Esci subito da casa mia!

Vattene da casa mia

– Laura, spiegami perché da due ore stai ancora ai fornelli? Le polpette, linsalata, la minestra già le hai fatte stamattina. Tanto lui non apprezzerà comunque.

Maddalena, mia madre, era seduta sul suo sgabello preferito vicino al frigorifero, la tazza di tè stretta tra le mani. Le piaceva starsene là, leggermente defilata, ma con lo sguardo sempre vigile su tutto. Aveva settantacinque anni, ma gli occhi acuti, nulla le sfuggiva.

– Mamma, ti prego, basta. Non mi sto sforzando, è solo la cena. È una cosa normale.

– Normale… ribatté Maddalena, posando la tazza sulle ginocchia. Già, ogni sera è questa normalità. Ogni venerdì, ogni giorno da ventanni, tutto uguale.

– Sono diciassette.

– Cosa?

– Sono diciassette anni, non venti.

– E allora? Hai mai contato quante polpette hai preparato in diciassette anni per lui? Quante volte hai sparecchiato? Quante camicie hai lavato?

Laura girò le polpette nella padella. Lolio crepitò, laroma di carne e cipolle si diffuse nella cucina: profumo dinfanzia, odore di una vita semplice, vera. Quel profumo la rasserenava.

– Mamma, non le ho mai contate. Né intendo farlo. Questa è la mia famiglia, è la mia vita così. Non mi pesa.

– Non ti pesa, eh? ripeté la madre, assaporando le parole lentamente, come un sorso amaro. Laura, ti sei guardata allo specchio di recente? Per bene, non di sfuggita? Sei stanca. Hai occhiaie da paura. Da quanto tempo non ti siedi a non far niente, semplicemente?

– Lo scorso weekend.

– Quando rattoppavi i suoi calzini.

Laura scoppiò in una risata spontanea, più sincera di quanto credesse.

– Ora esageri, mamma.

– No, è solo che sono attenta. Un po docchio da vecchia me lo concedi?

Fuori stava già imbrunendo. Era la fine di ottobre, e alle cinque e mezza era già quasi buio. Laura adorava questa casa in quelle sere: la luce accesa in cucina, la padella che sfrigolava, le chiacchiere leggere con la madre. Maddalena abitava da lei ormai da tre settimane: nel suo appartamento in via delle Rose stavano facendo lavori urgenti alle tubature proprio come le era successo a lei qualche anno addietro: il guasto aveva portato umidità, caos e un via vai di operai. Doveva durare due settimane, erano già tre, ma Laura non si lamentava. In fondo, trovarsi con la madre così non le pesava affatto. Era conforto.

Due locali al quarto piano di una casa popolare. Non era una reggia, ma era casa sua. Laveva ottenuta per successione dalla nonna, poco dopo la privatizzazione del 93. Aveva ristrutturato, sistemato tutto a suo modo, ci aveva abitato, poi aveva sposato Paolo ed erano andati avanti insieme. Paolo si era trasferito lì da lei, dato che aveva solo una stanza in una comune, che poi aveva venduto e, comera successo, i soldi erano svaniti in qualche modo nelle sue cose.

– Arriverà presto? domandò Maddalena.

– Doveva arrivare alle sei, sono già le sei e venti.

– Almeno ti ha chiamata?

Laura non rispose. Paolo non aveva chiamato, e nemmeno era nel suo stile farlo quando si attardava. Per lui, non avere uno studio significava essere “in giro per affari”, punto e basta.

Stava apparecchiando, quando sentì il tipico suono della porta dingresso: prima la chiave, poi la porta spalancata e infine i passi. Ma questa volta qualcosa non tornavai passi erano più duno.

– Laura, sei in casa? la voce di Paolo arrivò dal corridoio.

– In cucina.

– Ah, ok. Senti è successa una cosa

Entrò nella cucina seguito da altri due: una donna sulla quarantina con una giacca corta e una borsa a tracolla, il viso teso e risentito. E accanto a lei un ragazzo magro, con le cuffie al collo e lo sguardo basso.

Laura teneva ancora il canovaccio in mano. Rimase solo a guardare.

– Ecco. Paolo fece un gesto come a mostrare qualcosa di fatto. Conosci già Silvia. E lui è Riccardo. Mio figlio.

