Nuove Regole: Scopri le Ultime Novità che Cambieranno il Gioco in Italia

Nuove regole

Quando Ginevra annunciò che dal lunedì sarebbe lavorata da casa, Matteo, a malincuore, si limitò a scrollare le spalle.

E va bene, mormorò, aggiustandosi le calze di lana sul divano. Così non dovrai più rimanere bloccata nel traffico.

Ginevra osservò quelle calze infilate, sentendo che lui non capiva nulla. Il traffico non era la questione centrale; il vero problema era come avrebbero convissuti in quel bilocale di Roma, dove ogni centimetro conta.

Il figlio Luca, studente al terzo anno di scuola media, staccò lo sguardo dal cellulare.

Mamma, sarai davvero sempre a casa? Tipo, non uscire più?

Lavorerò, ribadì Ginevra, con voce ferma. Non resterò ferma. Solo che lufficio diventa qui.

Allora i pranzi saranno più tranquilli, commentò Matteo, tentando un sorriso, ma Ginevra colse la sua preoccupazione.

Era abituata al suo ufficio: la guardia dingresso, la scrivania con la tazza di caffè a sinistra, la penna a destra, il post-it verde con la password sotto il monitor. Lì la chiamavano Signora Ginevra, del reparto contabilità, riceveva domande, risolveva report e anticipi. A casa, invece, era solo mamma e Gine.

Venerdì portò dal lavoro il portatile, due raccoglitori e una lampada da tavolo. Li sistemò sul tavolo della cucina, fissò quel piccolo regno e sentì un nodo stringersi alla gola. La cucina era il loro fulcro: Matteo vi faceva le uova la mattina, Luca studiava, la sera cenavano tutti insieme, e ora doveva diventare anche il suo ufficio.

Forse è meglio in camera? chiese incerto Matteo, sbirciando nella cucina.

In camera lavori, ricordò lui.

Negli ultimi due anni Matteo aveva già sperimentato il lavoro a distanza, scrivendo codice per una società milanese. Il suo tavolo, vicino alla finestra della grande stanza, era equipaggiato di monitor, tastiera, cuffie. Lì la porta rimaneva chiusa per gran parte del giorno, e Luca non osava avvicinarsi.

Posso liberarti un angolo, propose Matteo. Mettiamo due sedie, schiena contro schiena.

Ginevra immaginò i due seduti nella stessa stanza, ciascuno immerso nel proprio conference call, e trasalì.

No. Io resto in cucina. Qui il WiFi regge meglio. Vediamo come va.

Domenica sera spostarono le sedie. Matteo tirò fuori dal ripostiglio una vecchia scrivania sovietica, la lucidò, aggiustò le gambe.

Ecco il trono da lavoro, scherzò.

Ginevra accarezzò il dorso di legno, caldo al tatto.

Facciamo una cosa chiara fin da subito, disse, che quando sono al portatile non voglio essere interrotta. Anche se sembra che io sia solo a casa.

E se il bollitore scoppia? intervenne Luca.

Il bollitore è tua responsabilità, rispose Ginevra, sorridendo inaspettatamente.

Lunedì si svegliò prima di tutti. Preparò un caffè, accese il portatile. Lappartamento era silenzioso. Dal soggiorno si udiva il leggero russare di Matteo, Luca si girava nel letto, ma non si era ancora alzato.

Aprì la posta elettronica e avvertì una strana duplicità. Sullo schermo, email di lavoro, numeri, scadenze; alle sue spalle, il frigo tappezzato di magneti, sul davanzale il ficus che chiedeva un nuovo terriccio. Ascoltava i rumori della casa come se a ogni istante potesse infrangersi il confine tra ufficio e casa.

Mezzora dopo, Matteo sbucò dalla stanza, scompigliato, con una maglietta.

Buongiorno collega, disse, lanciando uno sguardo al monitor. Già in battaglia?

Già, rispose Ginevra, indicando lorologio. Hai la call alle dieci?

Alle dieci. Posso farmi un caffè?

In cucina è silenziosa, le disse. E non accendere la radio.

Alzò le mani, come per arrendersi, e si mise a preparare il caffè turco con più cautela del solito. Laroma del caffè appena macinato riempì la cucina. Ginevra sentì il cuore rilassarsi: era a casa, in pantofole, ma al contempo al lavoro.

Alle nove squillò la sua responsabile.

Come va? domandò. Ti sei ambientata?

Sto iniziando, rispose Ginevra, notando la voce che si faceva più formale. Il WiFi è stabile, il portatile funziona.

Limportante è restare connessi. E non dimenticare che sei a casa, ma ti vediamo, rise la responsabile. In senso buono.

Il richiamo dei report riprese. Ginevra si immerse in tabelle, email. A un certo punto, un tonfo alle sue spalle la fece sobbalzare.

