Appendice allappartamento
Non hai capito, Claudia. Non sono venuto per cena. Sono venuto per dirti una cosa importante.
Claudia Serena Gualtieri era ferma ai fornelli, rivolta di spalle a suo marito. Il mestolo di legno sospeso sopra la pentola del brodo. Il bollore lieve, con le bollicine che salivano dal fondo, era lunico suono che sentiva in casa in quel momento. Poi nemmeno quello.
Cosè di così importante? domandò, senza girarsi. La voce uscì calma, quasi professionale. Se ne stupì lei stessa.
Andrea la superò per andare al tavolo e posò la ventiquattrore sulla sedia. Era un suo gesto tipico: la ventiquattrore sempre sulla sedia, la giacca sulla spalliera. Trentanni sempre gli stessi piccoli rituali. Claudia li sapeva a memoria, come una filastrocca imparata nell’infanzia che ormai non dice più nulla, ma rimane lì.
Me ne vado, disse lui. Senza esitazione, senza giri di parole. Semplicemente: me ne vado.
Il mestolo fu poggiato sulla base accanto ai fornelli. Claudia si voltò lentamente.
Andrea era seduto al tavolo, ancora con la giacca addosso. Cinquantotto anni, e in qualche modo era sia lo stesso uomo che aveva conosciuto una vita fa, sia già un altro. I capelli quasi tutti grigi. Le mani appoggiate al tavolo, palmi giù, tranquille, come quelle di chi ha già preso una decisione, senza più bisogno di spiegare.
E dove? chiese Claudia. Una domanda sciocca, ormai sapeva la risposta.
Da Stefania. Non la conosci. Lavora nel nostro dipartimento. Ha trentquattro anni.
Agli anni diede un peso particolare, come se letà facesse parte della motivazione. Forse era così.
Claudia prese dal tavolo un tovagliolo di lino, piegato a triangolo apposta per la cena, solo unora prima. Lo rigirava tra le dita. Aveva preso quei tovaglioli da una signora abruzzese al mercato. Erano spessi, piacevoli al tatto, e Andrea finiva sempre per stropicciarli tutti, lasciandoli in un groviglio accanto al piatto. Lei li stendeva, li lavava, per trentanni.
Da quanto? domandò.
Un anno e quattro mesi.
Un anno e quattro mesi. Claudia fece il conto. Lestate scorsa. Erano stati insieme in Calabria, soli dopo tanto tempo. Lei aveva creduto fosse un nuovo inizio. Si sbagliava.
Devi capire, iniziò Andrea. Si sporse un poco, e Claudia notò che lui fissava un punto sopra la sua spalla. Non significa che tu sia una cattiva persona. Semplicemente Claudia, ti sei spenta. Sei diventata parte della casa. Un accessorio. Tornavo e vedevo i vetri puliti, le camicie stirate, i piatti in ordine. Tutto perfetto. Solo che tu non ceri. Tu come persona, dico.
Lei restava in ascolto. Tra le mani il tovagliolo di lino si avvolgeva stretto come una corda.
Con Stefania mi sento vivo. Si interessa a ciò che faccio. Mi fa domande. Parliamo tanto.
E con me non parlavi?
Claudia silenzio. Da dieci anni parli solo della casa, dei figli, dei vicini. Mi dispiace. Ma è la verità.
I figli. Il loro figlio Pietro abitava a Torino con la famiglia. La figlia Lucia viveva a Firenze da cinque anni. Chiamavano la domenica, a volte tornavano per le feste. Claudia sentiva la mancanza ogni giorno, ma era una nostalgia che non si dice ad alta voce. Ci convivi, come si convive con una vecchia cicatrice.
Te ne vai adesso? chiese lei.
No. Non stasera. Ho bisogno di qualche giorno per preparare le mie cose. Se vuoi, posso stare da Vittorio.
Vittorio. Il suo amico dinfanzia. Quindi lui sapeva. Forse da tempo.
Resta, disse Claudia. La voce ancora calma. Non serve che vai da lui. Prepara tutto qui.
Si girò ai fornelli, spense il gas. Il brodo finiva di cuocere in silenzio.
Quella notte restò sveglia sul suo lato del letto, guardando il soffitto. Andrea sembrava essersi addormentato subito, o forse fingeva. Il soffitto era sempre lo stesso: bianco, con una piccola crepa nellangolo che avrebbero dovuto sistemare ormai due autunni fa. Claudia guardava la crepa, pensando che ora non lavrebbe più sistemata. Non ce nera motivo.
