Un divorzio affrettato…

Un divorzio affrettato

Milano, giugno. Sono le 19:30 e rimango ancora in ufficio. Osservo con malinconia Beatrice che si prepara a tornare a casa. Mi ero affezionato a queste nostre chiacchierate intime a fine giornata, quando ormai gli altri colleghi erano già spariti e negli open space regnava la quiete.

Per quasi una settimana, Beatrice Fiore era rimasta al lavoro fino a tardi. E io, Marco Bellini, sembrava trovassi sempre una qualche scusa per non rientrare subito. In realtà, di motivi veri ne avevo pochi: semplicemente, non avevo voglia di tornare nella mia famiglia. Mia figlia, Giada, attraversava quella tormenta chiamata adolescenza: perennemente insoddisfatta, spesso in preda a crisi e completamente refrattaria ad ogni critica.

Non andava meglio con mia moglie, Elisa. Sembrava sempre nervosa, col capo chino fra mille cose da sbrigare. Tornava dal suo nuovo lavoro, si precipitava in cucina a tagliare verdure per linsalata, affettare carne, lavare piatti… In quei momenti, avevo paura anche solo di avvicinarmi. Era come camminare nudo sul filo di rame scoperto bastava un mio sguardo maldestro o una parola di troppo perché scattasse come una molla.

Provai, qualche sera, a suggerirle di tagliare i pomodorini un po più piccoli, come piacciono a me, e rischiai di essere fulminato da un suo sguardo omicida. Figuriamoci se mi fossi lamentato del pavimento sporco: sarebbe stato come voler sfidare la morte.

Tra Elisa e Giada erano attriti continui, sembravano due gatte selvatiche in uno stesso cortile. Provavo a intervenire solo per essere, puntualmente, sbranato verbalmente da entrambe.

Dai, una moglie dal carattere esplosivo è lideale, Marco! scherzava Matteo, il mio amico di sempre, a cui confidavo questi pensieri. Almeno non rischi di annoiarti in camera da letto!

Ti sbagli: sono mesi che da noi nemmeno un abbraccio… Tutte le energie le riserva alle discussioni e alle corse. Appena mette piede a letto, si addormenta allistante.

Matteo ridacchiava: Ma scuotila! Sai come si fa, una coccola, un bacio… e via

Scossi la testa: Nemmeno mi va. Elisa è cambiata, ingrassata, sembra sia invecchiata di colpo da quando ha iniziato il nuovo lavoro. È sempre stanca, nervosa. E adesso ci si mette pure Giada con queste crisi… davvero, tutto insieme.

E prende molto al nuovo lavoro? chiese curioso Matteo.

Boh, come può guadagnare una donna, non è che siano stipendi da manager… Comunque da quando ha iniziato lì, abbiamo iniziato a chiudere anche il mutuo in anticipo. Sei mesi o un anno ancora e ce la facciamo.

Ecco, allora è solo una fase… Il mutuo pesa, logora. Tolto lui, si tornerà a vivere.

Ma erano le chiacchierate con Beatrice che mi davano ossigeno. Le davo una mano a chiudere le sue pratiche, ci raccontavamo le nostre giornate, parlavamo delle nostre figlie: anche la sua, Ludovica, aveva la stessa età di Giada.

Sono tutte così nelladolescenza, mi rassicurava Beatrice con quel suo sorriso tenero. Pazienza, affetto e presenza vedrai che passa. Lo dico anche da zia: mia nipote ha fatto ammattire tutti!

Fa piacere sapere di non essere soli… sospiravo. A volte penso di non farcela più con queste scenate.

Passavamo ore a parlare. Qualche volta, casualmente, le sfioravo una mano, una gamba. Oppure succedeva il contrario. Ogni volta sentivo esplodere in me una tempesta di emozioni: il profumo di Beatrice era come un incantesimo.

Mi ero ormai abituato a quegli incontri, li attendevo con la trepidazione di un appuntamento segreto. Ma quel venerdì sera, alle sei spaccate, Beatrice chiuse il computer e prese la borsa.