Mamma, scusa! comparve Luca sulla soglia, col volto colpevole, con il coperchio di una pentola caduto. Volevo solo la minestra.

Puoi stare più zitto? esalò, sentendo crescere lirritazione.

Ho cercato di fare silenzio, ribatté Luca. Ho la scuola tra unora, ho fame.

Ginevra guardò lorologio, poi il report aperto. Dentro la sua testa un frastuono: in ufficio nessuno la interrompeva per una minestra, cera una mensa, ognuno con il proprio pranzo. Qui ogni passo era legato alla famiglia.

Va bene, preparo subito, disse, chiudendo il portatile. Dopo non venite finché non finisco di mangiare.

A mezzogiorno sentiva la stanchezza. Due email urgenti, un report corretto, tre mamma, dovè di Luca. Matteo passava di tanto in tanto, chiedendo qualche dettaglio; una volta, voleva controllare se non avesse perso il taccuino.

Dopo pranzo, quando tutti erano occupati, Ginevra si ritrovò a fissare lo schermo, il pensiero girava su ununica domanda: sarà questo il mio nuovo quotidiano? Contabile e guardiana di casa allo stesso tempo?

La sera, a tavola, sollevò la questione con cautela.

Dobbiamo metterci daccordo, disse spostando linsalata dal piatto di ceramica al piatto di porcellana. Altrimenti fra una settimana perderò la testa.

Cosa intendi? chiese Matteo, alzando gli occhi dal piatto.

Intendo che, mentre lavoro, non posso rispondere a ogni tua domanda. Luca, devi trovare da solo le posate e cucinare la pasta.

So già farlo, borbottò lui.

E ancora: di giorno non laverò i piatti, ho il lavoro. Laveremo a turno la sera.

Quindi resterai a casa senza fare nulla? tentò di scherzare Matteo, ma Ginevra percepì le spalle irrigidite.

Lavorerò, ribadì. Tu non lavi il pavimento a mezzogiorno, vero?

Silenzio. Luca guardò il padre, poi la madre.

Scriviamo delle regole, propose allimprovviso, come a scuola. Tipo non parlare durante la lezione.

Ginevra sorrise, trovò lidea buona. Presero un foglio, Luca tirò fuori i pennarelli.

Primo punto, dettò. Dalle nove alle diciotto la mamma è al lavoro. Si può intervenire solo in caso di estrema necessità.

Che cosa è una necessità estrema? chiese Matteo.

Tipo sangue, incendio, computer rotto, elencò lei.

E se cade il WiFi? intervistò Luca.

Allora chiama papà, rispose.

Ridevano, discutevano, aggiungevano voci. Alla fine il foglio conteneva regole semplici: turno per i piatti, non invadere la cucina durante una chiamata, pranzo insieme alle tredici, solo se nessuno ha riunioni.

Il martedì passò più sereno. Ginevra aveva preparato la minestra in anticipo, messa sul fuoco. Matteo aveva avvisato la mattina che aveva una call importante alle undici, chiedendo silenzio.

Anchio ho una call, disse Ginevra. Parleremo a bassa voce.

Alle undici, entrambi erano davanti ai propri schermi: Matteo nella stanza, Ginevra in cucina. Dal muro si sentiva la voce di Matteo, attenuata. Ginevra parlava più piano, partecipando alla videoconferenza. Sullo schermo comparivano colleghi in uffici, altri in case. Uno di loro chiese:

Signora Ginevra, ora lavora da casa?

Sì, rispose. Sto ancora ambientandomi.

Quando la riunione finì, provò sollievo. Nessuno era saltato fuori dalla cucina con urla. Fece qualche domanda sui report, tutto andò liscio.

Nel pomeriggio Luca entrò con il quaderno di matematica.

Mamma, sei occupata? domandò.

Un attimo, rispose. Cosè successo?

Ho un esercizio di algebra, non capisco. Non è sangue né fuoco.

Lo disse con una gravità talmente seria da farla ridere.

Facciamo così, propose. Finisco il report, ci vogliono venti minuti, poi ti aiuto. Daccordo?

Luca annuì e se ne andò. Ginevra comprese allora che quel rispetto per il tempo di lavoro era esattamente ciò che aveva predicato. Ora doveva imparare a rispettare anche le richieste dei suoi.

Verso la fine della settimana, tutti erano esausti. Venerdì sera Matteo uscì dalla stanza, si stiracchiò e disse:

Non riesco più a guardare lo schermo.

Ginevra chiuse il portatile, gli occhi le bruciavano per lo sforzo.

Lunedì devo consegnare il bilancio trimestrale, disse. Qui a casa sembra di essere sempre al lavoro. In ufficio almeno uscivo fuori.

Facciamo una passeggiata, propose Matteo. Un negozio, la piazza, qualsiasi cosa.

Luca già allacciava le scarpe da ginnastica.

