Ventisei anni dopo
Quella sera, il minestrone venne particolarmente buono. Michela tolse il coperchio dalla pentola, assaggiò con il cucchiaio, aggiunse un pizzico di sale ed era soddisfatta. In ventisei anni aveva imparato a farlo proprio come piaceva a Carlo: denso, con verdure dellorto tagliate grosse, un filo dolio extravergine e il prezzemolo fresco, aggiunto solo allultimo per non perderne il profumo. Apparecchiò il tavolo nel salotto, tagliò pane integrale, mise la tazza di Carlo quella con lemailatura ormai annerita, che lui non permetteva di buttare via, nonostante fosse ora.
Carlo arrivò verso le otto e mezza. Si tolse il giubbotto, lo buttò alla meno peggio sullattaccapanni, che subito scivolò a terra, e passò in cucina senza guardarmi.
Minestrone? chiese, dando unocchiata nella pentola.
Minestrone. Siediti, te lo verso.
Si sedette e prese in mano il cellulare, iniziando a scorrere qualcosa. Versai il minestrone e gli posi il piatto davanti. Carlo mangiò in silenzio, senza staccare gli occhi dallo schermo. Io mi accomodai di fronte con una tazza di tè ormai quasi freddo. Fuori, il vento di novembre scuoteva i rami del ciliegio che avevamo piantato appena sposati, durante il primo anno in questa casa.
Carlo, dissi, forse dovremmo parlarne.
Alzò gli occhi. In quello sguardo non cera fastidio, né interesse. Solo la normale attenzione di una persona interrotta mentre sta facendo altro.
Di cosa?
Non lo so. Sembra che negli ultimi mesi siamo diventati estranei. Torni tardi la sera, la mattina esci prima di me. Quasi non ti vedo. Va tutto bene?
Posò il telefono. Prese il pane, ne spezzò un pezzo.
Michi, davvero, cosa vuol dire va tutto bene?
Parlo di noi. Dei nostri rapporti.
Tenne il silenzio per qualche secondo. Poi mi guardò come si guarda una questione già decisa da tempo.
Vuoi la verità?
Sì.
La verità. E di nuovo prese un boccone di pane. Io non sono più innamorato di te. Da tanto. Ti rispetto come donna di casa, come persona che tiene in ordine. Cucini, pulisci, non fai storie inutili. È comodo. Ma se parli damore: no, Michela. Non cè più da anni.
Lo ascoltavo. Dettava quelle parole con la calma di chi spiega la marca dolio scelta per lauto. Senza rabbia, senza rammarico, senza imbarazzo.
Sei serio? chiesi sottovoce.
Quando parlo di cose importanti, sono sempre serio.
E me lo dici così? Di fronte a una minestra?
Quando dovevo dirtelo? Hai chiesto tu. Ti ho risposto.
Mi alzai. Presi la mia tazza e la misi nel lavandino. Rimasi un momento alla finestra, a guardare il buio là fuori, le luci della cucina della signora Livia, la nostra vicina. Forse anche lei stava cenando.
Chiaro, dissi piano, e andai in camera da letto.
Non parlammo più quella sera. Lui guardò il cellulare ancora a lungo, poi si sdraiò sul divano in salotto, come faceva ormai da mesi. Io restai nel letto, occhi aperti nel buio, ad ascoltare il suo russare attraverso il muro. Il minestrone era rimasto sul fuoco, quasi intatto.
Era una storia di vita vera, così comune che non la inventeresti apposta. Troppo normale. E in quella normalità, spaventosamente onesta.
La mattina dopo mi alzai alle sei, come sempre. Misi su il bollitore, uscii in cortile a dar da mangiare alla gatta che da due anni si era stabilita da noi, spuntando da sola una sera. Nellaria frizzante di novembre si sentiva odore di foglie e di umido. Stetti fuori, col giubbotto sopra la vestaglia, a guardare il giardino. Il ciliegio era ormai spoglio, contorto. Sotto i suoi rami erano rimaste poche ciliegie avvizzite che non avevo raccolto. Non avevo fatto in tempo. O non ne avevo voglia.
È comodo, ripetei mentalmente le parole di mio marito.
