Lo spaventapasseri che cuce
Senti, ti racconto una storia che mi sta a cuore. È successa in una cittadina del Nord Italia, tra le vie strette e i palazzoni di Cremona. Marco è rientrato a casa verso le otto meno un quarto, e Lucia ha subito capito, dal passo pesante all’ingresso, che lui era di buon umore non di quellumore sereno, contento della vita, ma di quella soddisfazione presuntuosa quando uno si compiace di sé stesso.
Lei era ai fornelli che girava il minestrone. Dalla zona notte arrivava lodore forte del suo dopobarba lui sempre troppo generoso con quellacqua di colonia.
Lucia, dovè la mia giacca grigia? ha urlato lui, senza nemmeno entrare in cucina.
Nellarmadio, appesa a sinistra.
Lei sentiva i rumori delle ante, delle stampelle che si spostavano. Una breve pausa.
Lhai stirata?
Ieri.
Nessuna risposta, e Lucia ha tirato un sospiro di sollievo: segno che andava bene così. Il minestrone era cotto, ha chiuso col coperchio e si è spostata in salotto. Marco, davanti allo specchio, ricomponeva il colletto della camicia sotto la giacca. Bisognava ammetterlo: portava ancora bene i suoi sessantanni. Spalle larghe, schiena dritta. Allinizio si era innamorata di quella schiena.
Esci? ha chiesto lei.
Cè la cena per il pensionamento di Riccardo. Festa con tutti i colleghi delluniversità.
Lucia ha esitato un secondo e poi con voce leggera:
Posso venire anchio? È tanto che non esco con nessuno.
Marco lha guardata dallo specchio, di traverso, come se fosse un oggetto sul comò.
Dici davvero?
Sì. Mi vesto, mi sistemo i capelli. Ho ancora quel vestito blu…
Lucia… ha aggiustato il polsino. Sarà pieno di gente. Colleghi, mogli, signore distinte.
Le è venuto un nodo in gola. Non ha nemmeno capito subito cosa volesse insinuare.
E quindi?
Finalmente si è girato e lha fissata con quellespressione che lei riconosceva a memoria. Non arrabbiato, no. Peggio. Superbo.
Guardati, per piacere ha detto calmo. Lultima volta dal parrucchiere cosera, marzo? Il vestito blu sembra una coperta. Sembri uno spaventapasseri, Lucia. Non posso portarti lì, cerca di capirlo una buona volta.
Lucia è rimasta ferma a guardarlo. Testa vuota.
Marco…
Basta così. Sono in ritardo. Lascia il minestrone sul fuoco, torno tardi.
Ha preso le chiavi dal mobiletto. La giacca gli stava a pennello, ci ha fatto caso, di sfuggita. Porta di casa, porta condominiale, tutto un colpo unico.
Lucia è rimasta in piedi in mezzo al salotto.
Dal cucinotto arrivava laroma del minestrone. Fuori era marzo, quellumidità grigia che non vuol proprio andare via. Dopo ventidue anni in via Manzoni, sapeva a memoria quella luce dei lampioni, giallastra e tremolante dietro i vetri appannati.
Si è avvicinata allo stesso specchio dove poco prima cera lui.
Ha guardato a lungo.
I capelli sì, lunghi e con la ricrescita piena di fili grigi. Il viso stanco, eppure non aveva fatto chissà cosa, quel giorno. Indosso la vestaglia di flanella, maniche con i pallini. Non ricordava nemmeno più quando lavesse comprata. Sette, otto anni fa?
Spaventapasseri.
Non ha nemmeno pianto. È rimasta impalata, lo sguardo fisso, finché non ha più riconosciuto la donna allo specchio. Non perché fosse vecchia o brutta. Ma perché non era più in grado di dire chi fosse davvero. Cosa amava. Cosa voleva. Perché si alzava ogni mattina.
