La sposa amara
Il velo da sposa Caterina lha portato nella solita busta del negozio, e aveva un odore che sapeva di ruta e derba secca. Clara Rosa storce appena il naso, come se nella stretta saletta di sartoria fosse arrivato non un cimelio di famiglia, ma qualcosa di cui si preferisce non parlare.
Lo specchio è velato, con una sottile crepa nellangolo. Il tessuto bianco fruscia sulle ginocchia; la zip si blocca, e la commessa gironzola per Caterina già da tre minuti, stringendosi le labbra. Sul davanzale la scatola del velo diffonde un aroma amaro, di polvere, strade di paese, sottobosco e casa antica. Clara Rosa siede composta accanto al muro, nel suo tailleur color cipria e una collana di perle al collo, e aggiusta due volte il polsino della giacca, anche se è già dritto.
È il velo di tua nonna? domanda, in tono così dolce che a Caterina si gelano un po le dita.
Sì, lo custodiva gelosamente.
Un oggetto tenero, adatto per le foto di famiglia, per il ricordo. Ma per il matrimonio civile forse sarebbe meglio qualcosa di più leggero. Più attuale.
Davide è appoggiato alla porta con le maniche arrotolate e quel suo mezzo sorriso da arbitro, alterna lo sguardo tra la madre e Caterina, sicuro che con una parola riuscirà a placare tutto.
Ma mamma, che differenza fa? Un velo è un velo.
La differenza cè sempre, Davide. Solo che alcuni la vedono dopo.
La commessa sistema lorlo della gonna come scusa. Nella stanza angusta tintinnano le grucce, e da dietro il muro una risata troppo forte colpisce Caterina alle spalle più delle parole sul velo. Si china verso la scatola, sfila il tessuto sottile, lo accarezza. Sul bordo, appoggiata accanto a una cucitura, una minuscola rametto di ruta. Ecco, nonna Teresa lha messa apposta. Per non dimenticare.
Voglio questo, dice Caterina.
Clara Rosa sorride ancora più soave.
Certo, cara. Oggi sei la protagonista. Vorrei solo evitare che da un bel matrimonio di città venga fuori un ricordo di campagna. Magari, tra gli invitati, non chiamare proprio tutti dal paese? Sei una ragazza intelligente, sai che la gente fa attenzione a queste cose.
Caterina sbaglia la zip, una volta. Due. Solo alla terza riesce ad agganciare il cursore.
Davide tossisce piano.
Dai, basta così, vi prego? Mancano nove giorni al matrimonio. Non è il momento.
Clara Rosa lo guarda serena.
E quando, Davide? Dopo? Quando tutti avranno già visto e commentato?
Non alza la voce nemmeno di un tono. E qui sta la sua forza: trasforma ogni frecciatina in premura, ogni disprezzo in consiglio. Caterina lo sentiva da tempo, ma si ripeteva che era solo una sua impressione. Oggi non può più far finta.
Fuori fa caldo, la fine di maggio è secca, polverosa. All’uscita del negozio laria sa di asfalto caldo e di lillà del cortile di fronte. Davide le prende la scatola, tenta di baciarla sulla tempia, ma lei si scosta come per sistemarsi i capelli.
Sei arrabbiata? sussurra. Lo sai come è fatta mamma, non è cattiva.
Ah no?
È solo preoccupata. Vuole che tutto sia perfetto.
Per chi?
Lui sospira, osserva le macchine in sosta, la signora con il bambino davanti alla farmacia, lorologio al polso.
Caterina, non ora. Evitiamo discorsi pesanti prima delle nozze, siamo già tutti tesi.
Quando si tratta di questioni serie, lui dice sempre così. Non ora, dopo, non roviniamoci la giornata. Tira la coperta, sperando che i bicchieri non cadano. A volte resistevano. Stavolta no.
Quella sera Caterina chiama la nonna, dice che verrà a prendere il velo da sola, senza corriere, né passaggi, né mani estranee.
