Vita rubata.

Una vita rubata.

Sua madre desiderava che incontrasse sua sorella.

Il notaio porse a Giulia la busta. Lei esitò a prenderla, indecisa, quasi aspettandosi che potesse scottare. Quando Giulia era partita da Milano per venire qui, si aspettava una semplice formalità: firmare carte, assicurarsi leredità, finita lì.

Che avesse una sorella, Giulia non lo sapeva proprio. Nella sua testa turbinavano domande come in uno sciame dapi: lavrà avuta prima del matrimonio? Papà era alloscuro? Perché mai la mamma avrebbe nascosto una cosa simile?

Prese infine la busta, le dita tremavano. Dentro cerano solo un indirizzo e un nome: Zoe.

E quindi? chiese Giulia, più acida che curiosa. Dovrei andare fino a

Rilesse il nome del paesino, che già a pronunciarlo veniva la tentazione di prendersi unaspirina.

In questa landa dimenticata da Dio?

Decida lei scrollò le spalle il notaio, con la tipica flemma milanese.

Con queste poche informazioni, Giulia si presentò dal padre. Li aveva visti lultima volta al funerale, prima ancora solo alla laurea. Dopo il divorzio la mamma era diventata la sua famiglia, e il padre era ormai una sorta di ricordo irritante: sempre critico, mai soddisfatto, non le aveva mai dato neanche una carezza sincera.

Una sorella? si rabbuiò lui. Ma va! Alla fine, quando ci siamo sposati, tua madre aveva diciotto anni.

Questo lo sapeva bene. Però magari la mamma era stata via, o aveva avuto una storia fugace prima del matrimonio.

Allora perché mi ha lasciato questo?

E che ne so!?

Sbuffava, come al solito.

Insomma… Non ti ha mai detto niente di…

Neanche Giulia riusciva a pronunciare sorella senza sentirsi ridicola.

Niente! Non metterti certe idee in testa! sbottò lui ben più forte di quanto la situazione richiedesse.

Insomma, da lui niente. Ma Giulia, a pelle, sentiva che qualcosa glielo stesse nascondendo.

«Bisogna andarci», decise.

Da piccola sognava di avere una sorella: invidiava le amiche, con le sorelle a cui rubare il lucidalabbra o i vestiti, o a cui chiedere consigli; o ancora le minori, che erano buffe, pasticcione, sempre col muso sporco di marmellata. Ma la mamma laveva avuta tardi, Giulia, e dopo di lei più nessuno. Strano: sposata a diciottanni, e una figlia solo a trentadue?

Che razza di scemenza, Giulia! sbottava Sergio.

Stavano insieme da tre anni. Lei aspettava la proposta, che tuttavia mai arrivava. Lui: prima era il lavoro, poi i soldi, poi a cosa serve sposarsi, oggi?. Una poesia.

Devo capire… se ho davvero una sorella

Ma figurati! Se ci fosse stata, tua madre te lavrebbe detto! Sai che aveva pure problemi di memoria dopo quellincidente…

Sì, perché dopo lincidente in macchina ovviamente guidava lei, e pure dopo aver bevuto la mamma effettivamente non stava più bene. Magari Sergio aveva ragione, però Giulia doveva andare a fondo.

Parto, non arrabbiarti.

Ma Sergio si offese ugualmente. Uguale a papà, in fondo. Forse era per questo che laveva scelto: uomini col broncio facile?

Dopo due giorni di treno e pensieri, si era convinta che quella fantomatica sorella fosse già scappata dal paesello da tempo. Era sicuramente più grande di lei, già sistemata altrove.

Gli ultimi chilometri li fece con un autobus, che si ruppe a metà strada. Tutti a chiacchierare, a chiamare nipoti e cugini. Giulia sfruttò la gentilezza di una nonnina dallaria simpatica sperando in un passaggio.

E per fortuna arrivò il nipote: un certo Arturo, coi capelli rossi e le orecchie a sventola, che la squadrò con evidente interesse e le fece posto davanti.

Fumi? chiese lui.

No mentì Giulia.

