Cose nella neve
Raccogli le tue cose e vattene. Oggi stesso.
La voce di mio marito era così fredda, così distante, che per un istante non ho capito si stesse rivolgendo a me. Sono rimasta nel corridoio, con le ciabatte ai piedi e lasciugamano tra le mani quello con cui pochi minuti prima avevo asciugato i piatti. Fuori nevicava, una neve fitta e bagnata, quella tipica di Milano a febbraio inoltrato. Silenzio ovunque. Poi, allimprovviso, quelle parole.
Cosa? ho chiesto, sentendo le labbra irrigidirsi.
Hai sentito quello che ho detto, Lorenzo evitava il mio sguardo. Continuava a fissare la finestra, il tono piatto, come parlasse di una faccenda ormai chiusa da tempo. Prendi tua figlia, raccogli tutta la tua roba e vai via. Hai unora.
Mi chiamo Anna Sorrentino, ho ventotto anni, sono nata a Orvieto, da tre anni vivevo qui, sposata e madre di una bimba, Margherita. Eppure ora ero ferma nel corridoio dellappartamento milanese che avevo imparato a considerare casa mia, incapace di muovermi. La parola “unora” girava in testa come un rintocco. Stava già contando. Aveva già deciso mentre io ancora sciacquavo i piatti.
Dal soggiorno è sbucata mia suocera. Teresa Gualtieri, una donna imponente, avvolta in una vestaglia costosa, con quellaria in grado di esprimere solo superiorità o fastidio. Oggi, però, era comparsa una terza espressione: un orgoglio malcelato, fuso agli altri due sentimenti.
Ecco qua, signorina di provincia, ha sorriso piegando le braccia. Pensavi davvero di campare sulle nostre spalle per sempre? Tre anni che ci mangi addosso, tre anni di sopportazione.
Teresa, la prego, ho sentito la mia voce, tenue, supplichevole, odiando questa sfumatura. Lorenzo, parliamone. Cosè successo? Se ho fatto qualcosa di sbagliato
Non hai fatto nulla, si è finalmente voltato. Il suo volto, ormai estraneo, non era arrabbiato, solo vuoto, spento. È solo finita. Ho conosciuto unaltra. Una donna che mi va bene. Capisci? Tu non andavi bene. Non sei mai andata bene. Ho sopportato per Margherita, perché era piccola, ora basta.
Lo guardavo cercando di capire dove fossi, cosa stesse succedendo davvero. Un uomo che tre anni fa mi aveva detto di amarmi. Un uomo che mi teneva la mano in ospedale, quando è nata nostra figlia. Quelluomo.
Chi è lei? ho domandato, sorpresa dalla domanda stessa.
Non ti riguarda, ha risposto Teresa al suo posto. Donna di altro calibro, con lavoro, con contatti. Non come te, senza radici né famiglia.
Non sono una sbandata, ho sussurrato.
Chi saresti, allora? si è avvicinata, la voce appuntita. Rimasta orfana a Orvieto, senza genitori, senza parenti, né un centesimo. Pensavi non lo sapessi perché hai puntato mio figlio?
Mamma, basta, ha sbuffato Lorenzo.
No che non basta! Teresa ha alzato la voce. Che sappia che Margherita rimarrà qui con noi. Nessun giudice laffiderà a te che non hai casa, né lavoro, né nulla. Dove la porterai? Di nuovo a Orvieto? Noi possiamo darle tutto.
Ecco, lì ho sentito il colpo, come un pugno nello stomaco. Margherita. La mia bimba, ora allasilo, ignara, forse modellando con la plastilina o ascoltando una fiaba prima del riposino. Quattro anni. Solo quattro anni.
Non ne avete il diritto, ho detto, irritata dalla freddezza della mia stessa voce. Una paura gelida, tagliente. Sono sua madre. Nessun tribunale toglie una figlia alla madre così, senza motivo.
Vedremo, e Teresa ha sorriso in modo tale da farmi sentire male fisicamente.
Lorenzo si è chiuso in camera. Dopo pochi minuti le mie cose sono cominciate a volare giù dal balcone: la valigia, poi una busta con i vestiti invernali, la scatolina con le cianfrusaglie portate da Orvieto, custodite da anni. Tutto sparpagliato nella neve del cortile, alcuni passanti si sono fermati a guardare. Io rimanevo nel corridoio, davanti alla porta aperta, guardando come Lorenzo compiva quei gesti senza odio, quasi con professionalità, come se stesse solo facendo ordine in soffitta.
