Alla ricerca dellideale
30 marzo
Mi sono ritrovato seduto a un piccolo tavolo rotondo, nel cuore di una caffetteria milanese avvolta da luci soffuse e dal profumo invitante del caffè tostato. Pur trovandomi circondato da unatmosfera accogliente, non riuscivo a staccare lo sguardo dalla porta dingresso. Continuavo a fissare lorologio, poi la porta, poi ancora lorologio. Stavo aspettando Emilia.
Ogni donna che varcava la soglia faceva accelerare il mio battito. Una ragazza con un cappotto rosso acceso, no, non era lei. Subito dopo una mora bassa con una borsa enorme, non era nemmeno Emilia. Cercavo di razionalizzare il motivo di questo ritardo: forse era solo il solito vezzo di arrivare qualche minuto dopo allappuntamento per creare aspettativa, darsi un tono. Ma se Emilia pensava di giocare su questo, sapere che si stava sbagliando: io non sono tipo da aspettare in eterno. Mi sono dato un limite chiaro: cinque minuti in più e poi sarei andato via. È sempre stata una mia regola.
Il tempo sembrava scorrere con una lentezza esasperante. Già stavo per rinunciare alla serata quando, alle mie spalle, una voce limpida e soave mi ha sorpreso.
Ciao! Scusa il ritardo!
Mi sono voltato e davanti a me si è seduta una bionda dal sorriso autentico e gli occhi vivi, il portamento sicuro e rilassato. I suoi capelli erano perfetti, lo sguardo limpido, la presenza leggera come una brezza.
Spero di non averti fatto aspettare troppo, ha aggiunto, inclinando la testa.
Sono rimasto interdetto, chiedendomi se davvero fosse lei.
Emilia? Sei proprio tu? cera evidente dubbio nella mia voce. In foto eri unaltra quasi unaltra.
Lei è scoppiata a ridere, senza imbarazzo.
Sì, sono io, mi ha risposto raggiante, divertita dal mio impaccio. Immaginavo la domanda: quella foto risale a quattro anni fa. Sono cambiata molto, non trovi?
Era chiaro che volesse mostrarmi con orgoglio i frutti di un cambiamento che per lei era stato positivo. Era convinta che il risultato fosse di mio gradimento.
Non era così
Indubbiamente, sei cambiata, ho risposto, trattenendo una certa perplessità. Forse anche troppo. E non ero affatto sicuro che fosse in meglio.
Emilia si è fatta ancora più vezzosa, arrotolandosi una ciocca di capelli fra le dita.
Scommetto che ti aspettavi qualcuna meno carina di me, ha detto con tono malizioso. Lho fatto apposta, sai? Quanti uomini mi hanno elogiato per come sono ora! Quattro anni fa nessuno mi notava.
Sembrava attendersi da me una raffica di complimenti, una dichiarazione di entusiasmo. Ma io non riuscivo a fingere entusiasmo. E questo la metteva a disagio.
Prima di accettare il nostro incontro, Emilia aveva analizzato con cura il mio profilo su quella piattaforma di incontri: le mie foto, la breve presentazione, i link ai social. Stranamente, niente la insospettiva: davvero ero manager di una grande azienda, proprietario di una villa su due piani a San Donato, con due auto di lusso. Tutto come sulle riviste di lifestyle. Che ci faceva, uno così, su un sito di appuntamenti? Poco importava: la priorità era non perdere loccasione.
Io invece ero già distante. Guardavo lorologio, già pronto a trovare una scusa per andarmene. Cercavo di essere educato, partecipavo al discorso, ma sentivo che quella donna non era fatta per me.
La nuova Emilia non mi attraeva. Quella delle foto, femminile, morbida, vera, mi sembrava più genuina. Di fronte a me, invece, sedeva una ragazza curata, sicura, ma estranea. I suoi modi, la voce, persino il sorriso, tutto mi appariva studiato, imparato a memoria come in una recita.
Ancora uno sguardo allorologio. Pochi minuti di cortesia, poi via, con qualche giustificazione di lavoro. Già cercavo la frase giusta per non offendere.