Vieni pure, risponde nonna Teresa. E fa’ piano, la fretta alza solo la polvere.
Il pullman ci mette uneternità, come se volesse prendere ogni buca apposta. Fuori i campi si susseguono piatti e polverosi, qualche fila di alberi, fermate isolate con le panchine scrostate. Dentro odora di stoffa calda, pane di casa e ferraglia. Caterina tiene la scatola sulle ginocchia, anche se potrebbe poggiarla accanto. Non vuole. Il rametto di ruta graffia il dito sotto la stoffa, e quel pizzicore la tiene insieme meglio di qualsiasi pensiero razionale.
Il paesino la accoglie con un latrato di cani, lo stridio del cancello arrugginito e un silenzio di quelli in cui ogni suono rimbomba lontano. La casa di nonna Teresa sta proprio sulla strada: bassa, bianca, tetto scuro, finestre strette. Nel cortile asciugano gli asciugamani sulla corda. Lodore dalla cucina è di fumo, menta e tè forte.
La nonna apre dopo un po. Vede la nipote, si fa da parte, prende la scatola quasi stessero passando un documento, non un oggetto da cerimonia.
Hai fame?
No, non mi va.
Allora siediti, che almeno il tè lo bevi.
Sul tavolo cè già una tazza con il cucchiaino annerito. La nonna spinge il tè più vicino, si sistema al davanzale, liscia il fazzoletto con la mano, e guarda fuori, la strada oltre la finestra.
La suocera ha visto il velo? domanda alla fine.
Sì, visto.
E?
Sembrava volessi portare in città non solo il velo, ma tutto il paese insieme.
Teresa annuisce, senza stupore, senza bisogno di chiedere. Come se sapesse già ogni cosa.
Di cognome?
Rosa. Clara Rosa.
Questa volta la nonna alza lo sguardo. Lentamente. Come se sollevasse non solo gli occhi, ma il coperchio di un vecchio baule pieno di cose dimenticate.
Rosa? ripete. Quindi la madre di Davide?
Sì. Perché?
La mano secca si posa sul tavolo. Le dita coperte di piccole cicatrici tremano appena.
Niente di buono, dice la nonna. Siediti, arrivo.
Va in camera, apre un baule che cigola, fruscia la carta, qualcosa cade piano. Caterina resta sola: la tazza si fa fredda, odore di menta secca e biancheria antica. Dal cespuglio fuori una frasca di albicocco dondola contro il vetro. Sul davanzale una striscia di sole. Improvvisamente tutto è chiaro: non è il capriccio della suocera, né il velo, né gli inviti. Sotto cè qualcosa di più antico e pesante.
La nonna torna con una busta e una foto.
Nella foto due ragazze: una longilinea, la schiena dritta e la treccia lunga, lo sguardo diretto nellobiettivo, sicura già allora del peso degli occhi; laltra, seduta di tre quarti, ride verso qualcuno fuori campo. Caterina ci riconosce sua madre: giovane, chiara, non ancora taciturna. E accanto cè Clara, la stessa Rosa, solo senza il tailleur, le perle, la finta dolcezza di città. Abito a fiori, treccia. Proprio nel cortile dove ora asciuga gli asciugamani.
Quando è stata scattata? domanda Caterina, la voce più bassa del solito.
Ventinove anni. Tua madre Lidia e Clara. Amiche. Insieme al circolo, insieme al mercato, insieme avrebbero voluto iscriversi allIstituto in città.
Mia madre le era amica?
Certo. Finché non successe quel giorno.
La nonna sfiora langolo della foto, dove la carta già si sbianca.
Clara voleva andarsene in città, sembrava che il paese le soffocasse la schiena. Qui niente le bastava, polvere, gente, stivali. Camminava come se tutto qui lavesse ormai superato. Lidia era semplice. Non sciocca. Ma non calpestava gli altri per avanzare.