Lorenzo, lho chiamato.
Nessuna risposta.
Lorenzo!
Va, ha detto, senza voltarsi. È tutto chiaro.
Mi sono appoggiata al muro, le gambe insensibili. Solo una domanda, sottile come una lama, attraversava il vuoto dentro di me: che faccio adesso? Dove vado? A Milano non avevo vere amiche. I colleghi del bar dove avevo lavorato prima della maternità si erano dispersi nelle loro vite. I miei genitori erano morti quando ero ancora ragazzina.
Solo mio nonno.
Ho chiuso gli occhi. Erano cinque anni che non ci parlavamo più. Cinque anni. Ci siamo allontanati per colpa di Lorenzo, di quella scelta, del matrimonio. Lui sapeva, forse intuiva, ma io ero giovane, innamorata, ostinata. E me nero andata a Milano. Lui era rimasto a Firenze. Col tempo le chiamate erano diventate rare, poi silenzio. Lultima volta, un saluto tirato a Capodanno tre anni fa.
Ho cercato il suo numero sul telefono: Nonno Giovanni. Forse era cambiato, forse non avrebbe risposto. Forse.
Ho chiamato.
Uno. Due. Tre. Quattro squilli.
Pronto, la voce bassa, roca. Quella stessa voce, immutata, che non avevo più sentito da tanto.
Nonno? lui ha capito subito. Anna, sei tu?
Nonnetto, mi sono sorpresa con questa parola dinfanzia, tenera e rimasta sepolta. Nonno, non so cosa fare. Mi stanno cacciando. Ora. Mi buttano fuori. E dicono che prenderanno Margherita.
Tantino di silenzio, breve.
Dimmi lindirizzo, ha detto.
Nonno, non ci sentiamo da cinque anni…
Anna. Lindirizzo.
Glielho detto. Ha risposto solo: Aspetta. Non muoverti. Sto arrivando.
Lorenzo era appena uscito dalla stanza e mi guardava in tralice.
Sei ancora qui?
Aspetto, ho risposto.
Cosa aspetti?
Non ho risposto. Ho trovato il giaccone, mi sono coperta, ho preso il telefono e sono scesa in cortile. Le mie cose erano lì. Una valigia aperta, il maglione che spuntava, langolo di un libro. Ho raccolto tutto, scrollando via la neve. Avevo freddo alle dita e le mie moffole erano rimaste in casa. Mi sono seduta su una panchina e ho aspettato.
Nevicava, silenzioso e continuo. Si stava facendo sera, le cinque già passate. I lampioni del cortile risplendevano gialli, la neve li opacizzava. Una vecchietta col cane mi ha lanciato uno sguardo, ha guardato le mie cose nella neve; voleva dire qualcosa ma è andata via.
Pensavo a Margherita. Forse ora la stavano preparando per la cena allasilo. Margherita adora la pastina, odia la minestra. Pesca sempre i pezzetti di patata e li mangia separatemente. Tre mesi fa aveva disegnato mamma, papà e sé stessa, che si tenevano per mano. Quel disegno era sul frigo. Chissà, Lorenzo lavrà buttato anche quello?
Erano passati quaranta minuti, forse di più. Le dita dei piedi ormai intorpidite, sarebbe stato il caso di muoversi, ma non lo facevo. Sedevo e guardavo verso il portone.
Prima sono apparsi i fari. Il rumore delle gomme sulla neve. Due grandi SUV scuri sono entrati nel cortile, si sono fermati davanti allingresso.
Dal primo veicolo sono scesi due uomini in cappotto scuro, silenziosi. Poi si è aperta la portiera posteriore, ed è sceso lui: mio nonno.
Lho visto venire verso di me e non sono riuscita ad alzarmi. Giovanni Sorrentino, alto e dritto, capelli ormai bianchi, ma sempre fiero, una presenza che ti fa venire voglia di raddrizzare la schiena. Indossava un lungo cappotto blu, un cappello di lana calato sulla fronte, e camminava deciso tra la neve verso di me.
Alzati, ti raffreddi, ha detto invece del saluto, prendendomi la mano.
Mi sono alzata, guardandolo in viso. Nei suoi occhi cera qualcosa che quasi mi ha fatta crollare.
