Una soglia sconosciuta

Una soglia straniera

Abbiamo deciso: ci trasferiamo da voi. In modo definitivo.

Olga rimase immobile con la cornetta del telefono allorecchio. Fuori piovigginava il tipico piovasco di ottobre, le gocce scivolavano lungo il vetro, fondendosi in rigagnoli opachi. Era in piedi al centro della sua cucina nuova di zecca, dove aleggiava ancora lodore della vernice e della plastica, dove sul davanzale in vasi freschi spuntavano il prezzemolo e il basilico appena comprati, e dove ogni tazza e ogni cucchiaino si trovava al proprio posto, scelto accuratamente da lei.

Signora Rosalia, non ho capito bene mormorò Olga, sentendo il gelo salire dentro di sé. Cioè… vi trasferite?

Ma cosa cè da capire? la voce della suocera era ferma, come sempre quando aveva già preso una decisione. La nostra casa ormai cade a pezzi, il tetto da rifare, i pavimenti vecchi, il forno a legna che non tira più… né io né Nando abbiamo più letà. E voi qui avete un appartamento di tre stanze, spazio ce nè. Siete giovani, soli, vi annoiate magari…

Olga chiuse gli occhi. La visione si fece immediata e atroce: il loro appartamento con Andrea, che da due anni pagavano a fatica, risparmiando su ogni busta spesa, senza vacanze né vestiti nuovi. Quarantotto metri quadrati di felicità, la loro isola, dove potevano camminare scalzi, ascoltare musica di notte, baciarsi in cucina e costruire progetti per il futuro. Progetti che prevedevano una cameretta per un figlio, non una stanza per genitori anziani.

Signora Rosalia, dobbiamo… pensarci. Devo parlarne con Andrea.

Ma cosa cè da parlare! ora nella voce della suocera si percepiva la stizza. Siamo i suoi genitori. Gli abbiamo dato tutto. E ora cosa facciamo, ce ne stiamo in mezzo alla strada? Non veniamo a disturbare, veniamo in famiglia, dal figlio.

Non volevo dire…

Allora bene. Sabato arriviamo, cominciamo a portare la roba. Nando ha già fissato con Paolino, lui ha il furgone Fiat Ducato. Ci aiuta.

Ma aspettate, io…

Tu-tu-tu. Rosalia aveva già attaccato.

Olga si lasciò cadere su una sedia, ancora col telefono in mano. Una lacrima le scivolò sulla guancia senza che se ne accorgesse. Le ronzava nelle orecchie ununica domanda, ingenua e disperata: come è potuto succedere?

Erano entrati in quellappartamento solo a giugno. Quattro mesi. In quelle settimane avevano imparato ad amare ogni centimetro di casa al sesto piano di una palazzina a Roma, quartiere Monteverde Nuovo. La sera, seduta con il portatile sulle ginocchia, Olga sceglieva le carte da parati, mostra ad Andrea quelle con i piccoli motivi, quelle tinte unita. In due avevano assemblato il guardaroba comprato da Casa Dolce, fra viti storte e risate quando unanta cadeva giù. Andrea aveva appeso sopra il divano una grande foto del loro matrimonio: il momento in cui sorridevano sotto una pioggia di petali.

Ora… Dovevano trasferirsi i suoi genitori. Per sempre.

La porta sbatté, Olga trasalì. Andrea entrò trafelato, con le gote rosse per il freddo, allegro.

Olga, sono a casa! Che faccia che hai… Che succede?

Olga lo guardò, come se lo vedesse per la prima volta: marito buono, troppo buono, incapace di dire no ai genitori, soprattutto alla madre. Sapeva già cosa avrebbe detto: Che possiamo farci? Sono mamma e papà.

Tua madre ha chiamato sussurrò. Si trasferiscono qui. Sabato.

Andrea rimase impietrito, gelato come se qualcuno gli avesse gettato acqua sul viso.

Si… trasferiscono?

Così ha detto. In modo definitivo. La casa è troppo vecchia, non ce la fanno più, e poi noi siamo giovani…

Appese la giacca, andò in cucina e si abbandonò sulla sedia. Non diceva niente. Olga notava i muscoli della mascella che si tendevano, le mani strette a pugno. Andrea era così quando non sapeva cosa dire.