Lucia Maggioni, cinquantotto anni. Ragioniera in pensione. Moglie. Proprietaria di un appartamento in via Manzoni a Cremona.
Tutto qui.
Non le è venuto in mente altro.
Ha spento il minestrone, ha tirato giù le tapparelle ed è andata a letto mentre fuori non erano neanche le nove di sera.
***
Al mattino, Marco è uscito per luniversità come sempre. Insegnava economia, lo diceva sempre come se facesse chissà cosa. Ha fatto colazione, ha ringraziato con un cenno per le uova strapazzate. Neanche una parola riguardo la sera prima.
Lucia ha lavato i piatti, passato una spugna sui fornelli, ripulito il tavolo. Le mani automatiche, la testa altrove.
Poi, quasi senza deciderlo, è andata in ripostiglio. Non sapeva nemmeno cosa cercasse. Forse il sale, forse solo un pretesto per muoversi.
Era un ripostiglio grande, con le mensoline in alto. Buio, sapeva di legno vecchio e di qualcosa dinfanzia cui non trovava il nome. Ha acceso la luce e osservato gli scaffali: vasetti di cetriolini, scatola con gli stivali da neve, heap di vecchie riviste.
E lì, sulla mensola più alta, una scatola che non toccava da almeno quindici anni.
Ha trascinato lo sgabello, si è arrampicata, lha tirata giù. Più pesante del previsto, scivolata a terra con un tonfo.
Dentro cera la macchina da cucire. Vecchia, nera, marca Necchi. Era appartenuta a sua madre, poi a lei. Laveva portata da Mantova quando si erano trasferiti a Cremona, anche se Marco le aveva detto che era solo un altro ferro vecchio. Ma lei aveva voluto tenerla comunque, chiusa lì per anni.
Lucia si è accovacciata, l’ha accarezzata. Fredda, massiccia. La ruota laterale, appena arrugginita, ma ancora girava se forzata, anche se opponeva resistenza.
Allimprovviso ha sentito un calore amaro alla gola, quella sensazione che proviamo solo di fronte a qualcosa di bello che non tornerà più.
Aveva ventanni quando aveva cucito il suo primo vestito senza modello, così a istinto. Lamica Giulia glielaveva chiesto per la maturità, non posso permettermelo, in negozio costa uno sproposito. Lucia ci aveva passato tre notti intere su quellabito. Raso verde chiaro, arrivato da Milano grazie a uno zio. Giulia alla fine aveva pianto dalla felicità.
Poi altri abiti, gonne, camicette, per sé, per la madre, per il vicinato. Si era iscritta ai corsi di taglio e cucito alla Casa della Cultura. Sognava qualcosa di più non definito, ma lo sentiva nelle mani, nella stoffa docile sotto le dita.
Poi era arrivato Marco: belluomo, sicuro, quella schiena dritta. Aveva detto che sì, cucire era carino, ma serve una vera professione. Quindi, scuola serale da ragioniera. Matrimonio, trasloco, lavoro, lavoro e lavoro. E la macchina, finita in ripostiglio.
Lucia la prese con sé e la portò in cucina.
***
Rosaria arrivò alle undici e mezza, senza nemmeno citofonare come faceva sempre. Abitava nel condominio accanto, praticamente la separava solo il cortile, e la sorella si sentiva in diritto di entrare quando voleva. Da quando era rimasta vedova, Rosaria era spesso sola, forse un po troppa presenza, ma Lucia era contenta. Con la sorella si parlava.
Entrata, Rosaria notò la macchina da cucire sul tavolo e si bloccò: Quella cosè?
La Necchi. Era di mamma.
Dove lhai trovata?
Sullultimo ripiano. Era lì da secoli. Lucia la puliva con una pezza leggermente umida.
Rosaria si tolse il cappotto, lo appese, si versò una tazza di tè senza chiedere. Era più robusta, più accesa, portava i suoi sessantatre sulle spalle con carattere. Sempre con orecchini, anche in casa.
