Il silenzio condiviso: il piacere di stare insieme in due

Silenzio in due

Giulia, perché urli? Ho già detto che ora arrivo.

Ezio era fermo sulla soglia della porta, aggrappato allo stipite. Indossava una vecchia canottiera con una macchia di sugo e dei pantaloni larghi da casa. Guardava la moglie con fastidio, come se lei stesse dando noia per capriccio.

È unora che te lo chiedo… Giulia faticò a girare la testa sul cuscino. Mi fa male stare così. Devo cambiare posizione. Non ci riesco da sola.

Adesso, adesso… buttò là lui con una mano e sparì nel corridoio.

Poco dopo si udì il rumore della porta dingresso che si richiudeva. Lui era uscito. Semplicemente era andato via, senza aiutarla. Giulia chiuse gli occhi e iniziò a contare lentamente fino a dieci, come lavevano insegnata i medici in ospedale. Non deve innervosirsi. Le vertebre dovevano saldarsi, e ogni tensione avrebbe compromesso tutto. Eppure, le lacrime calde e amare si affacciarono ugualmente. Restò così altri venti minuti, poi sentì i passi di Ezio che rientrava, con un cartone di latte e un filone di pane. Pose la busta in cucina e tornò da lei.

Allora, ti devo girare? domandò, stanco, come se fosse una fatica insopportabile.

Lei annuì senza una parola. Ezio le prese le spalle in modo impacciato. Un dolore acuto le trafisse la schiena e Giulia gridò.

Cosa cè? fece Ezio, allarmato. Sono stato attento!

Non così… sussurrò lei tra i denti serrati. Devi mettere la mano sotto la schiena, come mi ha insegnato linfermiera.

Quale infermiera? Io non ricordo niente! Se sai come fare, dimmelo subito.

Ezio riprovò e questa volta la manovra riuscì meglio. Lei si sistemò su un fianco e il dolore calò un po. Ezio sospirò pesantemente e si sedette sul bordo del letto.

Quanto dura ancora questa storia? chiese. È già passato un mese.

Il medico ha detto almeno tre, rispose Giulia a voce bassa.

Ezio andò in cucina. Lei lo udì trafficare fra i piatti, poi accese la televisione a tutto volume: voci e musica di un quiz show inondarono l’appartamento. Giulia fissava la finestra. Fuori era un grigio pomeriggio di novembre, il vento scuoteva i rami nudi dei pioppi in cortile. Ripensava a quando, quarantanni prima, erano arrivati in quel palazzo. Gli alberi erano piccoli allora, li avevano piantati loro, insieme agli altri condomini. Ezio portava i secchi dacqua, lei reggeva le piantine. Poi erano tornati su, ed Ezio laveva presa in braccio, varcando la soglia anche se non era il loro primo appartamento. Solo così, per essere felici. Adesso, invece, non riusciva nemmeno a girarla sul letto senza dolore.

Trascorsero altre due settimane. Giulia piano imparò a muoversi, sorreggendosi alle sedie e ai muri. Il medico le aveva permesso di alzarsi solo cinque minuti al giorno. Ezio cucinava, ma male: sempre pasta scotta, scatolame, uova strapazzate troppo cotte o quasi crude. Giulia mangiava in silenzio, sapeva che lui ci metteva impegno, eppure ogni volta sentiva la tristezza salire. Prima cucinava sempre lei, piatti gustosi e vari, adorava preparare torte salate e insalate. Ora il cibo era diventato una pena per lei e un obbligo per Ezio.

Una sera, mentre Ezio già dormiva sul divano in soggiorno, ché in camera Giulia aveva bisogno di silenzio totale, lei chiese un bicchiere dacqua. Nessuna risposta. Chiamò più forte. Ancora niente. Allora, facendo forza, si alzò sorreggendosi al comodino, arrivò alla porta e lo vide: dormiva scomposto sul divano, la tv accesa, luci accese. Giulia comprese che raggiungere la cucina era impensabile, e tornò a letto piena di sete e con il cuore più pesante del corpo. Lui si era dimenticato di lei. Solo dimenticato.