Olga…

Non lo voglio lo interruppe, con voce rotta. Scusami, ma non lo voglio. Questa è casa nostra. Abbiamo appena iniziato a viverla. Sognavo che qui… volevamo un figlio, ricordi?

Ricordo.

E dove lo mettiamo, se la tua famiglia si stabilisce qui? Lo mettiamo in mezzo a noi? O loro si prendono la nostra camera e noi in cucina?

Non alzare la voce chiese Andrea con una stanchezza che lasciò Olga zitta. Si stropicciò il viso con le mani. Nemmeno io so cosa fare. Credevo stessero pensando al restauro, avevano contattato una ditta. Ma ora…

Chiamala. Dille che non siamo pronti.

E cosa le dico? Che è colpa tua? Che non li vogliamo?

Non sono contro i tuoi! ribatté, sentendo crescere un tumulto dentro. Sono contro il fatto che nella nostra casa, sudata e pagata con sacrifici, si installino due persone senza chiedere.

È mia madre, rispose lui piano ma fermo. Mi ha cresciuto da sola, quasi, col papà che si perdeva nel vino. Sai cosa ha passato.

Lo so. La stimo. Ma questo non le dà il diritto di stravolgere la nostra vita.

Rimasero uno di fronte allaltra, separati da una parete invisibile ma solida. Olga vedeva che Andrea soffriva ma non sarebbe mai riuscito a opporsi alla madre. Lei, invece, non voleva più subire.

Parliamone domani propose lui esausto. Stasera, tanto, non cambiamo nulla. Non la chiamo, non saprei che dire. Vediamo se le cose si sistemano.

Ma Olga sapeva già che non si sarebbe sistemato nulla. Rosalia non tornava mai indietro.

***

Il sabato venne rapido, come vengono i giorni che si temono. Olga si alzò presto, il sonno era stato leggero. Quel lunedì era stata tutta una nebbia: in ufficio sbagliava i conti nei report, non riusciva a concentrarsi. La collega, Laura, le aveva chiesto se fosse malata da quanto era pallida. Olga aveva solo risposto di essere stanca.

La sera con Andrea si parlavano appena. Lui provava a proporre di ospitarli almeno per un po, ma Olga spezzava ogni tentativo: Non voglio parlarne. La notte, però, restava sveglia a chiedersi se stesse sbagliando tutto, se stesse fallendo come moglie o nuora.

Quella mattina guardava dalla finestra il cortile. Alle 9:50 arrivò lo sgangherato Fiat Ducato blu, pieno di ruggine. Dal furgone scesero Nando e un uomo grosso Paolino, supponeva. Subito dopo parcheggiò, traballante, una vecchia Fiat Panda beige: Rosalia al volante, accanto sacchi e vecchie coperte.

Olga si staccò dalla finestra. Le mani tremavano.

Andrea era in bagno a radersi. Bussò piano.

Sono arrivati.

Lo so rispose lui Un attimo e arrivo.

Non trovò le parole per altro. Scese con lascensore, si affacciò fuori. Il vento sferzava i capelli. Rosalia era già sul marciapiede, il foulard storto e le mani sui fianchi. Appena la vide le sorrise ampiamente, un sorriso teso.

Olghina, ciao! Avete bisogno daiuto?

Buongiorno, signora Rosalia. Aspettiamo Andrea…

Ma quale Andrea, ce la caviamo benissimo! Paolino e Nando stanno già scaricando. Guarda, abbiamo portato il vecchio armadio, serve sempre, è robusto!

Olga osservò il carico: larmadio scuro degli anni Settanta con i vetri opachi, poi sedie scalcagnate, teli, scatole, borse di nylon.

Ma la nostra casa è già arredata… cercò di far notare Olga.

E che facciamo, buttiamo i nostri mobili? Sono buoni, vi serviranno.

Però noi abbiamo i nostri…

Meglio così, siete giovani, tanto vi adattate. Limportante è che noi stiamo comodi.