Bea, dove vai?

A casa, rispose, illuminata dal suo solito sorriso calmo.

E il lavoro? chiesi, col magone che già affiorava.

Ridendo mi ringraziò del mio aiuto e disse che aveva finalmente finito tutte le pratiche. Senza di te non ce lavrei mai fatta!

Rimasi sbalordito. Non pensavo davvero che quella routine avesse fine così, allimprovviso.

Mi guardò dritto negli occhi. Marco, dobbiamo smettere di vederci così.

Bea, dai! Ma siamo colleghi, amici

Appunto, Marco. Siamo amici… ma tu non lo senti come me? Cè aria di qualcosa che va oltre.

Arrossii. Sapevo che la relazione si era fatta intima, anche se mai sfociata in gesti espliciti. Mi turbava perfino più del pensiero di mia moglie. Pensavo ti facesse piacere

Mi fa piacere, ma tu sei sposato e io non farò mai niente che possa rovinare una famiglia. Amicizia e lavoro, sì. Il resto, vietato.

Lessi nei suoi occhi la fermezza. Forse, se fossi stato libero, sarebbe andata diversamente… ma non lo ero.

Da quel giorno Beatrice sembrò lasciarsi tutto alle spalle. Ma io no. Pensavo a lei in continuazione. Il fastidio verso Elisa cresceva, sentivo che il mio matrimonio era solo un ostacolo verso la felicità.

Le liti aumentarono, i momenti intimi svanirono del tutto. Non volevo più nemmeno i suoi piatti e dire che Elisa cucinava da dio, inventando ricette squisite anche quando in frigo cera il deserto.

Quando Beatrice accennò di doversi trasferire in una nuova casa col suo trasloco imminente, mi offrii senza pensarci. Mentii subito: Ho un amico col furgone, ti aiuto io!

Oh, fantastico! rispose contenta.

La nuova casa era incredibile: una luminosa e ampia casa a tre camere che Beatrice era riuscita ad ottenere grazie a uno scambio con i suoi genitori. Finalmente tutto era sistemato alla perfezione.

Magari ci potrà stare qualcuno in più? mi scappò, arrossendo come un ragazzino.

Beatrice capì subito. Mettiamo in chiaro una cosa: mi piaci, sei un bravuomo, ma se tra noi ci fosse anche solo una scintilla di relazione oltre il lavoro, non ti rivolgerei più la parola. Tu sei sposato, punto.

Presi coraggio: E se non lo fossi?

Ma lo sei, rispose distogliendo però lo sguardo, e quella piccola incertezza mi riempì di speranza. E allora, senza nemmeno capire come, la baciai.

Beatrice esitò una frazione di secondo, poi si scostò decisa: Non giocherò mai con il cuore, né mio né di altri. Torna da tua moglie.

Eppure, malgrado il rifiuto, quel piccolo turbamento aveva gettato altra benzina sul mio fuoco. Decisi che Elisa non sarebbe più stato un ostacolo. A casa, ormai, era insostenibile.

Quella sera non volli più discutere. Risparmiamoci i drammi, pensai. Elisa mi fece il solito rimprovero per la mia assenza, io mi lasciai scappare: Forse è meglio se ci lasciamo.

Non ci pensare! rispose mia moglie, ma ormai ero determinato. Confessai: Ho unaltra donna. Voglio andarmene. Ti lascio la casa, la macchina la porterò via io. Per le rate rimaste del mutuo ci penserai tu?

Elisa alla fine accettò, forse per orgoglio, forse perché in banca al suo lavoro offrivano prestiti ai dipendenti a tassi quasi zero. Cedetti tutto: Basta che firmiamo laccordo prima del divorzio, così non litighiamo.

Lei fu glaciale: Così ce lo chiudono in fretta.

Lessi il dolore nei suoi occhi, ma non provai più nulla che pietà. Il divorzio fu rapido. Lei e Giada rimasero nella casa, io mi trasferii dai miei a San Donato.