E perché tirarla fuori ora? domandò, sedendosi.
Lucia esitò, ma poi le raccontò la serata precedente, senza molti dettagli tanto Rosaria sapeva tutto di Marco, non cera bisogno di spiegazioni.
La sorella ascoltava con le mani avvolte sulla tazza. Alla fine, Rosaria chiude qualche secondo gli occhi, poi:
Spaventapasseri, eh?
Sì.
Lha detto lui?
Sì, Rosaria.
Rosaria posò la tazza, pronta a sbottare, avrebbe voluto urlare ma si trattenne vedendo la sorella già provata.
Lucia, da quanti anni vivi così?
Come così?
Così. Sempre in silenzio. Miniestre, giacche da stirare e casa.
Ora sono in pensione. E prima…
In pensione da tre anni. Prima, era uguale solo con più lavoro. Rosaria le prese la mano. Ma senti, la macchina funziona?
Boh, non ho ancora provato.
Provala, allora! indicò la Necchi. Ti ricordi la gonna nera che mi cucisti? Quella con lo spacco, lho messa per dieci anni, nessuna sarta ci sarebbe riuscita così.
Lucia fissò la macchina da cucire, accarezzando la ruota con il pollice.
Era tanto tempo fa.
Le mani ricordano. Rosaria si tirò su il cardigan. Sai che cè? Tra un mese compio sessantaquattro anni. Voglio un vestito come si deve, non quei sacchi che vendono nei negozi. Me lo cuci tu?
Rosaria…
Che cè da spiegare? Te lo chiedo, non ti sto obbligando. Me lo fai?
Lucia guardava la sorella, poi la macchina. Fuori, i ragazzini gridavano, rincorrendo un pallone nel cortile freddo. La Necchi, piazzata lì, sembrava emanare una calma famigliare.
Sì, te lo cucio ha detto piano.
***
Lolio lha comprato il giorno stesso, ha ingrassato tutto: asse, ruota e porta aghi. Ha infilato quello che trovava in casa, vecchio filo di una scatola Biscottificio Mattei, tanto per provare. La macchina ha iniziato a muoversi, prima con uno stridio, poi più liscia. La cucitura era un po irregolare, ma era pur sempre una cucitura.
Lucia è rimasta lì a guardare la linea.
Il giorno dopo è andata al mercato coperto di Piazza Roma, in fondo a Cremona, vicino al ponte. Cera tutto: pentole, utensili, semi, e pure le stoffe. Non ci andava da almeno due anni. Passava tra le bancarelle, toccava i tessuti. Crespo, cotone, lana. Lei aveva sempre scelto coi polpastrelli, non con gli occhi.
Le hanno poi detto che in centro aveva aperto un negozio nuovo: Tessuti da Carla, appena in una stradina vicino a corso Garibaldi, in uno scantinato. Lucia lha cercato, lo ha superato due volte, ma quando è entrata, ha dovuto fermarsi alla soglia.
Lodore: era quellodore lì che non riusciva a ricordare, finché non lha sentito. Tessuto nuovo, con una traccia di polvere. Ci sentiva la Casa della Cultura, la camera della mamma.
La commessa, una ragazza con le trecce, la guardava sorridendo.
Avrei bisogno del tessuto per un vestito, ha spiegato Lucia. Per una donna sui sessantaquattro anni. Robusto, elegante, non troppo vistoso.
Guardi qui, ha tirato fuori dei rotoli scuri.
Lucia li passava sotto la mano, li contro-luce. Ha scelto un jersey blu notte dalla trama leggera. Tre metri pieni, per non rischiare.
Tornava a casa a piedi con la stoffa sotto il braccio. Faceva già caldo, era aprile, i tigli vicino a via Libertà iniziavano ad avere le prime foglie lucide. Pensava allo scollo Rosaria amava il collo leggermente scoperto, ma letà Meglio un piccolo scollo a V, col colletto morbido, portabile chiuso o aperto. Gonna dritta, appena sotto il ginocchio. Niente fronzoli, niente orpelli, solo un bel taglio.
