È arrivato con dieci anni di ritardo

Era in ritardo di dieci anni

Aveva fatto tutto nel modo giusto. O almeno così gli sembrava, mentre saliva piano dopo piano nella vecchia palazzina di via dei Tigli, risalendo al terzo piano coi gradini rovinati e il profumo stantio di minestrone e lettiera di gatto nellaria. Nel taschino interno del cappotto, una scatolina di velluto blu del gioielliere Rubino, e Giovanni non smetteva di sfiorarla con la mano, quasi temesse che potesse sparire, svanire come una promessa. Lanello era costato caro, ci aveva messo quasi unora a sceglierlo, la commessa aveva sfoggiato almeno una decina di vassoi, ma lui continuava a fissarli, a immaginare Maria quanto sarebbe stata felice, perché doveva esserlo, dopo dieci anni non si scherza.

Sul pianerottolo il profumo di brodo e di animali si mischiava con quello dellumidità delle scale. Giovanni fece una smorfia, suonò il campanello. Era novembre cattivo, uno di quelli che sputa pioggia e vento sotto forma di neve bagnata, e le mani gli rimanevano sempre fredde. Si spostava di peso da un piede allaltro, accarezzando ancora la scatolina accarezzandola come un rito.

Dalla porta arrivò il rumore di posate, passi, pesanti, sicuramente maschili. Giovanni si irrigidì di colpo, annotando la cosa senza subito capirne il motivo.

La porta si aprì.

Davanti a lui stava un uomo che non aveva mai visto. Non più giovane, capelli brizzolati, pettoruto e basso, in un camicia di flanella e pantaloni scuri. Guardava Giovanni senza curiosità, con lespressione di chi apre perché aspetta il postino o un vicino, quasi indifferente.

Cercava qualcuno? disse con voce bassa.

Giovanni impallidì appena.

Maria. Vorrei parlare con Maria. È in casa?

Luomo annuì senza muoversi e guardando dietro sé verso la cucina, chiamò, pacato:

Maria, cè qualcuno per te.

Quei pochi secondi a Giovanni parvero eterni. Poi comparve Maria. Un morbido maglione panna, capelli raccolti, volto senza trucco e radiosa di una luce che veniva da dentro e non aveva mai notato così prima. Come se la serenità avesse trovato casa nei suoi gesti.

Vide Giovanni e si fermò giusto un istante. Non lesse gioia, né rabbia, né sorpresa. Solo silenzio e distanza.

Giovanni… Non dovevi venire.

Lui aprì la bocca, la richiuse. Guardò luomo, poi di nuovo Maria.

Chi è lui? domandò, eppure già il cuore conosceva la risposta.

È Luca, spiegò Maria tranquilla. Abita qui.

Ecco la verità, limpida come una sentenza. Non servivano spiegazioni, bastavano quelle parole: Abita qui. Bastava ascoltarle e sentire la punta gelida lungo la schiena, mentre dalla porta filtrava lodore del minestrone e il calore che dentro invece non sentiva.

Era minestrone, quello che sentiva. Quello con il basilico e il sedano, proprio come quello che lei preparava alle loro ricorrenze. Quelle sere in cui veniva con una bottiglia di vino, si sedeva a guardarla trafficare ai fornelli e pensava solo: Eccola, la persona giusta. Quella che ti aspetta, che non va via.

E invece si era sbagliato.

Nessuno va via, si era ripetuto per anni. Dove volete che vada, ha quasi quarantanni, chi altro la vorrebbe? Era convinto, come sanno esserlo quelli che la vita non li ha mai davvero messi alla prova.

Maria, ti prego, balbettò. Devo parlarti. È importante.

Ti ascolto. Parla.

Non qui, gli occhi rivolti a Luca.

Luca rimase dovera, impassibile ma presente. Giovanni lo sentì come una presenza, né minacciosa né amichevole, solo ferma, e lo irritava e spaventava insieme.

Luca sa chi sei, disse Maria. Parla pure.

Giovanni rimase in silenzio, poi estrasse la scatolina di velluto. Blu, con la scritta dorata Rubino sul coperchio. La porse a Maria.

Sono venuto a chiederti di sposarmi. Avremmo dovuto farlo da tempo. Lo so che ho aspettato troppo. Ma ora lo voglio: sposiamoci.