Caterina ascolta in silenzio. Dal cortile lo stridio del cancello dei vicini, qualcuno richiama le galline. La casa sa di menta secca e corredo vecchio.
Allepoca ci fu una revisione alla Cooperativa. Mancarono dei soldi. Pochi, ma qui bastano a fare rumore. Clara fu la prima a parlare: Lidia aveva le chiavi, Lidia è stata vista sola in stanza allora giusta. E tanto bastò. In queste parti una parola vola di casa in casa più in fretta del vento.
E mamma?
Tentava di difendersi. Portava documenti, spiegava. Ma la gente aveva deciso. Clara doveva andare in città, le serviva una fedina pulita, una gonna pulita. Si salvò, lasciando il peso a Lidia. Un mese dopo la revisione dichiarò che la colpa non era sua. Tardi. Clara era già andata via. E Lidia si era già chiusa. Non nella voce. Proprio dentro.
Caterina guarda la foto e vede non due ragazze, ma quella stessa piega accanto alla bocca che oggi si forma sulle labbra di Clara Rosa quando parla di buone maniere. Non è la prima volta che la indossa. Vecchie abitudini. Quando guardava il rametto di ruta, non riconosceva solo il profumo del paese. Riconosceva se stessa, quella da cui era corsa via.
Hai ancora la busta, fa Caterina piano.
Sì. Ma la carta rende saggi solo dopo troppo tempo.
Dentro cè una copia della spiegazione scritta da mano estranea, vecchia, vergata. In fondo una riga che secca la bocca: Il disavanzo deriva da errore di registrazione; la responsabilità di Lidia Ferraro non è confermata.
Perché non me lha raccontato, mamma?
Per non passarti la propria vergogna. Ne aveva già abbastanza.
E Clara Rosa, sa che tu conservi queste carte?
Nonna Teresa sorride senza allegria.
Sa che ricordo. Tanto basta.
Il tè è ormai freddo. Ma Caterina lo beve fino in fondo e si sgrana per lamarezza forte come una brutta verità. Ora sa con nitidezza: Clara Rosa non ha mai odiato il paese. Si è sempre spaventata che il paese, prima o poi, la chiamasse col suo vero nome.
Verso sera Caterina siede sulla panca davanti al cancello, osserva la strada. La polvere del giorno già si è posata. Da dietro gli orti urlano uccelli. Nonna Teresa le avvolge uno scialle sulle spalle, come quandera bambina.
Nonna, se resto zitta?
Zitti si può restare in molti modi.
Io lo amo.
Lamore non è sordo. Sente tutto, sempre.
Davide non è sua madre.
Ma è cresciuto accanto a lei. Un susino, piantato accanto alla recinzione, cerca sempre il lato dove ha imparato a vedere il sole.
Caterina tace.
Ricordalo, dice la nonna. Nella casa degli altri non si entra con la vergogna degli altri.
Parole semplici, adagiate senza peso, come oggetti lasciati sul tavolo nel posto a loro destinato.
Rientra a Milano verso sera, la città si illumina. Allangolo del tabaccaio caramella fritta e odore di smog. Davide laspetta sotto casa, quel suo sorriso stanco, il tentativo di prosciogliersi prima che la tempesta inizi.
Ti ho chiamata almeno cinque volte.
Il telefono stava in borsa.
Potevi almeno avvisare, sono stato in ansia tutto il giorno.
Caterina lo guarda a lungo. Non arrabbiata. Quasi stanca.
Davide, sai davvero chi è Clara Rosa per la mia famiglia?
Lui si fa serio.
In che senso?
Nel senso che ha vissuto nel nostro paese. Con mia madre.
Sai, metà regione viene dai paesini.
Non cambiare discorso.
Saliti in casa, tutto è in ordine fino a brillare, come nelle case dove lordine conta più dellaria. Sul tavolo le scatole delle bomboniere, i cataloghi dei ristoranti, la lista degli invitati. Sul frigo, bloccato da un magnete, il menù della festa. Tagliere di formaggi. Pesce al forno. Frutta di bosco. La sicurezza altrui abita quello spazio già prima della sposa.
