Dall’ombra alla luce.

Dallombra alla luce.

Di nuovo con queste stupide soap opera? la voce di Vittorio risuona alle spalle di Elena così allimprovviso che lei sobbalza, rischiando di rovesciare la tazza. Te lho già detto, ti avvelenano la testa. Faresti meglio a sistemare la cucina o a pensare a un figlio. Non hai altro da fare, ecco perché sei così triste.

Elena non risponde. Premi il tasto di spegnimento del telecomando, e lo schermo si oscura. Nel silenzio, si sentono ridere i bambini del pianerottolo accanto. Un nodo in gola le impedisce di respirare.

Sto parlando con te continua Vittorio, togliendosi la giacca con la solita precisione e posandola ordinatamente sulla sedia. Ogni gesto di lui è sempre misurato, controllato. Anche la rabbia la esprime piano, senza urla; proprio questo rende tutto ancora più opprimente. Mi senti o no?

Sì risponde lei piano, alzandosi dal divano. È unantica abitudine, appresa sin da piccola con la zia Eleonora: non stare seduta se ladulto è in piedi. Non contraddire. Non difenderti.

Bene. La cena è pronta?

Sì, in forno. Pollo con verdure, come piace a te.

Vittorio annuisce e va in cucina. Elena resta ferma in mezzo al salotto arioso, che sembra sempre freddo nonostante il restyling costoso e i mobili nuovi. Lo sguardo cade sulla finestra: fuori la sera di febbraio è già scesa, e i pochi lampioni del quartiere illuminano i cortili innevati. Ventotto anni, pensa. Metà della vita è già passata, eppure la sensazione è di non aver vissuto.

***

I genitori di Elena sono morti quando lei aveva sette anni. Un incidente dauto: una curva ghiacciata, la morte istantanea di entrambi. Ricorda di essere rimasta seduta nel corridoio dellospedale pediatrico, in stato di shock, mentre una signora le accarezzava la testa ripetendo: «Povera piccola, povera piccola».

Poi è arrivata la zia Eleonora, cugina di secondo grado del padre, che Elena aveva visto solo pochissime volte a qualche festa di famiglia. Una donna di cinquantanni, capelli tirati raccolti e labbra sottili, che in poco tempo prende il comando della situazione.

La bambina va sistemata diceva agli assistenti sociali, ed Elena si sentiva una cosa di cui occuparsi, non una persona. In orfanotrofio non ce la mando. È sangue del mio sangue.

Eleonora prende laffido e si trasferisce nel bilocale dei genitori di Elena; non aveva una casa tutta sua, abitava in una stanza di pensione, lavorava in un ufficio come ragioniera ed era sinceramente contenta di questo improvviso salto di qualità.

Mi devi essere riconoscente diceva a Elena. Ho rinunciato alla mia vita per te. Potevo sposarmi, sistemandoti mi sono caricata di un peso. Ricordatelo.

Elena lo ricorda. Ogni giorno, ogni ora. Quel senso di debito diventa una seconda pelle, si insinua nelle ossa. Tentava di essere buona, silenziosa, utile. Studia con ottimi risultati, aiuta in casa, non chiede mai niente. Eleonora non le alzava le mani, raramente gridava. Ma ogni giorno, come una goccia, instillava il veleno della colpa nella sua anima.

Ancora uninsufficienza in ginnastica? Ingrata. Io mi sacrifico e tu così?

Hai comprato il pane? Non quello che ti ho detto. Te lho già spiegato che ci vuole quello nero. Sbagli sempre tutto.

Amiche in casa a prendere il tè? E non riesci a sistemare la stanza. Ghiottona e pigra.

A sedici anni Elena aveva ormai dimenticato cosa volesse dire essere amata senza condizioni. I genitori erano un ricordo lontano: gli abbracci della mamma, la risata del papà, il calore e la sicurezza. Tutto svanito, divorato dalla catena senza fine del rimprovero.

Dopo le superiori Elena si iscrive al locale istituto magistrale, senza pagare tasse. Eleonora era soddisfatta: la “figlia” non pesava troppo, presto avrebbe lavorato da sola. Poi Elena inizia a lavorare come maestra allasilo. Il compenso è misero, ma dà una parte del suo stipendio a Eleonora per la casa e questultima le permette di continuare a vivere nellappartamento dei genitori.