La mattina dopo Ezio si svegliò tardi, le chiese come aveva dormito.

Male. Non mi hai portato lacqua.

Mi sono addormentato… scusami, ora ti porto.

Le diede un bicchiere che lei tracannò con avidità. Ezio la fissava confuso.

Ma perché sei arrabbiata?

Non sono arrabbiata, sono solo stanca, rispose lei.

Ah, sei stanca tu? E io? Pensi che sia facile per me stare dietro a te? Anche io sono un pensionato, ho settantadue anni.

Giulia non replicò, non aveva più forze. Si girò verso la finestra, udì Ezio tornare in cucina. Dopo mezzora lui la chiamò a colazione: si trascinò fino al tavolo, si sedette. Davanti a lei una ciotola di avena troppo cotta. Provò a mangiare ma si sentì male solo allodore.

Non ti piace?

No, è che non mi va, mentì.

Ezio si alzò, indossò il giubbotto.

Vado a sedermi un po giù con il Sandro. Sulla panchina là fuori.

Rimasta sola, Giulia buttò la pappa nel bidone e pescò uno yogurt in frigo che mangiò in piedi, per paura di non riuscire a tornare in camera. Si sedette dallo sgabello e guardò fuori: Ezio sulla panchina con Sandro, a fumare e ridere. Sembrava vivo, allegro. Lì, pensò, lui stava meglio che con lei.

Una settimana dopo arrivò la paura più grande. Giulia si sentì la febbre: prima 37.5, poi 38, la notte quasi 39. I brividi, la testa che pulsa, la schiena che urla. Ezio le diede una compressa e la coprì. Se peggiora, chiamo il 118, e tornò in sala a vedere la tv. Lei provò a dormire, ma niente. Alle due di notte lo chiamò. Silenzio. Gridò più forte. Nessuno. Ezio dormiva e non sentiva. Presa dalla paura, tentò di alzarsi per prendere il cellulare sul comodino: il passo, la caduta, il buio nel dolore. Cercò di urlare ma nessuno arrivò.

Fu la vicina, la mattina, che la trovò a terra: aveva sentito dei lamenti entrando, visto che Ezio aveva lasciato la porta non chiusa bene. Chiamò lambulanza e poi Giorgia, la figlia di Giulia, trovando il numero nellagenda. Ezio era ancora addormentato sul divano. Lo svegliarono i medici.

Quando Giorgia arrivò, il suo viso era bianco di rabbia. Scavalcò il padre senza degnarlo di uno sguardo e si sedette vicino alla madre, che il medico aveva appena rimesso a letto.

Mamma, stai bene? sussurrò, tenendole la mano.

Sì, Giogina, va meglio. Non preoccuparti.

Come faccio a non preoccuparmi? Sei rimasta a terra tutta la notte!

Qualche ora, non tutta la notte…

E lui? Giorgia guardava verso la porta, dove Ezio si era fermato, smarrito e colpevole.

Dormivo… Non sentivo.

Non sentivi la mamma che chiamava aiuto? Dopo unoperazione?

Sono anziano, non ce la faccio più… si giustificò Ezio.

Giorgia si alzò, alta, fiera, robusta nei suoi 45 anni. Lavorava come contabile, aveva due figli, il più piccolo aveva solo dieci anni. Guardò il padre diritto negli occhi.

Sai cosa vuol dire essere stanchi? Alzarsi alle sei, portare i bambini a scuola, andare al lavoro, tornare a prenderli, cucinare, fare i compiti, lavare, pulire? E poi doversi preoccupare della madre, qui, sola con te, che non sei capace nemmeno di portarle lacqua. Non ci riesci, papà. Non sei in grado di curare la mamma. E non vuoi nemmeno imparare.