Davide versa un bicchiere dacqua, si siede.
Spiegami con calma.
Caterina racconta. Della foto, della vecchia spiegazione, di come Clara Rosa sia fuggita in città con il suo vestito lindo e abbia lasciato la macchia a chi stava dietro, e ora storce il naso al profumo di ruta e non vuole nelle foto gli ospiti del paese.
Davide ascolta, non interrompe. Solo alla fine si strofina gli occhi, lo sguardo va alla finestra.
Capisco sia spiacevole, Caterina.
Spiacevole?
Sì. Spiacevole. Ma sono passati quasi trentanni. La gente cambia.
Lei no. Solo che adesso usa parole più gentili.
Sospira.
Vuoi che io vada da mia madre a fare una scenata, a nove giorni dalle nozze?
Voglio che tu non fai finta sia cosa da nulla.
Ma non lo è. Cerco solo di non rovinare tutto per una storia vecchia, in cui io nemmeno cero.
Ma io sì. Attraverso mamma, attraverso la nonna, attraverso lo sguardo di tua madre su casa mia.
Lui si alza, cammina in cucina, si ferma alla finestra. Dalla strada sbatte una portiera, di sopra striscia il suono di una sedia.
Facciamo così, dice piano. Ne parlo con lei, senza litigare. Dopo il matrimonio vivremo per conto nostro, lavevo già deciso. Non dovrai adattarti a lei, non la lascerò ferirti. Ma ora, per questi pochi giorni, non spacchiamo tutto. Va bene?
È davvero bene? Non proprio. Ma Caterina è troppo stanca per pretendere altro. Annuisce. E subito Davide le si avvicina, la bacia sulla tempia, e lei riconosce lodore di detersivo, di ferro da stiro, di casa. Ma il familiare non è sempre affidabile. A volte è solo ben camuffato.
Due giorni dopo, Clara Rosa chiama Caterina: propone di incontrarsi in una pasticceria vicino ai giardini pubblici.
Posto tranquillo, tendoni pesanti, aria condizionata fredda. In vetrina pasticcini lucidi. Sul tavolino due tazzine di caffè e una piccola busta bianca.
Clara parla calma, quasi calorosa.
Davide mi ha detto che sei andata da tua nonna.
Non tutto ti ha detto.
Forse. Gli uomini queste sfumature non le capiscono mai.
Spinge la busta verso il bordo.
Cosè?
Un pensiero. Per il viaggio dopo le nozze. O per labito. Come preferisci.
Per cosa?
Per discrezione. Per la delicatezza. Perché non vai a scandagliare vecchi risentimenti di paese nella nuova famiglia.
Il caffè di Caterina ha un retrogusto amaro. Prende la tazzina con due mani, così da nascondere la scossa delle dita.
Lei veramente pensa che siano solo risentimenti?
Che altro? Hai recuperato una vecchia carta, credi di poter giudicare. Da giovani tutti fanno sbagli. Anche io, tua madre. Ma non tutti sanno andare oltre.
Lei è andata oltre usando mia madre come scudo.
Nessuna esitazione in Clara Rosa. Solo tocchi le perle al collo, come a controllare che la chiusura sia al suo posto.
Tua nonna ha sempre avuto la mania di conservare cartacce come reliquie. Sono affari suoi. Ora il mio compito è garantire che il matrimonio sia degno. Vuoi che gli invitati mormorino? Vuoi mettere Davide in mezzo ai conflitti? Vuoi iniziare la vita con una sceneggiata?
Vengo dal paese.
Lo so, cara. Proprio per questo ti consiglio di muoverti con più cautela. Etichette la gente le affibbia in un attimo. E son durissime da togliere.
Caterina posa la tazzina, il caffè si sparge sulla tovaglia bianca.
Lei dice a me?