Dove vorresti andare senza di me? dice quando Elena, a ventitré anni, timidamente accenna a voler prendere una stanza in affitto. Non sei capace di niente. Da sola non vai da nessuna parte. E poi ho fatto tanto per te, adesso vuoi abbandonarmi? Sei senza cuore.

Senza cuore no. O forse troppo. Elena resta.

***

Vittorio lo incontra a una festa di compleanno di una collega. Lui aveva allora quarantasette anni, lei ventiquattro. Un uomo alto, imponente, con lo sguardo sicuro e un orologio costoso al polso. Zio della festeggiata, venuto per salutarla.

Sei molto graziosa le dice in cucina, in quelloccasione. Sei riservata e gentile. Oggi poche ragazze sono così.

Elena arrossisce, non sa cosa dire. Lui sorride, chiede il numero di telefono. Lei lo dà, sorpresa della propria audacia.

Vittorio comincia il corteggiamento: la chiama ogni giorno, la invita in ristoranti eleganti (a lei sconosciuti), le porta dei fiori. Le dice che è speciale, che è stanco di donne in carriera piene di pretese e che desidera una vera donna, capace di creare un nido.

Sei un fiore da proteggere le confida, e per la prima volta nella vita Elena sente di poter essere amata e protetta.

Eleonora approva la scelta.

Finalmente hai fatto qualcosa di buono commenta, esaminando Vittorio quando viene a conoscerla. Uomo in gamba, con la testa sulle spalle. Ti sposi, sistemi la vita. Da maestra non si arriva a molto.

Il matrimonio è semplice, dopo sei mesi di conoscenza. Vittorio non voleva aspettare. Elena si trasferisce nel suo elegante trilocale in un palazzo nuovo. Lui è chiaro da subito:

Lavorare non serve. Mantengo io la famiglia. Pensaci tu alla casa, poi pensa a un bambino.

Lei accetta. Le sembra giusto, una forma di cura. E in effetti Vittorio si prende cura: le compra vestiti (li sceglie lui, perché sostiene che a lei manchi gusto), le dà i soldi per la spesa (esattamente quanto basta, chiedendo il resto e le ricevute), la porta in macchina dove e solo dove ritiene opportuno.

I primi mesi passano come in una nebbia. La casa è bella, ma fredda. Tecnologie di lusso, grandi schermi, divani in pelle. Ma nulla che sia suo, nulla che faccia vera casa. Elena ci prova: compra cuscini colorati, mette dei fiori sul davanzale. Vittorio fa una smorfia.

Che roba è questa? Qui si punta sul minimalismo. Toglili.

Elena obbedisce.

Poi iniziano le critiche. Prima piccole, come inavvertite.

Troppo sale nella minestra.

Quel vestito ti ingrassa. Cambialo.

Ancora hai lasciato aperto il tubetto del dentifricio? Quante volte te lo devo ripetere?

Le critiche aumentano. Ogni giorno, per qualsiasi pretesto. Elena prova a fare meglio, comunque non basta mai.

Mi vuoi provocare? dice Vittorio quando lei sbaglia qualcosa. Ti spiego come si fa e tu niente, sempre ostinata. Sei tonta. Se almeno non fossi carina…

Lei tace, ingoia le lacrime, si sente sempre in colpa. Un sentimento tanto antico quanto familiare. Da quando ricorda, colpa con Eleonora, colpa ora col marito.

Dopo un anno, Vittorio comincia a chiedersi come mai Elena non sia ancora incinta.

Sei stata dal medico? Forse hai qualche problema?

Elena si fa visitare, i medici dicono che va tutto bene, solo tempo. Vittorio non si fida: secondo lui, lei non vuole bambini.

Egoista. Pensi solo a te.

Lei non pensa a sé. Quasi non sa più cosa voglia dire pensare a se stessa. I giorni scorrono uguali: cucinare, pulire, lavare, tentare di non sbagliare. Vittorio arriva tardi, cena spesso in silenzio o con aria contrariata, guarda il telegiornale e si corica. Nel weekend si incontra con soci o va a pesca; a lei è vietato accompagnarlo.