Maria fissò la scatola, poi lui. Nei suoi occhi non trovò amarezza, né trionfo, né offesa. Solo una stanca compassione.

Mettila via, Giovanni, disse piano.

Maria

Ti prego. Mettila via.

Rimise la scatolina in tasca. La mano tremava appena, lo notò solo dopo.

Tutto qui? chiese duro, come chi non sa più come nascondersi.

Tutto qui, disse Maria. Mi dispiace sia andata così. Ma dovevi aspettartelo, prima o poi le cose cambiano.

Potevi anche dirmelo.

Te lho detto molte volte. Non con queste parole, ma te lho detto. Non volevi ascoltare.

Ancora un secondo, poi un cenno della testa, e la sentenza:

Addio, Giovanni.

La porta si richiuse. Non sbatté, non fece rumore, solo un click del chiavistello. Dallinterno venne il tintinnio di piatti, poi ancora il profumo di minestrone, poi più nulla.

Rimase sul pianerottolo altri tre minuti buoni. Poi scese, uscì, si sedette nella sua Fiat Grigia quasi nuova di zecca, un modello di cui andava fiero, e rimase lì a fissare i fiocchi di neve bagnata sul parabrezza.

Lanello in tasca gli bruciava attraverso il tessuto.

Nei primi giorni dopo, Giovanni si convinse che tutto potesse essere corretto. Era sempre stato uno che risolveva problemi. Lavorava per una grande impresa edile, Granito, era abile nelle trattative, nel convincere, nel trovare la soluzione giusta. La vita gli aveva insegnato che tutto trova la sua chiave.

Bastava trovare la chiave giusta.

Le telefonò il giorno dopo. Lei rispose subito, e già quello lo colpì.

Dobbiamo parlarci.

Labbiamo fatto ieri.

Davvero parlarci. Vederci, sederci a un tavolino.

Perché Giovanni?

Non puoi cancellare dieci anni così. Abbiamo condiviso tutto, tu e io.

Silenzio. Poi lei:

Io non cancello niente. È stato. Ma ora io vivo qui, ora.

Con lui?

Sì.

Lo conosci da sei mesi, sei mesi soltanto, Maria!

Te ti conosco da dieci anni. E allora?

Non seppe cosa rispondere. Lei salutò e chiuse la chiamata. Giovanni rimase con il cellulare in mano a chiedersi dove avesse sbagliato.

Tre giorni dopo ordinò un mazzo di rose bianche e lisianthus dal fioraio Narciso, su Corso Garibaldi. Un mazzo enorme, cento e una rosa. Aveva letto che i numeri dispari portano fortunamagari. Fece recapitare il mazzo in biblioteca, dove Maria lavorava come responsabile di reparto, pensando: davanti agli altri si commuoverà, qualcosa si smuoverà.

Al mazzo allegò un biglietto: Perdonami. Sono stato stupido. Concedimi una possibilità.

La sera stessa lei gli scrisse: Non portarmi più fiori al lavoro. È imbarazzante.

Lesse tre volte. Imbarazzante. Non grazie, non ci penso. Solo imbarazzante.

Misurò il vuoto che gli si era aperto.

Si mise a ricordare, senza sconto. Si erano conosciuti che lui aveva trentanni e lei ventotto: amici in comune, una festa di compleanno. Lui era agli inizi alla Granito, pieno di ambizione, più attento a lavoro e soldi che a qualunque altra cosa. Maria gli era piaciuta, non fu subito innamoramento, solo… piacevole compagnia. Intelligente, silenziosa, presente senza invadere.

Uscivano insieme, niente discorsi impegnativi, niente pressioni. Credeva che anche lei stesse bene così. Forse non aveva mai davvero chiesto.

A volte lei accennava, con voce bassa: Giovanni, tu come ci vedi tra un anno, tra cinque? E lui: Tutto bene, viviamo, perché forzare? Lei taceva e lui pensava che fosse daccordo.

Venivano i Capodanni, a volte festeggiati insieme, a volte lui preferiva gli amici. I suoi compleanni a febbraio li ricordava sempre, ma non sempre si presentava; la chiamava, diceva sono incasinato. Lei diceva va bene, e lui: ecco, una donna comprensiva.

Adesso, affacciato alla finestra con un tè tiepido tra le mani, pensava diversamente.