Laura conosceva Silvia, di vista. Era la prima moglie di Paolo, quella da cui aveva divorziato ben prima di conoscere Laura. Riccardo avrà avuto quindici anni. Laura lo aveva incontrato durante qualche compleanno di Paolo: un ragazzo tranquillo, silenzioso, incollato al telefono.

– Buonasera, salutò Laura con tono neutro.

– Salve, fece Silvia, lasciando intendere quanto poco gradisse stare lì.

– Laura, anche Silvia ha avuto i tubi rotti. Proprio come mamma. Caso vuole, è alluvionata. Impossibile restare in casa adesso. In albergo non possiamo permettercelo, lo capisci. Così ho detto che per il weekend possono dormire qui.

Maddalena, che non aveva perso una parola dal suo sgabello, posò la tazza sul tavolo senza far rumore.

– Per il weekend, ripeté Laura.

– Sì, venerdì, sabato, domenica magari anche lunedì. Si vedrà.

– Paolo. Noi abbiamo due stanze da letto. In una ci siamo io e te. Nellaltra mia madre ormai da tre settimane perché anche lei ha i lavori in casa.

– Appunto, per questo pensavo Paolo si grattò la testa. Insomma, potresti andare con mamma da lei. Ormai i lavori dovrebbero essere quasi finiti. Due notti, non è una tragedia. Silvia e Riccardo staranno qui.

Il silenzio che cadde fu pesante, tanto che da fuori si sentiva il rumore distante del tram.

– Cosa? chiese Laura, fredda.

– Io e mamma andiamo da lei, così

– Ho capito cosa hai detto. Ti chiedo solo di confermare che ho capito bene. Mi stai suggerendo di lasciare il mio appartamento a tua ex moglie?

– Laura, dai è la madre di mio figlio. Non posso lasciarli in mezzo alla strada.

– Paolo, intervenne Maddalena con voce calma ma ferma nel mio appartamento ora non cè acqua calda, ci sono i pavimenti divelti e i buchi nei muri. Sono qui da Laura perché là non posso restare.

– Maddalena, capisco, però

– Quindi suggerisci di tornare a vivere là, lasciando spazio alla tua ex famiglia, giusto? insistette la madre.

– È solo temporaneo. Silvia non ha nessuna alternativa e almeno lì ci sono i muri.

– Non ci sono i pavimenti, Paolo, precisò Laura, con voce piatta ma decisa. Cè umidità e polvere. Mia madre ha settantacinque anni, problemi di cuore e artrite.

– Laura, non fare una tragedia. Due giorni. Basterà un materasso

– Un materasso per terra per mamma?! Settantacinque anni

Silvia fece una smorfia; forse si sentiva a disagio. O magari era solo stanca.

– Senti, propose Silvia, magari intanto do unocchiata alle stanze

– Fermo, la bloccò Laura. In quella parola cera qualcosa che la inchiodò davvero.

Laura depose il canovaccio. Guardò Paolo, scrutando quel volto che conosceva da diciassette anni, con le solite stempiature che avanzavano, quel gesto sulla nuca da uomo in colpa ma mai disposto ad ammetterlo, quel tono che oscillava sempre tra vittimismo e pretesa, come chi sa di ottenere sempre ciò che vuole.

Diciassette anni. Minestroni e calzini rattoppati. Bollette pagate perché lui “dimenticava”. Pratiche in amministrazione quando pioveva dal tetto. Permessi dal lavoro per aspettare lidraulico. Silenzi sulle vacanze rimandate perché “non ci sono i soldi”. Aveva chiamato tutto questo “famiglia”, credendo fosse giusto così.

Adesso, in piedi nella sua cucina, tra le sue tende, le sue casseruole, Paolo le suggeriva semplicemente di andarsene. Come ci si sposta al tavolo di un bar, quando qualcuno te lo chiede.

– Paolo, disse. Ti prego di prendere Silvia, Riccardo e le tue cose, e uscire di casa. Adesso.

Paolo la fissò sconvolto, come se stesse parlando una lingua straniera.

– Cosa?

– Andate via. Tutti e tre. Trova loro un albergo, prendi una casa in affitto, arrangiati come vuoi. Ma non dormiranno qui.

– Laura, ti rendi conto di cosa stai dicendo? È mio figlio!

– Non ce lho con tuo figlio, Paolo. Ma tu sei entrato in casa mia chiedendo di uscirne. È diverso.