Ventisei anni. Per ventisei anni avevo cucinato, lavato, accolto i suoi amici, parlato con chi serviva, mai fatto domande inutili, tenuto la casa a tal punto che spesso chi veniva a trovarci diceva: Michi, sei magica. Era il mio ruolo. Lo sapevo fare bene. E ora scoprivo che quel ruolo aveva un nome diverso. Non moglie, né amata. Il termine giusto era: comodo.
La gatta si strusciò contro di me. Mi chinai a grattarla dietro lorecchio.
Tocca pensare, amica mia, le dissi piano.
Fischiò il bollitore. Rientrai.
Quella mattina, per la prima volta dopo anni, non preparai la colazione. Solo tè per me, un biscotto secco, e mi sedetti sulla poltrona accanto alla finestra. Carlo uscì verso le otto meno un quarto, guardò stupito la tavola vuota.
La colazione?
Niente in cucina, risposi senza alzare lo sguardo dalla tazza.
Rimase fermo un momento, poi, senza dire altro, indossò il cappotto e uscì. La porta sbatté. Sentii il motore del suo SUV lasciare il vialetto e scomparire dietro la curva.
Il silenzio in casa era quasi tattile. Seduta lì, sentivo un cambiamento profondo. Non in lui, non nel nostro matrimonio. In me.
Pensavo che spesso la vita, dopo i cinquantanni, inizi proprio così. Da una frase della sera prima che ti ribalta tutto. Avevo cinquantadue anni. Carlo cinquantacinque. Abitavamo nella nostra casa in provincia di Como, in un paesino dove tutti si conoscono, dove ognuno ha il proprio giardino, la propria routine. La casa era bella. Grande. Con mansarda, terrazza, e il famoso ciliegio. Ho sempre creduto che la casa fosse ciò che ci univa. Che fosse il nostro vero noi.
E invece: di chi era quella casa, esattamente? A nome di chi? Chi aveva comprato il terreno? Chi aveva pagato la costruzione? E i soldi che io avevo messo vendendo il mio vecchio appartamento, subito allinizio della nostra vita insieme?
Lasciai la tazza sul tavolo e, per la prima volta da anni, mi feci domande che avevo sempre giudicato poco eleganti. Non mi ero mai occupata davvero dei soldi di famiglia. Carlo diceva sempre: Ci penso io, non preoccuparti. Non mi preoccupavo. Lui lavorava nel settore immobiliare, compra-vendite, consulenze. Arrivavano soldi. Si stava bene. Fine del mio interesse.
Ora dentro di me scattava qualcosa. Silenzioso, senza panico, senza far drammi. Soltanto scattava. Bisognava vederci chiaro, in tutto.
A metà mattina chiamai la mia amica Giulia. Siamo amiche dai tempi del liceo, anche se lei abita a Milano e ci vediamo di rado.
Giuli, devo vederti.
Cosè successo?
Carlo mi ha detto ieri che gli sono comoda. Non che mi ama, non che gli servo. Gli sono comoda. Come un mobile.
Pausa.
Vieni da me, disse Giulia. Vieni subito.
Ci incontrammo in un piccolo bar sotto casa sua. Giulia è una di quelle donne schiette, pratica, divorziata due volte e, come dice lei, con più esperienza che capelli. Ascoltò la mia storia senza interrompere. Poi, per qualche minuto, girò silenziosa il cucchiaino nella tazza.
Michi, disse infine, ti ricordi quando hai venduto casa tua nel 98?
Certo. Stavamo costruendo questa.
E quei soldi?
Ci pensai un attimo.
Sono finiti nella costruzione. Si occupava di tutto Carlo.
E i documenti? Casa, terreno. Di chi sono?
Restai a bocca aperta, senza sapere rispondere. Non avevo la minima idea di chi fosse intestata la casa. Una cosa insieme strana e imbarazzante.
Appunto, concluse Giulia. Non voglio spaventarti, ma ora devi sapere tutto. Parti dai documenti.
Pensi ci sia qualcosa di strano?
Penso che un uomo che ti dice in faccia che gli sei comoda lo fa perché si sente sicuro. Se fossi facile da perdere, non lo farebbe. Capisci?
Tornai a casa riflettendo su quella frase. Le persone facili da perdere non vengono mai avvisate. Cera dentro qualcosa di gelido e definitivo.
Andai nello studio, dove Carlo non voleva mai mi mettessi piede È il mio ordine di lavoro, ripeteva. Lavevo sempre rispettato. Stavolta accesi la luce e guardai.