Sentì il sangue alla testa. Doveva controllarsi. Ed ecco che Andrea era uscito. Vedeva larmadio, rimase senza parole.

Mamma, hai portato il mobile della camera?

Certo! Lo lasciavamo lì a marcire? Questo è il nostro arredamento!

Ma qui lo spazio è poco, tutto pieno…

Riorganizzate voi! Non siamo qui per una settimana, ma per starci! Forza, aiutateci, non restate lì imbambolati!

Paolino portava già sopra il mobile, Nando in silenzio trascinava altre cose; quando incrociò lo sguardo di Olga, ci lesse quasi delle scuse, ma non disse nulla.

Andrea si gettò a dare una mano. Olga rimase appoggiata al muro, guardando come la vita di altri invadeva la sua casa.

***

Per sera quella casa non era più la loro. Il vecchio armadio ora occupava mezza camera da letto, la finestra era quasi oscurata, il letto spostato contro il muro ad angolo scomodo. Nella ex stanza-ospiti, che sognavano come cameretta, cerano ora due reti singole coperte da coperte a fiori, una lampada con le frange sul comò, il calendario dello scorso anno appeso storto.

Olga vagava stordita. In cucina Rosalia già padroneggiava, spostava stoviglie e puliva scaffali.

Cara Olga, dove tieni le padelle? Ho portato le mie in ghisa, bisogna sistemarle.

Ho le mie, di padelle. Mi trovo bene.

Ma che bene! Teflon, eh, non va mica bene. La ghisa è unaltra cosa. Ti mostrerò come si fanno le polpette

Olga non ce la fece più. Si chiuse in bagno, seduta sul bordo della vasca, con la faccia fra le mani. Le lacrime premevano ma le ricacciò indietro. Nella sua casa non avrebbe più pianto per delle padelle.

Andrea bussò.

Olga, stai finendo? Papà deve farsi la doccia.

Aprì la porta, lo guardò. Aveva laria distrutta.

Dì a tuo padre che può entrare.

Andò in camera, si sdraiò sul letto vestita. Nella camera che ormai non era più solo loro.

Sentiva le voci in cucina, lo sciacquìo dacqua, qualcuno rideva. Poi la porta si richiuse, tutto fu più calmo.

Andrea entrò, sedette accanto a lei, la mano sulla spalla.

Olga…

Non voglio parlare mormorò.

Che potevo fare? Erano già qui, avevano scaricato tutto…

Potevi fermarli prima. Potevi chiedere anche a me, tua moglie, prima di dire sì a tutto.

Non ho detto sì! Deciso tutto mia madre!

Ecco. Decide sempre lei. E noi? Siamo pupazzi?

Lui abbassò la testa, uscì in silenzio. Olga rimase là, immobile, guardando una tela di ragno allangolo soffitto. Da pulire. Ma senza forza per fare nulla.

***

La vita prese una nuova piega, distorta. Olga si alzava alle sette, ma prima che riuscisse a entrare in bagno, Rosalia era già lì in camicia da notte, col phon in mano.

Buongiorno, Olghina! Faccio in fretta, solo una lavata…

Ma quel in fretta diventava mezzora, fra pulizie, bucato, e monologhi ad alta voce. Olga perdeva tempo, nervosa, andando a lavoro tesa.

In cucina campeggiava ora un enorme bollitore smaltato a fiori, portato da Rosalia. La macchinetta del caffè di Olga il suo regalo preferito era relegata in un angolo.

Signora Rosalia, posso farmi il caffè alla macchina?

E che senso ha, col bollitore qui? Si risparmia corrente, ragazza mia!

Ma pago io la bolletta.

Uffa, siete tutti spendaccioni. Ho visto laltro giorno le vostre bollette, ma come fate a spendere tanto?

Olga sbuffava e usciva senza colazione. Mandava giù un caffè crudele dal distributore, in ufficio.

Di sera Rosalia cucinava senza domandare, secondo i propri gusti: pasta al forno, minestre di legumi, polpette. Olga odiava la carne in scatola da quando era bambina, ma Rosalia si offendeva se qualcuno rifiutava la sua cucina.