Ma ci provo! fece Ezio, facendo un passo indietro.

Fai solo finta di provarci. Ora la mamma viene a stare da me.

Giulia avrebbe voluto cercare di opporsi, ma Giorgia la zittì con un gesto fermo.

Non discutere, mamma. Ho già deciso. Vieni a casa mia. Cè la tua vecchia stanza, la liberi, mettiamo il letto. Resterai finché non ti rimetti in sesto.

Ma tu hai la tua famiglia, il lavoro, i bambini…

Sei anche tu la mia famiglia, mamma. Non ti lascerò qui a morire perché lui scorda di darti le medicine.

Ezio non disse nulla, si chiuse in cucina. Giorgia impacchettò i vestiti, le medicine, i documenti, le foto di famiglia. Giulia guardava la figlia muoversi sicura, e sentiva un misto di vergogna, gratitudine, vuoto. Stava lasciando la casa dove aveva vissuto quarantanni, il marito di quasi cinquanta. Sapeva di fare la cosa giusta, ma dentro aveva un buco doloroso.

Giorgia chiamò un taxi attrezzato, aiutarono Giulia a scendere. Ezio la vide allontanarsi dalla porta e non disse nulla.

I primi giorni a casa di Giorgia furono duri. Giulia si sentiva dimpiccio. La camera era piccola, cera il computer del figlio più grande che ora faceva i compiti in salotto, a disagio. Giorgia si alzava prima dellalba, preparava i figli per la scuola, poi correva al lavoro, tornava in pausa pranzo per dare le medicine alla madre e un pasto caldo. Alla sera, stanca, aiutava Giulia a lavarsi, a cambiare, faceva con lei la ginnastica consigliata dal medico.

Il marito di Giorgia, Carlo, era un uomo tranquillo e buono. Faceva lingegnere, tornava tardi ma ogni sera passava a chiedere a Giulia come stava, le riportava una tazza di tè. I nipoti, Luca e Marco, allinizio erano a disagio per la nonna malata, ma poi si abituarono. Luca, il maggiore, aiutava la nonna a raggiungere il bagno quando la mamma era a lavoro. Marco, dieci anni, le portava i libri e le raccontava della scuola.

Col tempo, Giulia si sentì meglio. Giorgia trovò un bravo massaggiatore che passava due volte a settimana. Comprò un deambulatore e Giulia iniziò ad imparare a camminare di nuovo. Era umiliante e doloroso, ma la figlia era sempre lì, a incoraggiarla, a non lasciarla cedere. Parlavano tanto. Del passato, della vita, di quando Giorgia era bambina, di come Giulia aveva sposato Ezio. Si resero conto di conoscersi poco, nonostante gli anni insieme. Giorgia confidava le sue paure, le difficoltà di gestire tutto, la fatica. Giulia la ascoltava e capiva quanto la figlia stesse rinunciando per lei.

Dopo tre mesi, Giulia era in grado di camminare coi bastoni, andare in cucina, in bagno. Il medico era soddisfatto: non sarebbe tornata come prima, la schiena avrebbe sempre fatto male, niente pesi o movimenti bruschi, ma era viva e autonoma.

Ezio chiamava spesso. Allinizio di frequente, poi sempre meno. Giorgia rispondeva secca, non voleva che parlasse con la madre. Non perdonava. Dal tono di voce sentiva che la madre la capiva, ma anche che dentro soffriva per la lontananza da Ezio. Cinquantanni insieme… i ricordi erano tanti. Tutto questo non poteva cancellarsi.

Una sera suonò il campanello. Carlo andò ad aprire: era Ezio, vestito bene, con una camicia pulita, un golf nuovo. In mano una scatola di bignè alla crema e amarene, i preferiti di Giulia.

Buonasera, Carlo. Posso vedere Giulia? Solo cinque minuti.

Carlo esitò ma lo lasciò entrare. Ezio entrò nella stanza da letto di Giulia. Lei, seduta in poltrona a leggere, lasciò cadere il libro.

