Ti scriverò una lettera

Ti scriverò una lettera

Ma Claudia, che hai? Stai aspettando qualcuno? Domitilla pizzicò distrattamente la manica dellamica.

Claudia era seduta, volta a metà verso la porta dellaula universitaria, completamente ignara delle chiacchiere di Domitilla, che ormai da mezzora tentava invano di raccontarle del suo assurdo nuovo corteggiatore. Domitilla fece per incupirsi, ma poi lasciò perdere. Gli amici sono amici, pensò, soprattutto se si tratta della prima amicizia vera. Fino ad allora, Domitilla di amiche non ne aveva mai avute: il suo unico sostegno era sempre stato Federico, cugino di qualche grado così remoto da perdere significato nei racconti di famiglia. Ma il destino li aveva fatti abitare luno di fronte allaltra, e i loro genitori, amici per la pelle, avevano contribuito a cementare quel legame: una culla di sabbia, infanzia condivisa, e poi la stessa scuola, la stessa metà del banco. Il gracile Federico divenne scudiero di Domitilla, portandole lo zaino di marca offertole da mamma Assunta, come fosse un oracolo sacro, mentre Domitilla alta, robusta, in contrasto col pallore e le ossa sporgenti di Federico procedeva davanti a tutti verso una fantomatica lezione dinglese. Solo la voce di Assunta, che scuoteva il capo di fronte allesile figura del ragazzo, interrompeva quelle marce:

Ma ti danno da mangiare, Federico? Ti alzerà il vento, prima o poi!

Buon per lui che la nonna lo nutriva con ricche porzioni di pasta al forno e delle montagne di supplì, ma il destino di Federico era di restare sempre sottile, anche davanti alla forza damore e di tagliatelle della nonna, per la disperazione della famiglia.

Federico, dicevamo, aveva un fisico tutto suo, e anche un metabolismo impressionante, concetti che aveva imparato a memoria prima ancora di distinguere una A da una B, il che gli valse il titolo di piccolo genio fra i suoi; solo Domitilla lo trattava, come si deve, da comune ragazzino pieno di sogni e niente di più: allergica alle manie di grandezza, lo stendeva con una carezza sulla testa per riportarlo sulla terra.

Quellequilibrio, in fondo, fu la sua salvezza. Sebbene spesso Federico facesse cose inspiegabili per i coetanei, fu proprio la protezione di Domitilla a garantirgli una vita scolastica serena. Leader non dichiarata, la ragazza distribuiva la sua autorevolezza come una benedizione, rendendo a Federico la totale immunità, e lui la stimava, rispettava e soprattutto amava, perché nessun altro al mondo gli era vicino davvero. I genitori non contavano: le confidenze delicate non erano roba da madri apprensive come Ornella, la cui sola domanda su baci e primi appuntamenti avrebbe scatenato una crisi tragica di svenimenti e isterismi.

Nel regno di Ornella, un figlio genio doveva ignorare le minuzie terrene come i primi palpiti e riservare la propria esistenza solo alla ricerca; una moglie, secondo Ornella, avrebbe dovuto essere brillante solo negli eventi mondani, mai allombra dei riflettori familiari, e per il resto, una graziosa sciocca pronta a chiedere il parere della suocera in ogni cosa. Federico, prese atto che il suo destino oscillava fra il celibato e la fuga sullEtna, ma sapeva che mamma lo avrebbe rintracciato ovunque, anche su Marte. Restava una sola opzione: ignorare i tentativi materni e attendere. Attendere cosa? Non lo sapeva, ma lattesa pareva custodire una luce speciale, una promessa di vera vita oltre lorizzonte.

Intanto laula si riempiva di sagome, e Claudia fissava la porta senza mai distogliere lo sguardo. Domitilla si sistemò meglio sulla sedia, interrogandosi su chi fosse loggetto di tanta attesa. Per quanto sapesse, Claudia non aveva né un fidanzato né un minimo pretendente. Una ragazza gradevole, certo, ma per palati sopraffini.