Nonno ho iniziato.
Dopo, ha tagliato corto. Prima pensiamo alle cose. Dove sta lappartamento?
In quel momento la porta si è aperta. Lorenzo, richiamato dalla scena sotto casa, è rimasto sulla soglia in tuta e maglione, perplesso, guardando le macchine, la gente sconosciuta e luomo alto accanto a me. Il suo volto cambiava: sorpresa, sospetto, poi unombra di preoccupazione.
Chi è questo? ha chiesto.
Nonno ha risposto lui, col tono che sapeva usare solo lui.
Sorrentino Giovanni, detto con fermezza. Il nonno di Anna. Suppongo tu non ne fossi al corrente.
Lorenzo provava a sembrare sicuro.
Sorrentino? Mai sentito. E allora?
Allora nulla, replicò nonno calmo. Sono solo qui per prendere mia nipote e le sue cose. Problemi?
Se va via, tanto meglio. Però Margherita resta.
No, disse nonno. Secco, senza alterare la voce e senza punti esclamativi. Sembrava solo spiegasse lovvio. Margherita viene con la madre. Questo non si discute.
Si è affacciata anche Teresa. Ha capito la situazione in un attimo, lo sguardo si è fatto duro.
Ma lei chi sarebbe? In che veste comanda qui? Questa è casa nostra, la chiamiamo la polizia, sa?
Faccia pure, disse nonno cortese. Nel frattempo, potrei parlarle di certe operazioni tramite la ditta di via del Progresso? O dellappartamento allIsola, intestato a sua nipote, ma che lAgenzia delle Entrate crede altro? O di quel contratto dappalto che suo figlio ha vinto per miracolo tre anni fa, favorito da chi nemmeno sapeva?
Il silenzio nel cortile cambiò tono. Lorenzo sbiancò appena.
Di cosa sta parlando?
Che ho fatto controllare i vostri affari negli ultimi tre anni, nonno non cambiava mai tono: raccontava solo fatti. Non perché mi piacciate, ma perché volevo che mia nipote avesse un tetto e non restasse nei guai se qualcosa andava storto. Bastava una telefonata alla persona giusta. Ma da circa unora e mezza il mio aiuto è finito.
Lorenzo taceva. Io guardavo nonno, cercando di comprendere.
Nonno, ho iniziato.
Anna, vai in macchina, disse piano, senza possibilità di replica. Poi a uno degli accompagnatori: Aiutate Anna Sorrentino a raccogliere le cose, per favore.
Non potete andare via così! protestò Teresa, ma la sua voce vacillava. È illegale!
Vede, nella vita ci sono molte cose illegali, rispose nonno. Ad esempio buttare una persona in strada con questo freddo. O minacciare di sottrarre una figlia a sua madre. O nascondere soldi al fisco. Vogliamo parlare di illegalità?
Teresa rimase a bocca aperta. Per la prima volta, non trovò parole.
Lorenzo fece un passo avanti, la voce tremante.
Guardi, non so chi sia, ma questa è casa mia, è famiglia mia, decido io…
Ha già deciso, lo interruppe nonno, senza durezza. Avete deciso di abbandonare mia nipote al freddo. È una scelta. Ora è il mio turno. Prendo lei, prendo la bambina, e torniamo a casa. Faccia quello che vuole: chiami avvocati, chi vuole. Ricordi solo che questa casa è già in lista ipoteche. Credo che a breve ci saranno novità.
Lorenzo era pallido. Lo notai persino nella penombra.
Cosa ha fatto?
Nulla di più di ciò che già avevate fatto voi stessi, disse nonno. Solo ho chiesto di accelerare le procedure. Tanto era già tutto pronto.
Stavo lì e sentivo qualcosa sciogliersi dentro, piano, come quando abbassi la guardia dopo essere stata al freddo troppo a lungo. Faceva male, le gambe ancora dure, ma improvvisamente capivo di non avere più paura. Prima volta in tre anni.
Mi aiutarono a prendere le ultime cose. Nessuno provò a fermarci. Lorenzo era fermo a guardare. Teresa era sparita, probabilmente al telefono o semplicemente incapace di guardare.
Usciti dal portone, nonno mi prese sottobraccio, mi guidò verso lauto.
Nonno, ho detto dovevo chiamarti prima.
Già, annuì. Però mi hai chiamato ora. Va bene così.