Ezio…

Giulia… si inginocchiò e le porse la scatola. Ti ho portato quelli che ti piacciono.

Li prese tremando. Si guardarono in silenzio. Negli occhi di lui brillavano le lacrime.

Scusami… per tutto. Non ci so fare, non ho mai saputo. Tu hai sempre fatto tutto tu. Mi sono spaventato quando ti sei ammalata. Non sapevo reagire. Ho avuto paura. Sono stato un pessimo marito.

Giulia gli passò la mano nei capelli ormai quasi tutti bianchi.

Forse non mi perdonerai. Ma dovevo dirtelo. Mi manchi, Giulia. La casa senza te è una tomba.

Lei piangeva senza nascondersi.

Giulia, ci resta poco. Siamo vecchi. Chi ci vuole oltre a noi? Tu sei la mia. Io sono il tuo. Così è sempre stato.

Giulia sapeva che era vero. La paura della solitudine la risalì, feroce. Si vide vecchia, sola, in una camera sconosciuta. Ora Giorgia cera, ma quanto sarebbe durato? Lei aveva una famiglia, una vita. Ezio era suo marito, la sola vera compagnia.

Ci penserò… mormorò.

Ezio annuì, le baciò la fronte e uscì. Appena fuori, Giorgia entrò decisa.

È venuto? Cosa voleva?

Mi ha chiesto scusa.

Giorgia si sedette accigliata.

Mamma, non vorrai tornare con lui?

Giulia non rispose subito. Fissava il buio fuori dalla finestra, la città addormentata.

Non lo so, Giorgia.

Come, non lo sai? Dopo tutto quello che ha fatto! Io che ti ho accolta in casa mia, che ho preso giorni, speso soldi, rinunciato al mio spazio… Tu vorresti tornare con lui perché ti ha portato i dolci?

Non è così semplice.

È semplicissimo, mamma! Lui è egoista. Vuole solo la serva che cucina, che lava, non te. Non ti ama! Ama sé stesso.

È mio marito. Cinquantanni sono una vita. Senza di lui non so più chi sono.

Giorgia si alzò, andò avanti e indietro per calmarsi.

Ti amo mamma, ma non capisco: scegli chi ti ferisce invece di me, che ti sono stata vicina per mesi. Mi sembra ingiusto.

Non scelgo tra voi. Voglio solo tornare a casa.

Dove ti sei sentita sola, male, ignorata.

È la mia vita, i miei ricordi. Lui è lì. Ho paura di restare sola. Non voglio morire da sola.

Non sei sola! Cè la tua famiglia!

Questa è la mia casa, la mia famiglia, ma anche questa è la vostra. Non la mia.

Le parole si spensero nellaria. Giorgia se ne andò sbattendo la porta. Giulia pianse, capì di aver ferito la figlia ma non poteva farci nulla. Era più forte lei la paura.

Due settimane dopo Giulia tornò a casa sua. Giorgia la aiutò a fare le valigie, in silenzio, fredda. Labbraccio al momento del congedo fu formale.

Se serve, chiamami.

Grazie, Giorgia. Perdono.

Non c’è niente da perdonare, rispose, senza guardarla.

Giulia comprese che quel perdono non sarebbe arrivato mai.

Ezio lattese sulla porta. Lappartamento era ordinato, le finestre pulite, una ciotola di fiori finti sul tavolo. Le tolse il cappotto, la fece accomodare, le portò un tè. Lei lo guardava, cercando di riconoscere le emozioni: tornava a casa dal marito, doveva essere una gioia, invece sentiva solo stanchezza e amarezza.

I primi giorni Ezio si sforzò. Cucinava come poteva, le portava le medicine in orario, la aiutava. Poi riprese le abitudini: dimenticava il pane, si assentava ore sulle panchine con gli amici, la lasciava sola. Giulia si adattò, faceva quel che poteva, il resto aspettava. Aveva imparato ad aspettare.