Scrivania, scaffali con cartelle, cassetti. Tutto normale. Aprii il primo cassetto: scontrini, documenti vari. Il secondo era chiuso a chiave. Il terzo si aprì facilmente, dentro cera una cartelletta: Casa. Documenti.
Mi sedetti per terra con la cartelletta in mano. Cominciai a leggere. Atto di proprietà della casa: Bianchi Carlo. Proprietà del terreno: sempre Carlo. Contratto di compravendita del terreno: lui. Sfogliai tutto fino in fondo. Il mio nome, da nessuna parte.
Rimasi lì una ventina di minuti. Poi rimisi tutto a posto, chiusi la porta dello studio, mi spostai in cucina e misi su il tè. Aggiunsi un cucchiaino di miele lo tenevo nel mobiletto vicino alla finestra e bevvi lentamente, fino in fondo.
Non piansi. Ed era la cosa più strana. Una volta, avrei pianto. Mi sarei chiusa in camera, avrei aspettato che lui venisse a spiegarsi. Ora non era rabbia, né ferita. Era una concentrazione: qualcosa stava partendo, dovevo essere pronta.
Quella notte accesi il portatile e cominciai a informarmi. Educazione finanziaria per donne divorziate. Diritti della moglie nella separazione. Che cosa vuol dire beni comuni. Lessi a lungo, prendendo appunti. A mezzanotte avevo unintera pagina di domande.
La mattina dopo chiamai un consulente legale, trovato tramite passaparola, non tramite Carlo. Presi appuntamento.
In quel momento mi ricordai di unaltra cosa. Noi avevamo una consulente legale: Carla Romano. Da anni seguiva Carlo per i suoi affari. Donna sui quarantanni, capelli rossi, sempre in tailleur, uno sguardo rapido e sicuro. Lavevo vista qualche volta, a qualche festa di lavoro, una volta anche in casa. Mai avuta molta simpatia, ma era la professionista.
Trovai il cellulare di Carlo dimenticato sul comodino mentre faceva la doccia. Niente messaggi, nessuna spiata. Solo la rubrica: cercai Carla. Ultima chiamata: la sera precedente alle 22:30.
Era abbastanza per intuire qualcosa. Non una certezza, ma la direzione si delineava.
Il colloquio con lavvocato fu tre giorni dopo. Si chiamava Matteo Ricci, sulla cinquantina, pacato, molto chiaro. Gli spiegai: matrimonio di ventisei anni, casa intestata solo al marito, il mio appartamento venduto per finanziare la casa, nessun documento del mio contributo.
È una situazione tipica, disse. Spesso i documenti venivano fatti a nome del capofamiglia. Questo però non azzera i suoi diritti.
E quindi?
Per la legge tutto ciò che si è costruito nel matrimonio è comunione, anche se ufficialmente intestato a uno. Bisogna vedere quando è stato acquistato il terreno, iniziata la costruzione, quali fondi c’erano prima del matrimonio.
Ho venduto il mio appartamento e dato i soldi per la casa.
Ha un documento della vendita?
Ci pensai. Il contratto dovrebbe essere da qualche parte, vecchio di anni.
Credo di sì. Devo cercarlo.
Importante. Se possiamo dimostrare che il suo denaro è servito alla costruzione, la situazione cambia.
Tornai a casa sentendomi con una missione precisa. Passai la giornata a cercare. Scavai negli scatoloni, sui ripiani alti, nei sacchetti di vecchi documenti. In uno scatolone, sotto una pila di riviste anni Novanta, trovai una cartella con il contratto di vendita dellappartamento, datato aprile 1998. La cifra era scritta lì.
Tenevo tra le mani quel foglio ingiallito e sentivo quasi sollievo. Il documento cera. Venticinque anni in fondo a uno scatolone, ed era servito.
Le due settimane dopo condussi una vita parallela. Esternamente, tutto quasi uguale. Cucinavo solo per me, facevo le mie cose. Non toccavo più le sue, non lavavo i suoi piatti, non stiravo le sue camicie. Lui se ne accorse al terzo giorno.
Michi, la mia camicia non è stirata.
Sì, lo so.
Non la stiri?
No.
Mi guardò, leggermente sorpreso, come con qualcosa di estraneo.
Ce lhai ancora con me per quella sera?
No, Carlo. Mi hai fatto capire che ti servo comoda. E allora, anche la comodità ha delle regole. Se non sono più moglie, ma personale di servizio, mettiamo in chiaro i confini.