– Ma io non “ti ho chiesto di uscire”, solo

– Invece sì, parola per parola. Ripeti pure, se vuoi.

Paolo diventò rosso. Non di vergogna, ma di rabbia. Gli si arrossivano prima le orecchie, come sempre.

– Non serve fare scenate davanti agli altri.

– Questi sono i miei “altri”: mia madre e io. I vostri, fece un gesto verso Silvia, sono alla porta, venuti senza invito.

Silvia, onestamente, rimase in disparte. Riccardo scrutava il pavimento.

– Senti qui, Paolo affilò la voce: In questa casa abito anchio. Sono residente.

– Registrato, non proprietario. La casa è mia, lo sai benissimo.

– Non ne sono così sicuro. Siamo in comunione, marito e moglie

– Paolo, la casa era di mia nonna. Per eredità è venuta a me prima del matrimonio. Lo sai.

– Vedremo cosa dicono gli avvocati.

– Lo vedremo. Adesso, gentilmente, te ne vai.

– Laura!

– Vai.

Il silenzio si tese. Paolo fissava Laura, lei lui. Maddalena rimase immobile, quasi trattenendo il respiro.

Alla fine, Paolo si voltò di scatto, brontolò qualcosa, andò nellingresso. Silvia e Riccardo lo seguirono in silenzio. Una porta sbatté. Prima quella interna, poi lesterno.

Laura rimase ai fornelli. Le polpette ormai erano fredde da un pezzo.

– Ecco, esordì Maddalena dopo parecchio. Questo sì che capisco.

– Mamma, ti prego, basta.

– Sto zitta.

Laura si lasciò cadere sul bordo della sedia. Aveva le mani fredde. Le osservò come per la prima volta, poi le appoggiò con calma sul tavolo.

– Tornerà stanotte. Ha la chiave.

– E allora?

– Niente. Volevo dirtelo.

Maddalena si alzò, accese il bollitore per il tè.

– Laura, hai mica il numero di quel fabbro che ha cambiato le serrature a Rosa del terzo piano?

Laura la fissò.

– Mamma

– Che cè? Hai il numero?

– Ce lho nei contatti, da qualche parte.

– Cercalo. Oggi è venerdì, sono appena le sette e mezza. Magari lavora ancora.

Laura la guardò, poi estrasse il cellulare.

Il fabbro arrivò verso le nove e mezza. Un uomo anziano, silenzioso, con una valigetta di attrezzi. Cambiò la serratura in quarantacinque minuti, prese i soldi, se ne andò. Laura gli lasciò una mancia, perché non trovava le parole giuste per ringraziare.

Paolo tornò verso mezzanotte. La vecchia chiave non funzionava. Suonò. Richiamò. Poi chiamò il cellulare di Laura. Lei guardava il nome sullo schermo, ma non rispose. Solo dopo scrisse: La chiave non va. Domani ti mando il contatto dellavvocato. Inviò e spense il telefono.

Maddalena dormiva nella stanza accanto. Laura restò distesa al buio, a occhi aperti, chiedendosi che giornata sarebbe stata la prossima. Tanti squilli, tante parole, forse gridaPaolo sapeva urlare quando perdeva il controllo. Ma, chissà perché, non aveva più paura. Era una strana sensazione, lassenza totale di quella solita ansia del purché non si litighi.

Si addormentò poco prima delle due.

Le settimane seguenti furono pesanti. Iniziò con le chiamate, poi messaggi, poi i pochi amici in comune, infine la madre di Paolo dalla Brianza, che la chiamò piangendo, assicurando che Paolo non è cattivo, solo sfortunato. Laura rispose con cortesia, poi chiuse.

Poi arrivarono le carte dellavvocato. Paolo reclamava la casa come bene comune, a prescindere da chi lavesse acquistata e quando. Laura lesse tre volte quella lettera, poi la chiuse nella cartella, la riprese, la rilesse ancora, con quella punta di ansia nello stomaco, come quando sai che adesso si fa sul serio.

Lavorava come contabile in una piccola impresa edile. Buona posizione, stipendio sicuro, ambiente dignitoso. Sapeva risparmiare e amministrare, ma i legali costavano. E nel diritto di famiglia non aveva competenze.

Lamica Paola disse: Vai al CAF, fanno consulenze gratuite. Laura non ci credeva, ma andò comunque: doveva, tra laltro, rifare alcuni documenti dopo il cambio della serratura e capire cosa servisse per avviare il divorzio.