Salimmo in macchina. Guardavo dal finestrino il cortile che scorreva via, i lampioni gialli sulla neve, la finestra del terzo piano che si spegneva, qualcuno probabilmente in movimento. Poi la svolta, e basta.
Ora andiamo a prendere Margherita, disse nonno allautista.
Lasilo era poco distante, un edificio moderno dal nome straniero, la retta mensile talmente alta che ogni volta che Lorenzo accompagnava nostra figlia lì io evitavo coscientemente di farne i conti. Quando ci avvicinammo alle finestre illuminate, sentii salire dentro una fretta disperata di riabbracciare mia figlia.
Allingresso, una giovane educatrice mi accolse con una faccia smarrita.
Guardi, abbiamo delle regole: i bambini li affidiamo solo alle persone della lista. Lei cè, ma il papà aveva avvertito che oggi li avrebbe presi lui e quindi…
Sono la mamma, lho interrotta. La prendo io.
Però da regolamento…
Signorina, la voce di mio nonno alle mie spalle la fece irrigidire. Qui cè la madre. Se crede ci sia un problema, chiami la direttrice. Ma intanto io resto qui, spiegando di persona le sue procedure.
Lei guardò nonno, poi i due accompagnatori, poi ancora nonno.
Scusi un attimo, disse, scomparendo in corridoio.
Margherita è uscita dopo tre minuti, con il suo piumino rosa, stretta al disegno di un albero di Natale. Mi ha visto e il suo viso si è illuminato.
Mamma!
Mi sono chinata ad abbracciarla, stringendola forte.
Mamma, così mi schiacci! ha riso.
Scusa, scusa, ridevo anchio, ingoiando il nodo alla gola. Va tutto bene, Margherita. Tutto bene.
Margherita guardava incuriosita nonno, che in realtà non aveva mai visto prima. Lui fissava la pronipotina, gli occhi con una luce che non ricordavo.
Mamma, chi è lui? mi ha sussurrato.
È il bisnonno Giovanni, ho spiegato.
Mi ha guardata seria.
Ma perché è così alto?
Nonno, contro ogni aspettativa, ha sorridacchiato. Un sorriso dolce, quello che non vedevo da cinque anni.
È genetica, ha detto.
Margherita non capiva bene il termine, ma la parola le piaceva.
Ge-ne-ti-ca, ha ripetuto sillabando, seguendoci tenendoci per mano.
In auto faceva caldo. Margherita si rannicchiò in braccio con il disegno ancora in mano e dopo cinque minuti già dormiva. Mio nonno sedeva accanto, lo sguardo fisso.
Dove andiamo? chiesi piano, per non svegliare la bimba.
Per ora in albergo. Ho già prenotato. Domani si parte per Firenze.
Avresti potuto avvisarmi che tenevi docchio lui e i suoi affari.
Sì, potevo, ha convenuto. Ma tu avresti rifiutato. Lo amavi e non volevi sentire ragioni.
È vero. Ho taciuto.
Tre anni Tre anni che sapevi e non dicevi nulla.
Speravo mi avresti chiamato tu. Non potevo venire e dirti ‘lascialo’. Era la tua vita. Potevo solo vigilare che non restassi per strada, senza nulla, se qualcosa si fosse guastato.
È successo.
Sì. Ma mi hai chiamato. Io sono venuto.
Il telefono ha vibrato. Lorenzo. Ho guardato il display senza rispondere. Altro squillo. Altro ancora. Poi un messaggio. Non lho letto. Ho spento il telefono.
Hai fatto bene, ha detto nonno senza guardarmi.
Lalbergo era elegante, uno di quelli dove mai avrei potuto permettermi una notte da sola. Margherita si è addormentata nel letto largo, il disegno sullalbero accanto a lei. Io sono rimasta seduta a guardare fuori la neve che continuava a cadere. Nonno si era sistemato nella camera accanto. Riposa aveva detto domani ci svegliamo presto.
Non ho dormito. Ho rimuginato la giornata, pensandola come un rosario fra le mani. Al mattino tutto era diverso. Non sapevo nulla: bollivo la pastina, osservavo Margherita trascinare la forchetta e raccontare di uno scoiattolo di nome Guido. Un altro mattino qualsiasi. Lultimo così.