Le lacrime arrivarono verso le tre. Senza rumore. Solo un calore che scendeva sul viso. Non si fermò. Rimase così, in silenzio, finché fuori non iniziò a schiarire.
Andrea se ne andò dopo quattro giorni. Prese due valigie, il portatile, i libri di economia e qualche effetto personale dal bagno. Claudia stava in cucina, mentre lui si muoveva per raccogliere le sue cose. Beveva un tè che non sapeva di niente. Quando la porta si chiuse dietro di lui, il silenzio fu diverso dal solito. Come se da casa avessero tolto i mobili.
Nei primi giorni Claudia continuava tutto come sempre. Lavava i piatti. Spolverava le mensole. La domenica prese dal guardaroba tutte le sue camicie bianche e rimase seduta unora con quelle sulle ginocchia, senza sapere che farne. Nove camicie. Andrea voleva il bucato separato per il bianco, lamido solo per i colletti. Lei le aveva stirate per trentanni ogni settimana. Nove camicie bianche, e nessuna idea su dove metterle.
Alla fine le sistemò di nuovo nellarmadio. Chiuse lanta.
Pietro telefonò il mercoledì. Aveva la voce rispettosa, come chi sa già, ma non è sicuro di come dirlo.
Mamma, ho sentito papà. Come stai?
Bene.
Bene come?
Bene è bene, Pietro. Va tutto a posto.
Percepiva che voleva aggiungere, proporre di andare da lui a Torino, o suggerirle qualcosa che non aveva chiesto. Invece disse solo:
Stai mangiando?
Sì, sì.
Va bene. Se hai bisogno, chiamami.
Ti chiamo, non ti preoccupare.
Non aveva mangiato quasi niente per una settimana. Non per volontà. Apriva il frigorifero e trovava ancora i suoi formaggi, la senape nel vasetto piccolo, il kefir. Non buttava nulla. Chiudeva e cambiava stanza.
Lucia arrivò allimprovviso per il weekend. Chiamò dalla stazione.
Sono a Milano, vieni a prendermi.
Claudia la accolse alla metropolitana. Lucia ricordava lei da giovane: capelli scuri, portamento dritto, sguardo deciso. Solo trentanni in meno e diverso dentro.
Mamma, sei dimagrita.
È normale.
Non lo è in due settimane. Le prese il braccio. Andiamo a casa. Ho portato un po di roba da Firenze.
Lucia si fermò da lei due notti. Cucinava, teneva in ordine, guardava film insieme. La seconda sera rimasero a parlare fino a tardi in cucina. Claudia parlava. Senza piangere, senza lamentarsi. Raccontava comera lui da ragazzo. Di come si fossero conosciuti alla biblioteca di storia dellarte. Si erano sposati a ventisette anni, lui ventinove. Lei lavorava come storica dellarte al museo civico, lavoro che adorava. Poi era nato Pietro, poi Lucia. La vita era cambiata. Non peggio, solo diversa.
Ma lavoravi, mamma. Quando hai smesso?
Quando avevate quattro e sette anni. Papà preferiva fossi a casa, diceva che i figli erano piccoli. Ho accettato.
E non te ne sei mai pentita?
Claudia rifletté.
Allora no. Adesso non lo so.
Lucia ripartì la domenica sera. Claudia restò alla finestra a guardarla finché la vide girare langolo con lo zaino sulle spalle.
Lappartamento tornò silenzioso. Un silenzio diverso, però. Non più così opprimente. Semplicemente silenzio.
Per le tre settimane successive Claudia tirò avanti. Si alzava, si lavava, preparava il caffè. A volte si spingeva al supermercato. Guardava fuori. Stirava le tovaglie che nessuno sporcava più. Annaffiava le piante sul davanzale. La vita proseguiva con il suo ritmo.
Una sera prese una vecchia scatola dalla sommità dellarmadio. Non sapeva spiegare il perché. Forse le mani erano andate da sole. Dentro cerano la sua tesi di laurea, qualche catalogo mostre seguite come curatrice, e una pila di fotografie. In una lei, giovane e seria, stava accanto a un quadro fiammingo in museo, bacchetta in mano. Sul retro: Inaugurazione mostra. Marzo 1986. Aveva ventinove anni.
Restò a lungo a fissare la foto. Poi la appoggiò sul comodino, rivolta in su.
Grazia telefonò il giovedì, tardi.