La sala daspetto era piena: novembre, la gente coi soprabiti, cartelline, mascherine. Laura prese il numerino e si sedette su una sedia di plastica grigia. Accanto a lei, un uomo sulla cinquantina, un po curvo, con gli occhiali. Lesse sul cellulare, poi guardò il tabellone.

Laura tirò fuori dalla borsa la lettera dellavvocato Paolo, provando ancora una volta a capire quelle frasi da legale.

– Scusi, disse luomo, ho intravisto È una questione di proprietà?

Laura rimise via il foglio.

– Perdonami, non volevo essere indiscreto. Solo langolo della vista.

– Fa niente, rispose, secca.

– Sono avvocato. Civile, mi occupo di famiglia. Vuole che le dia unocchiata? Senza impegno.

Laura lo osservò: volto comune, niente di speciale. Occhiali scuri, mani curate.

– No, grazie.

Lui tacque. Dopo qualche minuto, Laura tuttavia riprese il foglio, lo scorse a bassa voce.

– Bene comune riguarda soltanto quanto acquistato in matrimonio, disse lui, sommesso. Se lappartamento era già suo, rimane solo suo di diritto.

– Lui parla di migliorie, che abbiamo fatto lavori…

– È la solita strategia. Bisogna dimostrare investimenti comuni documentati, non basta dirlo.

Laura lo guardò meglio.

– Mi chiamo Giorgio, si presentò. E lei?

– Laura.

Giorgio non fece domande, restò lì per caso quando fu chiamato allo sportello, poi tornò. Non ho fretta. Sembra che abbia bisogno di qualche spiegazione per sentirsi più sicura.

– Non sembra che abbia bisogno.

– No, appare come chi abbia ricevuto uno strumento complicato senza istruzioni. Tutto qui.

Parlarono per quasi quaranta minuti, fino al suo turno. Giorgio spiegò le basi delle cause civili, cosa cercare tra i documenti, quali carte, senza gergo oscuro.

Prima di andarsene le diede un biglietto da visita.

– Se vuole, per una consulenza vera mi chiami. La prima volta è gratis.

– Perché?

– Perché non sopporto che la gente venga intimidita da scartoffie incomprensibili. Non è giusto.

Laura prese il biglietto. Lo contattò dopo qualche giorno.

Giorgio venne da lei il sabato successivo. Strano ricevere un uomo estraneo, ma lui lo suggerì: meglio vedere i documenti a casa. Maddalena aprì la porta e si tolse con discrezione come nulla fosse.

Tre ore a sfogliare carte. Studiò latto di eredità, il rogito, la carta della nonna quasi illeggibile. Questo è fondamentale: la privatizzazione è del 93, tua nonna, poi lasciata a te nel 98. Il matrimonio lo hai fatto

– Nel 2006.

– Otto anni dopo. Lappartamento è solo tuo, nessun rischio.

– Lui dice che i lavori

– Quando?

– Nel 2009, fatti in parte con i nostri soldi, in parte con miei.

– Hai le ricevute?

– Qualcuna.

– Se erano soldi tuoi o regali, non cè problema. Conta solo il guadagno in comunione. Se tu lavoravi e lui poco

– Lavorava, ma a tratti.

Giorgio la osservò sopra gli occhiali.

– Serve analizzare dichiarazioni dei redditi, buste paga, bonifici. È lavoro di pazienza, non difficile.

– Lo fai tu?

– Posso. Parliamo di tempi e compenso.

Non era caro. Laura, che sapeva fare i conti, capì che chiedeva meno del mercato. Non fece domande, ringraziò e firmò il mandato.

Il giudizio fu a febbraio. Un freddo grigio, le finestre della sala guardavano un muro. Laura seduta su una sedia di legno, il giudice, Paolo col suo avvocato, Giorgio accanto a lei. Giorgio era sereno. Lei ci provava, anche se aveva la sensazione di camminare su un filo.

Paolo, in pochi mesi, si era scurito. Più magro, più dimesso, gli mancava la sicurezza e sotto si intravedeva il disorientamento. Guardava Laura a lungo, sperando forse di ritrovare la donna che avrebbe ceduto, chiesto scusa, mediato.

Ma Laura non cera più.