Passò un mese. Giorgia non chiamava, le rare telefonate erano secche, fredde: sono impegnata, mamma, tutto bene, ti faccio sapere io. Sapeva di aver perso la figlia. Quella consapevolezza la distruggeva, ma sapeva anche che non poteva far nulla. Aveva fatto una scelta, e ora doveva conviverci.

Una sera, mentre Ezio guardava una trasmissione urlata, Giulia lo osservò: abbandonato sul divano, pancia allaria, rideva alle battute della tv. Era presente, ma non cera. Non parlavano quasi più. Le rare conversazioni pratiche, zero altro. Pensò alle sere con Giorgia: parlavano di film, libri, scuola dei nipoti, cucinavano insieme, ridevano. In casa sua, invece, cerano solo silenzio e televisione.

Giulia prese i bastoni, si trascinò in camera. Dal mobile prese le foto di famiglia: Giorgia bambina col grembiule, la maturità, il matrimonio, i nipotini al mare. Ne accarezzò una, quella dei nipoti. Quanto erano cresciuti? Quanto mancava a non vederli? Ormai erano parte di un mondo da cui era fuori per sempre.

Giulì, vieni che fanno una roba divertente! urlò Ezio dalla sala.

Non rispose. Rimise la foto e si adagiò a letto. Fissò il soffitto. Una crepa correva dal muro verso il lampadario, come un fulmine, ricordo di una perdita dacqua di anni prima. Pensò che anche la sua vita si era aperta così: una crepa tra il prima e il dopo. Prima era una donna: moglie, mamma, nonna, indispensabile. Dopo la malattia, una zavorra. Prima per il marito, poi per la figlia. Ora unombra che aspetta senza sapere cosa.

Il mattino dopo provò a chiamare Giorgia. Nessuna risposta. Lasciò un messaggio:

Giogina, sono mamma. Richiamami, ti prego. Vorrei sapere come stanno i bambini. Mi manchi.

Giorgia non richiamò. Giulia attese un giorno, una settimana. Silenzio. Sentì che la figlia aveva davvero tagliato i ponti.

Passarono altri due mesi. Giulia imparò ad andare avanti senza bastone. Andava da sola al supermercato sotto casa, comprava quello che serviva. Ezio fu contento: così non doveva più preoccuparsi davvero di nulla. Passava le giornate tra tv e amici, tornando solo per i pasti. Giulia riprese a cucinare, a fare le faccende, nonostante i dolori. Il medico le aveva detto che la schiena avrebbe fatto male ormai per sempre. Si abituò al dolore, alla fatica, alla solitudine.

Un mattino, mentre lavava i piatti, suonò il campanello. Aprì e trovò Giorgia. Il volto scavato, le occhiaie pesanti, stretta nel cappotto.

Posso entrare? chiese.

Certo, fece Giulia, commossa.

Giorgia entrò in cucina. Ezio uscì dal soggiorno sorpreso.

Ciao, Giorgia disse, incerto.

Lei lo ignorò, si sedette al tavolo. Giulia mise del tè sul fuoco. Giorgia strinse la tazza fra le mani in silenzio. Finalmente parlò.

Mamma, devo dirti una cosa. È da due mesi che non ti chiamo, ero arrabbiata. Sentivo che mi avevi tradita scegliendo lui invece che me, dopo quanto ho fatto per te. Ma ho capito una cosa.

Giulia attese in silenzio, le mani intrecciate.

Ho capito che hai paura. Hai paura di restare sola, di essere di peso, della vecchiaia. E hai scelto ciò che conosci, anche se non è la cosa migliore: la sicurezza, labitudine. Ho provato pena, mamma.

Una lacrima fece capolino. Ma la pena non basta, continuò Giorgia, dura. Perché hai fatto una scelta consapevole, sapendo chi è papà. Sapendo che non avresti ricevuto attenzione, che avrebbe pensato solo a sé. E io, che ti ho curata, che ti ho voluto bene, che mi sono sacrificata… tu hai cancellato tutto questo.