Grazia Fiorentini era sua amica dai tempi delluniversità. Avevano studiato insieme storia dellarte, poi la vita le aveva separate, ma ogni tanto si rivedevano e riprendevano sempre il discorso da dove era rimasto, senza imbarazzo.
Claudia, lo so. Lucia mi ha scritto.
Lucia ti manda i suoi saluti? Claudia sorrise appena. Siete daccordo, eh?
Niente accordi. Ha solo a cuore tua madre, la capisco. Anchio mi preoccupo. Come stai?
Vivo.
Non è una risposta.
Non ne ho altre.
Una pausa. Poi Grazia disse:
Senti, volevo chiederti una cosa da tempo. Ti ricordi la professoressa Zambrini?
La Zambrini? Quella della facoltà?
No, della Galleria dellArte Contemporanea in Brera. Siamo state insieme a un vernissage nel 94.
Sì, vagamente.
Ecco, mi ha chiesto una persona per la galleria. Consulenza sullallestimento e presenza alle inaugurazioni. Part-time. Claudia, è il tuo mestiere. Lhai fatto per ventanni.
Claudia entrò in salotto al buio e si lasciò andare sul divano.
Grazia, sono passati venticinque anni.
Larte non invecchia. E nemmeno tu. In galleria ci sono fiamminghi, impressionisti, arte contemporanea. Tu ne sai più della maggior parte dei critici attuali. Vai solo a parlare con la professoressa Zambrini. Una chiacchierata. Non promettere nulla.
Lappartamento era calmo. Dalla strada si sentiva il rumore di Milano.
Vai, ripeté più piano Grazia. Claudia, a che serve restare qui ora?
Claudia non rispose subito. Poi disse:
Dammi il suo numero.
Quella notte non dormì. Pensava, non ad Andrea, ma a sé. Alla Claudia giovane della foto. Quella che sapeva a memoria la collezione fiamminga, chiudeva gli occhi e ricordava ogni quadro. Ricordava lodore della vernice in laboratorio, il peso dei cataloghi. La voce di un vecchio curatore che le diceva: Gualtieri, tu hai occhio, quello non si impara, o ce lhai o no.
Locchio non era sparito, aveva solo fissato a lungo tovaglioli di lino e camicie bianche.
La professoressa Zambrini era una signora minuta sui settantanni, energia da vendere e occhiali rossi. Uscì dalla galleria appena vide Claudia sulla soglia.
Lei è la Gualtieri. Grazia mi ha parlato molto di lei. Vieni che ti mostro lo spazio.
Claudia la seguì nelle sale e sentiva qualcosa. Allinizio non capì, poi sì: respirava. Respirava davvero, profondamente, dopo tanto tempo.
La galleria era piccola ma elegante. Tre sale: esposizione permanente darte europea 700-800, spazio ai giovani artisti, una saletta conferenze. Muri chiari, luci bene calibrate. Claudia valutava distinto i posizionamenti: qui la tela va spostata, qui la luce sbaglia angolo.
Qui cè un problema, disse la Zambrini davanti a una natura morta olandese Il pubblico passa oltre. Il quadro è ottimo, ma non qui. Che pensi?
Claudia osservò qualche secondo.
Va alzato di dodici centimetri e spostato a fondo sala. È pensato per una visione frontale, la luce laterale fa perdere le ombre. Vicino cè una tela troppo accesa: la schiaccia.
La Zambrini la fissò sopra gli occhiali. Poi sorrise.
Vieni lunedì. Tre giorni a settimana poi vediamo.
Claudia uscì dalla galleria e si fermò sul marciapiede. Era marzo, ancora freddo, ma laria era già diversa. Teneva la borsetta in mano e, per la prima volta da settimane, non pensava alla casa, né ad Andrea, né alle camicie o ai tovaglioli. Era ferma solo lì.
Prese il telefono e chiamò Grazia.
E allora? chiese subito lei.
Vengo lunedì.
Lo sapevo! Grazia, sembrava quasi saltare dallaltra parte della cornetta. Brava Claudia! Sono felice.
Vedremo, disse Claudia. Ma anche la sua voce era diversa.
Venerdì prenotò dal parrucchiere. Decisione improvvisa: passando davanti a un salone, vide una donna con un taglio corto e decise di entrare. La parrucchiera si chiamava Violetta.
Che facciamo? chiese guardandola nello specchio.
Claudia osservò la sue riflesso. Capelli scuri con i fili dargento, raccolti da anni.