Giorgio presentò le carte: eredità, privatizzazione, estratti conto per il mutuo e i lavori tutti intestati a Laura, i redditi incerti di Paolo, quelli sicuri e crescenti di Laura. Il fantasma delle migliorie comuni si dissolveva.

Lavvocato di Paolo balbettava di “merito morale” e “contributi casalinghi”. Il giudice restava impassibile.

La sentenza venne seduta stante. Lappartamento era di Laura.

Uscirono dal tribunale che faceva davvero freddo. Giorgio le fece un sorriso.

– Hai visto? Te lavevo detto.

– Vero, rispose lei, sorridendo un po.

– Andiamo a bere un caffè? Lì vicino sono forti.

Si incamminarono. Un caffè, nientaltro. Eppure, Laura si sentì come se dopo diciassette anni riscoprisse la normalità delle piccole cose.

Il divorzio si concluse in marzo. Tutto tranquillo: Laura una firma, Paolo una firma, il giudice timbrò e basta.

Laura tornò a casa in metropolitana, senza sensazioni di grande dolore né di trionfo. Era una strana stanchezza, mista a curiosità. Davanti a sé una porta nuova, e per la prima volta non aveva paura.

La primavera quellanno arrivò presto.

Ad aprile il caldo esplose prima del previsto. Laura spalancò le finestre, decise che era il momento di rifare i lavori. Non perché lo pretendesse un marito, né per gli ospiti: semplicemente perché lo voleva lei. Pareti chiare, tende nuove, piastrelle in bagno finalmente dignitose.

Fece venire diversi tecnici, stilò il preventivo, lo controllò due volte. Gli operai arrivarono il primo maggio: Festa del Lavoro, e la cosa le fece ridere.

Maddalena finalmente tornò a casa sua. I tubi erano sistemati già a dicembre, poi la pittura: alla fine salutò la figlia con aria da signora uscita da un ciclo termale. Prima di partire bevvero insieme il tè in cucina.

– Laura, non sono più preoccupata per te. Proprio no. Prima sì, ora no.

– E come mai?

– Perché ti riconosco finalmente.

Laura non chiese nemmeno a chi somigliasse prima.

Il cantiere durò due mesi. Laura viveva nel caos come solo chi sa vedere già lordine finale. Cucinava su un fornelletto elettrico, osservava i lavori, parlava con il caposquadra con polso fermo. Sceglieva ogni tessera, e ci trovava gusto.

Giorgio passava ogni tanto. Senza obblighi, portava qualcosa da bere o un libro da leggere. Era un uomo di poche parole, ma i loro discorsi si allungavano volentieri, spesso letterari. Laura, che leggeva poco per mancanza di tempo, scoprì di avere voglia di mettersi alla prova con qualcosa di nuovo. Poi li discutevano insieme, anche litigando, e le piaceva scoprire che Giorgio non si offendeva mai.

A fine maggio, una sera, camminarono lungo lArno. Il profumo dellacqua si mescolava a quello della prima vegetazione. Giorgio le raccontava un romanzo sulla rinascita dellEuropa dopo la guerra. Laura lo ascoltava e intanto sentiva che era tanto che non passeggiava semplicemente così, senza meta.

– A cosa pensi? chiese lui.

– Che era tempo che non vagavo senza meta.

– Senza meta?

– Senza compulsare la lista delle cose da fare. Camminare e basta.

Lui ci ragionò un po, poi commentò:

– Non è semplice camminare così, sai?

– Ne sono consapevole.

Si sedettero su una panchina. Parlarono poco. Era bello anche il silenzio.

A giugno i lavori finirono. Laura sistemò tutto lentamente: tende nuove color crema, mensole, piastrelle in bagno, la cucina con un mosaico verde scuro che temeva troppo vivace, ma che era perfetto.

Fotografò la casa, spedì la foto alla mamma. Maddalena rispose: “Laura, che bello. Preparo i biscotti e vengo!” Poi la chiamò per sapere tutto nei dettagli.

A luglio, al lavoro, accadde una cosa bella. Il responsabile contabile andò in pensione: la chiamò il direttore, le offrì il ruolo senza mezzi termini. Lei si prese ventiquattrore, poi accettò.

Uno stipendio diverso. Responsabilità nuove, ma lei aveva sempre saputo gestirle. Solo che prima non ne era cosciente.

