occhi chiusi.

Non ricordò nemmeno, dopo, cosa abbia detto. Forse qualcosa sul bollitore. O sui suoi stivali fradici. Disse qualcosa di completamente insensato, tutto intanto che in testa cercava di mettere le cose in fila: Ginevra era partita quattro mesi prima per il tirocinio. Ginevra chiamava ogni settimana. Ginevra diceva che tutto andava bene, che gli esami erano duri, che le mancavano le lasagne fatte in casa.

Quanti giorni ha? chiese infine Lucia Della Torre.

Diciotto giorni.

Diciotto giorni. Dunque Ginevra aveva chiamato dopo. Chiamava e diceva va tutto bene quando già aveva un bambino di otto giorni. Sette. Cinque.

Andarono in sala insieme. Ginevra poggiò Matteo sul divano, lo circondò di cuscini, si raddrizzò e fissò la madre. La fissò davvero, negli occhi, senza abbassare lo sguardo. Fu allora che Lucia Della Torre vide che sua figlia era cambiata. Più magra nel viso, sotto gli occhi cenere. Ma si teneva dritta, come chi ha avuto paura e ha passato il limite.

Dovevi accorgertene, disse Ginevra. Non urlò, non piangeva. Diceva, semplicemente, stanca e ferma. Quando sono venuta a novembre, dovevi vederlo. Ero già al sesto mese, mamma. Al sesto.

Lucia si ricordò di quel novembre. Ginevra era stata tre giorni. Indossava sempre un maglione largo; Lucia aveva pensato: ormai la mia bambina è cresciuta, una volta curava il fisico, adesso va in giro trasandata. Guardavano fiction su Rai Uno, mangiavano tortellini, Ginevra le aveva aiutato a svuotare il solaio. Tre giorni, poi via.

Pensavo solo fossi ingrassata, disse Lucia piano.

So quello che pensavi. Tu hai sempre pensato a tutto meno che a me.

Non era giusto. Non era affatto giusto, ma Lucia Della Torre lo sapeva: spesso anche nelle ingiustizie si nasconde un chicco di verità che fa male ammettere.

Lavoravi sempre, continuò Ginevra, e la voce le tremò, appena. Tornavo a casa e tu già dormivi. O ti perdevi tra le fatture. In terza media ho cominciato a fumare, te ne sei accorta dopo sei mesi. In seconda superiore non ti ho parlato per due settimane, non mi hai mai chiesto perché. Vivevi nel tuo mondo, mamma. E io ho imparato che è meglio non dirti niente. Me la sono sempre cavata da sola.

Sul divano Matteo squittì. Ginevra si voltò, sistemò la coperta: il gesto fermo, già abile, e Lucia capì che aveva già imparato a essere madre, nei giorni da sola da qualche parte con un neonato.

Dove sei stata? chiese piano Lucia.

Da Martina. Quella di via Tiburtina, te lavevo accennato. È in gamba, mi ha aiutata tanto.

Martina di via Tiburtina. Unamica che Lucia Della Torre non aveva mai nemmeno visto. Sua figlia aveva avuto il primo figlio vicino a una Martina di via Tiburtina.

Andò in cucina, mise su il bollitore. Ritto al davanzale, guardava la neve bagnata che nessuno toglieva dal cortile, ormai una melma. Sentiva Ginevra dire qualcosa a Matteo, parole come suoni.

Lucia pensò che era ragioniera. Tutta la vita a far quadrare i conti. Dare, avere. Eppure: sua figlia aveva vissuto con lei sotto lo stesso tetto sette anni, poi in uno studentato, e lei non sapeva niente di nulla. Cosa poteva la matematica su tutto questo?

Quando tornò in sala con due tazze, Ginevra allattava Matteo. Una scena normale e insieme irreale. Lucia posò le tazze e scivolò verso la finestra. Guardava fuori.

Chi è il padre? chiese senza voltarsi.

Ginevra tacque.

Dopo, mamma. Non ora.

Lucia annuì, anche se Ginevra non poteva vederla. Dopo. Tempo ce nera.

Quella prima notte Lucia non dormì quasi. Ascoltava i piccoli rumori dalla stanza accanto: Matteo che si muoveva, Ginevra che si alzava, mormorava parole basse. Pensava che doveva comprare una culla. Che forse era il caso di telefonare alla signora Zina, la vicina: aveva cresciuto da sola tre nipoti, sapeva tutto del mestiere. Pensava alle parole di Ginevra: Dovevi accorgertene. Vivevi nel tuo mondo.