Lei aveva aspettato. Anni interi, sempre ad aspettare che lui facesse la famosa scelta. Ma lui anche ammettendolo solo ora lasciava sempre la porta socchiusa, per sicurezza, nel caso un giorno passasse qualcuno di migliore, di più brillante. Non che Maria fosse mai stata una seconda scelta, semplicemente lui non aveva mai davvero scelto. E intanto lei aspettava.

Nel frattempo era cambiata.

Non lo comprese subito. Ci volle tempo e distanza, settimane passate a osservarla da lontano. La Maria di una volta era più tenera, più ansiosa, chiedeva sempre qualcosa con lo sguardo. Ora guardava dritto, parlava poco, non dava spiegazioni. Qualcosa in lei si era raddrizzato.

Chiamò il suo vecchio amico Lorenzo:

Sai, vive con uno, già da sei mesi.

Solo ora lo scopri? Lorenzo sembrava più stupito che altro.

Tu lo sapevi?

Ne avevo sentito parlare di sfuggita; pensavo lo sapessi già.

E invece…

Beh, Giovanni, diciamocelo, non sei mai stato molto presente. Forse è normale così.

Non proseguì la conversazione. Chiuse la chiamata.

Normale. Lorenzo voleva solo consolare, ma Giovanni non voleva sapere della logica. Voleva capire come tornare indietro.

Il prossimo gesto fu forse il più ridicolo: le scrisse un messaggio e le disse che era sotto casa.

Dopo una lunga esitazione, lei rispose:

Perché?

Solo qualche minuto.

Comparve in giacca e berretto, mani nelle tasche. Giovanni si inginocchiò sul marciapiede bagnato, come aveva deciso di fare, aprì la scatolina di Rubino e gliela protese.

Faceva già quasi meno otto quella sera. Una signora con un cane si fermò a guardarli, colpita, la mano sul petto. Giovanni sperava che Maria si sarebbe lasciata toccare.

Lei lo guardò qualche secondo, poi disse:

Alzati, ti prego.

Maria

Alzati, prenderai freddo.

Si alzò. Il ginocchio bagnato, la scatolina subito rimessa via.

Non capisci, gli sfuggì. Facciamo sul serio, questa volta. Una famiglia, io e te.

Lo volevi anche dieci anni fa? chiese lei, e non era un rimprovero, solo una constatazione.

Non ci pensavo allora come oggi.

Lo so, rispose piano, senza rabbia, solo stanca. Non sono arrabbiata con te, davvero. È solo che è finita, non cè più quello che cera prima. Io ora vivo una vita diversa.

E se ti dicessi che ti amo?

Lei lo guardò, poi distolse piano lo sguardo.

Non serve. Perché le parole non pesano nulla, se dietro non cè niente. Adesso ami perché hai perso. È diverso dallamare quando potresti scegliere, ma non lo fai.

La signora col cane era già lontana. Il lampione sopra il portone tremolava. Maria stava davanti a lui nella sua giacca scura, e Giovanni capì in quellattimo che non sapeva nulla delle sue abitudini, delle cose che le piacevano. Dieci anni, e certe cose non le aveva mai sapute.

Va a casa, disse lei piano. Fa freddo e si è fatto tardi.

Entrò, chiudendo la porta con un colpo secco.

Restò ancora qualche istante. Poi tornò in auto.

A dicembre la chiamò ancora, più volte. Lei rispondeva serena, gentile, ma senza concedere appigli. Un giorno tentò strade diverse: parlò del passato, delle esperienze comuni, dei ricordi condivisi, che non si potranno mai buttare via. Lei confermò: non si buttano i ricordi, ma non si può viverci dentro. Unaltra volta provò a far leva sulla compassione: Non dormo, al lavoro faccio disastri, non so che fare.

Maria ascoltò e poi disse:

Passerà. Lo dice il tempo. Ce la farai, Giovanni.

Non mi aiuta.

Lo so. Ma ciò che chiedi non posso dartelo io.

Sentendo la rabbia montare, chiese:

E questo tuo Luca, tu lo conosci davvero? Cosa fa, chi è?

Lo so, rispose tranquilla.

Sei mesi soltanto…

Giovanni, vuoi dire che in sei mesi non si può conoscere una persona?

Tacque.

O vuoi dire che in dieci anni si capisce certo? aggiunse, serena.

Ancora una volta, parole che non trovavano risposta. Salutò, chiuse.