Taglio corto. E basta tinte. Voglio la mia età. Che si veda.
Violetta alzò un sopracciglio.
È sicura? Di solito mi chiedono il contrario.
Sono sicura.
Passò quasi tre ore in salone. Quando Violetta le girò lo specchio, Claudia fissò per qualche secondo la donna davanti a sé. Taglio netto, colore sale e pepe. Fronte scoperta. Il viso sembrava nuovo.
Mi piace, disse lei.
Sta benissimo, approvò Violetta. La maturità dona, sa? Quelle linee sono vostre.
Claudia pagò, uscì e si guardò nel vetro di una vetrina. Si fermò. Quella donna la fissava diritta, senza chiedere scusa.
Sabato andò al centro commerciale. Non per cibo: vestiti. Era tanto che comprava solo roba utile: pantaloni grigi, maglioni scuri, giacche comode. Niente che si notasse.
Girava tra le vetrine e, invece, cominciò a scegliere con altri occhi. Davanti a una boutique piccola, si fermò. Dentro pochi capi, ma tutti forti: una giacca blu carta da zucchero, pantaloni a righe a vita alta, un abito di lino a manica lunga.
Acquistò la giacca e i pantaloni. In camerino, davanti allo specchio, pensò che non si riconosceva. Poi invece sì: non la vedeva da tanto.
Lunedì, alla galleria con la Zambrini, lei la accolse come se si conoscessero da sempre. La portò tra i depositi, le presentò il giovane amministratore Paolo e il restauratore Elia, uomo di trentacinque anni con la barba e le mani macchiate di colore.
Elia, lei è Claudia Serena, storica dellarte. Ora collabora con noi.
Elia alzò lo sguardo. Disse solo:
Benvenuta, e tornò alla cornice.
Il primo giorno Claudia sistemò vecchi cataloghi, studiò documentazione sulle collezioni, parlò con la Zambrini dei punti forti e deboli della galleria.
Mi dica onestamente, le domandò la Zambrini servendo il tè. La terza sala. Cosa non va?
Troppa roba, rispose Claudia. Sedici quadri in uno spazio che ne regge dieci. Lo sguardo si perde. Chi non trova come orientarsi, fugge. E non ricorda nulla.
La Zambrini la osservava contenta.
Ecco. Tre mesi che cerco di spiegarlo al Consiglio. Lei sa come argomentare. È un dono.
La sera, Claudia tornava in casa. Le pareti bianche, i suoi mobili, le sue cose, le piante. Ma qualcosa in lei era già cambiato, ogni giorno un po.
Alla fine della seconda settimana chiamò Lucia.
Mamma, hai la voce diversa, notò Lucia.
Diversa come?
Non saprei. Più viva.
Andrea intanto viveva da Stefania a Sesto San Giovanni. Un bilocale. Lei lavorava dalle nove alle diciotto, poi yoga martedì e giovedì, il venerdì usciva con le amiche. Andrea non sapeva gestire quegli orari.
A casa sua cera sempre la cena pronta. Claudia sapeva tutto di lui, abitudini, orari, gusti. Ora tornava in un appartamento vuoto.
Cucinare non gli riusciva, a parte uova e panini. Allinizio sembrava quasi divertente, poi no.
Stefania cucinava a volte. Buona cucina veloce, moderna, ricette da internet. Ma cucinava per sé, non per lui. Era questa la differenza, che Andrea non aveva capito subito. La realizzò solo col tempo, ma non seppe mai spiegarla davvero, nemmeno a sé stesso.
Andrea, vai tu al supermercato domenica? chiedeva Stefania. Tranquilla, senza rimproveri. Ho laperitivo con le ragazze.
Lui ci andava. Davanti agli scaffali non sapeva cosa prendere. Claudia lo sapeva sempre. Non ci aveva pensato mai, in trentanni.
Una sera dinizio aprile Stefania arrivò tardi, con aria eccitata.
Andrea, nuovo responsabile in ufficio. Trentun anni, di Milano. Un tipo brillante, incredibile.
Andrea era con un libro. Alzò lo sguardo.
Bene, rispose.
Abbiamo parlato per tutta la pausa pranzo di architettura! Ha studiato al Politecnico di Zurigo, ha una visione unica
Bene, ripeté Andrea.
Stefania lo fissò. Cera qualcosa nei suoi occhi che lui voleva evitare.
Non mi chiedi di cosa abbiamo parlato?
Di architettura, no? Hai appena detto.