Non cè niente per te. Resta a casa, riposati.

Lei sta a casa. Guarda dalla finestra la vita che passa, i bambini che giocano nel cortile. Talvolta mette la tv sulle soap, ma spegne tutto prima che lui rientri: odia che perda tempo con sciocchezze.

***

Un giorno destate, appena compiuti ventisei anni, Elena va al supermercato a fare la spesa. Ferma davanti alle confezioni di riso (Vittorio scrive sempre la lista, non si può aggiungere nulla di proprio), sente una voce.

Eli! Elena Bianchi? Sei proprio tu?

Si gira. Davanti a lei, una ragazza alta, capelli corti, jeans e una maglietta sgargiante. Dopo un secondo la riconosce: Chiara Rossi, compagna di scuola fino alle medie, poi partita con i genitori.

Chiara! Che sorpresa sorride Elena, imbarazzata. Che ci fai qui?

Sono tornata da un mese risponde Chiara, felice. I miei si sono trasferiti di nuovo e lavoro da remoto. E tu? Sei sposata? Bambini?

Sposata conferma Elena. Bambini niente.

Sentiamoci, allora! Chiara le passa il numero, segnandolo sul cellulare di Elena. Si lasciano dopo poche altre parole.

La sera, quando Vittorio dorme, Elena guarda a lungo quel contatto sul telefono. Vorrebbe chiamare, ma ha paura. Che dirà a Vittorio? Non gradisce che lei abbia i suoi affari. Ma Chiara era unamica. Forse si vedono solo per un caffè?

Il giorno dopo trova il coraggio e scrive a Chiara. Lei risponde subito, propone un incontro in centro, a un bar. Elena accetta, fissando lorario in cui Vittorio lavora.

Devo andare in ambulatorio mente a Vittorio, che non si incuriosisce.

***

Si trovano in un bar vicino al parco. Chiara è già seduta, al portatile. Si alza, la abbraccia.

Che bello rivederti! Siediti, ti ho già ordinato il caffè.

Parla soprattutto Chiara. Racconta della laurea in informatica, della sua carriera come freelance nel mondo digitale, dei suoi progetti. Elena ascolta, provando una strana invidia, leggera ma vitale: invidia per la libertà.

E tu, che fai? domanda infine Chiara.

Sto a casa. Mio marito non vuole che lavori.

Davvero? E tu lo vuoi?

Elena ci pensa. Lo vuole veramente? Non se lo è mai domandato.

Non lo so ammette. Non ci ho mai pensato.

Chiara la guarda attenta, tacendo per un attimo.

Vuoi che ti insegni qualcosa? Tipo ritocco foto per siti web. È facile, si fa da casa, una-due ore al giorno e porti a casa qualche soldo. Da sola non riesco a gestire tutti i lavori e te ne giro un po io. Ti va?

Ma non sono capace Elena si spaventa.

Ti insegno. Sembra complicato, ma non lo è. Serve solo voglia.

La voglia cè. Elena lo percepisce, strano e nuovo. Vuole provare.

Ma non ho il computer osserva incerta.

Tuo marito sì?

Sì, portatile.

Ecco. Usalo quando lui non cè. Ti mando i programmi. Fai un tentativo.

Dopo un po di esitazione, Elena accetta. Dentro di lei sboccia una strana sensazione: anticipazione, speranza. È come se, finalmente, stesse per iniziare qualcosa di suo.

***

Per la prima volta accende il portatile di Vittorio due giorni dopo lincontro con Chiara. Le mani tremano, il cuore le batte per la paura. Vittorio rientrerà solo alle sette; quattro ore di libertà. Installa i programmi che Chiara le ha mandato, avvia i videotutorial.

Allinizio è un disastro. Mai usato software di grafica, si perde tra i comandi, non capisce le istruzioni. Ma si diverte anche, si impegna, riprova. Il tempo vola.

Quando Vittorio rincasa, Elena ha sempre tempo per chiudere tutto, cancellare la cronologia (Chiara le ha spiegato come), e rimettere il portatile al suo posto. Prepara la cena, apparecchia, si mostra normale. Ma dentro di lei ora vive qualcosa di nuovo, nascosto, e la fa sentire meno schiacciata.