La natura, forgiando Claudia Lombardi, aveva deciso di scherzare coi geni, e questa leggerezza divenne una croce. La madre di Claudia era donna magnifica, famosa per gambe lunghe da romanzo e piedi minuscoli; come disse il padre il giorno del parto:

Ma guarda che gambe! Tutta sua madre!

Ma Claudia non ereditò leleganza. Solo la lunghezza, senza grazia; tanto che i genitori la chiamavano affettuosamente il nostro elefantino. Scalzava scarpe di misura esagerata, il quarantadue e mezzo, e ormai pescava scarpe nella sezione maschile dei negozi sportivi: le due paia di décolleté che custodiva come reliquie non potevano reggere il confronto con le amate sneakers, che portava ovunque, persino in tribunale, dove lavorava. Allinizio la guardavano male, ma quando il giudice più severo sfoggiò le stesse scarpe blu di Claudia, molti si piegarono allevidenza del comfort.

Un altro collega, costretto dal diabete a portare scarpe larghe, accolse addirittura le sue come un dono: Claudia gliele cedette senza pensarci. In fondo, la simpatia degli altri per Claudia era dovuta anche al wrestling: il padre, vedendo la figlia giganteggiare fra i compagni delle elementari, la iscrisse a lotta libera, regalando così alla figlia un curriculum muscolare e nessuna derisione.

La nostra Claudia è una ragazza grande! Grande di cuore, grande danima!

Mamma sosteneva la figlia così, papà annuiva, e la giovane trovava consolazione nelle parole dei suoi cari. Che importava la larghezza del naso o la misura della vita, se almeno chi ti conosce dice che hai unanima?

Con Domitilla si conobbero in università. La bionda, vestita di rosso fuoco, si gettò in panchina al suo fianco, sistemò una ciocca con cura e annunciò:

Domitilla! Piacere, eh!

Claudia strinse le dita sottili dellamica, spaesata davanti a quel turbine di energia.

Claudia.

Claudina! Così è più chic! E Domitilla, armata di trousse, mascaras e rossetti, la truccò da cima a fondo.

Perché Claudia si lasciò convincere non lo saprà mai. Forse la mancanza di altre amiche. I suoi erano tutto. Ma dove la mamma la incitava timidamente a truccarsi, Domitilla agiva. Larmadio della ragazza fu biasimato da Domitilla senza pietà, e quella sera stessa Claudia fu portata nel negozio della madre dellamica, Silvana, ex casalinga convertita al business della moda per non impazzire dozio.

Silvana squadrò Claudia e, dopo un espresso in tazzina microscopica, dichiarò:

Che tipo interessante! Più stimolante la sfida!

Claudia uscì stravolta e quasi innamorata della madre di Domitilla, carica di sacchetti nuovi.

Domani, presentati decentemente! La comandò Domitilla. Ti porto a ballare!

Quando Claudia fece per avvicinarsi al taxi, protestò:

Domitilla, ma i soldi?

Ma che soldi? Non ti preoccupare!

No, non mi va!

Domitilla con un gesto le restituì i sacchetti e sorrise:

Li restituisci quando puoi. Va bene così.

Lindomani, Claudia saltò due lezioni e si presentò al negozio per saldare.

Mi piacerebbe pagare per i vestiti di ieri. Sono stupendi e vi ringrazio!

Silvana le fece un sorriso enigmatico e dopo averle suggerito il gloss, scrisse un numero su un foglietto.

Vai in cassa.

Dopo che la ragazza se ne andò, le commesse domandarono:

Silvana, come registriamo questa vendita? Ma il prezzo non torna!

Come regalo personale di una fata madrina! Domande inutili stancano solo me, giovani. Fatemi un caffè, piuttosto!

E riflessiva, seduta in poltrona:

Questa ragazza ha stoffa. Domitilla, tienitela stretta, queste sono rare! Avevo ragione, un buon blazer fa miracoli!