Ho faticato tanto, non si spreca il cibo!

Non ho fame…

Eh certo, sempre a dieta, poi non fate figli! Dovresti mangiare bene!

Olga arrossiva, si alzava e si chiudeva in camera. Andrea la raggiungeva dopo un po, si sedeva con lei, ma non riusciva a consolarla.

Non lo fa apposta, Olga. Non capisce.

Eccome se capisce. Lo fa di proposito, parlare dei figli…

No, è solo diretta, da sempre.

Diretta, sì… rise amaramente Olga. Sta cercando di cacciarmi.

No, deve solo abituarsi…

Ci siamo noi da sei mesi, loro da una settimana. Chi si deve abituare?

Non rispondeva. Perché non cera risposta.

***

Nando restava in disparte. Un uomo silenzioso, di poche parole, sempre con un giornale in mano o affacciato al balcone, a guardare la strada. Usciva a fumare lì e lodore di fumo raggiungeva la cucina fastidioso, ma Rosalia minimizzava: Ma fuma fuori!

Una sera Olga lo trovò in cucina con una tazza di tè.

Nando, posso chiedere una cosa?

Si voltò e annuì.

Volevate davvero trasferirvi?

Lui esitò, poi scosse la testa.

Non particolarmente.

Allora perché?

Ha deciso Rosalia. Io mi adatto. Lei è il generale qui.

Ma quella era la vostra casa.

Era… un sorriso amaro. Ma era tutto rotto. Lei ha paura di restare sola, di non farcela.

Se vi aiutassimo col restauro?

Lui alzò lo sguardo carico di stanchezza: non credeva che qualcuno avrebbe aiutato. Era abituato a non chiedere.

Grazie ragazza mia. Sei in gamba. So che stai soffrendo. Proverò a dirlo a Rosalia.

Ma Rosalia non cambiò.

***

Passarono tre settimane e Olga soffocava. Ogni giorno peggio. Al lavoro nulla andava bene, la casa pesava come un cappio.

Rosalia spostava i mobili, cambiava disposizione. Un pomeriggio Olga tornò e trovò il divano sotto una finestra diversa.

Così prende meno luce il pomeriggio, si sta meglio per guardare la TV.

Ma la TV non la guardiamo di giorno! Siamo a lavoro.

Noi invece sì. Non fatevene un cruccio.

Unaltra volta non trovò le sue décolleté nere. Dopo mezzora, le scoprì in un sacco insieme a vecchie scarpe da ginnastica.

Signora Rosalia, perché mai erano nel sacco?

Stavo mettendo in ordine. Tieni un po troppo disordine, Olga.

Ero in ordine, erano nella scarpiera!

Eh, ora è tutto in busta. Che importa?

Olga prese le scarpe e uscì sbattendo la porta. In ufficio Laura le domandò che succedeva, sembrava allo stremo. Olga mentì: Tutto a posto.

La sera lei e Andrea neppure si parlavano. Lui tornava tardi, cenava con i genitori, guardava la TV con loro. Olga chiusa in camera, fingeva di leggere. Andrea a volte la cercava.

Mi ami ancora? domandò una notte.

E tu?

Certo.

Allora perché non mi difendi? Perché lasci che tua madre decida tutto, come se fosse ancora la padrona?

Olga, passerà. Si abitueranno, ci abitueremo.

No. Non ci si abitua. Vivere in quattro in questo spazio, non avendo scelto, non avere rispetto… non è normale.

Ma ti rispettano!

No. Per loro sono la ragazzetta fortunata ad essere stata accolta. Non la padrona di casa.

Lui tacque. Perché sapeva che era vero.

***

La rovina arrivò una sera di novembre. Olga tornò provata, il giorno era stato pesante: errori contabili da sistemare, la mente spenta. Desiderava solo una tazza calda e silenzio. Trovò invece Rosalia al telefono, la voce alta e stizzita.