Dopo un mese riesce già a completare piccoli lavori. Chiara le gira dei primi incarichi: bisogna togliere lo sfondo, regolare i colori, sistemare il formato delle immagini. Lavori semplici, ma vengono pagati. Pochi euro, ma per Elena sono i suoi primi soldi mai guadagnati da sola.

Chiara la paga in contanti, usando una carta a nome di una conoscente.

Ti dò i soldi a mano dice Chiara. È più sicuro. Nascondili bene, che tuo marito non li trovi. Mettili da parte.

A che servono? chiede Elena.

Per sicurezza. Meglio avere un gruzzoletto da parte.

Elena non sa perché, ma segue il consiglio. I primi biglietti li nasconde dentro un vecchio libro, unantologia di poesie italiane dei genitori che Vittorio non leggerebbe mai. Con la foto della mamma e del papà.

I lavori aumentano. Elena ora lavora sulle composizioni, ritocca immagini. Chiara la gratifica: Brava, sei portata!. Da queste lodi Elena percepisce dentro di sé una nuova forma di calore; non ricorda lultima volta in cui qualcuno laveva lodata senza un ma.

Vittorio non si accorge di nulla. Arriva, cena, guarda il telegiornale, va a dormire. Ogni tanto domanda:

E oggi che hai fatto?

Ho pulito, cucinato.

Brava. La donna devessere la regina della casa.

Elena annuisce, abbassa lo sguardo. In testa però pensa già al prossimo lavoro.

***

Passa un anno. Elena compie ventisette anni. Vittorio parla ancora più spesso di bambini, è sempre più irascibile.

Forse ti serve un altro medico provoca. O forse non vuoi diventare madre. Dimmelo chiaro.

Lo voglio risponde lei. Non è del tutto falso: un tempo desiderava un figlio. Ora, solo lidea di portare un bambino in quellambiente le fa paura.

Allora qual è il problema? Ti do tutto, ti mantengo, e tu non servi nemmeno a fare un figlio. Inutile.

Inutile. La parola si inchioda nel cuore. Elena tace, stringe i pugni sotto il tavolo. Una volta avrebbe pianto, ora non ci riesce più. Solo dolore sordo, stanchezza.

Dopo quelle discussioni, Elena si rifugia nel computer. Lavora. In quelluniverso digitale controlla qualcosa, può correggere errori, vedere risultati concreti. La rassicura.

I risparmi aumentano. Chiara le affida altri clienti, la iscrive a piattaforme di freelance. Elena lavora tre-quattro ore al giorno, sempre in segreto. Diventa rapida, abile. I committenti la promuovono, la ringraziano. È una sensazione nuova, e le piace.

Una sera, mentre Vittorio si corica prima per il mal di testa, Elena conta i suoi risparmi. Nel groviglio del libro ha messo già oltre mille euro. Una cifra enorme per lei. Con quei soldi può affittare una stanza per mesi. Potrebbe cavarsela mentre cerca un lavoro nuovo.

Il pensiero di lasciare Vittorio la sorprende. Ne ha paura, vorrebbe scacciarlo. Dove andrò? A chi importo? Lui si prende cura di me, mi mantiene. Duro, sì, ma tutti gli uomini sono così? Non sarà colpa mia, se sbaglio tutto?

Ma il pensiero non la lascia e cresce, giorno dopo giorno.

***

Arriva il crollo in inverno. Vittorio rientra prima del previsto, trova Elena davanti al suo portatile.

Che fai? la voce è gelida.

Io sto solo Elena scatta in piedi, chiude il laptop di colpo. Il cuore impazzisce.

Tocchi le mie cose? Ti avevo forse permesso di usare il mio computer?

No, ma io

Quindi no. Nemmeno chiedi? O pensi di poter fare tutto quello che vuoi?

Scusami, non succederà più.

Cosa stavi facendo? Lui apre il portatile e scorre le pagine internet. Elena ha chiuso le applicazioni, ma restano le finestre delle piattaforme da freelance.