Era vero?

Sì. Certo che era vero. Ma Lucia aveva sempre pensato di lavorare per dare tutto a sua figlia: vestiti decenti, corsi dinglese, cibo buono. Pensava che così si amava, lavorando fino a notte con le gambe a pezzi, purché in frigo non mancasse mai ricotta o polpette. Ma era poco. Molto meno.

Era colpa sua?

Lì i conti davvero non tornavano.

Quindici anni fa andava in treno al brefotrofio. Novembre, stesso grigio, stessa pioggia. Guardava fuori e si chiedeva: perché sto andando. Il marito laveva lasciata tre anni prima, allimprovviso, e aveva detto: Lucia, io voglio figli, e noi non possiamo, lo sai. Lo sapeva. I medici lavevano detto quando aveva trentadue anni; la cosa era diventata una costola storta, sempre dolente ma ci viveva. Fabrizio non se lera fatta andar bene. Se nera andato con unaltra donna, che gli aveva dato due figli. Lucia li vedeva qualche volta allEsselunga: Fabrizio con la carrozzina, la moglie nuova, i bambini tondi. Un saluto, due parole, tutto normale.

Il brefotrofio non era stata una scelta immediata. Aveva riflettuto a lungo. Aveva avuto paura. Si era detta che forse non era pronta, che non era giusto. Lamica Livia diceva: Lucia, ma perché ti vuoi complicare la vita, pensa a te. Laltra amica Anna diceva: Tenta, che ti costa. Alla fine Lucia decise soltanto: un giorno si alzò, si vestì e partì.

Al brefotrofio le mostrarono tanti bambini. Piccoli, buoni, con il sorriso facile. Ginevra stava in un angolo, con un libro sulle ginocchia. Anzi, non leggeva: faceva solo finta. Guardava Lucia di traverso, con ostilità silenziosa: ecco lestranea venuta a scegliere come si scelgono i cuccioli al mercato. Dodici anni, magra, capelli corti e nessuna treccia, solo capelli. Una cicatrice sulla mano. Leducatrice sussurrò: Quella è Ginevra, ma è una bambina difficile, lasci stare. Lucia le si avvicinò e chiese che cosa leggesse. Ginevra mostrò la copertina, non disse parola. Era Il Conte di Montecristo. Lucia disse: Gran bel libro. Ginevra rispose: Sì, e tornò a fissare la pagina.

Si scelsero. O non scelsero niente: successo e basta, ormai la sorte era segnata.

I primi mesi furono difficili: la sera Lucia si sedeva in cucina, chiudeva la porta, e pensava: ho sbagliato tutto. Ginevra era velenosa, non in modo volgare, ma lento. Hai preso il pane sbagliato. Perché entri in camera mia? Non mi serve il tuo aiuto. La porta della stanza sempre chiusa. Lucia bussava, dal di là usciva un Che cè?. Non un entra, non sì. Un che cè. Da estranei.

Una notte Lucia sentì tosse. Forte, faticosa. Restò ad ascoltare davanti alla porta, poi entrò. Ginevra a letto, viso acceso, sudore e silenzio. Lucia preparò il latte caldo con miele e burro come da bambina le faceva la nonna. Portò. Ginevra prese la tazza, nessun grazie, bevve. Disse solo:

Perché col burro?

Così viene meglio.

Fa schifo.

È efficace.

Silenzio.

Va bene, rispose Ginevra.

Fu la prima parola vera tra loro. Non che cè, non non mi serve aiuto. Un semplice va bene. Una sola sillaba. Lucia lo serbò per tutta la vita.

Poi fu la volta dei jeans. Ginevra ne voleva un paio come quelli di una compagna, Carlotta. Costavano troppo, Lucia stringeva la cinghia: mensa aziendale per risparmiare, a casa solo pane e tè, e diceva a Ginevra che non aveva fame, ma i jeans li comprò. Tornata, li mise sul tavolo. Ginevra guardò lei, poi i jeans, poi sparì. Unora dopo venne fuori, li aveva addosso.

Stanno bene.

Bene, disse Lucia.

Grazie, rispose Ginevra, in un soffio, come se la parola si incastrasse in gola ma poi uscisse.

Così costruivano: piano, storte, a strappi. Non come nei film dove la figlia adottiva scrive subito mamma e si abbracciano piangendo. Nella vita era stanno bene e va bene. E ti aggrappi a quel va bene, che intanto altro non cè.