Lei andò in cucina, trafficando rumorosamente con piatti. Andrea restò con il libro aperto, ma non lesse più una pagina.
Claudia, ad aprile, lavorava già da un mese e mezzo alla galleria. Aveva riorganizzato la terza sala, tolto sei quadri, ridisposto il resto che ora respirava. La Zambrini apprezzò.
Claudia Serena, disse, sa cosè la pausa nella musica?
Certo.
Sa mettere le pause nello spazio. È raro.
Claudia si preparava per una lezione pubblica. La Zambrini suggerì una serie dincontri, ogni due settimane, su opere selezionate. Claudia accettò, anche se con timore: non parlava in pubblico da venticinque anni.
Ha paura? chiese la Zambrini.
Un po.
Bene. Vuol dire che se lo prende sul serio.
La prima lezione portò dodici persone. Claudia parlava davanti a una natura morta olandese, spostata secondo il suo consiglio. La voce un po tesa, allinizio, poi più sciolta. Spiegava che, dietro il pane, la brocca, le prugne, la tovaglia, il pittore raccontava unassenza: sembrava che qualcuno fosse appena uscito dalla stanza, lasciando il calore sulle cose.
Una signora anziana si avvicinò alla fine.
Sa, ci sono stata cinque volte qui, ma questo quadro non lo avevo mai notato. Ora con le sue parole lo vedo.
Claudia rincasò a piedi. Aprile era quasi caldo. Pensava a quella donna. Aveva appena detto della presenza che si percepisce tra gli oggetti rimasti dopo qualcuno. Era vero. Riguardava il quadro. Ma anche se stessa. Qualcuno era uscito, il suo calore restava. Ma ora non faceva più così male.
Grazia venne a trovarla a maggio. Era passato più di un anno dallultima volta. Appena Claudia aprì, Grazia la guardò.
Ti sei tagliata i capelli.
Da un po.
Mamma mia, Grazia appoggiò la borsa. Claudia, stai bene. Non «bene per letà». Proprio bene.
Su, basta.
No, davvero. Sei cambiata.
Parlarono fino a notte. Vino e storie. Grazia raccontava di Firenze, dei figli grandi, del lavoro alluniversità. Claudia di mostre, della Zambrini, delle sue mini-lezioni.
Settimana scorsa ho trovato i vecchi appunti delluniversità, raccontò Claudia. Ricordi quando andammo insieme agli Uffizi? Terzo anno.
Tre ore bloccata davanti alla Primavera di Botticelli.
Due e mezzo.
Tre, sicuro. E io seduta, le gambe mi facevano male, ma ti guardavo ipnotizzata davanti al quadro.
Claudia rise, di gusto, un riso che non usava da mesi.
Dimmi, chiese poi piano Grazia, non sei arrabbiata con lui?
Claudia esitò stringendo il bicchiere.
Un po sì, a volte. Ma meno che allinizio. Strano: non sono arrabbiata con lui, ma con me stessa. Per non essermi accorta che pian piano Smettevo di esistere. Lui lha visto. Anche se ha detto certe cose nel modo peggiore.
Non eri tu. Era una parte, il ruolo della moglie-madre: tutto in ordine, tutto perfetto.
Lo so. Lho scelto io quel ruolo.
Ma non hai mai scelto di sparire.
Claudia guardava fuori. Strada buia, lampioni. Grazia aveva ragione. Non lo si nota. Nessuno ti ordina di smettere di essere te. Ogni giorno un po di routine, e alla fine ci vivi dentro come nella nebbia: sai che cè il mondo, ma lo perdi di vista.
A fine maggio la galleria aprì una mostra di fotografie di mercati italiani. Claudia collaborava allallestimento con il giovane fotografo Ettore. Un lavoro concreto, fisico, dove il risultato si vede subito.
Alla vernice, molta gente. Alla Zambrini piacevano le serate di pubblico: gente con il calice, musica, chiacchiere davanti alle opere. Claudia osservava le reazioni delle persone. Alcuni volti si illuminavano, altri si chiudevano. Le foto erano buone, lo aveva capito subito.
Lavora qui?
Si voltò. Un uomo, sessantanni, un po tarchiato, accento francese.
Sì.
La guardo da un po. Non come semplice curiosa, ma come addetta ai lavori.
Storica dellarte, rispose lei.
Jean-Pierre Moreau, presentò la mano. Fotografo.
Claudia Gualtieri.