Ed era vero, Domitilla non intendeva lasciar scappare Claudia. Senza transito, senza domande, furono subito amiche vere, da non separare più. Dopo poco nessuno dei loro amici riusciva a immaginare una delle due senza laltra, nemmeno in vacanza o durante le ferie. Mentre Domitilla annotava i requisiti minimi per un marito ideale su intere risme di carta, Claudia sapeva già daver trovato quel che cercava ma non osava confessare che loggetto dei suoi sogni fosse proprio Federico.

Federico, nel frattempo, aveva terminato il liceo da privatista, mutando da magro brufoloso in ragazzo quasi attraente, coprendo ancora malapena il metro e settanta. Ma Domitilla, imponendogli di unirsi a loro in discoteca, fece sì che incontrasse Claudia. E Federico fu preso allistante, senza preavviso. Il giorno prima scherzava con Domitilla sullassurdità dellamore a prima vista, il giorno dopo non respirava a fissare Claudia, altissima e goffa, pronta a sfuggire al suo sguardo.

I due si comportarono talmente male che Domitilla capì tutto subito:

Federico, non sarai mica innamorato?!

Il lampo negli occhi di lui la zittì.

Ok, ok! Non te la prendere! Ma Claudia, è fortissima, vero?

Federico avrebbe voluto schioccare mille sì, eppure non poteva neppure annuire. Sapeva che Claudia mai avrebbe scelto uno come lui. Dwarf e principessa, che accoppiata! Soprattutto, pensava con terrore, la mamma

Dopo quellinfelice pensiero, il morale di Federico scivolò nel pozzo. Claudia non reggeva i parametri imposti da Ornella; sarebbe stato un disastro, e la responsabile del disastro sarebbe stata Claudia, per colpa sua.

Così si allontanarono quella sera, senza guardarsi. Claudia pianse mezza notte, maledicendo statura e timidezza, ma decise che, se Federico non aveva avuto neppure la pazienza di salutarla bene, di certo non provava niente. E allora basta piangere.

Ma vivere, senza di lui, fu impossibile. Claudia pensava a quella sera e temeva di incontrarlo ancora, sapendo bene quanto Domitilla pretendesse la presenza di entrambe ad ogni cerimonia familiare. Ma stranamente, Federico non si vedeva più; rifiutava sempre di presentarsi ovunque Claudia si trovasse. Solo Domitilla sapeva la verità, e rafforzata dalla sua fantasia, trovò la soluzione: una piccola messinscena dal titolo Federico, si è rotto il mio computer e non trovo le mail importanti”. Lindirizzo di Claudia fu lasciato bene in vista sotto la tastiera.

Fu così che iniziò la loro corrispondenza. Claudia ricevette la prima lettera con il cuore che scoppiava e Domitilla, trattenendo il sorriso, finse di non vedere la guancia arrossata dellamica quando arrivò la stampa della mail.

Gli scambi durarono anni. Nonostante le maledizioni di Domitilla ai due ingenui, Claudia non volle mai sapere chi si celasse dietro il nickname misterioso, sebbene frequentasse discoteche e feste accanto a Domitilla.

Eppure, lei scappava presto a casa, per attendere, come una fame, la notifica della posta. Una mail al giorno, poi sempre di più. Non usavano chat, solo lettere: quel linguaggio faceva sentire Claudia più libera, più sicura.

Parlavano di tutto, senza tabù. Federico sapeva di scrivere proprio a lei, ma Claudia rimaneva alloscuro. Domitilla attese a lungo che venisse fuori il segreto, ma senza esito.

Alcune anime impiegano un attimo a capirsi, altre anni interi

Claudia si laureò, trovò lavoro, ma cento volte al giorno controllava la posta. Anche Federico, nonostante Ornella lo assillasse con discorsi matrimoniali per salvare la reputazione da scienziato, aveva occhi e pensieri solo per Claudia. Ormai era cresciuto, sapeva tener testa alla madre, che, domata sebbene mai vinta, calmierava i suoi giudizi, attendendo che lui dichiarasse le sue scelte.

Domitilla, nel frattempo, si sposò e divorziò con inconsueta nonchalance, tanto che nessuno capì perché si fosse mai invischiata nellavventura. Rimase amica dellex marito, e, da avvocatessa ormai avviata, più volte gli diede una mano con le carte.