Si accorse di sorridere solo quando incontrò una vicina, la signora Galli, che la guardò stranita: Sai che sei proprio raggiante, Lucia?
***
Il cartamodello lha disegnato la sera, mentre Marco guardava la televisione. Seduta in cucina, carta e matita. Le misure se le era già annotate. Marco è entrato per lacqua, ha visto i fogli.
Che combini?
Faccio il disegno. Cucio un vestito a Rosaria.
Ha preso il bicchiere, dato unocchiata.
Ti metti a perder tempo ora?
È il suo compleanno. Me lo ha chiesto.
Sarta, eh! Perché non va a comprarlo in negozio.
Vuole cucito su misura. Lo faccio io.
Marco ha fatto spallucce ed è tornato davanti alla TV. Lucia lha guardato andarsene, poi si è chinata sul foglio. Linea delle spalle, del seno, il girovita di Rosaria, centoquattro centimetri le curve di sempre. Doveva sistemare bene il taglio sul fianco per evitare che tirasse.
Ci ha lavorato fino a mezzanotte. Non si è accorta del tempo. Da anni le sere erano tutte uguali, un occhio al TG, la testa altrove. Ma quel giorno, il tempo era scomparso.
***
Per la confezione ci è voluta poco più di una settimana. Non che fosse complicato, ma Lucia non aveva fretta. Faceva tutto piano, verificando ogni cucitura. Allinizio ha sbagliato un lato, ha scucito e rifatto. Le mani davvero ricordavano. Non subito, ma a poco a poco. Dopo tre giorni andava automatica, al quinto giorno aveva trovato il ritmo. La macchina strideva piano, il ronzio dava conforto e intimità alla piccola cucina.
Marco si lamentava: la stoffa faceva polvere, la distraeva mentre correggeva i compiti dei ragazzi nelle stanze accanto, la cena erano ancora una volta pasta e perché non cucini qualcosa di normale ogni tanto?
Il giorno dopo Lucia ha preparato un bel minestrone rosso. Ma appena finito, tornava alla macchina, senza sentire la distanza tra le due attività.
Dopo dieci giorni labito era pronto. Lucia lo mise su una gruccia, fece un passo indietro. Bello. Semplice, sobrio, ma di quelleleganza che dona alle donne adulte. Colletto morbido, cuciture di lato senza imperfezioni. Ha sistemato lorlo.
Ha chiamato Rosaria.
***
Rosaria arrivò trafelata, la giacca sbottonata.
Fammi vedere!
Lucia diede il vestito, lei lo guardò, si chiuse nella stanza a provarlo. Lucia attese in cucina. Guardava il cortile: un gatto rosso cercava il coraggio per saltare giù dal muretto.
Lucia! la chiamò Rosaria, con una voce che aveva qualcosa di strano.
Che cè?
Vieni qua.
Entrò in salotto. Rosaria stava davanti allo specchio lungo che Lucia non aveva mai amato. Il vestito le stava benissimo. Stranamente bene. Più sottile in vita, più alta, e il blu scuro si sposava con i suoi capelli tinti di castano.
Madonna mia! disse Rosaria Lucia!
Dimmi?
Guarda che cosa hai fatto.
Lucia la fissava muta, con la gola secca.
Ti piace?
Mi adoro! Rosaria si girava da un lato, poi dallaltro. Sembro almeno dieci anni in meno! Lo capisci che mi hai ringiovanita?
È solo un buon taglio
Solo! Lucia Maggioni, sei una maga. E te ne stai qui a fare minestroni. Rimase un po zitta. Sai che te lo dico a Clara Fumagalli? Che nessuna le ha mai sistemato una gonna come ci vorrebbe! E pure alla Vale Donati, che si lamenta sempre dei vestiti nei negozi. Posso dirglielo?