Eh sì, Maria, pare che siamo degli affittuari! Provo a proporre di rifare le pareti, niente, sembra tutto perfetto. Mi trovo male, e loro? Non capiscono niente! Olga non mi parla, sta sempre offesa, Andrea poverino è disperato. Gli ho detto: meglio una moglie diversa che questa, che rispetta i genitori…

A quel punto Olga entrò in cucina. Rosalia si voltò ma non si scompose.

Ti richiamo dopo, Maria chiuse la chiamata.

Signora Rosalia, la voce di Olga tremava, ma tentava di mantenersi ferma. Ho sentito la conversazione.

E allora? Origliare non è educato, sai?

Non origliavo. Parlava così forte che avrà sentito tutto il condominio. Vorrei solo dire una cosa.

Dimmi.

Questa è casa mia. Mia e di Andrea. Labbiamo comprata, la paghiamo. Qui siamo entrati solo quattro mesi fa, senza prevedere ospiti stabili. Nessuno vi ha invitati.

Rosalia impallidì, poi arrossì.

Come sarebbe, nessuno? È mio figlio! Non si nega ai genitori!

Appunto: non avete chiesto, avete deciso. Spostate mobili, buttate cose, comandate. Non considerate me, neppure Andrea. Fate solo quel che pare a voi.

Ma come ti permetti! Sono la madre di tuo marito! Gli ho dato la vita!

Lo so. E lo rispetto. Ma non significa che ora debba darti tutta la sua.

I figli devono restituire! Il sangue!

Il sangue… Allora, se avrò un figlio, anche io mi presenterò a casa sua, cambierò tutto e tratterò male sua moglie?

Rosalia restò senza parole, infuriata.

Tu non hai figli, non puoi capire.

È vero. Ma finché starete qui, di figli non ne verranno. Perché non cè spazio. Solo per voi.

E allora vattene! Andrea resta, non vi lascerà mai!

Forse hai ragione rispose con voce piatta. Allora sia così.

Andò a fare la valigia. Andrea la trovò così, affaccendata.

Cosa fai?

Vado via. Da Laura, o in albergo.

Sei impazzita?

No. Sto tornando a capire chi sono. Non ce la faccio più, Andrea. Ancora una settimana e sarò esplosa. Meglio uscire ora.

Ti prego, non andartene. Parliamone insieme.

Di cosa? Tua madre ha appena detto che se non mi va bene, posso andarmene. Dalla mia casa. Ti pare normale?

Lui si sporse pallido.

Non lo pensava davvero.

Oh sì. Per lei sei sempre tu. Lo accetto. E tu scegli sempre tutti e due. Ma così soffriamo tutti.

Chiuse la borsa, infilò il cappotto. Andrea restava lì, smarrito, e Olga ebbe una fitta di tenerezza. Lo amava, ma lamore a volte non basta.

Quando avrai deciso cosa vuoi, chiamami disse. Ma non aspetterò troppo.

Scese, la pioggia mista a neve la colpiva in volto. Solo arrivata alla fermata del tram si accorse di aver dimenticato il berretto. Allora chiamò Laura.

Posso venire da te un po di giorni?

Ma certo. Vieni.

***

Da Laura ricevette calore e ascolto. Laura faceva la pediatra, era impegnata ma non negava mai un consiglio. Olga le raccontò tutto. Laura annuiva, scuoteva il capo.

Era successo a mia zia disse. Con i genitori del marito. O loro, o io! E lui scelse loro… dopo si sono separati. Lei oggi è rinata. Lui vive ancora con mamma a quasi cinquantanni.

Olga sospirò. Non voleva il divorzio. Solo riavere la sua pace.

Il terzo giorno Andrea le telefonò.

Olga, torna. Dobbiamo parlare. Tutti.

Perché?

Vieni. Credo di aver capito una cosa.

Cera nuova decisione nella voce. Olga esitò, poi accettò.

***

Unora dopo suonava il campanello. Andrea labbracciò forte. Per un attimo credette che sarebbe stato tutto a posto.

In cucina sedevano Rosalia e Nando. Lei distrutta, invecchiata, con borse sotto gli occhi. Nando guardava fisso il cortile.

Siediti, Olga, disse Andrea. Parliamo da persone adulte.

Mamma, inizia tu.

Rosalia serrò le labbra, poi sospirò.