Fu allora che Giovanni pensò allagenzia investigativa Scudo. Si convinse che aveva il diritto di sapere con chi vivesse Maria, che era interesse suo, una forma di cura. Ci mise giorni prima di decidere.

Andò allagenzia, in una viuzza del centro. Lo ricevette il signor Sergio, uomo calvo dallaria da ragioniere in pensione.

La richiesta è chiara, disse Sergio ascoltando. Un controllo classico: lavoro, finanze, amicizie, precedenti. Se vuole, osserviamo anche la convivenza per una settimana.

Osservate, rispose Giovanni.

Vuole scoprire qualcosa di specifico?

Voglio solo sapere chi è.

Sergio abbozzò un sorriso stanco, prese lacconto, raccolse tutti i dati noti: nome, età, indirizzo. Giovanni dette tutto ciò che poteva.

Dopo dieci giorni arrivò la risposta. Sergio fu conciso.

Luca De Santis, quarantasei anni. Capotecnico alla Ferramenta Italia, ventanni di servizio. Divorziato, una figlia adulta con cui è in ottimi rapporti. Proprietario di un appartamento in zona nord, ma ora vive da Maria. Nessun precedente, nessun debito importante. Vita tranquilla, lavora regolarmente, passa i weekend con la figlia e spesso anche con la sua compagna. Niente che desti preoccupazione.

Giovanni rimase in silenzio.

Davvero niente?

Davvero. Una persona comune.

Ringraziò, saldò il conto, tornò in ufficio macinando in testa: una persona qualunque. Un capotecnico, non ricco, non brillante. Eppure Maria stava con lui, preparava minestrone, progettava il futuro.

Non riusciva a capirne il senso.

La settimana dopo ritentò: telefonò ancora a Maria, ormai mosso solo dal bisogno bruciante di sentire la sua voce.

Fa il capotecnico, disse.

Silenzio.

Come lo sai? nel tono, finalmente, una punta di rabbia vera.

Ho fatto indagini.

Il silenzio fu ancora più lungo. Poi lei disse, ferma e legnosa come una vecchia quercia:

Giovanni, stavolta hai passato il limite. Lo hai fatto seguire?

Volevo solo sapere.

Non si capisce così chi è una persona.

Maria

Non chiamarmi più. Per favore. È la mia richiesta.

Parli sul serio?

Sì. Non risponderò più, se continui.

E chiuse.

Seduto in macchina, Giovanni sentì una nuova sensazione, qualcosa di gelido, di definitivo. Come se la terra si facesse improvvisamente instabile sotto i piedi.

Ciononostante, provò ancora. Cinque giorni dopo, a ridosso di Capodanno, con la città già piena di luci e gente agitata nei supermercati, presero il sopravvento i vecchi riflessi. Chiamò.

Lei non rispose.

Mandò un messaggio: Buon anno, perdonami.

La risposta arrivò dopo unora: Anche a te.

Non seppe leggerci dentro: era perdono, era cortesia, era solo gentilezza? Lo conservò, rileggeva spesso.

Passò la notte di Capodanno da Lorenzo e sua moglie Giovanna, con qualche vecchio amico. Beveva poco, rideva quando serviva. Giovanna lo fissava con la delicatezza di chi sa che hai qualcosa di fragile addosso.

A luna si affacciò al balcone. Faceva freddo, cielo nitido, petardi in lontananza. Giovanni pensava a Maria: in quel momento, forse, era con Luca, forse anche loro brindavano, magari avevano preparato minestrone, come nei giorni di festa.

Pensò a dove era stato lanno prima: in Trentino con amici, e solo il primo dellanno aveva chiamato Maria. Una chiamata breve, Grazie, anche a te, tutto lì. Non aveva capito allora quanto il suo silenzio fosse pieno di addii.

Lorenzo uscì anche lui.

Tutto a posto?

Sì.

Non sembra.

Sto pensando.

A lei?

Al perché sia andata così.

Lorenzo tacque, poi con cautela:

Mai pensato al fatto che anche lei, in tutti questi anni, aspettava qualcosa da te?

Adesso lo so.

E che non le è stato facile.

Sì.

Era una brava donna.

Lo so.

Restarono ancora un po sul balcone.

A gennaio Giovanni chiamò ancora. Lei rispose.

Dicevi sempre che volevi una famiglia, volevi certezze. Io facevo finta di non sentire.

Sì.