Bene, allora sto bravo anchio.

Lei meditò di chiedergli qualcosa di Zoe. Appena nominato quel nome, però, il ragazzo impallidì.

E… perché la cerchi?

Niente, volevo solo conoscerla.

Troppo tardi disse cupo lui. E se fossi in te non farei domande a Mariangela.

Mariangela?

La nonna di Zoe. Zoe è morta, bruciata tre anni fa. Da allora la nonna non è più la stessa. Ma tu non sei venuta per diventare sua allieva?

Sua allieva?

Sembri una così, ma non prende più nessuno da anni.

E cosa insegna, scusa?

Ma dai! A guarire, che domande! Un po strega, un po erborista.

Tu la conosci bene?

Sì sì, siamo vicini di casa. Do una mano per la legna, quelle cose lì.

E Zoe comera?

Tranquilla, silenziosa, non parlava. Alla nascita ha avuto problemi. Ma Mariangela la adorava.

Quanti anni aveva, quando?

Ventuno.

Un brivido le attraversò la schiena. Ventuno. Quindi ora ne avrebbe avuti ventiquattro. Come lei. Come cavolo potevano essere sorelle? Voleva andarsene, lasciar perdere tutto, ma la curiosità aveva ormai preso il sopravvento.

Me la presenti?

Dicevi di non essere interessata a fare lallieva… che bugiarda!

Mariangela, la nonna, era cieca. Giulia, rendendosene conto, si irrigidì: mai parlato con una cieca prima dora. Seguì il consiglio di Arturo e non menzionò Zoe.

Posso diventare sua allieva propose.

Mariangela si avvicinò, le tastò i capelli, il viso, le mani con dita leggere come piume. Giulia non apprezzò, però sopportò.

Va bene disse la vecchia. Resta.

Che fortuna! rise Arturo. Se ti prende, sei una miracolata!

La stanza in cui fu sistemata era minuscola, il soffitto basso e una sola finestrella sullorto. Il materasso odorava di erbe secche. Nessun segnale sul cellulare, neanche un messaggio da Sergio. Niente. Che novità…

Sentì passi, la voce di Arturo:

Mariangela dice che si beve il tè. Vieni, cittadina!

Il tè era amaro, fatto con qualche misto derbe che avrebbero stregato un cavallo. Giulia bevve a piccoli sorsi, mentre Mariangela la fissava nel vuoto, gli occhi opachi puntati oltre il muro.

Domani si inizia disse la vecchia dimprovviso. Ti alzi allalba, si va per i campi.

E mi insegna cosa? azzardò Giulia.

Quello che la terra comanda. A riconoscere, a sentire, a curare.

Arturo si mise a ridacchiare:

Attenta, ascoltala. Se no ti bastona con lortica, ché la memoria ti torna subito.

Non spaventare la ragazza! brontolò la vecchia bonariamente. Domani tu vai a tagliare la legna.

Sissignora.

La sera, fuori sul portico, si sentiva solo qualche cicala. Nella notte nera i lampioni a chiazze disegnavano ombre da film horror. Laria sapeva di terra bagnata e fuoco spento. Giulia trovò un messaggio di Sergio: Quando torni? Basta con questa follia.

Rispose: Non torno per ora. Ho appena iniziato a capire.

Risposta immediata: Ma cosa cè da capire? Torna! Ti voglio qui!

Le salì il solito nervosismo. Scrisse:

Non sono tua moglie, non devo darti conto.

Dopo una lunga pausa, arrivò: Non lo diventerai mai.

Restò a guardare lo schermo. Doveva essere doloroso, invece sentiva quasi sollievo.

Spense tutto e per la prima volta in vita sua guardò il cielo: un mare di stelle, come non ne aveva mai visto in città.

Ehi, la voce di Arturo la fece sobbalzare.

Era comparso dimprovviso, con una catasta di legna.

Che fai sola in mezzo al buio?

Così… e tu? Giovane, potresti startene in città.

Lho provato. Un anno a Bologna. Ma non era roba mia. Qui conosco tutto, anche le galline. E poi aiuto Mariangela. Qui… mi sento a casa.