Dai, ma cosa dobbiamo dividerci? Non abbiamo case né figli Io gli sono grata, mi ha fatto stare bene. Spero sia reciproco. Il resto? Sciocchezze, che avvelenano la vita. Caspita, sembro una filosofa! E ora ho incontrato uno che Claudia! Non mi ascolti!

No, Claudia fissava la porta, indecisa se fuggire ora o rimanere, aspettando quel misterioso amico mai visto.

La soluzione arrivò per caso. Alla rimpatriata universitaria, bisognava presentarsi in coppia. Domitilla, single come il vento, rise e prese Claudia sotto braccio:

Ci andiamo insieme! Nessuno si sorprenderà, ci chiamavano sempre Cip e Ciop. Che fare, se non cè altro?

Stranamente, Claudia fece resistenza, liberando il braccio:

Io non verrò da sola.

Con chi, allora? Diccelo subito!

Vedrai!

Poi, pentita, la sera scrisse una lettera:

“Lo so, chiedo molto. Ma ho deciso: questa sarà lultima. Non sprecherò più tempo. Voglio vivere, voglio famiglia e figli. Voglio tornare a casa ad abbracciare chi amo, non il computer. Ci siamo fatti del bene, siamo stati una gran bella coppia, anche solo virtuale Quanti possono vantare un vero amico con cui parlare di tutto? Proponiamolo, allora. Domani cè la rimpatriata. Bisogna presentarsi insieme. Vuoi essere il mio accompagnatore? Vuoi portare la nostra amicizia nella realtà? Se sì, sarò felice. Se no fa come credi. Domani cancellerò questa mail, quindi non scrivermi più. Vieni. Ti aspetto.”

Claudia aggiunse lindirizzo e spedì senza ripensamenti. Era tempo di agire.

Il giorno dopo fu un turbine di rimorsi e incitamenti, senza riuscire mai a non pensare che tutto si sarebbe deciso di lì a poco. Aveva proibito a sé stessa di pensare a Federico, ma il pensiero di lui tornava come spiffero fra le finestre. Nessun altro le aveva mai fatto battere così forte il cuore. Eppure, ogni lettera era rivolta, inconsciamente, proprio a lui. Era ridicolo, così ridicolo che Claudia si ferì le nocche tirando un pugno al mobile portadocumenti.

La sera, tremava tutta. Forse aveva sbagliato, forse no.

Gli ex compagni arrivavano. Claudia finalmente distolse lo sguardo dalla porta e, decisa a uscire, afferrò la borsa. Ma proprio allora vide, sulla soglia, una figura. Le gambe tremarono, la bocca seccò sorpresa. Nemmeno si accorse delle mani di Domitilla che applaudiva:

Finalmente! Siete una razza a parte, voi due!

Federico e Claudia si guardarono, dimenticando chiunque altro. Il passato divenne trasparente, appena unombra. Cera solo lattimo presente, finalmente vero.

Ciao.

Ciao.

Come va?

E tu?

Ti scriverò stanotte.

Non pensarci nemmeno! Basta lettere. Ormai non ti lascio più!

Lhai detto tu! Mai più, davvero!

Due anni dopo, nella vecchia villa di famiglia dei Lombardi, si festeggiava una giornata surreale. Claudia correva su e giù per la veranda, servendo la tavola finché il marito non la arrestò, costringendola a sedersi.

Claudina, prendi tu Lorenzo! Oggi fa finta di non conoscerci. Mia madre dice che sono un pessimo padre, che lo trascuro, che mi dimentica. Dice che mezzora, a questa età, è uneternità.

Claudia prese il piccolo Lorenzo, identico a Federico, e lo sistemò in grembo.

Come fai? Si calma subito!

Tu lo temi, e lui lo sente!

Io? Lo temo?

Certo che sì! scherniva Claudia, ma allora scattò sulla sedia perché era arrivata la suocera. Federico, sono arrivati i tuoi!

Claudina, posso chiederti una cosa?

Cosa?