Ripensavo a quella vecchia foto. Cosa diavolo mi aveva colpito tanto? La figura. Sullo schermo, Emilia era come piace a me: forme rotonde, curve morbide, seducenti, la vera bellezza femminile secondo i miei parametri. Ricordo di aver pensato: Finalmente una donna interessante.
Ora, invece, avevo davanti una ragazza quasi filiforme, nascosta in un maglione troppo largo. Cercavo di non mostrarlo, ma la domanda mi tornava in testa. Perché inseguire un ideale di magrezza innaturale? Per chi? Chi ha mai pensato che somigliare a uno scheletro fasciato di pelle sia bello? Io certo non lo pensavo.
Abbiamo chiacchierato ancora per una decina di minuti. Parlava principalmente lei dei suoi interessi e progetti futuri. Io annuivo, cortese ma già mentalmente pronto al commiato: la solita scusa del lavoro urgente, questa volta vera.
Arrivato il momento, ho proposto:
Ti accompagno a casa, se vuoi. Ho una riunione in azienda fra unora, ma cè tempo per darti uno strappo.
Emilia è rimasta interdetta, poi ha mascherato la delusione accettando freddamente:
Va bene, grazie.
Durante il viaggio, silenzio quasi totale. E lei, fuori dal finestrino, ogni tanto uno sguardo fugace come a domandarsi dove fosse finita lintesa. Prima di uscire, mi ha chiesto:
Mi scriverai stasera? Magari ci rivediamo?
Certamente, ti scrivo. Sentiamoci più tardi, ho abbozzato un sorriso, già certo che non lavrei più cercata. Perché insistere?
Emilia si è soffermata un attimo con la mano alla portiera, quasi aspettasse unultima parola da me. Ma mi sono limitato a salutarla educatamente, sono partito e la serata si è chiusa lì.
Più tardi, quella sera, ho cancellato il mio profilo dal sito e bloccato il suo numero. Senza esitazioni. Sapevo già, dal primo istante, che non avrebbe funzionato solo leducazione mi aveva impedito di troncare prima quellappuntamento
*****
Oggi, pranzo al ristorante con Paolo, collega e amico di vecchia data. Davanti a me un piatto di tagliata con patate arrosto, il mio comfort food perfetto. Guardando in giro, inevitabilmente mi cadevano gli occhi sui tavoli delle ragazze: tutti piatti di insalate, zuppe leggere, verdure scondite.
Paolo, perché le ragazze sono sempre a dieta? gli ho chiesto con aria frustrata, spostando il piatto da una parte. Si negano tanti piaceri! Ma dimmi tu, si può vivere solo a spinaci?
Paolo ha riso, mi conosce troppo bene.
Perché la maggior parte degli uomini preferisce le donne magre, ha detto sornione, sorseggiando il caffè. Tu invece sei uneccezione. Guarda la morettina laggiù, ti osserva da mezzora. Dovresti buttarti anche tu!
Ho guardato altrove, indifferente, rispondendo freddamente:
Grazie del consiglio, ma la mia vita privata non è affare di nessuno. Né tuo, né di altri.
Paolo ha alzato le mani in segno di resa.
Ma ce lhai, una vita privata? ha ironizzato, facendo un mezzo sorriso sardonico.
Lho gelato con lo sguardo. Solo allora ha cambiato discorso.
In effetti, negli ultimi tempi la mia vita sentimentale era, semplicemente, inesistente. Circa un anno fa avevo lasciato la mia fidanzata storica. Si chiamava Caterina, Cate per gli amici, la mia dolce metà. Era affascinante, gentile, premurosa. E, ammettiamolo, con un fisico proprio come piaceva a me: morbido, femminile, armonioso.
Stavamo insieme da tempo. Non badavo a spese per lei: fiori, sorprese, regali, qualunque cosa per vederle brillare gli occhi. Amavo vederla indossare abiti colorati, ogni giorno un look diverso, e ricevere complimenti su quanto stesse bene, su quanto fosse bella anche in un semplice maglione.
Poi qualcosa è cambiato.
Cate ha cominciato a passare più tempo con le amiche: cene, shopping, cinema. Ed è bastato poco a notare i segnali. Una sera, tornando a casa, lho trovata davanti allo specchio. Si guardava di profilo, con aria ansiosa.
Sono troppo grassa, ha esclamato con tono tragico appena mi ha visto. Devo mettermi in forma, altrimenti in spiaggia mi vergognerò!
