La minestra si freddava nel piatto. Caterina la fissava, pensando che il minestrone, cucinato con cura per tre ore, adesso le sembrava una prova contro di lei. Dallaltra parte del tavolo, Assunta, la madre di Giulio, masticava piano, con quella particolare concentrazione che Caterina aveva imparato a leggere come una nota davvertimento: presto avrebbe parlato.
Giulio, esordì Assunta, senza guardare Caterina, hai visto cosa ha fatto tua moglie tutto il giorno oggi?
Giulio sollevò lo sguardo dal piatto. Era un belluomo, con lineamenti regolari e laria stanca di chi aveva ormai deciso che fosse più facile assentire che provare a spiegare.
Ha lavorato, rispose prudentemente.
Lavorato, ripeté Assunta con un tono che Caterina, dopo tre anni di matrimonio, ormai distingueva come una chiave di sol quello che veniva subito prima di mettere il punto. Seduta al computer. Scarabocchiava fogli. E la minestra alle sette di sera.
Mamma, la minestra è buona, disse Giulio. Cercava di allentare la tensione. Caterina ne era consapevole. Ma il tentativo era troppo debole, quasi già sconfitto.
È buona, sì, assentì Assunta, ma mentre tu preparavi questa buona minestra, Caterina, tuo marito è rientrato alle sei. È tornato e non cera niente da mangiare. Questo ti sembra normale?
Signora Assunta, stavo lavorando a un progetto. Lho spiegato…
Progetto, Assunta posò il cucchiaio. Quando lo faceva a metà cena, voleva dire che la conversazione cambiava tono. Che progetto, Caterina? Spiegamelo tu. Tu sei in casa, non vai in ufficio, non prendi uno stipendio ogni mese. Che progetto?
Mi sto preparando a una gara. Una gara importante, il design di un centro commerciale. Se vinco, è…
Se, scandì Assunta, come un punto fermo. Se. E se invece no? E le bollette? E Giulio che fa, ci pensa lui da solo?
Caterina guardò il marito. Giulio fissava il piatto.
Giulio, lo chiamò, con voce bassa.
Lui alzò la testa.
Mamma, davvero, lasciale provare.
Assunta lo guardò con unespressione che solo le madri sanno fare. Giulio sbatté le ciglia e tornò a guardare il piatto. Poi, come radunando il coraggio, disse:
Caterina, la mamma ha ragione… insomma, non è stabile questa cosa. Forse, finché non va in porto, potresti trovare qualcosa di fisso. Un lavoro normale, con lo stipendio.
Un lavoro normale, ripeté Caterina, a voce bassa.
Sì, non ti dico di smettere con la creatività. Il fine settimana puoi disegnare quanto vuoi. Ma guarda, in magazzino cercano una persona, mia cugina Lavinia lavora lì e dice che si sta bene. È un posto sicuro.
La stanza si fece silenziosa. Sulla strada sotto casa, il vociare, un portone che sbatteva. Suoni lontani, di un altro mondo.
In magazzino, disse Caterina.
Non per forza magazzino, è un esempio. Limportante è che siano soldi veri.
Assunta annuì con aria soddisfatta, come chi finalmente sente ciò che cercava.
Appunto. Giulio dice bene. Con i disegni non si campa. Ho fatto una vita in amministrazione, niente fantasia ma pensione sicura.
Caterina posò lentamente il cucchiaio di fianco al piatto. La regola era che, se lo posava, anche lei passava a unaltra fase, solo che nessuno lo sapeva.
Giulio, disse. Sono otto anni che faccio la designer. Prima di sposarci, seguivo progetti da sola. Tu lo sai.
Lo so.
Questa gara, se la vinco, è un anno di lavoro con un bel budget. Fa curriculum, mi porta altri clienti.
Se la vinci.
Giulio.
Lui la guardò. In quegli occhi Caterina, un tempo, aveva visto prudenza, maturità, concretezza. Ora solo la certezza di chi aveva già scelto di non scegliere da solo.
Caterina, non sono contro il tuo lavoro. Ma qui serve stabilità.
Qui.
Sì.
Sai quanto ho investito in questo progetto? Quante notti? Quante revisioni ho fatto mentre voi dormivate?
Nessuno te lha chiesto, intervenne Assunta senza alzare la voce.
A quel punto si spezzò qualcosa. Non con fragore, ma come un filo teso troppo a lungo.