Ti parlo da donna che ne ha viste molte. A volte è meglio tacere e proteggere ciò che vale.
Ha mai taciuto per qualcun altro, lei?
Solo ora Clara Rosa vacilla. Poco, ma Caterina lo nota.
Tua nonna ti ha cresciuta diretta, commenta. Bene. Ma non sempre paga.
Tenga i soldi.
Non esagerare. È solo un aiuto.
No. È un prezzo.
Caterina esce di scatto. Fuori la città è afosa. Dal parco sale profumo di tiglio e polvere. Bambini sugli skateboard, palloncini colorati, una donna siede sulla panchina tagliando una mela a spicchi sottili. Il mondo va avanti come nulla fosse, e per Caterina è ancora più difficile stare ritta. Come possono gli altri ridere, dividere una mela, quando tutto dentro di te si è spostato?
Quella sera Davide arriva senza avvisare. Porta una busta di ciliegie, un viso stremato da chi spegne incendi che covano da anni.
Mamma ha esagerato, dice subito. Glielho detto.
E lei?
Credeva fosse per il meglio.
Certo.
Metti la busta sul mobile, togli lorologio, lo poggi. Quel gesto Caterina lo conosce: se la discussione sarà lunga, lui si libera lorologio, come se così il tempo durasse di più.
Ascolta, comincia Davide. Io capisco perfettamente. E per me è degradante che abbia provato con i soldi. È stato stupido, ingiusto, inutile. Glielho detto chiaro. Non succederà più. Dopo la cerimonia andiamo a vivere da soli. Ho già visto degli appartamenti. Vicino al mio lavoro, non lontano dal tuo. Vivrai come vorrai. Senza le sue regole, senza i suoi buoni consigli. Te lo prometto.
E fino ad allora?
Solo pochi giorni ancora. Possiamo davvero rovinare tutto per questo?
Parla a lungo, con pause al punto giusto. E Caterina, a un certo punto, si accorge che sta tornando a credergli. Non a sua madre. Ma a lui. Alla fatica che si legge nel suo volto, a quella specie di tenerezza che hanno le mani che non trovano pace e lisciando il sacchetto delle ciliegie.
Sta quasi per decidere di tacere. Di lasciar fare alla burocrazia, firmare, andare a vivere altrove, lasciarsi alle spalle la polvere. Tanti lo fanno: ai margini di una famiglia, non davvero dentro laltra. Resistono. Tagliano gli spigoli. Imparano a chiudere un occhio.
Il giorno prima del matrimonio Caterina torna a casa loro per prendere la scatola dei nastri e la lista degli invitati. Clara Rosa, le hanno detto, non cè. Davide è sceso a ritirare la torta dalla pasticceria. Così rimane sola nellingresso tra scatole, grucce, calici ancora imballati, odore di lacca. Dalla cucina sente voci, una è di Clara. Quindi è rientrata passando dal balcone, come fa in estate. Laltra è di Davide.
Non vuole ascoltare, ma sente il suo nome.
Ho parlato con lei, dice Davide. Ora è tranquilla.
Solo per poco, risponde Clara Rosa. In quelle famiglie la memoria è lunga.
Mamma, ti prego
Io non inizio, solo guardo oltre il tuo naso. Oggi il velo, domani le lamentele della nonna, dopodomani mezza campagna sotto casa. Ti serve questo?
Davide tace, uno, due secondi.
Sopravviviamo a un giorno, conclude. Poi vivremo da soli. Passerà.
Un giorno.
Nessun Ha torto tua madre. Sono con te. Nessun Basta. Solo una frase pratica, comoda, pulita. Sopravviviamo a un giorno.
Caterina fa un passo indietro, si appoggia allo stipite ruvido, come una tavola del cortile della nonna. Dalla cucina il tintinnio di un cucchiaino.
Sei debole, Davide, sussurra Clara. Ma forse basta così.
Caterina esce senza più prendere nastri o liste. Sulle scale odore di vernice e di cena altrui. Il telefono vibra quasi subito in borsa. Lei non guarda.