Vittorio alza gli occhi.

Stai lavorando? Allinsaputa mia?

Volevo aiutare mormora lei, le gambe molli. Guadagnare qualcosa.

Aiutare? Me? Credi che io abbia bisogno dei tuoi soldi? Non sono in grado di mantenere la famiglia?

Non volevo dire questo

Basta. Hai rovinato tutto di nuovo. Mi sono fidato e tu invece fai porcherie. Invece di darmi un figlio, perdi tempo con queste sciocchezze.

Chiude il portatile, lo prende con sé.

Mai più lo toccherai. E da domani mi dirai ora per ora cosa fai e dove vai. Troppa libertà ti fa male.

Si chiude in camera, portando via il computer. Elena rimane sola in mezzo al soggiorno, come una bestia in trappola. Le lacrime finalmente sgorgano; si accascia, abbraccia le ginocchia, sente la morsa stringerle il petto.

Quella notte non dorme. Sdraiata accanto al respiro pesante di Vittorio, pensa: così non ce la fa più. Sta annegando. Quella non è vita. Le parole ascoltate nelle trasmissioni sulle relazioni tossiche, violenza psicologica, dipendenza emotiva, improvvisamente assumono senso. Raccontano di lei.

La mattina dopo, appena uscita di casa Vittorio (con il laptop sottobraccio), Elena chiama Chiara.

Ho bisogno di aiuto dice.

***

Si rivedono nello stesso bar. Elena racconta tutto: il computer, la lite, il controllo. Chiara la ascolta, poi le prende la mano.

Devi andare via, le dice. Capisci? Così non vivi più. Ti sta distruggendo.

E dove vado? sussurra Elena. Non ho niente.

Hai i soldi che hai messo da parte. Hai le tue mani, la testa. Sai lavorare, ti aiuto io. Ma devi farlo. Ora.

E se hanno ragione loro? Forse sbaglio davvero tutto io

Ascolta come parli la interrompe Chiara, stringendole la mano. Sono le sue parole, non le tue. Ti ha fatto credere di non valere nulla, ma è una menzogna. Sei intelligente, hai imparato in un anno una professione, hai clienti. E come puoi essere inutile?

Elena tace. Le parole di Chiara sono come aria fresca a chi sta affogando.

Ho paura confessa infine.

Lo so. Ma restarci fa molto più male. Fidati.

Per unora parlano del piano di fuga. Chiara offre ospitalità temporanea, la aiuta a cercare annunci di camere in affitto, spiega dove tenere i soldi per non destare sospetti.

E ti serve anche uno psicologo dice a voce bassa. Prima lasciare, poi farsi aiutare. Serve.

Elena annuisce. Psicologo. Le sembrava una cosa da pazzi. Ora capisce che pazzo non è chi cerca aiuto, ma chi sopporta il dolore e non reagisce.

***

Va via una settimana dopo. Vittorio ha una trasferta di lavoro. Elena raccoglie solo poche cose: abiti, documenti, una foto dei genitori, la solita raccolta di poesie con i soldi nascosti. Nulla daltro vuole portare da quella casa.

Lascia un biglietto. Due righe: Me ne vado. Non cercarmi. Scusami.

Quando chiude la porta la mano le trema, fatica a infilare la chiave nella serratura. Scende le scale, esce in strada. È una mattina gelida di febbraio, la neve scricchiola sotto i piedi. Si ferma, inspira forte. Laria fredda le brucia i polmoni, ma si sente più leggera, come se un peso si fosse finalmente staccato.

Chiara la aspetta sotto casa, laiuta con i bagagli. Ha un piccolo monolocale in periferia, ma ad Elena sembra un regno. Chiara stende le lenzuola sul divano, prepara il té.

Come stai? le chiede.

Non lo so risponde onestamente Elena. Ho paura. Ma credo che sia giusto così.

I primi giorni sono duri. Vittorio la chiama, manda messaggi. Prima furiosi: Ingrata, Mi devi tutto, Te ne pentirai. Poi supplichevoli: Torna da me, Mi dispiace, Sto male senza di te. Elena non risponde, ma ogni messaggio la ferisce. Dentro di lei convivono due voci: una che le ordina di tornare, scusarsi, laltra che grida No, scappa, salvat(i).