Se mia madre

Federico caro, tua madre è una donna forte, coltissima. Da quando ha il nipote è quasi ragionevole! Sfoga le sue energie in canzoni francesi. Il nostro bimbo parlerà meglio il francese che litaliano: ora gli fa anche lezioni sui dialetti e gli articoli!

Un incubo!

Ma va, dorme beato con la sua voce e io posso lavorare.

Lo sapevo che ho sposato la donna più intelligente del mondo.

Zitto! Tua madre devessere la più intelligente per te! Solo così regnerà pace e serenità in casa, capito?

Ma dove trovi questa saggezza?

Tuo figlio me lha data! Claudia chinò il capo sul bambino e andò incontro agli ospiti. Sorridi, o stasera ti scrivo una lettera cattiva.

Vuoi che ti scriva io? Una lho già spedita oggi!

Claudia fece locchiolino, passò Lorenzo a Ornella, e sussurrò:

Scrivimi pure! Che fortuna che il gusto per le lettere non muore mai!

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Ti scriverò una lettera
«Non voglio invecchiare con una carcassa vecchia!» sbottò mio marito — Basta, è ora di finirla! — gridò Igor sbattendo con forza il cassetto, facendo tremare i flaconi di colonia. — Non ne posso più di sentir parlare di dolori alle articolazioni e di pillole! Voglio vivere, non trascinarmi in questa casa trasformata in ospedale! Valentina era sulla soglia della camera da letto, osservando il marito che buttava nella borsa le sue poche cose. Trentadue anni di vita insieme finivano in uno zaino e una busta con delle scarpe da ginnastica. Il pensiero le fece più male di qualsiasi altra offesa. — Igor, — iniziò piano — la mamma, dopo l’ictus, non può restare da sola. Capisci? — Tua madre è affar tuo! — sbraitò lui, senza guardarla. — Ho cinquantotto anni, non ottanta! Non voglio trasformare casa nostra in una stanza di terapia intensiva! Valentina tremò. Da mesi ormai, le parole “gioventù” e “vecchiaia” erano diventati un muro tra loro. Igor aveva iniziato a tingersi i capelli, si era comprato una bici e una giacca di pelle. Poi era arrivata Sveta — la vicina del quinto piano, divorziata, trentacinquenne. — Allora vai da lei? — Valentina sapeva la risposta, ma chiese lo stesso. Igor si voltò di scatto. Nei suoi occhi passò qualcosa di simile alla vergogna, subito sostituita dalla sfrontatezza: — Sì, vado da lei. E sai perché? Perché con lei mi dimentico dell’età. Non conta che io abbia i capelli grigi o il cuore malandato. Lei è libera, capisce? Libera. “Libera.” Quella parola la colpì al cuore. Valentina si guardò allo specchio — vide il volto stanco e le nuove rughe vicino alle labbra. Igor una volta la chiamava “la sua bella”. E ora… — Fra poco ne fai sessanta, Igor, — sussurrò lei. — Davvero pensi che… — Che cosa? — sbottò lui. — Che non meriti la felicità? Una nuova vita? E tanti, alla mia età… — Lasciando le mogli per ragazzine? — Valentina sorrise amaramente. — Sì, triste statistica. Igor le diede una mano seccato: — Ecco che ricominci! Sempre a buttare tutto nel fango! Voglio solo respirare a pieni polmoni, capisci? Chiuse lo zaino. Il rumore della cerniera fu una sentenza. — Dille che le auguro buona salute, — borbottò dirigendosi alla porta. — Spero che starete bene. In due, — esitò, ma concluse: — In due vecchie amiche. La porta si chiuse di colpo. Valentina rimase seduta a lungo sul letto, fissando il vuoto. Risuonava nella sua testa: “In due vecchie amiche.” Ma aveva solo cinquantatré anni. Era davvero già vecchia? Dalla stanza accanto arrivò la voce debole: — Valentina? È successo qualcosa? — Niente, mamma, — si alzò a fatica. — Igor è dovuto uscire. Mentire le faceva schifo, ma non poteva dirle la verità. Non avrebbe sopportato