La notte prima del matrimonio è lunga. Il velo riposa su una sedia, labito coperto da un lenzuolo per non impolverarsi, lacqua nel bollitore si raffredda. Caterina siede alla finestra, guarda le altre finestre di fronte, pensa a come la nonna ha parlato della vergogna altrui. Puoi entrare in una casa con borse, fiori, sorrisi, anelli o puoi portare con te, fin da subito, qualcosa che non ti appartiene. Che non va.
La mattina si veste con calma, quasi con lentezza. Si sistema i capelli, liscia il velo, accarezza la stoffa. La ruta è ancora nella cucitura, minuscolo rametto secco. Come se dal paese qualcuno volesse consegnarle non un gioiello, ma un promemoria.
In Comune odora di fiori freschi, cipria e stoffa scaldata. Gli ospiti mormorano. Laddetta civile col faldone rosso ha un sorriso uguale al solito. Sul muro lettere dorate di augurio. Il dito di Caterina è un po gonfio, la fede entra a fatica. È dritta, ascolta le formule sulla famiglia, sulla fiducia. Davide è al suo fianco, elegante, raccolto, la stessa espressione delle occasioni importanti.
Clara Rosa si avvicina, sistema il bordo del velo.
Occhio a non impigliarlo, sussurra. Devi star dritta, oggi non sei una ragazzina del paese.
Parole basse. Forse nessuno sente. Caterina, però, afferra ogni sillaba. E tutto si fa, allimprovviso, semplice.
Lufficiale apre la cartellina.
Se entrambi siete daccordo
Lanello stringe. Caterina lo sfila piano. Non subito. Il metallo sembra incollato alla pelle. Qualcuno tossisce. Davide si gira, confuso.
Caterina? chiama.
Lei appoggia la fede sulla cartella rossa.
In casa daltri non si entra con la vergogna degli altri.
Il silenzio in quei luoghi è sempre denso. Liscio. Come una tovaglia bianca.
Davide le si avvicina.
Che stai facendo? Aspetta, parliamone fuori.
No, dice Caterina. Ho già sentito tutto.
Clara Rosa si raddrizza.
Non fare scenate.
Caterina la guarda negli occhi. Senza urla, né tremito. Solo le dita distendono il bordo del velo, come per davvero dovesse solo raddrizzare il tessuto.
Non si vergognava di me, signora, ma di sé.
Sul collo di Clara Rosa la collana di perle sussulta. Forse il gancio, o forse la mano troppo nervosa.
Davide le tende la mano.
Caterina, ti prego. Troviamo una soluzione. Non qui.
Tu la soluzione lavevi già data. Ieri. Un giorno, te lo ricordi?
Si scurisce in volto. Ma invece di arrabbiarsi, Davide semplicemente abbassa la mano. E diventa improvvisamente adulto, e lontano. Uno che capisce tutto, ma sceglie sempre langolo migliore.
Caterina si gira, va verso luscita. Lorlo dellabito le graffia le calze, il velo sfiora le spalle. Dietro, nel corridoio, odore di cera e di gigli. Qualcuno tra gli ospiti la chiama piano. Lei non si ferma.
Tre settimane dopo è di nuovo davanti al cancello del paese.
Labito appeso nellarmadio dalla nonna, la scatola con il velo sistemata con calma, come si fa con ciò a cui non serve più una cerimonia, e per questo pesa meno. Di giorno fa caldo, la sera laria rinfresca. Odore di erba secca, di ombra. La nonna Teresa sfoltisce lorto con calma solenne, come se rimettere a posto lorticello potesse aggiustare il mondo.
Il pettegolezzo in città si spegne in fretta. Qualcuno chiama, qualcun altro invia messaggi. Davide si fa vivo, una volta sola. Caterina non scende: risponde dalla finestra che non ha niente da dire. Lui annuisce, va via. Clara Rosa non si mostra mai, ed è una risposta anche quella.
