Me lo diceva sempre la mamma: “Non sposarla, non è quella giusta per te!”

Me laveva detto mia madre, Non prenderla in moglie.

Caterina guardava Giulio mangiare il suo piatto di farro. Lui sedeva al piccolo tavolo della loro cucina milanese, il viso immerso nello smartphone, la mano sinistra a scorrere velocemente le notizie, la destra a portare un cucchiaio dopo laltro alla bocca. Caterina, di spalle, mescolava la minestra sobbollente che profumava di sedano e cipolla. Una volta, saranno passati un paio danni, quando avevano appena iniziato a vivere insieme, Giulio posava il telefono durante i pasti. Le diceva:

Ho te, ed è molto più interessante che stare in rete.

Ora non lo faceva più. Nulla di tutto ciò usciva più dalle sue labbra.

Ma cosè sta minestra tutta acqua? borbottò Giulio, senza distogliere lo sguardo dal display, muovendo il cucchiaio verso la pentola. Sembra brodo e basta. Ma dai, Cate! Torno dal lavoro sfatto e qui si mangia acqua calda.

Caterina non si voltò, stringeva più forte il mestolo, continuando a mescolare.

Domani la faccio più densa, rispose senza espressione. Oggi sono finite le patate.

Finite le patate? Giulio appoggiò il telefono e finalmente le rivolse gli occhi, pesanti, con uno sguardo indagatore che sembrava accusarla già in partenza. E il conto che hai portato ieri dal mercato? Le hai prese a ottanta centesimi al chilo? Ti ho detto: scegli quelle, non quelle da un euro e quaranta. Bisogna sempre per forza prendere il meglio, eh?

Quelle non cerano. Ho chiesto apposta.

Non cerano, certo. Te lo dicono soltanto per venderti altro. Possibile che ci caschi sempre? Hai proprio il cervello spento a volte

Caterina restò in silenzio. Se avesse risposto, la discussione si sarebbe dilatata a dismisura, scivolando dalla patata a tutto il resto: non sa fare niente, tira avanti la famiglia da solo, perfino che sua madre, la signora Maria, lo aveva avvertito di non prenderla, che era una scialacquatrice e opportunista. Non ascolti mai chi ti vuole bene

Caterina sapeva dove portava quel tono. Meglio stare zitta. Finì la minestra, la versò nei contenitori uno in frigo, uno nel freezer, per le giornate di corsa. Giulio svuotò il piatto nel lavello senza nemmeno sciacquarlo, poi andò in soggiorno. Poco dopo la casa fu piena di suoni di spari e scoppi: i carri armati della sua partita online. Caterina lavava i piatti, e lacqua troppo calda le bruciava le dita, ma non aggiunse quella fredda. Quel bruciore aiutava a non sentire il dolore dentro.

Ripensare a come tutto fosse cominciato, le sembrava quasi assurdo. Allinizio non era così.

Giulio Rinaldi era entrato nella sua vita cinque primavere fa. Lei, Caterina, lavorava in una piccola azienda di materiali edili, sedeva alla reception, prendeva telefonate, preparava il caffè per il direttore. Giulio arrivò per un colloquio come venditore: alto, spalle larghe, occhi pieni di ironia. Non era un belluomo in senso classico naso troppo pronunciato, orecchie appuntite ma trasmetteva affidabilità, un senso di solidità. Parlava calmo, senza ansia o adolazione, nemmeno col capo.

Caterina pensò subito: Uno così nella vita non ti abbandona.

Mezzo anno trascorse tra piccole attenzioni: portava il caffè caldo in ufficio, compareva allapertura, la aspettava fuori, regalava oggettini magari poco costosi ma pieni di grazia. Una volta arrivò con un piccolo cactus:

Qui sembra di stare in una scatola, serve qualcosa di vivo.

Caterina rideva. Aveva ventitré anni allora, e credeva ancora che la gentilezza fosse eterna.