Allesterno faceva fresco, ma non freddo. I cani correvano, qualcuno andava in skateboard. Ginevra camminava ascoltando Matteo parlare del suo progetto, Luca lamentarsi del nuovo professore. Sentì un leggero sollievo, le pareti di casa non la opprimevano più.

Dobbiamo trovare un modo per separare lavoro e casa, disse al ritorno. Anche solo simbolicamente. Quando chiudo il portatile, non sono più contabile.

Chi? chiese Luca.

Mamma, moglie, semplicemente una persona.

Matteo la osservò più attento.

Daccordo, dopo le diciotto niente chat di lavoro, niente scadenze, propose. Né le tue né le mie.

E se è urgente? chiese.

Se brucia, sì. Ma non trasformare ogni sera in unestensione dellufficio.

Ginevra acconsentì. Lidea che la giornata potesse finire con un rituale, non solo spegnendo il portatile, la rincuorò.

Il lunedì successivo la cosa andò di male in peggio. Luca si è rotto la stampante e doveva stampare urgentemente il compito. Matteo litigava al telefono con il supporto perché il server aziendale non si collegava. Ginevra cercava di contattare un cliente che non aveva inviato i documenti.

Mamma, ho bisogno ora, gridò Luca.

Non posso, ho una call, rispose.

Anchio ho bisogno, interruppe Matteo.

La cucina esplose di voci. Ginevra sentì crescere la rabbia. Voleva urlare di non riuscire a essere tre posti in uno. Ma ricordò il foglio delle regole sul frigo e si fermò.

Stop, affermò a voce alta ma ferma. Facciamo a turno. Matteo, sei al supporto. Luca, scrivi allinsegnante che arriverà il compito con un po di ritardo. Io chiamo il cliente. Poi risolviamo insieme il problema della stampante.

Silenzio. Matteo annuì, Luca sbuffò ma prese il telefono.

Vent minuti dopo la stampante riprese a funzionare; Matteo trovò online la soluzione. Luca stampò il compito. Ginevra parlò con il cliente e ottenne i documenti.

Lavoro di squadra, disse Matteo, sedendosi al tavolo con una tazza di tè.

Il peso sulle spalle di Ginevra si alleggerì. Avevano davvero risolto, senza litigare.

A metà settimana la responsabile la chiamò per unimportante riunione. Doveva presentare il report davanti ai dirigenti di Milano. Prima lo faceva in una grande sala, con proiettore e grafici; ora era via video.

Ce la farai? chiese la responsabile. Ci saranno i colleghi di Milano.

Ce la farò, rispose Ginevra, sentendo il cuore stringersi.

Riferì a casa.

Ho anche io una call, disse Matteo, guardando il suo calendario. Posso spostarla, se serve.

No, grazie, rispose, indicando le cuffie. Sono pronta.

E se il WiFi cade? intervenne Luca. O se il suono sparisce.

Non preoccuparti, gli disse, ma dentro temeva lo stesso.

Il giorno della riunione si alzò presto, controllò la connessione, accese la webcam, sistemò lo sfondo: niente piatti sporchi, niente asciugamani appesi. Matteo, passando, le disse:

Sembra un esame, vero?

Quasi, rispose.

Matteo, poco prima del meeting, entrò in cucina.

Ho spostato la mia call, disse. Starò nella stanza, così, se serve, ti do una mano col WiFi.

Luca, da dietro, aggiunse:

Anchio starò zitto, non farò nemmeno il tè.

Ginevra annuì. Era importante sapere di avere il loro sostegno.

La riunione iniziò. Apparevano sullo schermo volti di dirigenti: alcuni a ufficio, altri a casa. Ascoltò la responsabile parlare del progetto, poi sentì il suo nome.

Parola a Signora Ginevra, annunciò.

Attivò il microfono. Il cuore le batteva forte. Parlò di numeri, percentuali, scostamenti dal piano. Conosceva il report a memoria, ma temeva che la connessione potesse crollare o che qualcuno irruppe in cucina.

Allimprovviso la porta del corridoio si aprì con un cigolio. Nessuno entrò. Concluse la presentazione, rispose a qualche domanda, spense il microfono.

Grazie, è stato tutto molto chiaro, disse uno dei dirigenti di Milano.

La riunione terminò; Ginevra rimase un attimo a fissare lo schermo nero, poi tolse le cuffie. Lappartamento era silenzioso. Sentì un leggero rumore dalla grande stanza.

Allora? chiese Matteo, avvicinandosi alla cucina.

Sembra tutto a posto, rispose. Mi hanno elogiata.

Luca balzò in piedi.

Non ho fatto neanche un suono, dichiarò fCon un sorriso stanco ma trionfante, Ginevra chiuse il portatile, accese la luce della cucina e, per la prima volta in mesi, si sentì davvero a casa.

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