Sono rimasto di sasso. Tentando di rassicurarla, le ho detto:
Ma che dici? Stai benissimo. Non hai nulla di cui vergognarti.
Lei però non sentiva ragioni.
Tu non vedi! mi ha detto quasi alterata. Le mie amiche dicono che ora vanno di moda solo le donne toniche. Se non dimagrisco sembrerò una del secolo scorso!
Mi sono avvicinato, le ho preso le mani, le ho detto con sincerità:
Per me sei perfetta così. Adoro il tuo corpo, il tuo sorriso. Cosaltro ti serve?
Ma Cate ormai aveva messo un’altra idea in testa: per piacere, doveva cambiare. Così ha eliminato tutto ciò che la faceva felice a tavola: dolci, pane, olio e grassi. In frigo sono apparsi petto di pollo bollito, broccoli al vapore e yogurt magro. Ogni mattina si pesava, conteggiava calorie.
Con il passare dei giorni non solo il menu cambiava: era diventata più nervosa, le conversazioni leggere erano sparite. Non accettava più i miei complimenti.
Non dirmi bugie, mi tagliava corto. Non voglio sentirmi adulata.
Provavo a spiegarle che era la verità, ma lei non ascoltava più. La sua missione era diventare perfetta. Provava diete su diete, cambiando regole ogni settimana. Abbandonava i carboidrati, passava al crudismo, faceva digiuni.
Io la guardavo e sentivo dentro uninquietudine crescente. Pensavo a come mangiava volentieri con me, a quanto le piaceva vivere il cibo come un piacere condiviso. Ora, al ristorante, smuoveva insalata col broncio, mentre io finivo il mio ossobuco.
Una sera, tornato da lavoro, latmosfera era pesante. Cate trafficava nervosa in cucina.
Che succede? le ho chiesto piano.
Mi ha rivolto uno sguardo accusatorio.
È colpa tua! Non riesco a dimagrire anche per colpa tua!
In che senso?
Tu chiedi sempre quei piatti pieni di calorie! Lo sai che sono a dieta, eppure vuoi le lasagne, la cotoletta alla milanese Sei tu che mi tenti apposta!
Tentavo di difendermi:
Ma anchio vorrei mangiare bene, Cate. Perché devo rinunciare sempre?
Questo ha peggiorato tutto. La sua irritazione cresceva, mi rinfacciava ogni minimo dettaglio: la mancanza di supporto, la mia indifferenza, i miei desideri di cibo che la mettevo in difficoltà.
Mi sentivo esausto. Per me era perfetta così, ladoravo, ma ora lei vedeva in me solo lostacolo al suo sogno di magrezza.
A volte la guardavo e mi sembrava di non riconoscerla. Il sorriso caldo che tanto riguardavo nei nostri primi tempi si era spento. Al suo posto, una persona affaticata, malinconica, assillata dai giudizi.
Dove era finita la donna che avevo amato? La compagna dolce, la ragazza che sapeva sorridere anche per una sciocchezza e che rideva delle mie battute?
Dove saremmo mai andati a finire? Le domande si rincorrevano nella testa, senza risposta. Continuare così era solo peggiorare le cose: adattarmi alle sue nuove idee? Non mi sarebbe più riconosciuto allo specchio. E stare con qualcuno che in me vede solo un nemico era insostenibile.
Alla fine, ci siamo lasciati. Non è stato facile: le discussioni sempre più frequenti, il peso dei non detti, la sensazione di una distanza incolmabile. Mi tornavano in mente i ricordi belli: i primi appuntamenti, i viaggi, i pranzi in salotto. Ma la verità era sotto gli occhi: la nuova Cate, ossessionata dalla perfezione, non era più la donna che amavo. E non sembrava esserci modo di recuperarla.
Lennesima discussione fu la definitiva: parole pesanti, una porta sbattuta, la sensazione di totale solitudine. Sono rimasto solo in quellappartamento che portava ancora il suo profumo, con le sue foto sugli scaffali e un armadio pieno delle sue cose.
Le settimane successive sono state un tormento. Cercavo il suo numero sul telefono, poi mi trattenevo. Per un attimo pensavo di aver fatto uno sbaglio, poi ricordavo le scene dellultimo periodo e capivo che non cera più nulla da fare.