Ho sbagliato. Ho esagerato. Scusami.

La voce era roca, dura. Si vedeva che le costava.

Rosalia sussurrò Olga. Non sono solo le parole. È che così… non si può vivere.

E come? chiese smarrita. Non siamo vostri nemici. Solo ci sentiamo abbandonati. È vero, la casa è uno sfacelo. Non ce la facevo più. Così ho deciso: sotto il tetto del figlio, che male cè? Ma forse vi disturbiamo.

Sì disse Olga ferma. La casa non è fatta per quattro adulti. Ci stiamo addosso, tutti. E senza averlo scelto, diventa sofferenza.

Rosalia pianse sommessamente. Volle solo sentirsi utile, tenere stretto il figlio. Ma così perdeva tutti.

Rosalia, Olga le prese la mano. Non ha colpa nessuno. Proviamo a pensare insieme.

Nando tossicchiò. Tutti lo guardavano. Lui parlava di rado, e quando lo faceva, aveva autorevolezza.

Voglio tornare a casa mia disse piano. Qui non mi sento nessuno. Capisco che lì cè freddo, lavori, fatica. Ma questa non è casa nostra. Meglio essere poveri ma padroni, che confusi in una vita non propria.

Rosalia fissò il marito come incredula.

Ma Nando…

Tu hai deciso. Io ora voglio dire la mia. Sessantadue anni, non voglio passarli da ospite. Voglio alzarmi nellorto, sentire il gallo del vicino, accendere la stufa mia.

Lei si coprì il viso. Le spalle le tremavano.

Andrea cercò gli occhi di Olga, chiedeva aiuto muto. Lei gli strinse la mano.

Daccordo disse decisa. Tornate a casa, noi vi aiuteremo nella ristrutturazione. Tetto, finestre, stufa… piano piano. Andrea sa fare tutto, io tengo la contabilità. Soldi ne troveremo: mutuo, lavoretti extra. Limportante è che ognuno torni nella propria casa.

Non possiamo chiedere…

Nando fu fermo: Possiamo. E dobbiamo. Grazie ragazzi.

Andrea andò dal padre, lo abbracciò. Nando pacifico gli diede una pacca.

Sei cresciuto, figlio. Sono orgoglioso di te.

***

Il ritorno fu rapido. Di nuovo Paolino, il furgone, i mobili che scendevano, Rosalia impacchettava in silenzio. Prima di uscire porse a Olga una vecchia padella di ghisa, avvolta nel giornale.

Prendila. È buona sul serio. Le polpette vengono una meraviglia.

Olga la prese, sorridendo.

Grazie. Proverò.

E venite a trovarci. Un fine settimana, preparo i tortellini che piacciono ad Andrea.

Promesso.

Quando la porta si chiuse, Olga e Andrea si guardavano attorno attoniti. Lui la strinse forte.

Scusami, se non ti ho difesa subito.

Non fa niente. Limportante è che tu mi abbia ascoltata, alla fine.

La casa sembrava vasta, vuota, silenziosa. Rimettevano a posto i mobili, spostavano gli oggetti ai luoghi originari. In cucina Olga riaccese la macchina del caffè, ne offrirono due tazzine fumanti.

Sai cosa penso? disse Olga. Tua mamma ha solo paura. Di restare sola, di essere dimenticata. Per questo prova a controllare tutto.

Lho capito anchio. Quando ha pianto, per la prima volta mi è sembrata fragile.

Anche a me. E ho voglia di aiutarla, ma mantenendo i confini. Così potremo vederci da ospiti, non vivere ognuno sulla testa dell’altro.

Daccordo. Al cento per cento.

Sorrisero. In quellangolo, tornava la speranza.

Chissà soggiunse Olga forse ora possiamo tornare a pensare a una cameretta…

Gli occhi di Andrea si illuminarono.

Davvero?

Davvero. Con i tuoi genitori di nuovo a casa loro, è uno spazio giusto per noi. Non solo fisico, anche mentale.

Lui la baciò e Olga pensò che, impegnandosi, forse ce lavrebbero fatta. Ma nella vita bisogna sempre rispettare i limiti delle case, i confini dei sentimenti.