Chiara la aiuta a bloccare il numero. Elena cambia SIM. Alla fine i messaggi finiscono.

Due settimane dopo trova una stanza da affittare presso unanziana signora. Piccola, dieci metri quadri e una finestrella sul cortile. Ma è sua. Prima volta nella vita che ha uno spazio dove nessuno la controlla o giudica.

Chiara le regala un vecchio computer portatile.

Lavora. Guadagna quello che vuoi tu. Puoi farcela.

Elena riprende. Stavolta senza nascondersi, lavorando ore intere. Accetta nuovi incarichi, guadagna il necessario per la stanza, la spesa, qualcosa in più. Impara a vivere da sola: andare al supermercato e comprare ciò che le piace, cucinare per sé, guardare film senza il timore che qualcuno dica una cattiveria.

Ma dentro cè vuoto. E colpa. E paura che non finisce mai.

***

La zia Eleonora viene a sapere della fuga tramite Vittorio. La chiama furiosa.

Sei impazzita? Lasci un uomo di quella caratura! Lui ti dava tutto, ingrata! Ti ho cresciuta e mi umili così!

Elena ascolta, sente la solita oppressione al petto. La voce della zia è una catena che tenta di trascinarla indietro.

Non torno né da lui, né da te dice Elena, stavolta ferma.

Ma come osi? Dopo tutto quello che ho fatto!

Tu non hai fatto niente per me le scappa, improvviso. Ti sei presa la casa dei miei e mi hai sempre fatto pesare ogni giorno. Ma io non ti devo niente.

Chiude la chiamata. Le mani tremano, il cuore batte forte. Ma sente un inedito sollievo: finalmente ha detto a voce alta quello che ignorava per anni.

La zia non richiama più.

***

Chiara convince Elena ad andare da una psicologa.

Devi lavorare su tutto questo spiega. O rischi di restare sempre bloccata.

Elena ha paura. Lo psicologo ti giudica, ti dice che la colpa è tua, che dovevi andartene prima. Ma Chiara le trova una professionista molto valida, Marina, e la prenota.

Il primo incontro è strano. Lo studio è piccolo, caldo. Marina offre una tisana alle erbe e aspetta paziente.

Non so cosa ci faccio qui confessa Elena. Solo sono scappata da mio marito. E dalla zia. Ora vivo da sola. Tutto ok, credo.

E come si sente? domanda la psicologa.

Strana. Come se stessi facendo la cosa sbagliata. Mi sento in colpa.

Per cosa?

Per tutto Elena sente il nodo in gola. Sono sempre stata in colpa. Qualsiasi cosa io faccia.

E poi le parole escono. Parla dellinfanzia con Eleonora, del debito mai pagato. Del marito e dei continui rimproveri. Di come provasse a compiacere tutti, senza mai bastare.

Marina ascolta. Poi dice a bassa voce:

Quello che ha vissuto è abuso emotivo. Prima da piccola, poi in coppia. Si cresce imparando a sentirsi inadeguati, incapaci di vivere. Ma non è vero. È ciò che le hanno fatto credere.

Elena la guarda incredula.

Però sbagliavo davvero spesso…

Non esiste un sbagliare nel vivere quotidiano. Esistono modi diversi di agire. Ma a lei hanno detto che solo uno è giusto, e così hanno ottenuto potere su di lei.

Quelle parole la sconvolgono. Esce dalla seduta agitata, ma una piccola luce si accende dentro.

Va da Marina ogni settimana. Piano piano, inizia a sciogliere la matassa di sensi di colpa e paura che la soffocava. È difficile, fa male. Bisogna accettare che chi lha amata lha anche soggiogata. Ma bisogna pure guardare avanti.

Marina le insegna a dire no. Sembra facile, invece è difficilissimo. Elena è abituata ad assecondare tutti. Ora deve imparare a proteggere i suoi limiti.

Provi con una piccola richiesta suggerisce Marina. Per esempio, se la padrona di casa le chiede un favore che non vuole fare, dica no.

Dopo pochi giorni, la padrona di casa le chiede di tenere il nipote per un paio dore.