Dopo sei mesi, per disperazione e solitudine, mi sono iscritto su un sito di incontri. Non cercavo miracoli né lanima gemella, solo una persona con cui parlare, qualcuno con cui sentirmi ancora vivo.
Ho consultato tanti profili. Alcune sembravano troppo serie, altre superficiali. Cerano perfino donne simili a Cate di un tempo, ma parlando con loro non scattava nulla. Altre avevano personalità interessanti, ma mancava qualcosa.
Nessun incontro funzionava. Assecondavo le conversazioni, mi sforzavo di apparire interessato, ma dentro era il vuoto. Sapevo che il nodo era dentro di me: non avevo ancora lasciato andare il passato, rimanevo attaccato a quei giorni felici ormai lontani.
*****
A poco a poco la vita ha ripreso ritmo. Continuavo a pensare ogni tanto a quello che avevo perduto, ma cercavo di guardare avanti: un nuovo progetto importante al lavoro, qualche serata con amici, il piacere dei miei hobby di sempre.
Fino a quel giorno, in cui il destino mi ha sorpreso. Dopo pranzo, sono entrato in una piccola caffetteria non lontana dallufficio, volevo solo un espresso al volo. Al tavolo vicino una ragazza stava scrivendo su un taccuino, lo sguardo assorto, la voce tranquilla. Ogni tanto si fermava, osservava il locale senza ansia, senza paura di essere giudicata o osservata.
Mi sono accorto che mi incuriosiva proprio quella calma, la sua serenità. Non cercava il riflesso negli specchi, né controllava ossessivamente il cellulare. Quando finalmente ha notato il mio sguardo, mi ha sorriso gentilmente.
Ho trovato il coraggio di avvicinarmi.
Scusa se disturbo, scrivi per lavoro o per te stessa? le ho chiesto con un filo di voce.
Un po e un po, ha risposto posando la penna. Appunti per il blog. E tu, lavori in zona?
È iniziata così. Lei si chiama Bianca. Fa la modella, ma non nel senso classico. Lavora per unazienda che promuove moda comoda e femminile, pensata per chi non vuole sottostare alle imposizioni della magrezza. Sul sito del loro brand campeggia spesso la sua immagine, morbida, sorridente, vera.
Quello che mi ha davvero colpito, però, è che Bianca si ama. Non con arroganza, ma con consapevolezza. Un giorno a pranzo, le ho chiesto se anche lei si preoccupasse mai del giudizio altrui, della linea.
Le diete sono spesso una trappola e un sintomo dinsicurezza, mi ha detto con semplicità. Se ce nè bisogno per motivi medici è unaltra cosa, ma rinunciare a mangiare per compiacere uno standard imposto? No. Io amo il buon cibo e mi piace muovermi. E, soprattutto, mi piaccio così come sono.
Quelle parole mi hanno toccato profondamente. Era da tanto che non incontravo una donna così serena, e che trasmettesse sicurezza agli altri senza bisogno di giudicare o di imporsi.
Abbiamo cominciato a vederci sempre più spesso. Bianca non cercava regali costosi, né motivo di discussione. Era semplice stare con lei, parlare o anche solo camminare insieme in silenzio. Non provava a cambiarmi, non imponeva idee, ma riusciva a farmi vedere le cose con occhi diversi.
Giorno dopo giorno, la tensione che avevo accumulato con Caterina si scioglieva. Con Bianca riscoprivo piccole gioie: una passeggiata tra i viali di Milano, una cena a lume di candela in casa, il suo modo di ridere delle mie storie.
Dopo sei mesi, sentivo che non avrei più potuto rinunciare a tutto questo. Una sera al nostro tavolo preferito, ho tirato fuori una scatolina e guardandola negli occhi le ho detto:
Vorrei che tu fossi mia moglie.
Bianca ha sorriso, radiosa, e mi ha abbracciato.
Sì, lo voglio.
Abbiamo festeggiato con pochi amici veri e la famiglia. Nessun bisogno di impressare. Bastava il calore che ci davamo lun laltro, il rispetto e quella felicità semplice che non si spiega, ma si vive.