Ginevra restò con lei tre anni di liceo, poi iscritta a Scienze della Formazione, per maestra. Lucia stupita: con quel carattere e i bambini, sarà dura? Ma Ginevra era decisa, e Lucia non si oppose. Si trasferì allo studentato; allinizio chiamava poco, poi sempre di più. Ogni tanto veniva a casa nei weekend, mangiava pastasciutta, guardava le news su Rai Tre, raccontava vagamente di studio. Qualcosa tra loro cambiò: distanza buona, ossigeno.

Ma di Ginevra, alla fine, Lucia non sapeva mai nulla di profondo. Studio, amiche, lezioni. Niente di sé.

Un anno fa, a marzo, Ginevra aveva chiamato con una voce strana. Lucia aveva chiesto: tutto bene? Ginevra aveva risposto: sì, solo un po stanca. Poi avevano parlato daltro. Lucia ci aveva ripensato a quella telefonata. Forse doveva chiedere diversamente. Non tutto bene: a quella domanda si risponde sempre sì. Ma come chiedere, non sapeva.

Cosa fosse accaduto, Ginevra le raccontò dopo, lanno seguente, quando Matteo aveva sei settimane, e già fissava con attenzione il suo angolo preferito del soffitto.

Era il professore di pedagogia. Ginevra andava alle sue ore di ricevimento. Lui sapeva parlare come se ti vedesse davvero. Era sposato. Ginevra lo sapeva. Non è una scusa, si ripeteva, sono stata stupida. Ma a ventidue anni, se un uomo ti guarda come se fossi unica, non è facile dire di no. Soprattutto se hai vissuto in fondo a un brefotrofio, da invisibile.

Finì tutto a ottobre. La moglie era venuta in Dipartimento. Lucia immaginava la scena e sentiva un dolore in petto: la donna, sui trentacinque, urlava davanti a tutti. Parole che Lucia non avrebbe voluto sentire. Il professore l’aveva presa per mano ed era uscito. Non si era voltato.

Ginevra lo guardò andarsene. Poi in bagno: due ore a fissare il pavimento. Nessuno venne a chiedere come stava. Tutti avevano visto, tutti avevano sentito. Nessuno.

Tre settimane dopo, il test: due linee rosa.

Ginevra seduta sul bordo della vasca; guardò il test a lungo, poi si lavò la faccia, si guardò in specchio e disse sottovoce: E va bene. Poi chiamò Martina di via Tiburtina, lunica amica davvero vicina.

Martina disse: Vieni a stare da me, resta quanto vuoi.

Perché non aveva chiamato Lucia?

Tu avresti iniziato a risolvere, spiegò Ginevra. A dire cosa fare: chiamare i servizi, il padre deve pagare, prendere lanno sabbatico. Sarebbe diventata la tua missione. Guardò la madre. A me serviva solo qualcuno che restasse lì, in silenzio. Tu non sai stare in silenzio, mamma. Sai solo fare, non sei mai, semplicemente.

Lucia non ribatté. Si riconosceva, in quelle parole. Era doloroso sentirsi descriver così bene.

Marzo divenne aprile. Ginevra viveva da Martina. Lei era davvero brava: niente consigli, preparava brodo, alle tre di notte si alzava per portare acqua. Persone così: rarità, pensava Lucia, grata pur senza mai dirlo, non abituata a certi discorsi.

Matteo nacque in gennaio. Forte, urlante, capelli scuri e lo sguardo severo. In clinica, Martina e non la madre.

Quando Ginevra raccontò tutto a Lucia, questa stette zitta a lungo. Poi disse:

Avrei dovuto essere diversa.

Sì, rispose Ginevra. Forse sì.

Non ero capace. Non lho mai imparato.

Lo so, disse Ginevra: Lo so, senza perdono, senza pace. Solo un fatto: sapeva che la madre non era capace. E questo non faceva meno male, ma lo rendeva almeno chiaro.

Ora stavano insieme. Lucia diede a Ginevra la stanza grande, ci mise la culla comprata dalla signora Zina, una fonte inesauribile di consigli, di cui nessuno sentiva davvero il bisogno. Zina veniva un giorno sì e uno no con pentole di risotto e osservazioni.

Guarda qui, diceva su Matteo, sembra un piccolo lottatore. È un bene che gridi tanto, fidati: i quieti danno più pensieri, ti dico io.