Lamarezza bruciava davvero. Sapere che qualcosa è finito per sempre, senza averlo mai capito del tutto. Tre anni a cucinare, pulire, adattarmi, a tacere quando avrei dovuto parlare, sorridere quando avrei voluto piangere. Tre anni a sperare che tutto si sarebbe aggiustato. Non si sarebbe mai aggiustato. Non era mai stato vero, probabilmente.
Il telefono vibrava di nuovo. Un numero diverso. Ho risposto.
Anna, voce sconosciuta. Sono Michele, lavoro con suo nonno. Ha chiesto di avvisare: laereo parte alle dieci, si parte alle otto. Buona serata.
Grazie, ho detto.
Aereo domattina. Firenze.
Quasi non lo ricordavo, il profumo del lungarno, i libri antichi, la casa grande sulla collina, dove il tempo sembrava fermo, lodore di tabacco e limmancabile teiera sul fornello. Non ci tornavo da almeno otto anni. Forse di più.
Margherita si è mossa nel sonno, cercando la mia mano. Lho stretta, una manina calda. E ho pensato che forse non era il caso di piangere. O meglio, forse sì, ma dopo. Non adesso, non qui. Adesso solo assaporare il fatto che eravamo insieme, mentre quella casa, quelle persone restavano alle nostre spalle, mentre Lorenzo avrebbe potuto continuare a chiamare quanto voleva.
Al mattino, quindici messaggi da Lorenzo. Li ho scorsi senza leggere. Prima minacce, poi suppliche di parlare, alla fine un Amo Margherita, è mia figlia. E lultimo: Anna, ho sbagliato. Perdonami.
Ho chiuso il telefono.
Nonno mi attendeva già giù. Impeccabile, col caffè in mano.
Hai dormito?
Non molto.
Margherita?
Mi ha chiesto dove stiamo andando. Ho detto: al mare. Si è rallegrata.
Nonno annuì.
A Firenze adesso è inverno. Il mare si vede poco.
In primavera si vedrà bene, ho replicato.
In primavera si vedrà, ha ripetuto.
Attraversavamo la città innevata. Guardavo le file di macchine, la gente con lombrello, il manto sporco ai bordi della strada. Milano aveva la sua vita che io stavo ormai lasciando. Nientaltro. Nessun commiato.
Non sentivo nostalgia. Non ancora. Forse arriverà. Per ora, solo sollievo e stanchezza. E la voglia di finire quel viaggio.
Margherita guardava fuori e commentava tutto.
Mamma, guarda! Un autobus!
Sì, lo vedo.
E un signore col cane!
Sì.
Ma quella casa ha il camino?
È una centrale termica, Marghi.
Cosè la centrale termica?
Un posto dove fanno il calore.
Lei ha accettato la spiegazione con un cenno serio.
Allaeroporto cera una sala separata. Non lavevo mai vista prima, solo immaginata passando. Pochi posti, silenzio, comodità. Margherita era già nel suo angolo giochi. Io sorseggiavo il tè caldo con le mani strette al bicchiere.
Il telefono ancora. Lorenzo.
Questa volta ho risposto.
Anna, la sua voce diversa, più flebile. Dove sei?
Non importa.
Anna, ti prego. Non fare nulla di cui ti possa pentire. Parliamone con calma. Ieri ho perso la testa, mamma mi ha messo pressione, io
Lorenzo, lho interrotto, la voce stranamente ferma. Hai buttato le mie cose dalla finestra. Nella neve.
Silenzio.
So che…
Le mie cose dalla finestra. Nella neve. Davanti alla gente. Poi hai detto che hai unaltra. Poi tua madre ha minacciato di portarmi via Margherita. Questo è successo ieri. Ricordi?
Anna…
Io ricordo, ho risposto semplicemente. Non abbiamo altro da dirci.
Ho chiuso. Ho posato il cellulare sulle ginocchia e ho ripreso il tè. Era caldissimo, un po dolce, ma buono.
Nonno si è seduto accanto.
Ha telefonato?
Sì.
E allora?
Niente, ho detto. Davvero niente.
Un minuto di silenzio.
Anna, ha detto poi. Avrei dovuto insistere, cinque anni fa, ma ho mollato troppo presto.
No, ho risposto. Tu hai parlato. Io non ho ascoltato. Sono cose diverse.
Forse. Ma i grandi dovrebbero insistere.
Hai fatto ciò che potevi. Sei venuto appena ho chiamato. E basta questo.