Caterina si alzò. Rimise il piatto in cucina, si lavò le mani e le asciugò su uno strofinaccio ricamato di margherite che Assunta aveva portato da Avellino e appeso senza chiedere. Poi andò in camera e aprì larmadio.
La valigia era sulla mensola in alto. Blu, non troppo grande, con una ruota rotta che Giulio prometteva da mesi di aggiustare.
Iniziò a mettere dentro le sue cose con metodo: computer, tablet, caricabatterie, cartelle, matite professionali, due tazze (le mie, portate da casa sua prima delle nozze), vestaglia, maglione, tre cambi, beauty case. Documenti avvolti nella plastica.
Giulio la raggiunse dopo qualche minuto.
Caterina, che stai facendo?
Mi preparo.
Per cosa? Per quella discussione a tavola?
Per quella, rispose, prendendo il cappotto.
Stai scherzando? È mamma… dice sempre così, lo sai.
Lo so.
E allora?
Lei lo guardò dritto negli occhi, senza tremare, contro ogni aspettativa.
Il problema è che mi hai proposto di lavorare in magazzino.
Era un esempio.
Capisci che hai spiegato davanti a lei che il mio lavoro non vale, che non è reale?
Non intendevo questo.
Lo sappiamo tutti e tre cosa intendevi. E ora vado via.
E dove? Di notte?
Troverò una soluzione.
La valigia pesava. Una ruota slabbrata la costrinse a trascinare. Nel corridoio, Assunta aveva lespressione di chi vorrebbe parlare, ma non ha deciso se ne valga la pena.
Caterina si mise gli stivali, si gettò la borsa a tracolla, afferrò la valigia e uscì.
Sulle scale odorava di gatto e di legno vecchio. Lascensore guasto come sempre. Scese a piedi, contando i gradini: ventotto.
In strada faceva freddo. Ottobre. La luce dei lampioni si rifletteva sullasfalto umido e Caterina camminava su quelle chiazze luminose, senza sapere bene dove andare. Prese il telefono e cercò sulle mappe.
Aveva tremila euro da parte. I suoi soldi, messi via da piccoli lavori senza mai parlarne.
Trovò un annuncio di una stanza in affitto, periferia sud, quindici minuti dal metrò Furio Camillo. Affitto: seicento euro al mese. Rispondeva Francesca, la proprietaria, voce stanca ma gentile.
In che condizioni è?
Buone. Letto, scrivania, armadio. Internet. Cucina in comune con un altro inquilino, lavora a turni.
Posso venire subito?
Certo, io sono in casa.
Caterina prese un taxi e guardò il paesaggio trasformarsi dal centro con vetrine illuminate ai quartieri popolari coi palazzi alti e le luci soffuse.
La stanza era piccola, otto metri quadri. Il soffitto con una crepa coperta malamente e che appariva comunque. Letto di ferro, tavolo davanti alla finestra, armadio con un ripiano. Affaccio su un cortile con garage e un vecchio platano.
Hanno acceso il riscaldamento venerdì, disse Francesca. Lacqua calda cè la mattina dalle sei alle nove e la sera dalle diciotto alle ventidue. Ecco le chiavi.
Caterina prese il mazzo. Era freddo e pesante.
Grazie.
Francesca se ne andò, e Caterina rimase sola in quei pochi metri quadri, con la valigia blu e la borsa. Posò borsa e valigia, poi si sedette sul letto. Le molle scricchiolarono.
Da oltre il muro arrivavano rumori sommessi che scomparvero rapidamente. Linquilino, scoprì di lì a poco, si chiamava Nicola.
Caterina prese il portatile e aprì la cartella dei progetti. Sullo schermo comparve la planimetria tridimensionale del centro commerciale che aveva modellato per due mesi: atrio, luci, percorsi, colori. Lo guardò e pensò che era la cosa più reale che avesse in quel momento.
Chiuse il computer e si addormentò col cappotto addosso, non avendo portato il plaid.
Al mattino fu svegliata dai rumori in cucina. Nicola metteva qualcosa sul fuoco, sbatteva il cucchiaio nella tazza. Caterina si lavò il viso con lacqua fredda, il riscaldamento ancora spento, indossò il maglione e andò in cucina.
Nicola aveva circa cinquantanni, robusto, capelli spruzzati di grigio. Le fece un cenno, senza domande. Andava bene così.
Caterina preparò il caffè, mangiò il pane col formaggio comprato la sera prima, e riaprì il portatile.