Lucia voleva dire di no, ma non trovò sufficiente motivazione.
Sì, diglielo pure.
***
Clara Fumagalli arrivò due giorni dopo, con una gonna nella busta. In lana, un po larga in vita. Lucia la provò su di lei, appuntò con gli spilli e disse: Te la consegno dopo domani.
Venne davvero bene. Clara si specchiava e non voleva più togliersela.
Un vestito si potrebbe anche fare? chiese piano.
Certo.
Quanto costa?
Lucia esitò. Finora aveva fatto tutto per gentilezza, per sua sorella, per Clara. Ma era tempo di mettere un prezzo.
Te lo dico quando decido modello e tessuto.
Clara se ne andò soddisfatta. Lucia rimase a pensare. Poi prese un foglio e buttò giù una lista prezzi. Provava e ritoccava, ma alla fine, cerano: aggiustamenti, riparazioni grandi, abito semplice, abito con fodera.
Guardava il foglio senza sapere cosa sentire, ma era qualcosa di nuovo, inspiegabile. Non paura, non gioia piuttosto solidità.
***
A maggio venne la Vale, poi unamica sua di cui Lucia ricordò il nome solo dopo. Poi la vicina di sotto, Angela Gavazzi, chiese una camicetta. Lucia lavorava in cucina, aveva trasferito la macchina vicino alla finestra per avere più luce. Filo nuovo, aghi nuovi. Fece un salto da Carla per scorta tessuti.
Marco iniziò a notare. In casa aleggiava odore di stoffa, il tavolo pieno di carta con le misure, Lucia parlava spesso con signore sconosciute.
Chi era la signora di ieri? domandò alla cena una sera.
Una cliente. Una camicetta su misura.
Cliente ironizzò Marco, con quel tono che lei conosceva. Che, ti apri una sartoria ora?
Non ancora.
Non ancora ripeté infastidito. Tu lo sai come ci fa sembrare, vero? Io sono alluniversità e nella mia casa va e viene gente a cucire, la macchina che batte tutto il giorno…
Non fa tanto rumore, la macchina.
Non è quello. Sembriamo…
Sembriamo cosa, Marco?
Lui non rispose, tornò a mangiare. Lucia lo guardò fisso. Prima abbassava sempre gli occhi; stavolta no.
Ho gli ordini. Sto lavorando. È una cosa che mi fa bene.
Sei in pensione, Lucia. Che ti serve tutto questo?
Mi serve eccome.
Marco la fissò ancora: qualcosa nella sua voce lo colpì, rimase zitto per poi cedere:
Basta che non mi disturbi.
Lei non chiese cosa intendesse. Lui non spiegò.
***
A giugno Rosaria disse:
Senti, cè una cosa. La Franca Pietroni, quella di fronte alla posta, ha una nipote che si sposa. Vorrebbero un vestito da sposa, ma non il classico bianco. Lei non è più giovanissima, quarantadue anni. Cerca qualcosa di elegante, color panna. Potresti pensarci?
Lucia ci pensò. Un abito da sposa era unaltra cosa. Più impegnativo, costoso, da provare più volte. Mai ufficialmente fatti prima.
Che venga qui, ne parliamo, decise.
La nipote si chiamava Alessandra. Capelli corti, modi gentili ma decisi. Spiegò bene quello che voleva. Lucia ascoltava, prendeva nota.
Sedute in cucina col tè, si accorse che finalmente, dopo tanti anni, la stimolava davvero la sfida: capire chi fosse Alessandra e che cosa volesse comunicare. Era compito vivo, concreto.
Lo faccio, acconsentì Lucia.
Alessandra chiese il prezzo, Lucia lo disse. Lei annuì, senza contrattare.
Allora ci vediamo mercoledì, per la prima prova, chiuse Lucia con un sorriso.
Dopo che Alessandra uscì, Lucia si accorse che le tremavano un pochino le mani. Ma non per la paura.