che sua madre ottantenne si colpevolizzasse per il fallimento del suo matrimonio. Nei giorni seguenti la vita scorreva come un fiume grigio. Valentina faceva tutto come sempre: cucinare, pulire, prendersi cura della mamma. Ma continuava a chiedersi: quando? Quando aveva smesso di vedere che tra loro era nata una barriera? Si ricordava di Sveta. La vicina divorziata, la vedeva spesso alle cassette delle lettere. Energica, estroversa, vestita sempre colorata e con una risata travolgente. Valentina le aveva persino voluto bene — non era facile essere madre single. Poi aveva notato lo sguardo del marito, come indugiava alla finestra quando Sveta portava fuori il cane. Come “casualmente” si trovava all’ingresso quando lei tornava dal lavoro. E le lunghe notti passate in garage. — Figlia, — la voce della mamma la riportò alla realtà, — è mezz’ora che lavi una sola tazza. Vieni qui. Valentina si riscosse. Era alla finestra con la tazza in mano. — Eccomi, sto finendo. — Vale, — la mamma si sedette, stringendo lo schienale, — ho capito tutto. Non serve mentire. — Mamma. — Ti ha lasciata, vero? Se n’è andato con quella, la giovane del quinto piano? Valentina annuì, sentendo le lacrime affiorare. — Stupido, — commentò filosoficamente la mamma. — Lo sai che agli uomini vicino ai sessanta sembra d’impazzire? Cercano la gioventù dove non c’è. — Basta, mamma… — Che c’è da dire? — rise la mamma improvvisamente. — Anche tuo padre, a cinquantadue, era impazzito. Credeva che la vita passasse senza di lui. Valentina guardò la mamma sconvolta: — Papà? Ma tu non… — Che senso aveva raccontarlo? — scrollò le spalle la mamma. — Dopo due mesi è tornato strisciando. Ma io non lo aspettavo più. — Davvero? — Proprio così, — ammiccò la mamma. — In quei due mesi ho capito che la mia vita non era finita. Ho fatto un corso di ricamo. Ho capito che, senza di lui, si respirava meglio. Guardò le sue mani vecchie, macchiate, ma ancora vive. — Vedi, Vale, gli anni non contano davvero. Conta cosa abbiamo nel cuore. Ho ottantacinque anni, ma dentro di me c’è sempre quella ragazza. Valentina sorrise suo malgrado. La mamma, nonostante gli anni e le ferite, sprigionava un’energia speciale. Per questo tutti la volevano bene? — E Igor, — continuò la mamma, — non scappa da te. Scappa da se stesso. Teme la vecchiaia. Crede che con una giovane accanto sarà anche lui più giovane. — Lo difendi? — Valentina sentì l’amarezza. — Figurati, — scosse la testa. — Mi fa pena. Perché so che non troverà mai quello che cerca. Non si scappa dal tempo, Vale. Ti raggiunge sempre. C’era una risata fuori dalla finestra. Valentina si affacciò per istinto. Igor era con Sveta nel cortile, portava le sue borse. Sveta parlava gesticolando allegra, lui la guardava rapito. Il cuore di Valentina si strinse. — Non torturarti, — la mamma la allontanò dalla finestra. — Andiamo a bere il tè. Ho dei biscotti con il miele. — Mamma, — la voce di Valentina tremava. — Lui è uno sciocco, — ripeté paziente la mamma. — Ma quella è la sua strada. Tu trova la tua. E domani andiamo al parco. Dopo i lavori di rinnovo è una meraviglia. Valentina voleva protestare, ma la voce della mamma la convinse a tacere. E se avesse ragione? Forse era davvero ora di ricominciare a vivere? Il parco era cambiato. Dopo la ristrutturazione aveva nuovi sentieri, fontane e panchine. Al centro c’era un piccolo centro culturale da cui usciva musica. — Guarda, — la mamma si fermò davanti a una bacheca — c’è un club di letteratura. E una scuola di ballo. Ah, anche yoga per la terza età! — Mamma, — ridacchiò Valentina, — non dire che… — Cosa c’è di male? — sollevò le sopracciglia