Un anno dopo lui fece la proposta. La condusse nella sua piccola casa a Quarto Oggiaro, la fece sedere sul divano sfondato e disse:

Guarda, non sarà una reggia, ma è mia. Ho un lavoro stabile, la macchina cè. Non ti farò mai star male. Vuoi diventare mia moglie?

Caterina accettò. Era convinta che quella fosse la felicità da adulti: concreta, sobria, ma ferma.

I primi anni insieme sono sbiaditi nei ricordi. Cera armonia: acquistarono un divanetto a rate, tinteggiarono la cucina, una volta andarono persino in vacanza al mare in Liguria. Lui prendeva qualche bonus sul lavoro, ogni tanto cinema, un tè coi biscotti la sera e sogni di una casa più grande.

Allora non chiedeva quanto costavano le calze, non esigeva scontrini.

Poi nacque Bianca.

La gravidanza era stata imprevista, entrambi però felici. Giulio parlava con il pancione, vi appoggiava lorecchio come per ascoltare i movimenti della bimba. Siscrisse pure a un corso preparto per i papà, ma dopo la seconda lezione mollò: Col lavoro non ci sto dietro

Il parto fu difficile, con complicazioni. Caterina restò in ospedale una settimana, poi altre due a casa quasi senza camminare. Al rientro, il marito la prese in braccio, girò con lei in soggiorno, la piccola Bianca dormiva avvolta e rossa, minuscola. Giulio le sorrise:

Eccoti qua, piccolina. Ci hai messo tanto ad arrivare

Per i primi due mesi fu un altro uomo: si svegliava di notte, cambiava pannolini, cullava Bianca. Qualche volta sbuffava: Cosavrà da urlare, che dobbiamo pure andare al lavoro?, ma poi si correggeva: Tranquilla, papà è qui.

E poi cambiò tutto lentamente.

Caterina non seppe mai esattamente quando. Un giorno lui tornò, sedette a cena, guardò il piatto e domandò:

Sempre farro? E la carne?

Finita. Domani compro.

E oggi? I soldi te li ho dati stamattina

Ho preso i pannolini e il latte in polvere. Non bastava anche per la carne.

Giulio posò il cucchiaio, la fissò gelido:

Ma scherzi? Sono cento euro. Me li sai contare? I pannolini venti, il latte ventiquattro il resto?

Caterina balbettò: lomogeneizzato, la crema, il detersivo, il succo e persino il formaggino.

Formaggino? Bianca ha tre mesi! Il pediatra ha detto da quattro!

Lho preso per scorta.

E allora prima impara a vivere il presente invece di pensare ai fondi di magazzino!

Caterina pianse in silenzio, la notte seguente, decisa che era solo stanchezza di lui. Capita a tutti.

Due settimane dopo ancora, ma con il pollo. Poi con il burro. Ogni euro passato al microscopio. Lei compilava lelenco, sperando bastasse a zittire la diffidenza, spiegando che ormai tutto costa di più, che un bambino richiede mille cose, che qualche volta ha bisogno anche di qualcosa di migliore per sé. Ma nulla cambiava. Domande più vessatorie, tono sempre indurito.

Alla fine Caterina rinunciò a comprarsi biscotti, yogurt, persino un bagnoschiuma. Tutto a Bianca, solo lo stretto necessario. Ogni sera, Giulio controllava il tacuino delle spese.

Prendi il latte in polvere allEsselunga, non alla Coop, costa dieci centesimi meno!

Ma lì ho paura scada, provava a replicare, temendo per la salute della piccola.

Piantala, basta guardare la data. Se continui così, meglio i soldi li gestisco io.

Così, lentamente, Caterina si sentì affondare. Una volta le finì lo shampoo, due euro in tutto. Attese che il marito pareva di buon umore:

Mi servirebbe per lavarmi i capelli

Giulio, guardando la TV, non si voltò nemmeno:

Usa il mio.

Ma è per capelli grassi, io li ho secchi!

Non fa differenza, son sempre capelli.

Sono solo due euro.