Sul lavoro Beatrice tornò di nuovo distante. Dovetti aspettare il giorno in cui ricevetti latto ufficiale presi un permesso e la aspettai fuori dalla sede.

Non ci sono più ostacoli, Bea, le dissi entusiasta, facendole vedere il foglio del Tribunale di Milano.

Lei rimase interdetta, ma accettò un invito a cena.

Quella sera parlammo a lungo, finalmente liberi. Lei ammise di aver pensato spesso a me, ma che non voleva forzare nulla. Andiamo con calma, mi chiese, sorridendo.

Da lì iniziò una nuova fase. Ci vedevamo spesso, ma Beatrice declinava spesso inviti serali: Giada ha bisogno di me. Voglio che senta tutta la mia presenza.

Insistetti: Ti piacerebbe se vivessimo insieme? Lei esitò: Non so come prenderà Ludovica, è abituata a vivere sola con me. Proviamo a uscire in tre questo weekend.

Le cose fra noi, lei e sua figlia andarono bene. Ludovica era simpatica e matura, ben diversa dalle crisi di Giada. Dopo alcuni fine settimana insieme, Beatrice si convinse: Proviamo a convivere, Marco. Ma rispetto: mia figlia resta la priorità.

Accettai felice. Traslocai da lei, nella casa nuova. Beatrice però mi avvertì: Io e Ludovica fra poco partiamo per il mare, dieci giorni solo noi due.

Avrei voluto un viaggio in tre, ma lei fu irremovibile: Va così ogni estate. Io e lei abbiamo bisogno del nostro tempo.

Rimasi solo, in un silenzio pesante. Speravo che al suo ritorno mi abbracciasse, dichiarandomi tutto il suo amore. Ma fu il contrario: appena entrata in casa notò subito il caos, si arrabbiò. Sei adulto, Marco! Vuoi che Ludovica pulisca dietro di te? E la cena? Cosa ti impedisce di prepararti due spaghetti?

Speravo che mi avrebbe coccolato come faceva Elisa, con tavolate imbandite e piatti sostanziosi. Da Beatrice, invece, arrivavano solo insalate o formaggi, nulla che mi facesse sentire davvero a casa.

La discussione degenerò. Arrivammo a litigare: lei mi lasciò dormire sul divano. Speravo mi richiamasse; non lo fece. Nemmeno il giorno dopo.

Il lunedì tentai di ricucire, ma Beatrice fu decisa: Mi sono resa conto che per me va meglio così. Non cerco nessuno nella mia vita. Prendi le tue cose.

Provai a convincerla, giurai amore e dedizione, ma fu irremovibile. Raccolsi le mie borse, andai via.

Mi ritrovai a girare senza meta, finché parcheggiai davanti alla vecchia casa. Ebbi un moto improvviso: suonai il campanello.

Elisa mi aprì, sorpresa. Mi offrì una cena, proprio come un tempo. La casa era pulita, calda. Lei, più serena, forse persino più bella.

Dovè Giada?

In gita a Firenze con la scuola.

Le chiesi, timidamente, se secondo lei fosse possibile tornare insieme. Scosse la testa, un sorriso dolce ma deciso: No, Marco. La mia vita è unaltra ora. Puoi vedere Giada quando vuoi, ma non illuderti.

Sei ancora arrabbiata con me? azzardai.

Non porto rancore. Semplicemente, abbiamo chiuso. Ora sta a te andare avanti.

Uscii di casa col cuore in frantumi. Non cera più nulla per me: né Beatrice, né Elisa, né mia figlia. Nessuno sentiva la mia mancanza.

Quella sera, seduto in macchina, compresi fino in fondo la solitudine. Avevo voluto cambiare tutto con un colpo solo, senza pazienza, precipitando da un legame allaltro… Ero rimasto senza nulla.

In fondo, il cuore mi urlava una morale fin troppo chiara: nella fretta di inseguire le illusioni, puoi perdere davvero tutto quello che conta. La prossima volta, mi prometto, cercherò di capire cosa mi manca davvero prima di rovesciare il tavolo almeno in amore.

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