Non rispose. Andò in studio, telefonò a qualcuno sottovoce. Non stetti ad ascoltare. Avevo i miei impegni.
Mi impegnai seriamente: lessi tutto sulle procedure, la gestione finanziaria, le leggi di famiglia. Non per rabbia o gelosia, ma perché ora era necessario. Educazione finanziaria, capii, non è solo risparmiare, ma sapere dove stanno i soldi che ti riguardano.
Tra i documenti trovai accordi immobiliari strani. Portai tutto a Matteo Ricci.
Che cosè questo? gli domandai.
Lui indicò una riga su un contratto.
Qui venditore e acquirente sono due società diverse, ma stesso indirizzo. Forse sono operazioni in casa per simulare movimenti.
È illegale?
Potrebbe essere da verificare. Se la finanza ci mette il naso, possono esserci problemi. Il punto per lei è che se queste operazioni crollano, rischia che anche la casa venga coinvolta nei debiti.
Quindi rischio anche io?
La moglie può essere coinvolta, se lintestazione è comune o se cè connivenza. Finché vivete assieme, ufficialmente siete una famiglia.
Era serio. Tornai a casa e rimasi in giardino a lungo, nonostante il freddo. Novembre si spegneva, la terra era dura, le ultime foglie già cadute. La gatta stava accanto a me, socchiudendo gli occhi.
Pensavo che la tossicità di un marito non è solo urla o piatti rotti. A volte è solo non vederti, considerarti una condizione, inserirti nei propri giochi senza vederti come persona.
Presi una decisione.
Matteo Ricci mi aiutò a preparare la richiesta formale di divisione dei beni. Raccogliemmo tutto: atto di vendita, ricevute, spese di materiali, tutto quel che trovai nello studio. Ogni cosa dimostrava che la casa era sorta tra il 1998 e il 2000, in pieno matrimonio, anche coi miei soldi.
Non dissi nulla a Carlo. Continuavo a vivere normalmente, parlandogli poco e senza toni. Lui, forse, pensava che fosse una lunga offesa e che prima o poi mi sarebbe passata.
Nel frattempo, Giulia, che lavorava in un settore affine alle verifiche legali, trovò una notizia tramite amici. Mi chiamò una sera:
Michi, ho scoperto che Carlo ha fondato una nuova società, proprio questanno. Co-fondatrice, tale Carla Romano.
Rimasi in silenzio.
Mi senti?
Sì, Giuli.
Capisci cosa vuol dire?
Sì. Con lei non è solo una questione privata.
Anche affari. E visto che la società è nuova, staranno sicuramente spostando qualcosa. Muoviti in fretta.
Chiamai Matteo Ricci subito dopo, spiegando tutto.
Se sta spostando i beni su una società nuova, stiamo parlando di dissipazione del patrimonio. Dobbiamo chiedere subito un provvedimento cautelare. Il giudice può bloccare i beni fino alla divisione.
Può occuparsene?
Ci penso io, domani mattina la aspetto.
Andai in studio da lui il giorno dopo. Sistemammo tutto. Matteo mi spiegava ogni carta e passaggio: capii che le cose di legge non sono per gente superiore, ma solo una faccenda di conoscenza dei propri interessi e del partner giusto che sappia difenderli.
Uscendo, iniziava a nevicare. Fiocchi lenti, i primi dellanno. Si fermavano sul tetto delle auto, sulla pensilina, sul mio cappotto. Rimasi a guardare la strada, con una strana sensazione: non felicità, non trionfo, solo un rispetto per me stessa, per quella parte di me che si era alzata e aveva iniziato ad agire.
Carlo lo seppe una settimana dopo. Mi chiamò nel pomeriggio, mentre ero alla Coop.
Cosè successo?
In che senso?
Mi ha appena chiamato il tribunale. Che sono questi provvedimenti? Hai chiesto la separazione dei beni?
Sì, Carlo.
Sei impazzita? Per una conversazione?
Per ventisei anni, risposi tranquilla. Ora devo andare, sto facendo la spesa. Parleremo dopo.
Chiusi la chiamata e andai alla cassa. Le mani ferme. La voce ferma. Ero sorpresa di me stessa.
A casa, la discussione fu dura. Carlo agitato, che fingeva calma. Camminava avanti e indietro parlando fitto.