Prima cosa: fare i conti. Tremila euro, meno seicento dellaffitto, restavano duemilatrecento. Un piccolo incarico dal solito cliente in arrivo: centocinquanta euro. In tutto, duemilaquattrocentocinquanta euro, gettito per tre-quattro mesi, vivendo con attenzione.
La scadenza della gara era tra tre settimane.
Scrisse tre settimane su un foglio e lo attaccò sopra la scrivania. Sotto, la lista delle cose da sviluppare: visualizzazione dellentrata, materiali da scegliere, descrivere la navigazione, calcolare gli oneri per il secondo capitolo.
Il telefono era accanto. Sette messaggi da Giulio:
Il primo: Cate, dove sei?
Il secondo: Rispondi
Terzo: Ma ti rendi conto che è assurdo?
Quarto: Mamma è in pensiero
Quinto: Almeno chiama
Sesto: Dai, calmati, domani parliamo
Settimo: Non capisco il senso di tutto questo
Caterina li lesse e posò il telefono a faccia in giù.
Poi aprì il progetto e continuò a lavorare.
In quel momento, il lavoro era lunica cosa solida che avesse sotto i piedi. Procedeva lenta e precisa, con la cura meticolosa di chi sa che ogni elemento del disegno va messo al posto giusto. Ricontrollò lilluminazione dellatrio, le altezze delle strutture, i carichi sulle murature principali; si accorse di un errore e lo corresse.
A mezzogiorno telefonò lamica Paola.
Giulio mi ha scritto, attaccò.
Ho capito.
Dove sei?
In una stanza in affitto.
Oddio, dove? Vengo lì.
Non serve, davvero. Sto bene.
Sei uscita di casa con la valigia, non è normale.
Lavoro, Paola. Ci vediamo più avanti.
Hai bisogno di soldi?
No, grazie.
Caterina.
Sì?
Sei una forza.
Sto solo facendo il mio lavoro.
Spense il telefono e tornò al progetto.
Piccoli lavori da freelance le davano pochi soldi, ma erano utili. Un architetto noto le mandò un logo da sistemare: firma e tre varianti di colore. Quattro ore, centoventi euro. Lo finì la sera, mangiando grano saraceno e piselli in scatola, cucinati nella cucina comune. Nicola preparava le uova e spariva in silenzio.
I giorni divennero simili ma diversi. Sveglia alle sette, caffè, lavoro fino alle due con i piccoli incarichi, poi la gara. La notte tornava sulla gara, lavorando fino a tardi, e la mattina riprendeva tutto da capo.
Dopo una settimana comprò un plaid grigio spesso, con un piccolo buco, ma costava solo dieci euro. Lì comprò anche un bollitore, perché la cucina di notte era scomoda.
Giulio chiamò lottavo giorno.
Caterina, parliamo da adulti.
Vai.
Non credi che sia folle vivere lassù in periferia…?
Sta bene così.
Cate…
Giulio, sto lavorando. Se hai qualcosa di importante da dire, ti ascolto.
Importante… Vieni a casa. Mamma… si preoccupa.
Si preoccupa.
Sì.
Giulio, disse lei, sto lavorando. Chiamami fra un mese.
Tagliò la chiamata e mise il telefono in silenzioso.
Lavorò solo sul progetto: in particolare la navigazione interna. Non erano solo cartelli: era il pensiero del movimento di una persona nello spazio, il suo sentirsi a casa senza perdersi. Lo faceva affinché chi non aveva mai messo piede lì in dieci minuti poteva sentirlo suo.
Una sera Francesca bussò.
Sempre al lavoro, eh?
Sempre.
Che fai di bello, se non è un segreto?
Designer. È una gara.
Ah, capisco. Mia figlia dipinge, ma non vende niente. Questa è marmellata di ribes, prendila.
Grazie.
Assaggiò. Il ribes era aspro, quasi amaro e, incredibilmente, avvertì una sensazione di calore umano non tenerezza o gratitudine, solo calore, come quando da bambina uno sconosciuto ti tiene la porta senza motivo.
Il quindicesimo giorno incontrò Nicola al frigorifero.
Lavori tardi, disse lui.
La scadenza si avvicina.
Annuito.
Sono saldatore. Prima in fabbrica, ora autonomo. Quando si deve consegnare, si lavora anche di notte.
Capisco.
Va bene così. Prese il tè. Vuoi un po?