la mamma. — Alla mia età posso ancora stupire! Per dimostrarlo agitò il bastone, che cadde rumorosamente. — Oh… — si confuse. — Permettete, — intervenne un uomo con voce gentile. Un distinto signore di mezza età raccolse il bastone e lo porse con un sorriso: — Ecco a lei. — Grazie mille, — la mamma arrossì. — Molto gentile. — Michele, — si presentò. — Organizzo incontri letterari qui. Siete interessate? — No, noi… — cominciò Valentina, ma la mamma la interruppe: — Certo! Mia figlia scrive poesie meravigliose. Era pubblicata sul giornale dell’università. — Mamma! — arrossì Valentina. — Era secoli fa. — La poesia è senza tempo, — osservò Michele. — Se vuole può unirsi a noi subito. Stiamo leggendo testi nuovi. Così Valentina entrò nel club letterario. Era solo per accompagnare la mamma, eppure si trovò a suo agio. L’odore dei libri, il silenzio, le discussioni. Nessuno badava all’aspetto o all’età: contavano i pensieri, i sentimenti. Poi arrivò la serata di poesia. Intima, per pochi. Valentina era nervosa come per un esame. Recitò i suoi versi — sull’amore, sulle perdite, sulla vita che non finisce col dolore. E ad ogni strofa sentiva qualcosa in sé che si liberava, respirava, rinascendo. Tornando verso casa, incontrò Igor. Usciva da casa di Sveta. Rimase impacciato. — Vale, sei splendida. Lei lo fissò impassibile. Ora, guardandolo, non provava più dolore. Solo una pacata stanchezza. — Grazie, — rispose lei. — Tutto qui? — No, ascolta, — si avvicinò. — Voglio spiegare… Ho capito. — Che hai avuto una delusione? Che Sveta non è perfetta? Igor fece una smorfia: — Non capisci. Lei è giovane, sì, attraente, sì… Ma con lei non so cosa dire. — Ti aspettavi che a trentacinque si appassionasse alla cultura sovietica? — rise Valentina. — Sei proprio ingenuo. — Non è questo, — si rabbuiò. — Vale, ho fatto una sciocchezza. Forse… — No, — Valentina scosse la testa. — Niente “forse”. Anzi ti ringrazio. — Per cosa? — lui era smarrito. — Per essere andato via. Per avermi fatto scoprire che non si vive solo di cucina e pulizie. — Vale, ora ho capito. Voglio tornare a casa, — le prese la mano. — Possiamo sistemare tutto. Lei si ritrasse, gentile ma ferma: — No, Igor. Tu non vuoi tornare a casa. La vecchia Valentina che cucinava e taceva a cena non esiste più. E quella nuova non la conosci, ti spaventerebbe. — Perché? — Perché ora vive per sé stessa. In quel momento arrivò la mamma, senza bastone, sostenuta da Michele. — Oh, Igor, — lo fissò fredda. — Sei ancora qua? — Buongiorno, signora Elena, — borbottò lui. — Sto andando. — Bene, — annuì lei. — E quando vuoi scappare dalla vecchiaia, pensa: forse il problema non sono gli altri? Igor rimase colpito, poi si allontanò rapidamente. — Mamma! — Valentina protestò. — Che dovevo fare? — fece spallucce la mamma. — Dire la verità. A proposito, Michele mi ha proposto di condurre il laboratorio “Favole di una volta” per i nipoti. Che bello! — Elena — sorrise Michele. — I bambini saranno incantati. Valentina guardava la mamma — ringiovanita, con gli occhi pieni di luce — e pensava: forse la saggezza è questa? Accettare l’età come un dono, un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo? Due mesi dopo Igor lasciò Sveta, che nel frattempo si era fidanzata con un ragazzo. Poi scrisse a Valentina: poche righe, piene di rimorso e di scuse. Lei non rispose. Perché? Ora aveva una vita tutta sua. Due volte a settimana — il club letterario. E sapete una cosa? A cinquantatré anni, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva davvero giovane. Perché la giovinezza non è la pelle liscia. È il coraggio di essere se stessi. Sempre.