Mi servirebbe proprio, ho una visita urgente

Un tempo Elena avrebbe accettato subito. Ora sente la solita ansia, la compulsione a compiacere, ma ricorda le parole della psicologa. Respira.

Mi spiace, ho da lavorare. Non posso.

La signora si sorprende, ma si arrangia. Elena resta nella stanza, pervasa da una strana miscela di orgoglio e senso di colpa. Ma lorgoglio vince.

***

Un anno passa. Elena compie ventotto anni. Lavora sempre più, affina le sue competenze, accetta incarichi difficili. Guadagna di più. Si può permettere un piccolo monolocale tutto suo. Si trasferisce. Arreda come preferisce: cuscini colorati, fiori, quadri. Tutto ciò che era proibito.

A volte esce con Chiara, bevono un caffè, chiacchierano. Elena la ringrazia ogni volta, pensa a quanto sia stata fatale quella spesa al supermercato.

Di Vittorio non ha più sentito nulla. Ogni tanto si sorprende a pensare a lui, ma scaccia quel pensiero. È finita.

Con Eleonora non comunica più. A volte pensa alla casa, formalmente sua ma dove vive la zia. Marina un giorno chiede:

Vorrebbe riprendersi lappartamento?

Elena ci pensa.

Non saprei. Sarebbe giusto, forse. Ma non voglio più rapporti con lei. Che ci resti. Questo è il mio modo per lasciarmi tutto alle spalle.

È una decisione importante annuisce Marina. Lasciano andare il passato.

Sì risponde Elena. Lo sto facendo.

***

Inizia davvero a vivere. A modo suo. Va al cinema, nei parchi, conosce altre persone online che lavorano come freelance. Scopre la gioia delle piccole cose: un buon caffè, comprare un libro, sentire la pioggia fuori. Tutte cose semplici, ma impensabili nella vecchia vita.

Continua il percorso psicologico. Marina la aiuta a districare i nodi che tornano a galla. Elena impara a riconoscere i suoi sentimenti, a non averne paura. Impara a perdonare sé stessa, a lasciar andare la colpa. È una strada lunga, non ancora finita. Ma cammina, e questo è già tutto.

La rinascita dopo una relazione manipolatoria, come dice Marina, non è breve. Ci sono giorni di sconforto, di desiderio di mollare. Ma ci sono giorni in cui Elena si sente forte.

Scopre che lindipendenza economica di una donna non è solo questione di soldi. È libertà. Libertà di scegliere, di dire no, di vivere come vuole.

***

Una mattina primaverile, passeggiando, Elena si ferma davanti a una vetrina dartista: cè un set di acquerelli costosi, bellissimi. La memoria va allinfanzia, ai disegni fatti e poi abbandonati perché tempo sprecato. Eleonora era categorica su questo.

Elena entra, compra colori, pennelli, carta. Spende molto, ma adesso può. A casa stende tutto sul tavolo. Apre le tinte, attende. Poi una pennellata di giallo: un cerchio. Un sole.

Lo osserva, percependo sciogliersi qualcosa dentro di sé. Non importa se sia bello o no. Serve a lei, e basta. È un piccolo, enorme passo verso sé stessa.

***

Dopo un altro anno, seduta nello studio familiare del suo psicologo, Elena sorride a Marina.

Sai che ho fatto ieri? le dice guardando le piante verdi alla finestra. Mi sono regalata dei colori per acquerello, costosi.

E comè stato? domanda Marina.

Paura. Pensavo fossero soldi buttati. Ma poi ho disegnato un cerchio giallo. Un sole. Per me. Senza preoccuparmi di nulla.

È un passo importante annuisce la psicologa. Verso di te.

Elena sorride, e in quel sorriso cè ancora il riflesso del dolore vissuto, ma ora comincia a brillare qualcosaltro, qualcosa di suo.

Ho lasciato lappartamento a Eleonora aggiunge. Vivrà lì se vuole. È davvero libertà, questa, no? Liberarmi da un debito che in realtà non ho mai avuto.

Cosa provi, a pensarci? domanda Marina, mentre lincontro si trasforma in una piccola finestra vera sulla luce.

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