Sì.
Bevvero insieme, raccontandosi poco. Era quel tipo di dialogo tra persone che non hanno bisogno di spiegazioni, solo presenza.
Caterina caricò il progetto venerdì sera, due giorni prima della scadenza. Ricontrollò ogni file, le numerazioni, la qualità delle immagini, la coerenza dei testi. Inviò.
Poi chiuse il computer e guardò il platano nudo nel cortile. Non restava che aspettare.
Laspettativa era più difficile del lavoro. Per riempirla, Caterina accettò piccoli incarichi, si dedicò a letture professionali che non aveva mai avuto tempo di affrontare, passeggiava nei giardini vicino casa. Era un parchetto piccolo, una fontana già chiusa per linverno, qualche panca, anziane a passeggio coi cani.
Un pomeriggio sedette su una panchina senza pensare a niente. Si accomodò una signora anziana con una bassotta, subito a tentare di arrampicarsi sulle scarpe di Caterina.
Ciro, non disturbare, rimproverò la signora.
Va bene, rispose Caterina. Il cane odorava di pane e aveva la morbidezza di una brioche.
Nuova in zona? chiese la donna.
Da poco.
Da dove viene?
Dal centro.
La donna annuì, misurando lo sguardo di Caterina come chi capisce senza bisogno di parole.
Anchio, una volta. Da Napoli, dopo il divorzio. Avevo paura, poi ci si abitua.
Divorzio. Caterina non aveva ancora pronunciato quella parola. Non ad alta voce, non tra sé. Era lì, sullo sfondo, pesante. Prima la gara, prima il lavoro, poi il resto.
Il ventitreesimo giorno Giulio scrisse ancora.
Capisco che ce lhai con me, ma è troppo. Mamma ha la pressione alta. Pensavo fossi più matura.
Rispose: Sono adulta, per quello vivo dove scelgo.
Nessuna risposta per due giorni. Poi: Pensi mai a noi?
Caterina ci pensava. Di notte, si ricordava di Giulio comera tre anni prima, alla cena aziendale dove si erano conosciuti, lui affidabile, le spalle larghe, il tono pacato, la capacità di ascoltare. Si era detta: Ecco qualcuno che sa restare accanto. Non aveva notato che restare accanto significava solo quello: restare accanto, senza scegliere davvero di esserci.
La madre di lui, Assunta, era sempre stata lì: dal primo giorno, quando avevano traslocato nella casa di Giulio (lei aveva solo una stanza in affitto; lui la casa sua, due camere). Il primo anno pensava che fosse temporaneo, poi capì che non lo era.
Assunta aveva regole chiare: pranzo caldo alle sei, finestre pulite ogni mese, rispetto per i più vecchi, nessun passatempo che sottraesse tempo alla famiglia. Il design degli interni, nel suo schema mentale, era un passatempo. Non importavano portfolio, clienti, reputazione: solo disegnare figure.
E Caterina, notte dopo notte, scoprì di pensarci sempre più serenamente. Non perché facesse meno male, ma perché la mente trovava una nuova messa a fuoco.
Un mese dopo la consegna, chiamò Paola.
Come stai?
Lavoro. Aspetto risposte.
Giulio ti cerca. Mi ha scritto anche oggi.
Lo so, scrive anche a me.
Che gli hai detto?
Nulla di particolare.
Hai pensato al divorzio?
Sì.
E allora?
Aspetto la gara. Poi tutto il resto.
Sei brava a stabilire le priorità, disse Paola.
Cerco di imparare.
Dopo la chiamata, caffè, un cucchiaio della marmellata di Francesca, nuovo mini-progetto da completare: arredamento ufficio per una piccola azienda, tre stanze e una reception. Tre giorni, consegna puntuale.
Due settimane dopo, arrivò una chiamata da un numero sconosciuto di Milano.
Caterina Rossi?
Sì.
Sono Marco Fabbri, direttore di Costruzioni Italia. Ha presentato una proposta per la gara.
Qualcosa si spostò dentro di lei, non una fitta, piuttosto il passaggio di un peso da un lato allaltro del petto.
Sì.
La sua soluzione ci ha colpito. Vorrei incontrarla personalmente, parlarne a voce.
Certo, quando desidera?
Mercoledì. Può venire in sede?
Va bene.
Le mando orario e indirizzo.
Parlò in modo secco, concreto. Caterina segnò tutto su un foglio, quasi per darsi qualcosa da fare con le mani.