Lui si girò di scatto, con occhi duri:

Due euro? Lo sai quanto sgobbo per quelle due euro? Tu passi le giornate a casa a chiedere soldi, e pure per lo shampoo!

Caterina tacque, e si lavò i capelli col suo. Le faceva male. Ma sopportava: forse, pensava, se fosse stata più docile, tutto sarebbe tornato come prima.

Ma non tornava.

Quando Bianca ebbe otto mesi chiese soldi per una tuta invernale. Novembre era pungente, uscire era rischioso ormai.

Quanto costa?

Trenta euro, cè uno sconto.

Trenta euro? Sei impazzita? Tra un mese non le entra più! Prendila usata.

Anche usata si paga venti, ma dentro è tutta rovinata, si raffredda la bimba.

Datele quella che ha o state in casa. Non sono mica un bancomat.

Alla fine le diede dieci euro. Caterina aggiunse i suoi pochi risparmi, comprò la tuta e mentì sulla cifra al marito.

Quella notte Caterina giacque sveglia, osservando il marito dormire. Gli occhi chiusi, lespressione quasi dolce, la mascella rilassata. Le venne da pensare: Chi sei? Dovè finito chi mi aspettava con il caffè, chi mi regalava un cactus? Cè mai stato davvero?

E il mattino la travolse di nuovo: cera Bianca da nutrire, lavare, la casa da mandare avanti. I pensieri sarebbero venuti più tardi. Più tardi non arrivava mai.

Passò così un anno. Un anno di umiliazioni, di scontrini, di lacrime silenziose in bagno. Caterina ormai chiedeva solo lo stretto necessario. Il suo piccolo rifugio era Bianca, per lei poteva sopportare qualunque cosa. Spesso, quando Giulio usciva, si fermava alla finestra a osservare le altre mamme del cortile chiacchierare, il profumo del caffè della macchinetta, le risate leggere. Lei non si univa mai. Temeva che, parlando, si sarebbe visto subito quanto era stanca, triste, quanto i suoi jeans rattoppati e il suo sguardo spento la tradissero.

Sua mamma, la signora Lucia, la chiamava ogni settimana.

Tutto bene, mamma. Bianca cresce, dorme, mangia. Giulio lavora, è stanco, ma ce la facciamo.

Non raccontava dei soldi, né dello shampoo, né della tuta. Non voleva pietà. Non voleva sentirsi dire Te lavevo detto.

La svolta arrivò inaspettata, come tutte le cose vere. Quel martedì era come tutti gli altri.

Giulio rincasò nervoso, il capo lo aveva rimproverato, un cliente maleducato, niente bonus. Caterina gli prese la borsa allingresso per poggiarla, lui la scansò.

Che cè da mangiare?

Minestra, polpette. Ho cucinato oggi.

Ancora minestra?! Lo dico sempre, non voglio sempre la stessa roba! La moglie di Riccardo cucina ogni giorno qualcosa di diverso. Come mai io no?

Caterina non replicò. Prese il piatto, servì la minestra.

È salata, brontolò Giulio dopo il primo assaggio.

È normale, magari la senti così solo oggi.

Fammi il favore, Cate. Sono io che sbaglio o sei tu ad essere diventata insopportabile? Sprechi i miei soldi, cucini male, rispondi pure? Non capisci che mia madre aveva ragione?

Dalla stanza Bianca iniziò a piangere. Caterina corse verso la figlia.

Ferma, non ho finito di parlare!

Lei si bloccò. Bianca piangeva ogni volta di più. Caterina sentì le mani tremare, il respiro breve.

Tu, Giulio le si avvicinò, credi che non veda come mi guardi? Come se fossi niente. Aspetti solo che schiatti per tenerti la casa!

Giulio, ti prego sussurrò.

Pure Bianca, la tiri fuori sempre! Fai la madre e ti credi regina?

Bianca si disperava. Caterina corse e la strinse forte. Giulio lasciò perdere: si sentì il clangore delle stoviglie in cucina, unaltra sera, un altro litigio, la stessa vita.

