Mio figlio mi telefonò durante il pomeriggio: sarebbe passato la sera, ma non da solo, avrebbe portato con sé la ragazza. Nel suo tono cera un misto di cautela e importanza, come se si stesse preparando alla mia reazione già da giorni. Gli chiesi se si sarebbero fermati a lungo, lui esitò un po e mi rispose che volevano solo presentarsi, niente di speciale ma dalla voce capivo che per lui era tuttaltro che banale. Dissi che andava bene, ovviamente, e appena chiusa la telefonata mi ritrovai in cucina, senza un vero motivo.
Pensai di preparare un rotolo meringato. Mentre montavo gli albumi, mi chiedevo come fosse questa ragazza. Giovane, moderna, forse chiassosa, oppure timida. Però giuro che, in quel momento, alle labbra non pensai affatto.
Arrivarono mentre il profumo di zucchero scaldava già la casa. Mio figlio entrò per primo:
Mamma, ti presento Ludovica.
Alzai lo sguardo e sentii come se qualcosa dentro di me si fosse fermato. La prima cosa che vidi furono le labbra: grandi, lucide, piene, gonfiate come un palloncino. Rimasi interdetta, non sapevo dove fissare gli occhi tornavano sempre lì, come se avessero vita propria.
Lei mi tese la mano:
Piacere.
Ricambiai il sorriso in automatico e dentro di me pensai che, se mia povera suocera avesse visto questa meraviglia della scienza cosmetica, sarebbe corsa a raccontarlo a tutte le vicine. Nel mio mondo, labbra così non erano moda, ma uno shock culturale.
Ci sedemmo a tavola. Mio figlio sembrava trasformato: troppo premuroso, le sistemava la sedia, le chiedeva se stava bene, se avesse freddo. Lei posò il telefonino accanto al piatto, come se fosse invitato anche lui, e si mise a parlare di sé.
Io curo molto lalimentazione, disse. Ormai è indispensabile.
Hai ragione, risposi io. La salute prima di tutto.
Pensa che quasi non mangio più pane.
Annuii ancora, ma dentro pensavo che se avessi vissuto una vita intera senza pane, probabilmente ora sarei diventata cattivissima.
Quando portai in tavola il rotolo, mio figlio si illuminò.
Mamma, lhai fatto tu?
Che dovevo fare, ordinarlo in pasticceria? scherzai.
Ludovica guardò il rotolo, poi me, poi ancora il rotolo, arricciando leggermente il naso come se vedesse qualcosa di sospetto.
È molto bello, disse. Ma è solo zucchero e panna. Una vera bomba calorica.
Rimasi zitta. Mi trattenni con tutte le forze. Mio figlio rise imbarazzato:
Le torte della mamma sono sempre ottime.
Non ne dubito, rispose lei. Solo che io queste cose non le mangio.
A quel punto sentivo ribollire dentro. Non era per il dolce, né per le parole, ma per il tono in cui furono dette. Guardai mio figlio, poi lei, e capii che se non parlavo in quellistante, non avrei più avuto il coraggio di farlo.
Appoggiai la tazzina sul tavolo, forse con troppa energia, e dissi:
Ognuno ha le sue abitudini. Noi, forse, siamo gente più semplice.
Lei mi fissò con quegli occhioni sopra le labbra appariscenti e sorrise, come se non avesse compreso nulla. Io, invece, sapevo che la serata era solo allinizio, e che il meglio doveva ancora venire.
Dopo la mia battuta calò il silenzio. Mio figlio guardava la tazza di tè. Lei bevve un sorso dacqua e mi fissò di nuovo, stavolta senza sorrisi, come per studiarmi finalmente davvero.
Non volevo offendere nessuno, disse. Ma adesso si ragiona così, più attenzione alla salute.
Anchio ci tengo, le risposi. Però ai miei tempi la salute non si misurava con le calorie.
Mio figlio intervenne:
Dai mamma, lasciamo stare, va bene?
Lo guardai e capii che era in equilibrio tra due mondi e temeva di perdere entrambi. E questo mi fece più tristezza che rabbia.
Ludovica tornò a osservare il rotolo:
Non capisco perché preparare così tanti dolci. Fanno male.
A quel punto persi la pazienza. Appoggiai la forchetta, e con una voce ferma, quasi nuova anche per me, risposi:
Non capisco nemmeno perché farsi le labbra così, che poi ci si mangia a fatica. Ma lo tengo per me.
Mio figlio alzò la testa:
Mamma…
Ludovica diventò rossa, e le labbra spiccavano ancora di più, rispose secca:
Non sono affari suoi.
Esatto, nemmeno il mio rotolo lo è per lei.
Seguì una pausa. Il telefonino vibrò, ma nessuno se ne curò. Mio figlio pareva volesse scappare via allistante. Io pensavo che, forse per la prima volta dopo tanti anni, avevo avuto il coraggio di dire quello che sentivo davvero.
Fu Ludovica ad alzarsi per prima.
Grazie per la cena. Ora devo andare.
Certo, risposi. Non la trattengo.
Mio figlio andò a salutarla. In corridoio li sentivo discutere, frammenti di parole, il suo aspetta, il suo hai visto come mi ha parlato. Poi la porta si chiuse, e in casa calò un silenzio che quasi sentivo il ticchettio dellorologio, quello che volevo buttare ma non ho mai fatto.
Mio figlio tornò dopo dieci minuti. Si sedette, fissò il rotolo e disse:
Mamma, ma dovevi proprio?
E come, scusa? Dovevo sorridere a tutto?
Sospirò, si passò le mani sul viso.
Tu non capisci ora è tutto cambiato.
Una cosa la capisco: se una persona entra in casa e il primo commento che fa è che il dolce è una bomba calorica, non centra la salute. Centra il rispetto.
Restò zitto a lungo, poi, a bassa voce:
Ha detto che non verrà più qua.
E va bene così, risposi. Tanto io non avevo intenzione di andare da lei.
Sorrise, sì, ma stancamente:
Sai, a volte stanco anchio di tutto questo contare calorie e divieti.
Gli spinsi il piatto verso di lui.
Allora mangia. E bevi il tè finché è caldo.
Prese la forchetta, ne staccò un pezzetto, assaggiò:
Buonissimo.
Mangiammo in silenzio, un silenzio diverso, nuovo. Poi mi abbracciò, forte:
Che carattere, mamma mia.
E tu che ubbidiente, scherzai.
Uscì che era già notte. Rimasi ancora un po, a finire il rotolo, pensando che il mondo cambia, ma non è obbligatorio accettare tutto. A volte basta restare fedeli a se stessi, anche se agli altri questo sembra sbagliato.