Ginevra tollerava, con la faccia di chi sopporta il male ai denti: ma lasciava star, perché Zina era utile davvero, sapeva cosa fare con le coliche, e una volta portò pure la nuora pediatra.

Lucia ormai non lavorava più. La pensione bastava, modesta ma dignitosa. A volte la pressione la flagellava, il ginocchio scricchiolava col maltempo. Febbraio era un inferno per il suo ginocchio destro. Ma preferiva non dirlo a Ginevra: già troppe pesanti le sue croci.

Si abituavano una allaltra, con lentezza: incastro di due donne incapaci di parlare davvero. Al mattino Ginevra allattava, Lucia preparava la polenta, tè e silenzi. Ogni tanto Ginevra diceva: Stanotte ha dormito tutto il tempo, immagina, oppure Ha iniziato a grattarsi qui, lo vedi?. Primi strati di un nuovo dialogo: cauti e semplici.

Ad aprile, chiamò Fabrizio.

Lucia era in cucina, il giornale davanti. Il telefono suona. Sul display: Fabrizio. Non aveva mai cancellato il numero. Chissà perché.

Sì? rispose.

Lucia, sono io. Laccento diverso, non più sicuro e sornione: ora era basso, svuotato. Possiamo vederci?

Si vedono in una caffetteria vicino casa. Fabrizio sembra invecchiato peggio di Lucia: pallido, magro, i capelli ormai solo bianchi, sotto gli occhi il vuoto. Lucia non provava più odio; lodio era evaporato dieci anni prima. Rimasto solo qualcosa di stanco.

Chiese del tè verde. Giocherellava col cucchiaino. Poi:

Ad aprile mi hanno detto. Pancreas. Mi opero a giugno.

Lucia taceva.

Non cercavo pietà, aggiunse in fretta. Dovevo dirtelo. Ci ho sofferto, Lucia. Da solo. Le mie figlie sono grandi, moglie va bene, ma. Silenzio. Dovevo solo dirti che avevo torto. Quella volta. Che me ne sono andato. Era una vigliaccata, ora lo capisco.

Lo capisci, ripeté Lucia. Non domanda, solo questione aperta.

Sì. Ora capisco. Alzò gli occhi. Sto vendendo il bar: incasserò abbastanza. Voglio darti quei soldi.

Lucia abbassò la tazza.

Perché?

Per voi ci vuole una casa più grande. Parla come se sapesse già tutto. Poi Lucia scoprì il motivo: la signora Zina, ovviamente. So che cè tua figlia con bambino. Siete strette.

Non sono affari tuoi.

Lucia.

Non sono affari tuoi, Fabrizio. Non cera rabbia nelle parole. Solo la loro verità. Lo fai per te, ti senti meglio così.

Non contraddisse. Aveva capito.

Tornò a casa sullautobus, guardava la strada. Primavera precoce quellanno, tra i sanpietrini già qualche stelo derba. Pensava: Fabrizio sta male, è serio. Non laveva rimpianto mai, ma ora le dispiaceva.

Lo raccontò a Ginevra.

Ginevra la guardò. Matteo tra le braccia fissava il soffitto.

E allora?

Vuole darci dei soldi.

No, disse Ginevra subito.

Ginevra

Mamma, è andato via perché eri sterile. Hai presente? Se nè andato come se la colpa fosse tua. Adesso vuole darci soldi perché ha paura. No.

Lucia guardava sua figlia.

E se io li prendo?

Non ti capisco.

Non hai capito molto di me, la voce di Lucia era calma. E nemmeno di lui. È una brutta persona? Ha fatto male? Sì. Ma non un cattivo, solo un uomo debole. Sono la maggioranza.

Lo perdoni.

Lho già perdonato. Solo non cera occasione di dirlo.

Ginevra la fissava. Nel viso unespressione inafferrabile: rabbia, o altro? Lucia non capiva.

È una scelta tua, disse infine Ginevra. La tua vita.

I soldi li prese. Non solo per la casa più grande, anche se serviva: due stanze erano strettissime, Matteo avrebbe avuto presto bisogno del suo spazio, Ginevra doveva laurearsi. Ma soprattutto: era una questione che Fabrizio doveva chiudere con sé stesso. Non era giusto impedirglielo.

Ginevra passò settimane riducendo al minimo le parole. Niente liti o porte sbattute, solo frasi brevi, sguardi altrove. Lucia lo conosceva bene: già, lo faceva da ragazzina, quando era arrabbiata.