Di giorno Caterina aiuta in casa, la sera si ferma sulla panca davanti al cancello. Talvolta prende il telefono, apre la chat muta con la madre che vive in Liguria, poi la richiude. Si sentono di rado, con cautela, come chi ha distanze troppo lunghe da colmare. Ma stavolta Caterina chiama.
Mamma.
Caterina
La voce di Lidia è come se aspettasse quella chiamata da una vita, ma non sapesse da dove cominciare.
Non mi sono sposata.
Silenzio.
Capito, dice la madre. Immagino tua nonna ti abbia spiegato tutto.
Perché non hai mai parlato?
Per non passarti la mia vergogna. Mi bastava sopportare la mia.
Non era colpa tua.
Con la testa lo so da anni. Ma il corpo dimentica più tardi.
Caterina si rifugia alla finestra, nella stanza sente la nonna che prepara il tè. In quellandare e venire di casa cè più conforto che in cento discorsi.
Mamma, tu lhai perdonata?
Lidia ci pensa.
Non lo so. Semplicemente mi sono stancata di vivere come se quel giorno fosse ancora oggi. Ho lasciato stare. Se lho perdonata è unaltra storia che neanche io so.
Quando la conversazione si chiude, Caterina regge il telefono tra le mani a lungo. Poi lo ripone e va in cortile. La nonna porta due tazze di tè alla menta, si siede senza guardarla.
Va meglio?
Non subito.
Solo le spine entrano subito.
La terza settimana, una macchina chiara si ferma davanti al cancello. Non entra decisa come un tempo. Davide scende con una cartellina. Niente fiori. Nessuna posa da mediatore.
Caterina è al cancello, ha in mano una rametto di ruta, colta dietro il garage senza quasi pensarci. Forse con un pensiero che non dice ancora.
Davide si ferma dallaltra parte.
Non mi fermo molto.
Lei tace.
Ho recuperato latto della revisione e la spiegazione scritta, la copia autentica. Nero su bianco: tua madre fu diffamata, e non per caso. Volevo che lo teneste, non solo nel vecchio foglio della nonna.
Porge la cartellina oltre la cancellata. Caterina non prende subito.
Perché lo hai fatto?
Davide abbassa lo sguardo sulle mani. Per la prima volta non ha discorsi da vendere.
Non so rispondere senza mentire. Forse perché avevi ragione. E perché ho sbagliato quando ti ho chiesto di sopportare. Solo un giorno. Come se fosse questione di tempo.
Dalla casa la porta cigola. Nonna Teresa sente la macchina, ma non esce. Lascia decidere a loro.
Caterina prende la cartellina. La carta è liscia, fredda, eppure pesa come quellaltra, quella del baule.
Tua madre sa che sei qui?
Sa.
E che dice?
Davide sorride, appena.
Che sono uno sciocco.
E tu?
Guarda il cancello, lerba secca, la mano dove stringe la ruta.
Ho vissuto troppo a lungo come se ciò che conta potesse essere rimandato. Non voglio più.
Caterina annuisce. Non è un sì, solo ascolta. A volte basta.
Troppo tardi? chiede lui.
Il rametto si spezza nelle sue dita. Il profumo, amaro di casa, si alza subito.
Per una vita semplice con te, probabilmente sì, risponde. Ma per la verità, no.
Resta fermo, forse aspetta che apra il cancello. Forse no, nemmeno lui lo sa. Ma il cancello resta chiuso.
Lui annuisce, cammina verso la macchina. Non veloce, non lento. Come chi, finalmente, porta solo il proprio peso.
Caterina resta nel cortile, una mano la cartellina, nellaltra la ruta. Dentro la casa il tintinnio del cucchiaino. La luce della sera si posa sul cancello, sulla panca, sulle sue dita. Lo stesso odore che cera in sartoria. La stessa amarezza. Solo che adesso non la nasconde più in una scatola.
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