Con la bambina in braccio, Caterina pensò al giorno in cui si erano messi insieme: il frigo vuoto, la ciotola col torrone sulla tavola, lo sguardo pulito di allora. Non ho niente, ma lavorerò per te. Cinque anni dopo, ecco cosa erano diventati.

La mattina dopo, svegliandosi prima degli altri, Caterina vide il cactus sul davanzale. Era secco, spinoso, lei non laveva mai gettato, anche se ormai morto. Lo fissò a lungo: Lo stesso anche noi. Secchi, ma non riesco a gettare via niente.

Quel giorno, appena Giulio uscì, Caterina chiamò la madre.

Mamma posso venire da te con Bianca?

Lucia restò in silenzio, poi chiese piano:

Ti picchia?

No. Non picchia. Ma

Vieni. Troverai la chiave sotto lo zerbino.

Caterina preparò due borse, riempiendole con poche cose: alcune magliette, un paio di jeans, documenti, il libro per le ninna nanne, i pochi pannolini rimasti. Ogni gesto la faceva sentire più leggera, come se si stesse liberando dopo un lungo inverno.

Lasciò un messaggio sul tavolo, sotto la tazza Non ce la faccio più. Ti chiamerò quando starò meglio.

Prese un taxi, la culla e le borse. Nel cortile, le madri chiacchieravano al sole. Una la salutò. Caterina esitò, ricambiò appena, e salì in auto.

I primi giorni Giulio non chiamò. Caterina non sapeva se gioire o temere. Dormiva nella stanza della sua infanzia, il battito dellorologio a cucù, Bianca nella culla vicino. Lucia non infilava domande, accarezzava dolcemente la nipotina come faceva con Caterina quando era piccola e malata.

Al quarto giorno Giulio si presentò. Lucia gli aprì e, senza sorriso, lo lasciò passare. Bianca dormiva, Caterina comparve in accappatoio, i capelli umidi.

Perché sei qui?

Voglio parlare, balbettò Giulio, quasi supplichevole. Cate, perché? Hai scritto quel biglietto e sei sparita. Sto impazzendo.

Non ti preoccupare, non impazzisci. Sono tre giorni che neppure telefoni.

Credevo che ti sarebbe passata, che saresti tornata tu Scusami, sono un cretino. Ho sbagliato, il lavoro mi sta distruggendo ma ti amo, davvero!

Amare è questo? rise Caterina amaramente. Amare è misurare il bagnoschiuma? Sminuire la persona che dici di amare?

Ho detto che ho sbagliato! Dammi una seconda possibilità. Te lo giuro, cambierò.

Si fece il segno della croce, Caterina osservava le mani larghe, la fede ormai consumata.

Sono stanca, Giulio. Così stanca che non sento più niente. Né rabbia, né dolore.

Non puoi non sentire niente! Abbiamo Bianca, una famiglia! Dimmi che non ti importa più!

Restarono in silenzio. Lui le prese i polsi e per un attimo le fece male, non per volontà, ma per abitudine. Poi la lasciò andare, si avvicinò alla finestra.

Senza di voi mi sento perso. Ho fatto la minestra, mangiato da solo, persino dimenticato il sale. Quanto sono stato stupido

Caterina non rispose.

Dammi un mese. Solo un mese. Ti dimostro che posso cambiare. Niente più scontrini, ti darò tutto lo stipendio, prometto.

Non è questione di soldi, rispose stanca, è che non vedi più una persona, solo qualcuno che spende quello che porti a casa.

Lho capito. Ti supplico, dammi unultima possibilità.

Bianca si mise a piangere. Giulio fu il primo a entrare, prese la figlia tra le braccia.

Eccomi qui, stellina. Papà è qui Non piangere, amore mio. Papà ti vuole bene, più di ogni cosa al mondo.

Le dita di Giulio tremavano. Caterina restò in piedi sulla soglia.