Michi, la casa è mia, lo capisci? Io lho costruita, io lho pagata.
Ma anche con i soldi della mia casa venduta. Ho il documento.
Era un regalo! Me lhai proposta tu!
Ti ho dato i soldi per la nostra casa. Ma lhai intestata solo a te. Non è la stessa cosa.
Hai parlato con un avvocato di nascosto?
Come tu aprivi società con Carla dietro le mie spalle.
Silenzio. Pesante.
Cosa vuoi dire?
Che ho visto la società a nome tuo e suo. Aperta a marzo.
Lui si lasciò cadere sul divano. Mi guardò con uno sguardo nuovo, quasi ostile per rispetto.
Ti sei preparata.
Ho capito che serviva. Mi hai detto che bisogna essere utili. Adesso sono utile. A me stessa.
Lui stava zitto. Tra noi cera la sua solita tazza di caffè, mai bevuto.
Possiamo sistemarla senza guerra.
Sì. Ma solo con i legali.
I tre mesi seguenti furono complicati. Non tanto per lemotività anche se i momenti difficili non mancavano quanto per la parte pratica. Tribunale, incontri, carte, trattative. Matteo Ricci fu esattamente il consulente che serve: chiaro, efficace, rassicurante senza illusioni. Diceva sempre: questo va bene, qui è dura, ci serve pazienza.
Anche la finanza intanto aveva trovato qualche anomalia nei movimenti di Carlo: niente di penale vero e proprio, ma abbastanza da metterlo sulla difensiva. Curiosamente, questo diventò un punto di forza nelle negoziazioni: lavvocato lo usò come leva per una soluzione ragionevole.
Carlo, sentendo la situazione scivolargli di mano, divenne più dialogante. La trattativa portò a un compromesso: io avrei avuto la casa, lui alcuni beni più facilmente liquidabili, ma ormai rischiosi. Carla Romano, venni a sapere poi tramite Giulia, si era già defilata alle prime avvisaglie dei problemi fiscali.
Lo venni a sapere da una conoscente comune incontrata da Giulia.
Pare che Carla lo abbia mollato appena ha sentito odore di guai.
Donna intelligente, commentai serenamente.
Non sei arrabbiata?
Con lei? No. Ognuno fa il proprio mestiere. Io il mio non lho fatto, e lì era il problema.
La firma dellaccordo avvenne a febbraio. Giornata gelida, cielo grigio. Ero col mio avvocato, Carlo col suo, un signore stanco dallaria spenta. Parlammo poco. Firmammo. Solo una volta Carlo mi guardò, io risposi con unocchiata sobria. Né trionfo né rancore.
Carlo traslocò quel pomeriggio. Portò via la sua roba, quello che spettava. Non lo spiai dalla finestra, ero in cucina a sistemare la credenza, a buttare via vecchi oggetti. La sua tazza annerita la misi da parte, poi la rimisi al suo posto. Era solo una tazza, in fondo.
La casa era mia. Formalmente e di fatto. Gli atti erano nel cassetto della camera. Dovevo ancora abituarmi a questa sensazione: non di vittoria, ma di spazio nuovo. Un silenzio che era mio, non una pausa tra sue entrate e uscite.
La primavera arrivò presto quellanno. A fine marzo sul ciliegio spuntarono i primi germogli. Uscii in giardino con il caffè, guardai a lungo la pianta: vecchia, un po storta, ma viva.
La gatta mi seguì, si stiracchiò, si piazzò sulle scale e chiuse gli occhi.
La sera mi chiamò Giulia.
Come va?
Bene. Ho ripulito un po il giardino, ho trovato un vecchio nido sotto il ciliegio. Vuoto, ovviamente.
Simbolico. Hai progetti per il dopo?
Onestamente?
Onestamente.
Esitai, fissando la finestra sulle prime stelle del tramonto.
Unidea cè. Vorrei affittare il piano mansardato: tre stanze inutilizzate. Un po di reddito fisso fa comodo. Poi mi iscrivo a un corso. Da ragazza volevo tanto disegnare, poi è andato tutto così
Un corso di disegno?
Ridi?
Macché! Mi fa piacere sentirti parlare di cosa vuoi tu.
Sì, Giuli, per la prima volta.
È bello, Michi. Tanto.
