Diario personale, 15 aprile
Oggi mi sono fermata a riflettere su come la vita possa cambiare in modo imprevedibile, e sulle scelte che ho fatto e che ancora continuo a difendere. Mi chiamo Rosalia Bianchi, ho appena compiuto ottantanni, e porto ancora sulla mia schiena la fatica di sedici anni passati a trascinarmi per le strade di Roma, con le mie tre valigie sempre al seguito.
Quando penso al passato, ricordo bene quanto amassi il mio lavoro di operaia tessile, una vita onesta in una piccola fabbrica alle porte di Firenze. Quando mi hanno licenziata, ormai prossima alla pensione, non mi sono lasciata abbattere. Ho deciso di reinventarmi, studiando per diventare assistente legale. Era un sogno lavorare in una città grande e piena di possibilità, così mi sono trasferita nella capitale, sperando di trovare qualcosa che mi permettesse di mantenermi. Ma Roma, per chi come me aveva già superato i sessantanni, non aveva posto sufficiente: solo lavori brevi e saltuari, e ben presto i miei risparmi sono finiti. Così mi sono ritrovata senza casa, costretta a dormire nei dormitori pubblici oppure, quando non trovavo posto, a stendermi in un sacco a pelo sotto i portici.
Sì, ricevevo la pensione, ma qualcosa non mi tornava mai. Ogni mese limporto cambiava senza motivo: a volte mi arrivavano 280 euro, altre volte poco più di 800 euro. Nessuno sembrava ascoltare le mie lamentele, nessuno dava peso ai problemi di una donna senza fissa dimora. Così ho deciso che non avrei toccato quei soldi finché non mi fosse stato spiegato tutto: allinizio, ogni assegno che arrivava lo rispedivo immediatamente allINPS chiedendo spiegazioni, mese dopo mese.
Ho quattro figli adulti, sparsi per lItalia. Solo una di loro, mia figlia Cecilia, viveva lontano, a Milano, e cercava di capire dove fossi finita a Roma, cercandomi come poteva. Io non le ho mai raccontato dei miei problemi: la chiamavo solo ogni tanto dicendole che stava andando tutto bene. Quando finalmente Cecilia ha scoperto la verità, mi ha chiesto subito di tornare a Firenze da lei. Ma io sono sempre stata ostinata e orgogliosa: volevo rimanere a Roma finché non avessi ottenuto quello che mi spettava.
Le mie tre valigie stavano diventando famose tra chi mi incontrava: le portavo ovunque, dentro cerano anni di lettere, ricorsi, moduli, ricevute inviate e ricevute dallINPS e da ogni ufficio pubblico che potessi contattare. La gente rideva di me, pensava che fossi impazzita a portarmi dietro quelle vecchie cianfrusaglie. “Butta via tutto, Rosalia!”, mi ripetevano nei dormitori. Non sapevano che quelle valigie erano la mia unica speranza.
Un giorno, al centro daccoglienza, ho raccontato la mia storia a una volontaria, Giulia. Le ho chiesto di dare unocchiata ai miei documenti: ha passato ore a sfogliare ogni fascicolo in ordine perfetto, dal più vecchio al più recente. Alla fine mi ha guardato negli occhi come se finalmente vedesse la persona che ero davvero e non soltanto una vecchia pazza. Mi disse: Avevi ragione, Rosalia. Dai tuoi documenti si capisce subito che ti devono molti soldi.
Grazie a Giulia, ho finalmente trovato un avvocato disposto a difendere la mia causa. Allimprovviso, da un giorno allaltro, lINPS si è fatta viva. Il 23 agosto ho trovato un bonifico sul mio conto: mi erano stati accreditati 92.000 euro. Il mio avvocato è ancora convinto che non sia tutto e che dovranno sistemare ancora alcune cose.
Quasi non ci credo ancora. Dopo sedici lunghi anni passati tra i dormitori e la solitudine, finalmente ho potuto affittarmi un piccolo appartamento, lasciare le valigie in un armadio vero, e tornare a sentirmi persona. Mi sento ancora incredula, quasi distaccata da ciò che è successo. Tutti mi credevano matta, perfino Cecilia non immaginava che avrei mai potuto vincere contro la burocrazia. Se non fosse stato per Giulia, forse starei ancora in quel dormitorio, abbracciata alle mie valigie.
Mi chiedo quanti altri portino sulle spalle la stessa determinazione. E sorrido, oggi, allidea di quanto possa essere testardo il cuore.