Zina una sera, portando una pentola di zuppa, scrollò il capo:

Siete uguali voi due, sapete? Orgogliose e mute dove servirebbe dire.

La rispetto, signora Zina, ma non sono affari suoi, disse Ginevra.

Zina non si offese: posò la pentola ed uscì. Tornò il giorno dopo.

Lestate venne e andò. Matteo cresceva: primi dentini, notti difficili per tutti. Ginevra preparava la tesi, Lucia lo teneva in casa dalla vicina. Era una nuova intesa, e cera del bene, anche se ancora nessuna voleva dirlo.

A ottobre arrivò una lettera da Fabrizio. Vera, di carta solo quella scelta sembrava impossibile. Lintervento è il dodici novembre. Non so come andrà. Se mai, grazie di allora. Per non avermi incolpato. Per aver preso ciò che davo. Nientaltro. Niente indirizzo, nessuna richiesta di risposta.

Lucia la lesse due volte, poi la ripose nel cassetto.

Ginevra vide la lettera. Domandò cosera. Lucia disse: da Fabrizio. Ginevra annuì e non disse altro. Né bene, né male.

Poi venne la vigilia di Capodanno.

Il trentuno dicembre erano solo loro due con Matteo. Zina dalla figlia. Martina aveva invitato Ginevra, ma lei aveva scelto di restare. Niente vero programma: clementini, insalata russa fatta in casa, una torta al limone dal freezer. Matteo dormiva alle sette, come sempre. I festoni fuori, i botti tutti già pronti sui Navigli.

Alle dieci sedevano in sala. La televisione, come un rumore di fondo. Ginevra fissava linsalata russa, Lucia sorseggiava tè, vorrebbe dire qualcosa ma non le viene.

Poi Ginevra alzò il viso.

Gli ho scritto, disse, senza spiegazioni. Dopo la nascita di Matteo. Gli ho detto che abbiamo un figlio.

Lucia capì di chi parlava. Mise giù la tazza.

E?

Non ha risposto. Ginevra la guardò. Mi ha bloccata ovunque. È come se fossi evaporata. Io, Matteo, per lui non esistiamo.

Lucia restò muta.

Lo so che è colpa mia, proseguì Ginevra. Lui non era mio. Era sempre stato di unaltra. Ma avrebbe potuto almeno rispondere. Dirmi di non scrivere più. Almeno per sapere che aveva letto. Invece niente. Sparita.

Fissava la finestra. In strada scoppiavano le prime miccette, anche se mancavano due ore a mezzanotte.

Mi vergogno tanto, mamma, disse Ginevra. Mi vergogno di aver scelto uno così. Di averglielo permesso. Di essere stata zitta per mesi solo per vergogna. E mi vergogno adesso, a dirtelo. Sono sempre stata brava a cavarmela da sola, adesso non ci riesco nemmeno più.

Lucia guardava sua figlia.

Avrebbe voluto dire qualcosa di saggio. Qualcosa che restasse. Ma i pensieri veri non arrivano mai quando servono. Arrivano dopo, quando il momento è già passato. Così disse solo la verità nuda:

Sciocca. Ginevra la guardò. Anchio ho sbagliato. Anchio ho scelto male. Ho sposato chi alla prima difficoltà mi ha lasciata, e per anni ho creduto che fosse tutta colpa mia. Che non ero donna abbastanza perché non potevo fare figli. Anche a me è capitato di restare da sola. Una pausa. Ma allora proprio sola, senza nessuno. Tu invece hai noi. Lo capisci? Matteo e io. Non sei sola, Ginevra.

Ginevra la fissava. Tre secondi, forse. Poi il volto cambiò, di colpo: uscì tutta la stanchezza tenuta dentro.

Ce lavevo con te, disse Ginevra Tanto. Perché non hai visto. Perché lavoravi sempre. Perché hai preso i soldi da Fabrizio. Perché lhai perdonato.

Lo so.

Ancora non capisco come tu abbia fatto a perdonarlo.

Capirai, mormorò Lucia. Solo non vuoi ammetterlo, per ora. È unaltra cosa.

Ginevra abbassò il capo. Poi lo rialzò.

Mamma, mi spiace non averti chiamata allora. In ottobre, quando ho scoperto. Mi spiace che tu non ci fossi quando è nato Matteo. Ero convinta che fosse la scelta giusta, che me la sarei cavata. Macché. È stata solo stupida superbia.