Si sedette, le offrì una mela. Era aspra, succosa, tutta unaltra storia rispetto a quelle dei supermercati.

Grazie, sussurrò Giulia.

Figurati. Vai a dormire, che domani Mariangela è una sveglia con le gambe.

Prima dellalba, Mariangela la svegliò e le mise un cestino in mano, prendendo per sé il bastone.

Andiamo.

Camminavano sui sentieri, la rugiada inzuppava i jeans. La vecchia, pur cieca, si muoveva con decisione, solo a volte sfiorando la terra con la punta del bastone.

Ferma sussurrò. Vedi quel fiore coi petali gialli piccoli piccoli e le foglie come piume?

Giulia guardò. Tra il verde spuntava davvero qualcosa di giallo.

Lo vedo

È la tanaceto. Imparalo. Toccalo, annusa.

Giulia si chinò, allungò la mano, sbriciolò una foglia tra le dita. Odore forte, pungente.

La lezione durò fino a mezzogiorno. Ormai Giulia riconosceva la piantaggine, lachillea, liperico. Mariangela la obbligava a osservare, odorare, assaggiare (con attenzione). Era una fatica buona, quella che si prova dopo aver corso a perdifiato.

Tornate a casa, trovarono Arturo intento a spaccare la legna, senza maglietta. La schiena lucida di sudore.

Sopravvissuta? le urlò lui.

Eh sì, rise Giulia, sorprendendo anche se stessa.

Vedrai, oggi hai meno la faccia da milanese depressa. Vieni, aiuta a impilare la legna.

Mariangela scomparve in casa, Giulia si mise a sistemare i ceppi. Lavoro monotono e stranamente appagante.

Quella notte non riusciva a dormire. Dalla finestra aperta entrava il canto dei grilli, lontano abbaiava un cane. Nel profumo derbe e nel silenzio di provincia, Giulia, per la prima volta dopo anni, si sentiva… al posto giusto. Magari per poco. Magari solo per trovare la verità.

I giorni in paese presero un ritmo nuovo e tranquillo: sveglia con il gallo, tè derbe con Mariangela, spedizioni per campi e prati a riempire il pronto soccorso verde. Le mani ormai conoscevano il velluto della violetta, la ruvidità della tussilago, il fusto flessibile delliperico.

Dentro, dopo la rottura con Sergio, sentiva solo una strana leggerezza. Nessuna fitta di dolore, solo il senso di aver tolto uno zaino da mulo dalle spalle.

E cera pure Arturo.

Ogni giorno compariva con secchi dacqua, con lerba fresca per la capra, o semplicemente con una battuta e due mele nel taschino. I suoi capelli rossicci prendevano riflessi dambra, le lentiggini diventavano mappe di stelle. Con lui Giulia poteva spiegarsi. O almeno, quasi tutto. Per esempio, del padre che non la voleva e mai laveva voluta.

Il mio sta a Firenze ormai raccontò Arturo, improvviso. Nuova famiglia, altri problemi. Non interessa lui a me, né io a lui.

Lo disse sereno, senza autocommiserazione. Giulia lo guardò: mani forti, lo sguardo pacato.

Mi sto affezionando a stare qui ammise candida. Non pensavo mi sarebbe piaciuto.

Arturo sorrise, e quel sorriso era un abbraccio.

È perché sei dei nostri. Si sente.

Quel giorno tra loro nacque qualcosa di sottile e nuovo. Lui le insegnava a distinguere funghi buoni da quelli mortali, rideva quando lei urlava alle rane e, una volta, durante un acquazzone, corsero a ripararsi sotto la tettoia di un fienile: bagnati fradici, ma felici.

Hai il naso più rosso di un pagliaccio! rise Arturo, asciugandole la faccia.

Guarda chi parla, rosso come una volpe! replicò Giulia, e le risate si spensero.

Si fissarono. Poi lui la baciò, timido, e lei rispose, col cuore che batteva come una tarantella, mentre fuori il mondo diventava silenzioso.