***
Quella sera Marco sembrava infastidito. Lucia non sapeva il motivo, aveva ormai smesso di studiarne lumore come faceva un tempo. Lui rientrò più tardi del solito, posò la borsa e si fiondò in camera. Lucia stava cucendo la fodera per il vestito da sposa.
Lucia! la chiamò.
Sì?
E la cena?
Sul fuoco, ci sono le polpette sotto il coperchio, sono calde.
Silenzio. Poi i suoi passi, lo vide comparire sulla soglia della cucina.
Gentile avresti potuto apparecchiare!
Sto lavorando, Marco.
Lavori… fisso alla macchina. Vieni qui a preparare la tavola.
Lucia finì la cucitura che aveva iniziato. Ci mise venti secondi. Poi si fermò e, senza rabbia né scena, sentì semplicemente che non sarebbe andata.
Marco, disse. Prendi il piatto nello stipetto alto, polpette nel tegame, il pane è nella cesta. Trovi tutto.
Lui la fissava.
Come?
Finisco fra venti minuti, poi mangiamo insieme. Adesso non posso interrompere, sto finendo una parte delicata.
Silenzio. Si sentiva la TV dei vicini. In strada passava una macchina.
Sei seria?
Lucia era dritta, le spalle ferme.
Sì.
Marco rimase interdetto ancora qualche secondo, poi tornò in camera. Si sentì la porta che si chiudeva.
Lucia si rimise a cucire.
Mangiarono in stanze separate. Sentiva lui che armeggiava in cucina con la stoviglia. Lei mangiò dopo, da sola, alla finestra. Si era ancora chiaro, le sere di giugno a Cremona sono quasi bianche, il cielo sopra i tetti rosato.
Eppure stava bene. Era strano, ma stava proprio bene. Quel vuoto buono, quello che rimane dopo aver fatto finalmente qualcosa che sognavi da tempo.
***
Le prove con Alessandra andarono alla grande. Labito era esattamente ciò che aveva in mente: seta panna, taglio dritto che scende fluido, maniche a tre quarti. Alla terza prova Alessandra si guardò allo specchio e disse:
Non sono mai stata così. Cioè, così giusta.
È perché il vestito è fatto per te, rispose Lucia. Non tu per lui.
Alessandra sorrise, promettendo di consigliare Lucia a tutte le amiche.
Dopo, Lucia rimase al tavolo a riflettere. Rosaria aveva ragione: una piccola sartoria era possibile. Non era più un sogno campato per aria. Guardava i guadagni degli ultimi mesi, i prezzi di affitto per un laboratorio piccolo. In centro forse troppo, ma in periferia… Prese un altro foglio, fece di nuovo i conti.
Ce la si poteva fare. Altro che benestante, ma ce la si poteva fare.
***
Il discorso con Marco non era programmato. Capitò a fine luglio, quando Lucia aveva già preso in affitto un piccolo locale in via Cavour, secondo piano, tre finestre illuminate. Aveva pagato tre mesi in anticipo, coi soldi guadagnati coi primi ordini.
Marco lo scoprì per caso. La signora Galli, la vicina, lo fermò sul pianerottolo: Bravo per tua moglie, ha aperto una sartoria, siamo tutti fieri di lei! Marco tornò su e chiese informazioni.
Lucia fu onesta: aveva affittato il laboratorio per lavorare più comoda. In casa non cera spazio.
Marco ascoltava in piedi, poi si sedette insolito per lui.
Ma ti rendi conto che fai ridere? disse. Cinquantotto anni e ti metti a fare limprenditrice. Lucia, è grottesco.
Non per me.
Lì devi pagare laffitto, le bollette. Da dove arrivano i soldi?
Lavoro, e bastano.
Lui la fissava a lungo. Lucia non abbassò lo sguardo, a differenza di prima.
Sei cambiata, sussurrò lui.
Probabile.
In peggio.