Restarono qualche minuto davanti a un ritratto, una donna anziana dietro una fila di pomodori, negli occhi la storia di una vita.
Buon lavoro, osservò Claudia. Non teme i volti ricchi di storia.
Jean-Pierre la fissò.
Parola giusta. Storia. I giovani fotografi spesso temono la storia nei visi. Pensano la bellezza sia solo nei ragazzi. Sbagliano.
Chiacchierarono ancora venti minuti. Moreau era un fotografo noto; mostre a Parigi, Amsterdam, Berlino. Ora cercava volti nuovi in Italia.
Faccio una serie sulle donne. Sopra i cinquantacinque. Mi interessano i volti che hanno vissuto. Non sofferenti, ma forti, cambiati dallesperienza. Capisce?
Sì.
Lei ha proprio quel volto.
Claudia esitò.
Mi propone di fotografarmi?
Le propongo di far parte del progetto. Diverse sedute, forse una mostra, forse una pubblicazione. Non prometto nulla, ma non sbaglio spesso le scelte.
La Zambrini si avvicinò con un bicchiere.
Conoscete già la nostra Claudia Serena? È nuova, ma ormai indispensabile.
Jean-Pierre lasciò un biglietto.
Ci pensi, non risponda subito.
Claudia ci pensò due settimane.
Non capiva bene perché esitava. Non per timidezza: ormai era altro. Non era paura della macchina fotografica. Qualcosaltro. Provò a parlarne con Grazia.
Vuole fotografarti? Grazia come se fosse scontato.
Sì.
E tu tentenni?
So che devo dire sì. Solo non capisco cosa aspetto.
Perché non credi ancora fino in fondo di potertelo permettere, disse Grazia.
Claudia restò zitta al telefono.
Puoi, ecco. Te lo dico chiaro.
Scrisse a Moreau di venerdì sera. Breve: Accetto. Quando cominciamo?
La prima sessione, a metà giugno. Moreau prese uno studio in Porta Romana. Claudia ci andò con la giacca blu carta da zucchero e i pantaloni a righe alte. Nessun trucco speciale, il suo di sempre.
Così va benissimo, disse Moreau.
Lavorare con lui era facile. Non diceva sorrida, o guardimi. Parlava. Chiedeva della galleria, dei gusti artistici, di Firenze. Lei rispondeva. Dimenticava la macchina.
Dopo unora le fece vedere qualche scatto.
Claudia osservò a lungo. Era proprio lei: una donna di cinquantasette anni, coi capelli corti argento-neri, il volto segnato dal tempo. Ma non sofferente. Cera qualcosa di saldo. Come la vecchia mercantessa dei pomodori.
Vede? domandò Moreau.
Vedo.
Mentre Claudia posava, teneva lezioni, ricostruiva la sua vita dai frammenti dimenticati in fondo allarmadio, Andrea viveva le sue scoperte.
Stefania era brava, vivace, intelligente. Andrea lo sapeva. Ma con lei doveva sempre essere presente. Lei non lasciava vuoti. Ogni sera doveva parlare, progettare, vivere tutto insieme. Se lui taceva, lei si preoccupava. Se leggeva, si sentiva sola.
Andrea capì allora che il silenzio non è solo silenzio. Con Claudia era quiete, come in biblioteca: potevi stare ore nella stessa stanza, ciascuno con il suo, e andava bene così. Con Stefania, il silenzio diventava un problema.
Capì inoltre che la vita domestica richiede attenzione. Claudia la svolgeva invisibilmente. Era come laria: ci aveva vissuto trentanni senza rendersene conto. Ora se ne accorgeva.
A luglio chiamò i figli. Prima Pietro, poi Lucia. Pietro fu formale, cortese, freddo. Lucia disse secca:
Papà, non chiamarmi per essere compatito. La mamma ora sta bene. Lasciala in pace.
Non seppe che replicare.
A settembre la Zambrini le mostrò il nuovo numero della rivista Stile. Una bella rivista culturale milanese. Diversi pagine dedicate al progetto Moreau: titolo Storia che resta. Dieci ritratti di donne, diversi paesi e vite. Il primo: Claudia Gualtieri. Unintera pagina, lei mezzi girata, lo sguardo in basso a sinistra, come a leggere qualcosa di invisibile. Giacca blu carta da zucchero. Linea diritta delle spalle. Un volto senza orpelli.
Claudia Serena, disse Paolo entrando in galleria. Guardi qui che successo.
Mostrò larticolo online. Migliaia di visualizzazioni.