La storia crebbe lenta, discreta: sguardi rubati, dita che si toccano sotto il tavolo, passeggiate al tramonto, confidenze sulle costellazioni e su una vita da città che ora pareva lontana come Tokyo.

Giulia si scopriva a canticchiare tra i campi, a riconoscere il proprio volto nei riflessi della finestra: più abbronzato, più vero. Attendeva il rumore della porticina e la voce: Ehi, cittadina, esci fuori!

Mariangela sembrava non accorgersene, o forse sì, e taceva. Spesso il suo volto cieco si girava verso loro, ma Giulia non distingueva se fosse tristezza o altro.

Un giorno, mentre essiccavano lultimo raccolto di tè derba, Mariangela si lasciò andare a un raro slancio:

Arturo è sempre stato buono mormorò, sistemando le foglie. Zoe la curava come una sorellina. Poi… anche se non era sangue, si volevano bene.

Giulia si irrigidì. Per la prima volta il nome Zoe spuntava apertamente.

Lamava, voleva sposarla quando si fosse rimessa. Ma Zoe era debole, fragile… Arturo aveva pure iniziato a costruirle una casa, nel campo laggiù… appena gettato il cemento, poi…

Zoe è morta, bruciata tre anni fa, ricordò Giulia. Ma Arturo non le aveva mai detto quanto lamasse, non che volesse sposarla.

Un gelo le gelò il cuore. Tutta la dolcezza scoperta con Arturo non era per lei, ma forse per un ricordo?

Non me lo aveva detto sussurrò.

Perché gli fa ancora male. Tu gli hai riportato il sorriso. Somigliate…

Mariangela riprese a parlare di proprietà delle erbe, ma Giulia non ascoltava più. Somigliate. Gli hai riportato il sorriso.

Fili si annodavano nella sua testa. La gentilezza di Arturo, la pazienza, il bacio sotto la pioggia… erano solo uneco di unaltra?

Quella notte non dormì. Arturvo amava Zoe. Aveva costruito la casa per lei. Dopo la sua morte… è arrivata lei, uguale come due gocce, ed ecco la storia si ripete. Ma che idiota sono, si diceva.

Allalba uscì nel cortile. Arturo già lì.

Giuli, ciao! Guarda che betulla giovane ho trovato…

È vero che amavi Zoe? Perché non me lhai detto?

Diventò di gesso.

Non voglio essere il suo doppione.

Negli occhi di Arturo spuntò dolore e confusione.

Ma che dici? Che doppione? Io…

Mariangela ha detto che somiglio a lei, che per questo ti interessi a me, ha ragione. Io non…

Zoe era come una sorella! urlò lui. Mi importava di lei, volevo proteggerla. Ma non lamavo come una donna. Era una bambina dentro, dolce ma ingenua. Chi ti ha messo queste idee in testa?

Giulia arretrò. Ogni parola era un colpo.

Mariangela. È stata lei…

Mariangela! gridò, conficcando lascia nel ceppo Vive solo nel passato, da quando Zoe non cè più. Sognava che stessimo insieme, era la sua fantasia. Non era la mia, né di Zoe.

Si avvicinò ancora, le mani che tremavano.

Ho scelto te per via di te: testarda, urbanizzata, pronta a inciampare nellortica e a ridere dei propri errori, di quelle che vanno oltre la facciata. Non sei il ricambio di nessuno, capito?

Girò le spalle.

Sai che cè? Se pensi che sia così meglio smettere di parlarci proprio adesso.

Sparì, sbattendo il cancello. Giulia rimase sola, solo allora capendo quanto fosse stata stupida, quanto male avesse fatto con quelle parole. Aveva dato credito alla versione di Mariangela senza parlare con lui. Grande tempismo.

Dal portico arrivò un cigolio. Mariangela era lì, la faccia vuota verso di lei.

Hai capito ora quanto fanno male le parole? sussurrò la vecchia.

Perché lha fatto? Perché mi ha detto queste cose, se aveva capito?

Ci mise un po a rispondere.

Avevo paura. Maledetta paura che mi portassero via anche la seconda nipote, come la prima. Sciocchezze da vecchia.