Dispiace anche a me, rispose Lucia. Dessere una madre da cui si ha timore a chiamare. Avrei dovuto farti sentire libera di cercarmi. Invece ero solo presente col corpo, la testa altrove. Hai ragione. È colpa mia, anche.

Rimasero zitte. Il televisore prometteva musica di San Silvestro, poi sprofondò nella pubblicità.

È bello, disse Lucia, guardando Matteo.

Sì, convenne Ginevra. E per la prima volta aveva nel viso qualcosa di più tenero. In effetti è molto bello. Zina dice che sembra un cantante in erba.

Zina lo dice di tutti.

Lo so. Ma fa piacere lo stesso.

Non si abbracciarono. Niente pianti abissali, né parole grandi sullamore. Solo Ginevra si alzò, andò a mettere su il tè, e nel passarle vicino toccò la spalla della madre, una volta, distrattamente. Lucia ricambiò, coprendo per una frazione la mano della figlia. Tutto lì. Così era.

Lanno nuovo arrivò mangiando clementini davanti alla TV. Matteo si svegliò con i botti alle undici e mezza, pianse un po, Ginevra lo prese in braccio e si quietò subito. I tre alla finestra, a contemplare i fuochi dartificio. Lucia pensava: un anno fa vivevo sola di pensione e pressione alta, e nulla accadeva. Adesso ho una figlia che finalmente è sincera con me, e un nipote che guarda il cielo come se lo stesse giudicando.

Forse è questo il nuovo inizio, pensava: senza enfasi, semplicemente.

A maggio, Ginevra si laureava.

Lucia andò sola, lasciando Matteo a Zina, elegantissima. Laula era piccola, odore di libri e polvere. Dieci studenti, la commissione al tavolo. Ginevra arrivò in un abito blu notte che avevano scelto insieme. Si piazzò, mica tremava, aprì la cartellina e iniziò.

Parlava decisa, senza leggere, rispondeva, si vedeva che per un anno aveva tirato la corda ma ora, nel momento, era tutta intera.

Lucia la guardava e pensava: la stessa ragazzina ostinata con Il Conte di Montecristo tra le mani, al brefotrofio. Non aveva capito, allora, che cosa prendeva davvero. Ora la vedeva lì, davanti a una commissione, a discutere la laurea con un bambino di un anno a casa.

Quando diedero il voto, Ginevra si voltò. Trovò Lucia nellaula. E Lucia sentì stringersi in gola qualcosa: pianse. Saranno quindici anni che non le uscivano, le lacrime. Solo ai funerali della madre, poi più nulla. Ma ora sì. Prese un fazzoletto, asciugò e si disse che andava bene così.

Dopo, un caffè al bar dellUniversità. Ginevra raccontava i dettagli, le domande. Lucia ascoltava e pensava che da anni non parlavano così, o forse mai.

Il giorno dopo arrivò una lettera da Fabrizio. Di carta, ancora. Operazione ben riuscita. I medici dicono bene. Grazie. Nientaltro.

Ginevra lesse muta. Poi:

Pensi che sia grazie a te, se è andata bene?

Cosa intendi?

Che la tua capacità di perdonare abbia contato.

Lucia pensò. Riprese la lettera, la ripiegò.

Non so, rispose onestamente. Forse solo fortuna, bravi medici. O forse Non so, Ginevra. Non so come funzionano queste cose.

Ginevra la guardò.

Non credi a queste storie.

Mai creduto, sorrise Lucia. Io ho sempre avuto i numeri. Dare, avere. Però tanto tempo arrabbiata con lui, pure pensando il contrario. E quando ho perdonato sul serio, qualcosa è cambiato. In me, proprio. E se lui è guarito per altro, pazienza. Non mi importa più.

Ginevra annuì, lenta, guardava fuori.

Oggi Matteo mi ha sorriso, disse. Per la prima volta, davvero. Mi ha fissata e sorriso. Non per caso.

Lucia avvertì il solito nodo. Di nuovo, le lacrime?

È per te che lo fa, disse. Sente che hai trovato pace.

Ginevra guardò la madre, poi Matteo sul divano lì a fissare il suo angolino di soffitto. Poi di nuovo la madre.

Dici?

Sì.

Fuori era primavera, vera. Aria buona che attraversava anche le finestre. Matteo respirò piano. Ginevra si avvicinò, lo prese, stette lì davanti alla finestra, ondeggiando, e lui la fissava dal basso, serio e fiducioso.

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