Complimenti, davvero.
Grazie, Paolo.
Jean-Pierre le scrisse la sera stessa: Una galleria parigina vuole il progetto. Forse mostra a febbraio. Le piacerebbe venire?
Claudia sedeva in salotto, il cellulare in mano. Fuori Milano si stendeva nella sera. Le piante sul davanzale cresciute durante lestate. Le aveva comprate e curate lei. Senza Andrea.
Andrea fu informato da Vittorio, lamico dinfanzia.
Hai visto di Claudia? gli chiese.
No. Cosa?
È sulla rivista Stile. Servizio importante, con un fotografo francese. Primo piano.
Andrea rimase muto. Poi cercò la rivista, lesse. Guardò la foto a lungo. La chiuse. Riaprì.
Non laveva riconosciuta subito. Il taglio corto, il modo di stare. Ma, dopo un attimo, sì: era lei. Non però la Claudia lasciata ai fornelli con il mestolo in mano. Era unaltra. Era, forse, la Claudia che ricordava confusamente dagli anni giovani. O una Claudia che cera sempre stata, solo che lui non aveva visto.
Stefania se ne andò in ottobre. O meglio, si lasciarono senza drammi, davanti a una pizza. Fu lei a dirlo, calma:
Andrea, entrambi sappiamo che non va bene. Non sei come ti immaginavo.
Come mi immaginavi?
Più presente. Tu sei spesso distante, come in un altro luogo.
Ed era vero. Non sapeva quale luogo, ma era così.
Affittò un bilocale vicino allufficio. Lo arredò rapido, senza cura. Un divano, letto, tavolo, frigo. Qualcosa non funzionava, ma ci mise un po a capirlo: il silenzio. Era un silenzio vuoto, non calmo.
Non ebbe il coraggio di chiamare Claudia. Il termine era proprio quello: paura.
Novembre. Claudia preparava la valigia per Parigi. Non solo per la mostra. Jean-Pierre laveva invitata anche a incontri con galleristi europei. La Zambrini la lasciò partire di buon grado.
Vai, disse, magari porti a casa qualche idea. Sto pensando a un certo belga, Lucas van de Berg, classe sessanta, linguaggio unico. Se lo incontri, salutami.
Claudia annotò il nome. Forse non sarebbe servito, ma lo scrisse.
Prenotò volo e albergo con i suoi soldi, un piccolo hotel nel sesto arrondissement, vicino ai Giardini del Lussemburgo. A Parigi era stata solo una volta, da studentessa, trentanni prima. Allora avventurosa, a dormire in cinque in camera; ora era diverso.
Lucia la chiamò prima della partenza.
Mamma, papà mi ha scritto. Vuole parlarti.
A me?
Sì. Ha detto che vuole parlare. Gli ho detto che ti avviso, fai tu.
Claudia ci pensò.
Ok. Che chiami pure.
Andrea chiamò la sera stessa, in tempo per sorprenderla con la valigia già pronta. Lei non fece in tempo a rispondere che lui iniziò a parlare:
Claudia. Scusa se tardo. Domani parti?
Come lo sai?
Lucia. Non mi ha detto altro. Quindi Parigi.
Sì.
Pausa lunga. Claudia sedeva sulla sponda del letto.
Claudia, volevo parlare. Non di persona, ma domani voli. Volevo solo dire che… si fermò, mi rendo conto di essermi comportato da sciocco. Lho capito da tempo. Possiamo… si può tentare? Tornare indietro, non so come dire. Vorrei solo parlare.
Claudia tacque. Non per mancanza di parole. Ma lo lasciò finire.
Credo che siamo cambiati entrambi, proseguì lui. Tu senzaltro. Lo vedo. Mi rendo conto di aver detto cose dure, fuori luogo. La storia dellaccessorio allappartamento non aveva senso.
Non ce laveva, no.
Non ti chiedo di perdonarmi subito. Solo darmi unopportunità. Di parlarci, al tuo ritorno.
Claudia si alzò, andò alla finestra. Milano di novembre, scura, umida, lampioni di sempre.
Andrea, disse. Voce piana, non fredda. Ti ascolto. E capisco quello che mi dici. Ci credo.
Allora…?
No, lasciami finire. Non sono arrabbiata con te. Sul serio. Quello che hai fatto ha fatto male. Ma non è più quello il punto. Ora semplicemente… non torno indietro.