Non volevo… bisbigliò Giulia.

Lo volevi, invece. Hai fatto la tua scelta. E ora vivrai con le conseguenze. Sono qui solo per dirti che non tornerò in tuo soccorso quando ti farà comodo. Ho dato, ora basta. Dora in poi non chiedermi nulla, salvo che per i tuoi bisogni. Posò una busta sul tavolo. Qui ci sono dei soldi, per medicine e medici. Ma non chiedermi più nulla. Addio, mamma.

Afferrò la borsa e se ne andò, senza voltarsi. Giulia restò impietrita. Ezio provò ad abbracciarla, ma lei si sottrasse.

No, basta.

Giulì, è solo arrabbiata. Tornerà, vedrai.

No. Ho perso mia figlia. Per sempre.

Si trascinò in camera e pianse, mentre sentiva la tv accendersi di nuovo nel soggiorno. Sapeva che Giorgia aveva ragione. Aveva tradito laffetto della figlia per paura, scegliendo la sicurezza al posto dellamore. E il prezzo era altissimo: la figlia era persa.

Mezzo anno dopo, la vita era sempre la stessa. Ezio passava le giornate in piazza o dietro la tv. Giulia viveva tra cucina, faccende, farmacia e supermercato. Ogni tanto telefonava, ma Giorgia rispondeva a monosillabi, spesso rispondeva il genero Carlo, educato ma freddo. Nessuna visita. Mandava regali ai nipoti, mai una risposta.

Una sera di fine estate, Giulia si accomodò come sempre vicino alla finestra. Ezio dormicchiava sul divano, la tv bassa. Del cortile saliva una risata di bambini, il sole tramontava dietro i platani. Giulia ricordò quando era Giorgia a giocare lì da piccola. Lei, Ezio, la bici, la prima corsa senza rotelle, le piccole gioie di famiglia. Ora, che cosera rimasto? Due vecchi nella stessa casa ma separati dal silenzio, ciascuno solo nel proprio mondo.

Si alzò, prese la foto di Giorgia coi nipoti al mare. Accarezzò le immagini. Che nostalgia di quel giorno, di quellarmonia. Perdono, Giogina sussurrò Giulia, ma la figlia non poteva sentirla, né perdonarla.

Giulì, sei triste? chiese Ezio dal divano.

No… rispose lei.

Vuoi un po di tè? Lo preparo io.

Va bene.

Quando lui tornò col tè, la guardarono in tv insieme senza dire nulla. Lui era tranquillo, convinto che tutto andasse bene, che la moglie fosse lì, pronta a cucinare, pulire, essere la presenza rassicurante di sempre. Non si rendeva conto che lei ormai era sola anche accanto a lui.

Domani andiamo al mercato? Compriamo i pomodori per la conserva?

Non posso portare pesi. Mi fa male la schiena.

Porterò tutto io.

Lo guardò. Era allegro alla sua maniera, inconsapevole delle macerie sotto la loro routine.

Va bene, rispose piano.

Il giorno seguente andarono al mercato: lui con la borsa, lei col bastone. Fecero spesa in silenzio, tornarono, Giulia cominciò a tagliare le verdure mentre lui, stanco, mollava tutto per la tv. Lei, da sola in cucina, pensò che probabilmente proprio in quel momento Giorgia stava facendo spesa coi figli e Carlo, ridendo, parlando, vivendo. E qui invece cera silenzio, pianti taciuti, gesti ripetuti. Era questa la sua vita. Questa la scelta che le restava. E ormai doveva viverla fino alla fine.

A volte la vita ci costringe a scegliere tra ciò che ci è familiare e ciò che sarebbe giusto. E la paura, spesso, vince sullamore. Così resta solo il silenzio. Silenzio in due.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × four =