Mi ha sfiorato la mano con la sua, grande e ruvida. Un attimo soltanto. Ma lho sentito e non dimenticherò.
Abbiamo imbarcato puntuali. Margherita era tutta eccitata per laereo: mi chiedeva se sarebbe stato grande, se avrebbe potuto sedersi vicino al finestrino. Ho detto di sì.
Laereo era piccolo, privato, con pochi posti. Solo noi, nonno, i due accompagnatori. Margherita incollata al finestrino, guardava le ali scorrere sulla pista.
Mamma, decolliamo?
Tra poco.
Sarà lungo?
Unoretta scarsa.
E a Firenze cè la neve?
Sì.
E il mare?
Anche. Cè anche lArno, un fiume importante.
Arno, ripetè, assaporandolo.
Decolliamo. Lei sospira, col naso appiccicato al vetro. Milano si fa piccola, sparisce la neve nelle macchie grigie e gialle. Io guardo oltre la sua testa, pensando che era dai tempi delluniversità che non volavo più. Non avevo più avuto paura, solo una sorta di stanchezza, qualcosa che sa di ripartenza.
Prendo il telefono: messaggio di Lorenzo: Metteranno la casa allasta? È vero? Anna, rispondi. Lascio stare.
Margherita si gira: Mamma, torniamo a casa?
Dove?
A casa.
Ci ripenso un attimo.
Margherita, stiamo andando verso una nuova casa. Lì vive il bisnonno Giovanni. Vedrai che ci troveremo bene.
Pensa su questa risposta.
È vero che lì ci sarà un gatto?
Non lo so, chiediamolo al nonno.
Lui leggeva qualcosa sul tablet.
Nonno, hai un gatto a casa?
Regola gli occhiali.
No, ma possiamo prenderne uno.
Margherita sorride, voltandosi di nuovo verso le nuvole, soddisfatta.
Saliamo ancora. Le nuvole sotto sono un lenzuolo bianco, poi spariscono e resta solo il cielo, abbagliante, irreale.
Mi lascio andare, appoggio la testa. Sento Margherita muoversi, il suo fianco caldo contro il mio.
Laggiù, piccola e ovattata, Milano resta insieme allappartamento con la luce sul terzo piano, ai lampioni gialli. Tutto là.
Ma io vado altrove.
Fa male ancora, inutile mentire: tre anni sono tre anni. Il disegno di Margherita, la sua prima parola, la casa silenziosa la mattina. Tutto vero, tutto finito. Nessun lieto fine cancellerà questo.
Ma laereo prosegue. Margherita a fianco, il nonno che ogni tanto sbircia sopra gli occhiali. E io, con il cuore che per la prima volta, da tanto tempo, non ha paura.
Ancora una vibrazione. Lascio stare. Margherita prende la mia mano.
Mamma, guarda quella nuvola: sembra un coniglio!
Apro gli occhi. Guardo.
Dove?
Lì! Ci sono anche le orecchie!
Vero, sorrido. È proprio un coniglio.
A Firenze le nuvole sono diverse?
Credo di no.
E Guido, il mio scoiattolo, potrà volare con noi?
Mi rendo conto che Guido è il suo peluche dellasilo. Rimasto là.
Ne prenderemo uno nuovo, le prometto. Anche a Firenze cè un negozio di peluche.
Annuisce, convinta, tornando fuori col pensiero. E io guardo lei, la nuvola-coniglio, la sua piccola mano nella mia e penso che questo momento, proprio questo, va ricordato. Non perché è felice, ma perché è reale.
Sotto le nuvole resta la storia di un tradimento, di tre anni dattesa e silenzi, della paura di perdere una figlia, di una donna cacciata col vento gelido e le cose nella neve. Tutto vero, tutto realmente accaduto.
Ma laereo vola verso nord.
Accanto, Margherita respira piano.
E mio nonno ogni tanto ci guarda con uno sguardo che non ha bisogno di parole.
Fuori, il cielo è così azzurro che fa male agli occhi. Continuo a guardare.
Mamma? sussurra Margherita, assonnata.
Sì, amore?
Va tutto bene?
Respiro, le accarezzo la testa.
Sì, Margherita. Va tutto bene.
Laereo prosegue. Le nuvole rimangono sotto, soffici e chiare, e sembra quasi che il buio al di sotto non sia mai esistito.