Claudia…
Non per punirti o dimostrare qualcosa. Solo che in questanno sono tornata a essere qualcuno. E quella che sono ora non ci entra più nel ruolo di prima. Mi chiedi di tornare alla vita che non cè più. In una parte che non recito più.
Il suo silenzio fu lunghissimo.
Capisco, disse piano.
Sei una brava persona, Andrea. Lo sei sempre stato. Ma tra noi, quello che serviva, ce lo siamo dati. E basta così.
I figli…
Sono adulti. Ti vogliono bene. Quello non cambia.
Unaltra piccola pausa.
Parti domani, disse Andrea.
Sì.
Buon viaggio, Claudia.
Grazie.
Posò il telefono sul comodino. Vicino, la vecchia fotografia: marzo 1986, museo, bacchetta. Claudia la prese un attimo. Poi la ripose nel cassetto. Non gettata; messa via.
Mattina dopo chiamò un taxi per laeroporto. Valigia piccola, giusta. Giacche, pantaloni, la giacca blu carta da zucchero. Documenti, qualche libro. Taccuino con lelenco dei musei da vedere.
Arrivò a Charles de Gaulle nel primo pomeriggio. In taxi ammirava i boulevard. Lautunno parigino diverso da quello milanese: castagni gialli, marciapiedi bagnati, ma aria più lieve. O era unimpressione.
Lhotel era come laveva immaginato: piccolo, vecchia Milano, pavimenti in legno, affaccio verso il cortile interno. Receptionist tra francese e inglese. Lei rispondeva in inglese, ma riusciva anche col francese imparato da giovane e poi ripassato. Il minimo per arrangiarsi.
La camera era al terzo piano. Piccola, calda, la finestra sul cortile e su altre finestre. Un vaso di gerani sul davanzale. Lasciò la valigia, si avvicinò alle imposte.
Il cortile era vuoto. Solo una gatta grigia, su un altro davanzale, fissava qualcosa sul pavimento.
Claudia aprì la finestra. Laria fredda, lodore della città nuova, del bagnato, qualcosa di caffè. Restò così, a respirare, senza pensieri, senza programmi.
La mostra di Moreau si apriva tre giorni dopo. Domani era previsto sopralluogo, poi qualche incontro e linaugurazione. Poi una settimana senza impegni.
Forse si sarebbe fermata due, invece che una. Non aveva fretta. A casa cera la galleria, Paolo coi nuovi cataloghi, la Zambrini e i suoi progetti sullartista belga. Pietro aveva promesso di portare i nipoti a Natale. Lucia pensava a febbraio. Tutto ciò la aspettava, nessuno poteva toglierlo.
Chiuse la finestra. Sistemò la valigia. Appese la giacca. Si lavò, indossò un maglione caldo.
Prese il taccuino e il cappotto, uscì. Il Giardino del Lussemburgo era a dieci minuti a piedi. Lo sapeva dalla mappa studiata a Milano. Camminò spedita, entrò dai cancelli.
A novembre il giardino era quasi vuoto. Viali, foglie bagnate, poche persone sulle panchine, un uomo con un cane. Le statue immobili agli incroci, indifferenti a chi passa.
Claudia scelse una panchina sotto un platano vecchio. Corteccia chiazzata, verde e grigia, ormai più quasi architettura che pianta. Anche se era viva. Solo molto viva.
Aperse il taccuino. Note: nomi di artisti da vedere al Musée dOrsay. Ricordò la galleria piccola nel Marais di cui aveva parlato Moreau. Scrisse lindirizzo.
Chiuse il taccuino e rimase seduta. Il giardino era calmo. Foglie gialle cadevano ogni tanto. Dai viali voci indistinte, una femminile rideva.
Claudia sollevò lo sguardo. Il cielo era grigio, denso di novembre. Ma dietro si intuiva qualcosa di diverso. Forse domani sole.
Mandò un messaggio a Grazia: Arrivata, tutto bene. Sono al Lussemburgo. Grazia rispose subito: Ti invidio in modo buono. Saluta Parigi. Claudia sorrise e rimise il telefono via.
La gatta sul davanzale dellhotel magari era ancora lì, a guardare chissà dove. Le nove camicie bianche erano nellarmadio a Milano. I tovaglioli di lino nel cassetto della credenza. La crepa nel soffitto della camera che aveva sempre rimandato di aggiustare.
Tutto era lì, dovera. Lei, però, sedeva in un giardino parigino di novembre e stringeva un taccuino con i nomi degli artisti che voleva andare a scoprire.