Alla fine della telefonata, restò seduta a guardare il foglio, poi si alzò e si fece un altro caffè, il terzo. Ma serviva muoversi.
Il mercoledì si vestì con labito grigio portato da casa e le scarpe blu strette ma eleganti, adatte a incontrare un cliente importante. Stampa i materiali salienti, li sistemò in una cartelletta.
La sede di Costruzioni Italia era in un moderno distretto duffici nel nord di Milano. Cristalli, accoglienza elegante, buon caffè nellaria. La segretaria la accompagnò in sala riunioni. Marco Fabbri arrivò puntuale dopo cinque minuti: alto, sui cinquantanni, sguardo esperto.
Caterina Rossi, piacere. Mano ferma, stretta breve. Guardi qui.
Mostrò il suo progetto sullo schermo.
Latrio: da dove nasce questa idea?
Dai progetti europei, dove la luce era decorativa. Io lho resa funzionale: la luce suddivide, non le pareti.
Perché?
Le pareti danno la sensazione di spazi chiusi. La luce organizza. Così la persona trova zone e confort senza sentirsi mai rinchiusa.
Lui la fissò.
Ha già lavorato con progetti così grandi?
No. Sarebbe il primo.
Sollevò lo sguardo.
Onesta risposta.
Non vedo perché mentire.
In molti mentono.
Poi si spiegano. Preferisco essere chiara dallinizio.
Una pausa.
La gara non sarà assegnata a lei. Ci sono candidati più esperti. Ma vorrei proporle altro.
Caterina ascoltava.
Cerco un direttore creativo. Il precedente era preparato, ma pensava per automatismi. Mi serve uno sguardo nuovo. La fissò. I rischi sono chiari. Lei non ha esperienza aziendale, noi assumiamo una professionista fuori dagli schemi. Ma il suo progetto mi ha convinto: lei pensa, non copia.
Cosa comporta il ruolo?
Guida di un team di sei persone, progetti chiave, decisioni strategiche. Orari un po flessibili, ma niente freelance.
Capito.
Ci pensi, le mando la proposta oggi.
Grazie.
Uscì e rimase qualche minuto fuori. Tira un vento odoroso di smog e di caldarroste dal carretto vicino al metrò. Ne comprò un cartoccio e li mangiò caldi camminando.
La mail arrivò alle otto di sera. Le condizioni erano buone. No, erano giuste. Stipendio che copriva non solo laffitto della stanza, ma qualcosa di più. Periodo di prova, criteri chiari.
Alle nove Caterina rispose: accetto.
Il giorno seguente chiamò Giulio.
Caterina, dobbiamo chiarire. Torna a casa, ti prego.
Giulio, ho trovato lavoro. Buono. Inizio settimana prossima.
Pausa.
Che lavoro?
Direttore creativo. Ditta di costruzioni.
Altra pausa, ancora più lunga.
Dici sul serio?
Più che mai.
Cosa vuol dire?
Che dobbiamo parlare di divorzio. In modo adulto, senza drammi. Troviamo due avvocati. Non abbiamo beni in comune: casa tua, niente auto, è semplice.
Silenzio.
Hai già deciso allora.
Sì.
Non è una conversazione, è una sentenza.
Giulio, disse gentile, senza rabbia. Hai suggerito il magazzino. Davanti a tua madre. Dopo tre anni. Non è linizio, è la fine.
Non richiamò. Il giorno dopo un sms: Ok. Sentiamoci col notaio.
Il primo giorno in Costruzioni Italia fu lunedì. Arrivò venti minuti prima, non sapeva quanto ci volesse dal metrò: bastavano sette minuti. Rimase fuori, poi entrò.
Il team era di sei: due architetti, due visualizzatori, una project manager, unassistente. La accolsero con quella miscela di attesa e cautela riservata ai nuovi capi.
Sono Caterina, disse. Mi piace la chiarezza. Lavoriamo un mese, ci confrontiamo. Io non conosco le vostre abitudini, voi non le mie. Vediamo come va.
Nessuno rispose. Uno degli architetti, giovane e con gli occhiali, fece solo un cenno. Bastava.
Per due settimane osservò, nessuna rivoluzione, molte domande. Pietro, un quarantenne esperto, sembrava diffidente: rispondeva dopo una frazione di secondo, tipico di chi prima valuta.