Sul matrimonio ora ci riflettevo diversamente. Non con rabbia, né desiderio di riscrivere il passato: piuttosto con la curiosità di chi scopre quanto tempo serve per accorgersi di essere stati ridotti a una funzione. Non per cattiveria, magari, solo una ruota che gira e ti trascina.
La mia storia di separazione, adesso, la racconterei non per litigi o drammi, ma per quelle carte ritrovate nello scatolone, per un avvocato dallaria spenta e la voce calma, per la prima mattina senza aver messo la colazione in tavola e nessuno ne è morto. Leducazione finanziaria per una donna è sapere domandare: Ma a nome di chi è la casa dove vivo da ventisei anni?
Ad aprile misi un annuncio per il piano mansardato. Arrivarono subito i primi inquilini, una giovane coppia che lavorava a Milano: educati, ordinati. Ci salutavamo in cortile, ogni tanto mi portavano qualcosa dal mercato. Era un rapporto leggero, piacevole.
Il corso di disegno iniziò a maggio, in una piccola scuola artistica del paese vicino. Cerano pensionati, una giovane madre, un signore di sessantanni che aveva sempre sognato di disegnare e invece aveva fatto il muratore. Linsegnante, un vecchio pittore con la barba ispida e occhi precisi, parlava poco ma bene.
Alla prima lezione disegnai una mela. Veniva storta. La guardai e mi venne da ridere. Una mela storta, come il ciliegio nel mio giardino.
Una sera di giugno ero sulla terrazza, bevevo tè, leggevo. Il telefono taceva. Carlo non chiamava da due mesi. Io nemmeno. Da quanto sentivo in giro, viveva a Milano in affitto, si occupava di sistemare le sue pratiche. Carla era sparita. Affrontare le conseguenze delle sue manovre non era lo stesso che vivere con una moglie comoda.
Non provavo né soddisfazione né dispiacere. Mi era indifferente. Non con cinismo, ma con pace. Quello che accadeva a lui non era più affar mio.
Come si supera un tradimento? Non saprei dare una risposta univoca. Forse ognuno ha la propria. La mia soluzione: fare cose pratiche. Non rimuginare, non cercare dove avevo sbagliato, non incattivirmi. Prendere i documenti, cercare un professionista, fare il passo successivo.
Dovere di donna, dicevano una volta, come fosse un destino inamovibile. Ma io a cinquantadue anni ho scoperto che non è una condanna, è un punto di partenza. Puoi scegliere dove andare se ci credi davvero.
Io ci ho creduto. Forse tardi. Forse no. Perché la vita dopo i cinquanta non è la fine, ma un inizio. Cauto, difficile, senza certezze. Ma pur sempre inizio.
A fine giugno incontrai Carlo per caso. Eravamo entrambi in fila allAnagrafe del paese. Lui mi vide per primo e si avvicinò.
Non me lo aspettavo. Ero là con la mia cartella, vestito di lino chiaro, e lui davanti a me.
Ciao, disse.
Era cambiato. Dimagrito. Il volto segnato, abito buono ma un po spiegazzato. Pensai: una volta lavrei stirato io.
Ciao, risposi.
Rimanemmo fermi lì, un attimo.
Come stai? chiese.
Bene. Tu?
Sistemo alcune cose. Ci sono tante questioni aperte.
Capita, dissi.
Mi guardò: negli occhi qualcosa di nuovo. Forse smarrimento. Forse tardi, un po di comprensione.
Michi, volevo…
Carlo, lo interruppi con gentilezza, non serve. Non ce lho con te, né rabbia né rancore. È tutto sistemato. Non serve.
Arrivò il mio turno allo sportello. Andai, consegnai i documenti. Quando mi voltai, lui era a un altro banco. Uscii chiudendo la porta alle mie spalle.
Era una splendida giornata destate. Odore dasfalto, tigli in fiore dal cortile vicino. Restai lì, al sole, a occhi chiusi.
Poi il cellulare. Giulia.
Allora, tutto fatto?
Fatto. Tutto registrato.
Brava. Ho trovato una mostra dacquarelli sabato. Vieni?
Volentieri.
E tu come va adesso?
Rimasi in silenzio. Guardai fuori, la strada, la gente, il cielo, il pioppo che spargeva i suoi leggeri batuffoli bianchi, ignaro di tutto.
Va bene, Giuli. Sul serio. Non benissimo, non una felicità accecante, ma bene. Di cuore.
E non è poco, disse lei.
No, non è poco.