Secondo te.
Si alzò, guardò fuori dalla finestra, e senza voltarsi:
Tu pensi sia una cosa seria, questa. È un capriccio. Ti passerà.
Forse sì. Vediamo.
Non aggiunse altro.
***
La piccola sartoria si chiamava LOfficina della Luce. Lucia caveva pensato tanto. Sole suonava troppo banale, Atelier troppo raffinato. Ma Officina della Luce le venne in mente la prima mattina, quando la stanza era inondata dal sole.
Imbiancò le pareti, sistemò la Necchi su un tavolo vicino alla finestra. Comprò una scaffalatura per le stoffe, uno specchio grande, un appendiabiti. Rosaria laiutava, suggerendo anche le piante Porta una piantina di violetta africana, piacciono a tutti.
Le violette non sono granché.
Ma vivaci. Mettile lo stesso.
Lucia prese tre vasetti, violette viola e bianche, messi sul davanzale. Cambiava tutto, in effetti.
La prima cliente arrivò lunedì 2 agosto. Lucia si ricordò bene del giorno. Una donna mai vista, raccomandata da Alessandra, voleva sistemare un cappotto troppo lungo di manica. In unoretta fece il lavoro, lei tornò sorridente: Magari torno!
E tornarono. Anche altre, sempre di più.
A settembre aveva già ordini fissati per due settimane.
***
Lucia era diversa, cera poco da fare. Lo vedeva nello specchio, lo sentiva dai commenti. Era andata dalla parrucchiera sulla via principale, non quella economica ma la nuova, dove lavora la giovane Elena. Avete una testa perfetta per un caschetto, le aveva detto la ragazza. Ci lasciò i fili grigi, per una volta: le donavano.
Si fece anche capi per sé, la prima volta dopo trentanni. Una blusa in lino grigio chiaro, scollo piccolo. Laveva indossata in laboratorio. Angela Gavazzi la vide e chiese: Lucia, dove lhai presa? Ti sta da Dio.
Lho cucita io.
Cucitene altri! Stai una meraviglia.
E così fece, a poco a poco cambiando tutto il guardaroba. Non ringiovaniva, era semplicemente più precisa, più vera.
Marco se ne accorgeva, pur senza dire molto. A volte la guardava più a lungo durante la cena.
Lucia parlava con lui normalmente, senza quella tensione di prima. Cucina, pulizie, tutto continuava. Ma non era più la sola sostanza della sua vita. Solo una parte, non tutto.
***
A ottobre arrivarono tre donne, tutte mogli dei colleghi di Marco. Solo a fine accettazione appuntamento una chiese: Abbiamo saputo da Riccardo, che sua moglie ha aperto questa meraviglia. Tanto di cappello!
Lucia le scrisse sullagenda, fissò lorario. Quando uscirono, sorrise e non disse niente a casa.
***
Linverno volò via tra lavoro e nuove commissioni. Nelle Officina della Luce, il calore non mancava: la padrona aveva messo un termoconvettore, le clienti andavano e venivano, Rosaria passava quasi ogni giorno, aiutava anche con piccole cose, e ora Lucia le riconosceva un compenso (novità assoluta tra sorelle!).
A febbraio Lucia prese unaiutante: una giovane, Anna, ventinove anni, aveva già lavorato in sartoria. Anna silenziosa e precisa, imparava veloce, come una volta sua madre insegnava a Lucia: gesti, non parole.
A marzo, a un anno esatto da quella discussione, Lucia era alla finestra della sua Officina, il sole della via Cavour sulle mani. La città brillava di pozze dacqua, i passanti con le giacche aperte, una mattina fatta di quiete e possibilità.
Anna stava tagliando tessuto sul tavolo.
Lucia, cè uno che chiede di te.
Lucia si voltò.
Alla porta cera Marco.
Non lo riconobbe subito. Non perché fosse invecchiato, ma perché non era più abituale trovarselo nel suo spazio. A casa stavano in parallelo; lui lì non era mai venuto.