Linverno fu freddo. Il sabato andavano nella casa dei suoceri: portavano materiali, arnesi. Andrea sistemava tetto e finestre, Olga aiutava come poteva. Rosalia cucinava ma si intrometteva meno. Ogni tanto le scappava qualche critica, poi si rabboniva.

Nando era rinato. Passeggiava in giardino, progettava: in primavera zappo qui, metto le melanzane laggiù, riparava il cancello, rideva più spesso. Una volta a pranzo, disse serio a Olga:

Grazie, figliola. Se non ti opponevi, marcivamo tutti in quellappartamento. Così invece abbiamo ognuno il suo spazio.

Per Capodanno la casa era quasi a posto: il tetto nuovo, finestre doppi vetri, forni accesi. Rosalia mostrava le camere con orgoglio: Guarda che bello qui, sembra tutto nuovo.

A San Silvestro Olga e Andrea festeggiarono lì: cenarono in allegra semplicità, risero davanti alla TV, uscirono in giardino a vedere i fuochi. Tra una scintilla e laltra, Olga espresse un desiderio semplice: che restasse tutto così, in equilibrio e rispetto.

***

A metà gennaio Olga ebbe un ritardo. Fece il test: due lineette. Il cuore le saltò in gola. Lo mostrò ad Andrea che la prese in braccio esultante.

Davvero?

Attento che mi fai cadere! rideva lei.

Lo comunicarono ai genitori il sabato dopo. Rosalia si commosse, la abbracciò:

Un nipotino! O una nipotina! Era ora!

Signora Rosalia, ci farà piacere il vostro aiuto, disse Olga piano. Ma solo se venite quando vi chiamiamo noi, daccordo? Non come prima.

Rosalia la fissò a lungo e annuì.

Daccordo. Prometto. Questa è la vostra famiglia, le vostre regole. Aiuterò con discrezione.

Così va bene, sorrise Olga.

Nando venne a stringere Andrea.

Adesso sei papà. Ricorda: il figlio è tuo, ma la vita la decide lui. Non forzare mai, lascialo crescere a modo suo. Tu dagliene un po di ombra e acqua, e basta.

Andrea aveva gli occhi lucidi.

Farò tesoro delle tue parole, papà.

Passarono il pomeriggio insieme, chiacchierando dei nomi, della carrozzina, della cameretta. Rosalia consigliava, stavolta sottovoce: Fate come credete, io dico la mia, ma decidete voi. Un vero rispetto.

***

Andarono via tardi. Rosalia mise in una busta biscotti, marmellate attenti sulla strada, Andrea!

So guidare, mamma!

Cocciuta che sei! Fammi stare più tranquilla!

Nando osservava la scena col sorriso bonario. Olga lo abbracciò.

Grazie, Nando. Per la verità che hai saputo dire.

Cara, è la vita. Meglio una verità dura che una menzogna dolce. Non scordarlo mai.

Non lo farò.

Salirono in macchina, Andre azionò il motore. Diedero unultima occhiata ai genitori sulla soglia, vicini, uniti sotto la lampadina del portico. Olga chiuse gli occhi, stanca ma serena.

Siamo stati bene oggi, disse Andrea.

Sì, tanto.

Pensa che fra qualche mese saremo in tre.

Un po mi fa paura.

Anche a me. Ma sono felice.

Lei cercò la sua mano e la strinse.

Anche io.

Guidavano nel buio, oltre gli alberi e i campi. In lontananza le luci di Roma, casa loro, la loro vera casa, il loro futuro. Ed era giusto così: ognuno con il proprio spazio, la propria soglia. Solo così si può entrare nella vita degli altri: non per invadere, ma per arricchire.

Olga posò la mano sul ventre, dove sapeva che cresceva una nuova vita. Piccolissima, fragile. La loro casa sarebbe stata piena damore vero, di confini rispettati, di sincerità.

E sorrise nella notte. Perché sapeva: ora tutto sarebbe stato davvero possibile. Non sempre facile. Ma onesto. Non lineare. Ma, finalmente, giusto.

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