Lestate trascorse lieve. Agosto era caldo, e lei con Giorgio andò qualche volta in campagna da amici di lui, tempo trascorso senza preoccuparsi di nulla. Laura imparava a non sentirsi in colpa se restava semplicemente a non far niente. Si scopriva capace di perdersi nei dettagli del vento tra le foglie di un melo.

Con Giorgio non si correva. Era divorziato da anni e non aveva mai maledetto il passato. Era gentile, senza trionfalismi né rancori. Laura lo capiva e lo apprezzava. Voleva solo quiete e solidità.

A settembre, quando tornò lautunno, la vita di Laura appariva finalmente diversa. Non migliore in assolutola vita non lo è mai completamentema più vera. Come se dopo tanto mancato ossigeno, fosse tornato a respirare.

Lincontro con Paolo avvenne a fine settembre, imprevisto.

Laura usciva dallEsselunga con due borse della spesa. Giornata umida, foglie sui marciapiedi, aria pungente dautunno. Doveva ancora chiamare Giorgio: si erano messi daccordo per andare al cinema il mercoledì.

Paolo era davanti alla farmacia, armeggiava con lo smartphone. Alzò la testa, la vide.

Il primo istante fu imbarazzante. Laura coglieva una nota di disagio sul volto di Paolo.

– Laura.

– Paolo. Ciao.

– Ciao. Sei stai proprio bene.

Era vero. Laura si sentiva bene, non perché ci provasse, ma perché dormiva, mangiava e non si logorava più ogni giorno in una tensione silenziosa.

– Grazie.

– Dove stai andando?

– A casa.

Silenzio. Lui si spostò da un piede allaltro.

– Come vai?

– Bene.

– In ufficio tutto ok?

– Sì, tutto regolare.

Paolo voleva ancora aggiungere qualcosa. Laura lo sentiva cercare nel suo viso come uno spazio familiare su cui far leva.

– Senti, Laura. Volevo chiederti magari un caffè, tanto per parlare.

– Di cosa?

– Così, della vita. Diciassette anni… non si buttano.

Laura aveva una busta con yogurt al mirtillo, pane, formaggio e un piccolo cactus che aveva comprato vicino alle casse perché le era sembrato buffo.

Guardava Paolo. Un uomo un po trasandato, stanco, che sembrava aspettasse da lei un segno di indulgenza, di ritorno al solito schema.

– Non abbiamo niente da dirci, Paolo.

– Non esagerare

– Sul serio, niente. È tutto chiuso, tutto deciso. Tu vivi la tua vita, io la mia. E va bene così.

– Va bene così, ripeté lui.

– Sì, va bene.

Si guardarono per un attimo ancora. Poi Paolo fece cenno col capo.

– Ciao allora.

– Ciao, Paolo.

Laura continuò a camminare. Le foglie scricchiolavano sotto i piedi; la borsa le tirava un po le braccia. Non si voltò.

Tutto quello che era stato era rimasto alle spalle: diciassette anni di polpette, camicie stirate, la parola famiglia usata come scusa. Bastò un venerdì sera per cambiare tutto.

Pensava di dover provare qualcosa per chiudere questo bilancio interiore. Invece nulla: solo la strada con i sacchetti, un autunno splendido, la voglia di mandare un messaggio a Giorgio e un cactus che le punzecchiava la borsa.

Prese il telefono: “Mercoledì sei libero?”

Rispose dopo un minuto: “Sì. Dove vuoi andare?”

“In un cinema. Cè quel film francese di cui parlavi.”

“Perfetto. Alle sette?”

“Alle sette.”

Laura ripose il telefono e camminò ancora. Il vento sollevò le foglie arancioni, marroni, un po dorate. Una si attaccò al bavero della giacca. Non la tolse, la portò fino al portone.

Al quarto piano appoggiò le borse, infilò la chiave nuova, quella installata quella notte di ottobre, nella serratura.

In casa cera profumo di nuovo e di legno delle mensole appena montate. Sul davanzale della cucina ora cerano piante vere, che si era finalmente concessa di tenere, senza più sentirsi dire “ma perché riempi il davanzale?” Verdi, vitali, appena impolverate. Il cactus si accordava bene.

Mise su lacqua per il tè. Aprì la finestra: solo uno spiraglio, per sentire la strada. Dentro arrivò aria fresca, che profumava di foglie.

Si sedette al suo tavolo, aspettò che bollisse lacqua. E oltre il vetro, nel cortile, ribolliva il suo ottobre, la sua casa, la sua vita.

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