Un mese, sussurrò, contro ogni previsione. Solo uno.

Lui annuì, sollevato.

Se capita ancora, lo fissò negli occhi, vado via per davvero. E non torno più.

Lucia entrò con una tazza di camomilla, guardò la scena e tornò in cucina. Non disse nulla.

Quella sera Caterina e Bianca tornarono a casa.

Il primo mese fu irreale: spesa abbondante, niente domande, lasciava soldi sul comodino senza contare. Zuccherini, carne, perfino il miele per linfuso serale. Nessuno scontrino. Giulio portava Bianca al parco, giocava con lei. Caterina ricominciava lentamente a rilassarsi.

Comprò un nuovo shampoo, profumava di cocco. Giulio lo notò, ma non disse nulla.

Mese dopo mese, qualcosa ricominciò a scricchiolare. Giulio tornava più tardi, portava meno soldi. Lavoro, Cate, lavoro

Persino il telefono era tornato al centro, sempre girato sul tavolo, schermato alla vista.

Caterina affrontò la questione una volta sola:

Chi ti scrive?

Lavoro, Riccardo, che vuoi che sia?

Non chiese altro. Temeva tutto saltasse di nuovo.

Al quarto mese, ogni cosa aveva ripreso il sapore di sempre. Minestra, lesso, qualche euro che mancava. Mai una parola, mai unaccusa, tutto passava in silenzio. Ma era il silenzio che faceva più male.

Una sera Caterina riprese il taccuino e cominciò a segnare le spese anche senza obbligo, solo per sapere dove andavano i soldi. Giulio lo vide:

Ancora? Allora hai proprio bisogno che gestisca io, lo sapevo.

Caterina chiuse il quaderno. Ricordò le promesse, le speranze rinate, il coraggio che aveva creduto di trovare. Ma quella sera preferì tacere.

Tutto era tornato come prima, ma più in sordina. Si soffre meno? Forse. Si soffriva solo più piano.

Sotto la doccia, il profumo del cocco dello shampoo ormai agli sgoccioli. Guardò il flacone, lo rimise a posto. Quando finirà, userà quello di Giulio.

Rientrò in camera, la tv accesa, Giulio sul divano che zappingava tra i canali. Bianca già dormiva, abbandonata tra i cuscini.

Ci hai messo uneternità in bagno. Quanta acqua hai sprecato?

Lei non rispose. Si stese dall’altro lato del letto, voltata verso la parete. Lui finì la partita della sera, spense la luce e dormì.

Caterina restò sveglia nel buio, a guardare il soffitto. Le macchine fischiavano fuori, la gente gridava in strada, un cane abbaiava lontano. Bianca mugolava nel sonno.

Tutto come sempre. E niente sarebbe mai cambiato.

Domani farà la minestra più densa, le patate più grosse, la carne più tenera. Forse un giorno troverà la forza di fare la valigia e andarsene

ma non oggi, né domani. Nemmeno questanno.

Si accartocciò sul letto, rannicchiata, come Bianca nella sua culla. Nel buio tentò di vedere il viso di Giulio, quello di cinque anni prima, che lattendeva sulla soglia con un bicchierino di caffè e occhi gentili. Ma la mente le restituiva solo il viso in ombra, teso, indurito, luomo che dormiva lì, spalle a lei.

Forse quello di una volta non era mai esistito davvero.

Fuori cominciò ad albeggiare. Caterina, finalmente, trovò il sonno.

Al mattino doveva preparare Bianca, gettare le patate nellacqua, lavare, stirare, riordinare i giochi.

Minestra più densa, carne più tenera. Giulio mangiò, non disse nulla, solo annuì e tornò al suo telefono.

Caterina lavava i piatti, lacqua troppo calda sulle mani. Il bruciore aiutava a spegnere quello interno.

E imparò a vivere così. Fu lunica cosa che imparò in cinque anni.

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Me lo diceva sempre la mamma: “Non sposarla, non è quella giusta per te!”
Svelata la astuta nuora!