Alla terza settimana gli chiese di mostrare il suo metodo. Pietro spiegò, e lei: Curioso qui, si può anche diversamente. Proviamo entrambi i metodi.
Dopo quellincontro, Pietro fu meno chiuso.
Nel frattempo, il divorzio. Lavvocata, una signora energica, disse: Caso semplice, un mese. Così fu. Inizio dicembre, firmarono dal notaio. Lui stanco e smarrito, lei composta.
Caterina, disse fuori dal portone del notaio, sotto un cielo basso e grigio Non hai rimpianti?
Di che?
Di tutto.
No.
Lui annuì e si avviò verso lauto, lei prese il metrò.
Dicembre e gennaio fusi in un solo tempo serrato. Primo progetto importante: quartiere ristoranti in un complesso residenziale. Servì ogni ora, ogni risorsa. Il team si abituava: se sbagliava, lo diceva chiaramente, cosa insolita (ho sbagliato, rifacciamo così). Sorprendente allinizio, poi normale.
Marco Fabbri osservava da lontano. Non disinteressato; piuttosto, lasciava spazio. Ogni due settimane, un briefing: la situazione, domande puntuali, risposte rapide.
Il team lavora diverso, disse un giorno.
Diverso come?
Litigano di più. Bene così.
Più discussione, più pensiero.
Esatto.
Poi usciva, e Caterina capiva che forse era un complimento. Forse solo un dato di fatto.
A febbraio si trasferì. Un monolocale a mezzora dallufficio. Non centrale, ma luminoso, grande finestra in soggiorno. Comprò una scrivania ampia, la sistemò davanti alla finestra. Sul davanzale, un cactus: una pianta che non chiede niente.
Quando restituì le chiavi a Francesca, la padrona di casa disse:
Allora si è sistemata.
Sì.
Meglio così. Nicola ha chiesto di lei, non si abitua facilmente. Lei era niente male.
Niente male è un bel giudizio.
Da Nicola poi, rise, e le regalò un altro vasetto di marmellata. Quella volta, di fragole.
La primavera arrivò allimprovviso, metà marzo. Caterina percorreva il viale sotto lufficio e si accorse che lerba era già verde, quasi sfacciata, come dipinta.
In quel periodo conobbe Paolo. Non una svolta narrativa: semplicemente, arrivò. Architetto in unaltra società, si incontrarono a una conferenza. Paolo ascoltava e sapeva anche parlare. Raro da trovare insieme nelle stesse persone.
Iniziarono ad uscire, senza fretta e senza spiegazioni. Con lui, Caterina non doveva giustificare le nottate di lavoro o la cartelletta in borsa al bar: anche lui faceva lo stesso.
Nessun castello in aria, era solo bello. E bastava.
Il quartiere dei ristoranti fu inaugurato ad aprile, con una settimana di anticipo. Marco Fabbri guardò la presentazione, fece un giro, poi:
Cosa c’è ora?
Tre richieste da nuovi clienti. Ho preparato un’analisi per ciascuna.
Ottimo, vediamo.
Alla fine dellincontro concluse:
Il periodo di prova lha superato da gennaio. Lo comunico ora. La settimana prossima rivediamo lo stipendio.
Bene.
Caterina uscì dal suo ufficio e per un attimo chiuse gli occhi. Solo un momento.
Lestate fu intensa: due progetti in parallelo, un centro commerciale e una villa su commissione. La villa, più creativa, lasciava piena libertà. Il committente voleva qualcosa di unico. Quello Caterina sapeva farlo.
In autunno, una conoscenza dellambiente le propose una collettiva. Piccola mostra, diversi designer, ognuna con tre progetti: mise anche quello della gara, non vinta ma che aveva segnato la svolta.
La mostra andò bene. Fu avvicinata, le fecero domande, un critico scrisse una breve nota su una rivista, niente di eclatante ma sguardo interessante sulla funzionalità.
Dopo, arrivò linvito individuale: una piccola galleria del centro, specializzata in arte applicata. Il direttore, anziano e attento, disse: Ha cose da mostrare. Sei mesi, questa è la sala.
Ci lavorò in parallelo al nuovo lavoro: sveglia precoce, serate lunghe. Paolo spesso dava una mano, non da esperto di interni ma con occhio onesto, senza complimenti inutili.
La mostra aprì a marzo, circa un anno e mezzo dopo la sera della valigia blu con la ruota rotta.