Perché hai aspettato così tanto a lasciarmi?

Una pausa lunga. Poi lei, sommessa:

Perché ti amavo. Perché speravo cambiassi. Perché buttare via quello che avevamo mi sembrava uno spreco, anche se sentivo che non bastava. La gente aspetta sempre troppo prima di capire che non cè più nulla da aspettare.

E poi?

Poi ho capito che non aspettavo più te, ma un uomo che non esisteva, che avresti dovuto diventare. Invece ceri solo tu, così come sei.

E hai scelto.

Sì. Non subito né facilmente, ma sì.

Giovanni chiese ancora:

È un uomo giusto, il tuo Luca?

Rispose senza esitazione:

Sì. Molto.

Sei felice?

Altra pausa, meno breve.

Sono serena. Ed è questa la felicità. Non aspettare catastrofi, sapere che chi hai accanto non andrà via. Poter vivere senza pensare di essere un peso, o di chiedere troppo.

Quelle parole lo toccarono.

Hai mai pensato di darmi fastidio?

Lho sentito spesso. Quando rinunciavi ai nostri progetti allultimo minuto. Quando preferivi passare le feste con chiunque tranne che con me. Quando ti chiedevo del futuro e tu cambiavi argomento. Piccole cose, ma tante. E pesano.

Ascoltò in silenzio.

Non ti dico questo per farti soffrire, aggiunse Maria. Lo dico perché me lhai chiesto. Sei stato un bravuomo, Giovanni. Solo non quello giusto per me.

Non quello giusto. Tre parole, definitive.

Va bene. Scusa se ti ho disturbata.

Non mi disturbi, disse lei più dolcemente. Stai solo cercando di capire te stesso. È umano.

Si salutarono. Questa volta, nella voce di Maria, sentì qualcosa di più tiepido, rispetto forse.

Dopo quel giorno, Giovanni smise di chiamare. Non perché facesse meno male. Ma ora tutto aveva una linea più chiara. Non che tutto fosse perfetto, solo ora vedeva i contorni dellaccaduto.

Cominciò a pensare al tempo in modo diverso. Prima era come un conto in banca: Ho tempo, ci penserò, ci sarà unaltra occasione. Così pensava anche dei sentimenti. Mentre qualcuno come Luca semplicemente si presentava, diceva cosa voleva, non aspettava.

Un giorno di febbraio, passando per via dei Tigli, rallentò davanti a casa di Maria. Ordinaria palazzina danni 60: facciata rovinata, spiazzo coi giochi sul lato. Al terzo piano una luce accesa, una sagoma che si muoveva dietro i vetri. Non capì chi fosse, ripartì.

A marzo, al lavoro, un collega di nome Stefano raccontava a tutti la sua proposta di matrimonio: lanello, il ristorante, il sì. Giovanni ascoltava, sorrideva, augurava ogni bene.

Hai unaria strana, Giovanni.

In che senso?

Sembri assorto.

Sto pensando che bisogna farle queste cose al momento giusto, disse.

Stefano rise credendo fosse un complimento e corse a raccontare ad altri.

Quella primavera arrivò precoce marzo era già tiepido, e la città si accendeva di riflessi. Giovanni, una sera, seduto in cucina, osservava lerba nuova fuori dalla finestra.

Pensava alle chiavi.

Strana associazione: Maria aveva avuto la copia delle sue chiavi per anni. Mai usata senza avviso, mai abusato. Lui non aveva mai chiesto le chiavi di lei. Non perché non volesse, ma perché, a conti fatti, non aveva mai pensato davvero che gliene servissero. E ora, quella porta era chiusa. Non con le chiavi, ma con altro. E forse era stato proprio lui a costruire quella distanza.

Un giorno di aprile, la incontrò per caso in libreria, alla Pagina di via Verdi. Maria, con un trench chiaro, sfogliava un romanzo. Sembrava stare bene. Davvero bene.

Si videro, si salutarono. Lui la raggiunse, trattenendo il respiro.

Ciao.

Ciao.

Una pausa, non scomoda, solo neutra.

Come stai?

Bene. Tu?

Sempre al lavoro.

Capisco.

Poi, quasi spontaneamente:

Questo luglio andiamo sul mare, con Luca. Non sono mai stata in Calabria, vogliamo vedere.

Bello, disse Giovanni, senza sapere cosaltro.

Lei sorrise e strinse il libro sotto il braccio.