Il rancore di Giulia sfumò.

Non voglio portare via nessuno. Non so neanche chi sono qui. Perché sono venuta qui.

Guardò la vecchia cieca, il suo volto segnato.

Sono venuta perché la mamma mi ha scritto questo indirizzo. Solo il nome: Zoe. Mi ha chiesto di cercare una sorella.

Le parole rimasero in aria come nuvole pesanti. La vecchia non si stupì. Annui soltanto.

Lo so… Da subito, dal primo tocco dei tuoi capelli…

Giulia si bloccò, il cuore che martellava.

Conosceva mia madre?

Lidia? Certo, anni fa venne qua. Affittava la casa in fondo. Era disperata: niente figli, aveva sentito parlare di me, delle erbe. Voleva un rimedio. Aveva gli occhi vuoti.

Giulia ascoltò, sospesa.

Ce lha fatta? chiese.

La vecchia aggrottò la fronte.

Chissà. Forse. Le ho dato pozioni, preghiere… Poi mia figlia Anna ha partorito: due gemelle. Parto difficile. Anna non ce lha fatta.

Si gelò.

Una mattina, mentra cercavo acqua, torno: una bambina nella culla e laltra sparita. Così anche Lidia.

Tutta la sua vita le franò addosso.

Ha rapito mia madre una bambina? Mi ha rapita?

Le lacrime le brillarono negli occhi.

Sì. Ti ha portata via, lasciando quella più debole, quieta, la mia Zoe.

Allora io…

Sei tu. La seconda gemella. La sorella perduta di Zoe. Lidia ti ha cresciuta spacciandoti per figlia sua in città, con un padre che non sentiva tuo. E io qui, a crescere Zoe, la mia piccola malata, senza madre. Solo nei pensieri ti tenevo vicino.

Le lacrime scorrevano sulle rughe della vecchia.

E allora perché mi ha lasciato questo biglietto? Perché farmi soffrire? Perché lasciarmi questo peso?

Forse sensi di colpa. Forse voleva che le due figlie si ritrovassero, non lo so.

Giulia pianse. Pianse per la madre, la ladra. Per il padre, che le era diventato estraneo. Per Zoe, la sorella che non aveva mai incontrato. Per sé, bambina strappata alla sua storia.

Quando finì di piangere, restava solo il vuoto e una calma mai provata.

E adesso? domandò.

Vivi, rispose la vecchia. Ora sai tutto. Sta a te: restare qui con una nonna mai conosciuta o tornare alla città e provare a dimenticare.

E Arturo? il nome le sfuggì.

Arturo… Decidilo tu.

Giulia si alzò, le gambe pesanti.

Devo stare da sola.

Camminò fino al fiume, sino alla spiaggia dove sedeva spesso con Arturo. Si inginocchiò, il cuore sottosopra, la testa vuota. Non era nessuno, non era di nessuno. Mamma non era madre. Papà non era padre. Casa, niente.

Un rumore di ghiaia, arrivò Arturo.

So tutto, disse lei senza voltarsi. Sulla mamma. Su Zoe.

Non si stupì.

Mariangela?

Sì.

Io avevo capito. Ma non sapevo come dirlo. E ora?

Non lo so.

Rimasero in silenzio, ascoltando lo sciabordio dellacqua.

Non sono Zoe, disse infine Giulia. Non sono una sostituta. Sono stata portata via, sono cresciuta altrove. Non ho mai saputo dove stesse casa mia.

Arturo sospirò.

Sai, il primo giorno ti ho detto che qui sei dei nostri. Non per la somiglianza, ma perché lo sentivo davvero.

Mi perdonerai per le parole di prima?

Le porse la mano. Giulia la guardò: dita affaticate, calli ma calde. Gli lasciò prendere la sua, finalmente.

Resto qui, dichiarò, stupendo anche se stessa. Con Mariangela, con te. Con la verità. Questa è la mia storia ora. E la voglio scrivere io.

Arturo non rispose. Le strinse solo la mano, e in quel gesto cera più di quanto servisse.

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