La sala era piccola ma curata, dodici progetti: alcuni conclusi, altri solo idee. La proposta per la gara era in confine separato, con cartello: Progetto da cui tutto iniziò.
Venne molta gente. Paola, con marito, si fermò a lungo davanti a un bozzetto. Pietro con la moglie, riservato ma attento. Marco Fabbri vide tutto, dal primo allultimo lavoro, e alluscita un cenno silenzioso. Paolo rimase sempre un passo indietro, capendo che la serata non era sua.
Caterina rispose alle domande, dialogò, spiegò idee.
Eccoli, alle sette e mezza, quando la folla aveva lasciato spazio. Li vide subito: Giulio e Assunta. Giulio nel cappotto scuro, dimagrito. Assunta in un tailleur forse troppo elegante per una galleria.
Procedevano un po smarriti, come chi non riconosce il posto. Giulio guardava le opere, diceva frasi a mezza voce. Assunta annuiva cercando intorno qualcuno.
Poi vide Caterina.
Caterina cara! esclamò. In quel tono, tutto il calore che non aveva mai visto, tanto che Caterina rimase un attimo stordita, più per il riconoscimento che per altra emozione. Siamo così felici, sei stata brava! Lho sempre detto a Giulio che avevi talento!
Caterina la guardò, impassibile.
Buonasera, signora Assunta.
Tutto meraviglioso, continuò la suocera, abbracciando la sala con la mano. Bisogna sempre credere in sé stessi. Io ci ho sempre creduto.
Sì.
Giulio si avvicinò. Era diverso da come lo aveva visto dal notaio: allora stanco, ora… smarrito. Come uno che percorre la solita strada e dimprovviso scopre che è scomparsa.
Caterina, disse.
Giulio.
Davvero bello, ammise. In quegli occhi ora Caterina vedeva solo il passato. Volevo solo dire… Ho capito che ho sbagliato. Quella sera, la cena, tutto. Non ti ho supportata come meritavi.
Sì.
Forse… esitò forse dovremmo parlarne. Non ora, con calma.
In quel momento Paolo si avvicinò, silenzioso, restando solo accanto.
Giulio guardò lui, poi ancora Caterina.
Lui è…? non finì.
Paolo, presentò lei. Paolo, questo è Giulio, il mio ex marito.
Paolo annuì sereno. Giulio pure, poi tornò a Caterina.
Pensavo che… noi due…
No, disse lei, semplicemente, senza ira né rimpianto. Giulio, no. Sei una brava persona, credo. Ma non sei la mia persona. Lho capito da tempo.
Assunta balbettava accanto qualcosa sulla famiglia, sugli errori che fanno tutti, sullimportanza di parlare. Ma le parole erano come suoni dalla stanza accanto: si distingue il tono, non il contenuto.
Signora Assunta, la interruppe Caterina gentile, grazie dessere venuta. Mi fa piacere.
Ma cara, si potrebbe parlare da persone…
Parliamo da persone, ora. Lo sguardo di Caterina era stabile, senza freddo né calore: una distanza nuova che non faceva più male. Arrivederci.
Fece un cenno e si rivolse a Paolo.
Andiamo, disse sottovoce. Vogliono presentarmi il proprietario della galleria.
Si allontanarono. Non si voltò.
Alle spalle, sentiva i sussurri di Assunta e le risposte brevi di Giulio, poi il brusio della sala li inghiottì.
Accanto al pannello del progetto gara si avvicinò un giovane con blocco note, probabilmente giornalista.
Posso chiedere? Questo lavoro: Progetto da cui tutto è iniziato. Cosa significa?
Caterina fissò la tavola. Atrio, luce naturale, navigazione libera.
Esattamente quello che cè scritto, spiegò.
Può raccontare meglio? È stato un momento di svolta?
Rifletté un attimo.
È stato il momento in cui ho capito: o faccio quello che so fare, oppure niente. Non cera una terza via.
Ha scelto la prima.
Sì.
Il ragazzo scriveva. Poi alzò la testa.
Aveva paura?
Caterina guardò la tavola. Otto metri quadri in periferia, un plaid bucato, il platano spoglio, il caffè alle tre, quella chiamata del venerdì sera.
Sì, disse.
Cosa lha aiutata?
Non guardò la tavola, ma oltre, come se contemplasse la città fuori, i lampioni, lasfalto lucido, una valigia che non girava mai dritta.
Il lavoro, rispose Caterina. Sempre il lavoro.