Marco.
Ciao disse, con un tono diverso. Qui non imponeva, parlava semplicemente.
Anna, va in pausa per favore?
Anna annuì e uscì. Marco si guardava intorno. Tre finestre, le violette sul davanzale, lappendiabiti pieno di abiti, la Necchi al suo posto. Tutto lì, semplice.
Bellambiente, disse, un po impacciato. Poi tossicchiò.
Siediti, fece Lucia, liberando una sedia. Lui si accomodò, lei restò in piedi.
Sono venuto perché… iniziò, poi si fermò.
Sì?
A casa sei poco, o meglio… ci sei ma…
Ho capito cosa vuoi dire.
La guardò. Cera qualcosa di nuovo nel suo viso. Lucia si accorse che, a sessantanni, lui sembrava più vecchio. Era anche smagrito. La camicia poco stirata.
Lucia… senza di te non va tanto bene. Sai?
Cioè?
Le cene escono così così. Casa… insomma, manca lordine.
Lucia taceva.
Pensavo che, magari… non concluse, ma il senso era chiaro.
Lucia si avvicinò alla Necchi, prese il filo, lo sfilacciò tra le dita. Era già pronta, stoffa appena infilata.
Marco. Ricordi cosa hai detto un anno fa? Hai detto che sembravo uno spaventapasseri.
Nessuna replica.
Mi sono guardata a lungo allo specchio. Non riconoscevo più chi fossi. Non perché fossi brutta, ma perché non cero più. Parlava piano, senza rancore. Ho vissuto trentanni senza esserci mai stata davvero. Capisci? Io non cero.
Lucia…
Aspetta. Non è per accusarti. Lo fissò. Marco, solo ora capisco chi sono veramente. Cosa mi piace fare. Cosho nelle mani. Ed è una scoperta entusiasmante. Sai?
Marco restava in silenzio.
Quindi non…
Non lo so, onestamente. Ora non ci penso. Penso allabito che devo terminare per venerdì. Ad Anna che devo insegnare la sorfilatura. Alla stoffa ordinata che non è ancora arrivata.
Tutto lì dentro?
Sì, e mi riempie. Una breve pausa. Mi dispiace, Marco.
Si alzò piano. Restò per un momento, e poi disse:
Sei cambiata.
Lo so.
Non ti riconosco più.
Lo so anche questo.
Uscì. Sul pianerottolo si fermò, senza voltarsi.
Lasciami ogni tanto un po di minestrone in frigo, va. Il tuo non mi viene mai.
Lucia non rispose. Lo vide dalla finestra scendere in strada: cappotto grigio, mani in tasca, la schiena dritta che un tempo aveva amato. Svoltò langolo, svanito.
Rientrò Anna.
Posso?
Sì, vieni si sedette accanto alla Necchi. Vediamo la camicetta di ieri. Mi fai vedere come hai rifinito il polsino?
Intanto una nuova cliente stava entrando. Lucia sentiva la voce incerta, la spiegazione insicura del primo appuntamento. Ormai conosceva quel tono.
Lucia Maggioni si sentì chiamare. Cè la signora Verdi.
Che entri pure rispose Lucia. Arrivo subito.
Sistemò lago, verificò il filo. La Necchi era lì, pronta. Fuori marzo brillava, con quel sole pulito da giornata vera di lavoro.
Entrò una signora della sua età, nel cappotto un po impacciata, che scrutava la stanza, i tessuti, la macchina.
Buongiorno, disse Lucia. Si sieda pure. Mi dica cosa vorrebbe.
La signora si sistemò. Cominciò a spiegare, titubante, poi sempre più sciolta. Lucia lascoltava e già vedeva: tessuto, taglio, come tutto avrebbe preso forma. Le mani, quelle, non avevano mai smesso di sapere. E lei, finalmente, nemmeno.