Bene, Giovanni. In bocca al lupo per tutto.

Anche a te.

Si allontanò verso la cassa. Giovanni restò a guardarla un istante, poi cercò il suo manuale di economia. Uscì.

Aprile era luminoso, le foglie appena sbocciate. Giovanni rimase davanti alla libreria, osservando la gente. Maria passò accanto a lui, lo salutò ancora una volta e si allontanò con passo leggero, mentre al telefono sorrideva di qualcosa.

Riaprì la scatolina di velluto che portava ancora nel taschino. Lanello brillava sotto il sole. Bello, classico, quello che avrebbe scelto per lei.

La richiuse e la rimise via.

Quella sera, tornò in casa, la sua bella casa nuova di centralissima via Dante, di cui era così fiero. Grande, ordinata, col parquet splendente. Eppure ora il silenzio era denso come mai.

Pensava a cosa volesse dire perdere il tempo. Non astrattamente proprio nel senso di lasciare scorrere via una cosa viva, tenera, solo perché ti convincevi che non sarebbe mai andata via. Ma poi se ne va. Non per rabbiasemplicemente perché le cose vive crescono, oppure appassiscono. Maria aveva scelto di crescere.

E lui? Lui aveva scelto la comodità. Avere qualcuno senza impegnarsi, non rischiare dichiarazioni precise, non prendere impegni. Gli sembrava furbizia. Ora sapeva che era paura. Non cattiva, solo paura travestita da razionalità.

Lanello sul tavolo lo fissava. Giovanni lo prese, lo chiuse in un cassetto.

Bevve un bicchiere dacqua.

Fuori, aprile urlava la sua allegria: bambini che giocavano, la radio di un vicino, lodore di terra umida. Tutto lì, eppure distante, irraggiungibile.

Si appoggiò col viso al vetro freddo.

Ecco tutto, pensò. Dieci anni, e non era lei la riserva: era lui ad aver messo se stesso in un angolo, credendo di essere libero. Mentre Maria aveva scelto la propria libertà quella reale, quella che si conquista.

Ricordò le sue parole quella sera fuori dal portone: Ora ami perché hai perso. Non è come scegliere di amare quando tutto va bene.

Aveva ragione, come al solito.

In quella casa perfetta, Giovanni pensò: avrei potuto scegliere prima. Mille volte. Dopo tre, cinque o sette anni. La sera del suo compleanno, a ogni capodanno, ogni volta che lei chiedeva del futuro e lui cambiava discorso.

Avrebbe potuto, certo. Ma la consapevolezza è sempre in ritardo, quando ormai non cè più nulla da scegliere.

Ecco il rimorso che arriva dopo: non fa rumore. È come una mano gentile che ti avverte solo che hai lasciato andare il tempo e che non torna più.

Si alzò, mise a bollire lacqua. Pensò: dovrei imparare a fare il minestrone. Un pensiero sciocco, forse, ma sentì nascere un sorriso amaro.

Il bollitore fischiò.

Prese una tazza, aggiunse un cucchiaino di miele, convinto che aiuti. Sedette al tavolo. Dalla finestra, vedeva altre luci, altre vite.

Pensò di nuovo alle chiavi. Non aveva mai chiesto le sue. Non era per sfiducia. Forse solo perché, dentro, non si era mai sentito ospite vero dentro quella casa e quella storia.

La tazza gli scaldava le mani. Rimise tutto a posto, lavò la tazza.

Silenzio. Aprile, gentile, senza gelate, solo tepore.

Bisogna andare avanti, pensò. Non perché sia facile, non perché tutto sia chiaro e risolto, ma solo perché la vita lo pretende.

Una cosa almeno la sapeva: se un giorno ci sarà unaltra persona nella sua vita, non aspetterà. Non perché ora sia saggio, ma solo perché ora conosce il rumore di una porta che si chiude troppo tardi.

Si alzò, lavò la tazza e la mise a sgocciolare.

Ecco qui, pensò Giovanni. Nessun rancore verso Maria, verso Luca, né verso la sorte. Solo una chiarezza fredda: così doveva andare, così è stato.

Spense la luce e raggiunse la camera.

Da qualche parte, in fondo a un cassetto, la scatolina di velluto aspettava ancora. Domani lavrebbe riportata da Rubino. O forse no. Forse quando sarebbe stato davvero pronto.

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