Hai già passato i cinquanta, a chi puoi interessare mai? rideva mio marito. Ma io, Marina, decisi di togliermi il dubbio.
Mio marito, Paolo Vittorio Benetti, era uno di quelli pieni di teorie. Non una sola, beninteso. Ne aveva almeno una ventina, tutte incrollabili. Sosteneva che la miglior pasta e fagioli si facesse solo con i borlotti freschi. Che i gatti fossero più intelligenti dei cani. Che la televisione bisognasse guardarla col volume a ventiquattro, né più né meno. Ma la sua teoria preferita era questa: una donna dopo i cinquantanni non interessa più a nessuno.
La spiegava in modo sempre diverso, dipendeva dallumore.
A volte da scienziato: Marina, è la natura stessa, niente di personale.
A volte filosofeggiava: Così è la vita, cè poco da fare.
Ma il più delle volte, specie quando mi mettevo un vestito nuovo o indossavo un po di rossetto, la buttava lì con nonchalance: Hai già passato i cinquanta, a chi vuoi piacere mai.
Senza nemmeno il punto interrogativo. Come una sentenza.
Io ne avevo cinquantadue. Lavoravo come contabile in unimpresa edile a Firenze, la mattina facevo ginnastica, la sera leggevo romanzi, nei fine settimana preparavo torte che Paolo divorava senza mai chiedersi chi le avesse fatte davvero per lui.
Ventisei anni insieme. In tutto questo tempo Paolo era ingrassato, si era stempiato ed aveva consolidato le sue famose teorie. Io no. O meglio, diversa, ma non così.
La mia amica Laura se nera accorta ben prima degli altri.
Marina mi disse, quella volta davanti a un caffè, con quello sguardo tra il serio e il folle di chi sta per dire qualcosa di importante e un po strampalata , ma lo sai che sei proprio bella?
Ma piantala risposi meccanicamente.
Davvero, ma totalmente! E senti un po: perché non ci iscriviamo a un sito di incontri? Così, per gioco. Per vedere leffetto che fa.
Appoggiai la tazza sul tavolino.
Sei matta?
Solo una registrazione veloce. Scegliamo una bella foto. Giusto per vedere cosa succede.
Non succederà nulla le dissi. Ho già passato i cinquanta, a chi posso piacere?
Mi fermai. Quelle parole non le avevo mai dette davvero, ma il tono era quello di Paolo Vittorio.
Laura era famosa per non perdere tempo nelle discussioni. Non pregava, agiva, così da rendere impossibile dire di no. Quella sera si presentò da me con il portatile sotto il braccio, una bottiglia di Chianti in mano e la certezza di chi sapeva già come sarebbe andata a finire.
Allora decretò entrando , prepariamo il profilo. Facile, rapido, niente chiacchiere.
Aspetta non feci in tempo a togliermi il grembiule , quale profilo?
Il sito di incontri, te lho detto.
Me lhai detto. E io ti ho risposto di no.
Hai risposto: A chi posso piacere? E questa è tuttaltra storia.
Ci fissammo negli occhi. Nei suoi cera quella sicurezza granitica di chi sa di avere ragione. Una sicurezza contagiosa.
Laura, ho cinquantadue anni.
Lo so bene. Sono trentanni che ti conosco.
E allora?
E niente. Siediti.
Mi sedetti. Ma non è che mi fossi arresa. Solo che ero stanca. Era stata una giornataccia. Bilanci, traffico. Avevo solo bisogno di riposo.
Dai una foto disse Laura aprendo il portatile.
Una foto qualsiasi?
Bella, ne hai qualcuna bella?
Ci pensai. Le ultime erano della festa aziendale. Se mi si vedeva, ero nellangolo con un flute di spumante, distratta, Paolo quella sera aveva chiamato tre volte chiedendo quando sarei rientrata.
Ce nè una di Capodanno
Fammela vedere.
Laura la guardò a lungo.
È perfetta sentenziò. Perché sei così dritta in foto e sempre curva nella vita?
In foto non mi vede nessuno risposi, sorpresa io stessa da quelle parole.
Laura mi studiò per un istante, poi stappò il vino.
Il profilo lha compilato quasi tutto lei, io obiettavo su ogni campo.
Motivo delliscrizione? Marina, metti amicizia.
Non voglio fare amicizia con nessuno.
Non conta, scrivi.
Parlaci di te. Laura, cosa metto? Contabile, so fare la ribollita, vivo con un uomo che ha la teoria delle donne dopo i cinquanta?
Scrivi: Attiva, curiosa, amo leggere e viaggiare.
Io non viaggio mai.
Ti piacerebbe?
Ci pensai.
Sì, mi piacerebbe.
Allora non mentiamo.
La foto scelta fu proprio quella di Capodanno. Vestito bordeaux, capelli raccolti, occhi brillanti. Paolo quel vestito non lo aveva nemmeno mai visto: quella notte dormiva già.
Finito chiuse Laura il PC. Ora aspettiamo.
Aspettiamo cosa?
Vedrai.
Mi versai del vino. Guardai fuori dalla finestra: sera, lampione, rami nudi di platano. Unaltra sera qualunque. Paolo era in salotto davanti alla TV, volume su ventiquattro. Rumori di fondo abituali.
Pazienza pensai. Profilo o no, non succederà nulla.
Finii il vino e andai a lavare i piatti.
Lindomani, il profilo non mi venne nemmeno in mente.
Andai a lavoro, persa tra fatture e bilanci, a pranzo una zuppa scadente alla mensa sotto lufficio, alle tre mi ritrovai a guardare i piccioni dal davanzale.
Il telefono era in borsa.
Alle cinque lo presi: per vedere se Paolo aveva scritto. Niente da lui, ma una notifica dal sito. Un cerchietto rosso con un numero.
Era 11.
Undici messaggi. In un solo giorno.
Guardai il telefono. Lui guardava me. Lo rimisi in borsa, ci pensai un po, poi lo riaprii.
Undici.
Starà scritto solo qualche pubblicità, pensai.
Lo aprii. No, nessun messaggio fasullo. Erano undici uomini, con nome, foto, e messaggi veri. Alcuni secchi: Ciao, bel profilo. Altri lunghi e curati. Uno, Giuseppe, cinquantaquattro anni, mi scrisse tre paragrafi sui libri, sulle foto, sul suo amore per i viaggi.
Lessi due volte.
Io ho scritto che amo viaggiare mi ricordai. E mi sentii un po in colpa. Ma poco.
La sera chiamai Laura.
Sono undici dissi subito.
Davvero?! lei esultò. Te lavevo detto!
Cè uno che parla di libri.
Rispondi!
Non te lo sogni, rispondo.
Marina
Che vuoi? Ho cinquantadue anni e sono sposata.
Rispondi!
Non risposi. Quella sera lavavo i piatti e pensavo a Giuseppe e ai suoi tre messaggi.
Fuori di testa, mi dissi.
Ma il mattino dopo riaprii lapp. Il numero rosso non era più undici.
Ventotto.
Mi sedetti sul letto. Paolo dormiva ancora.
Ventotto persone mi avevano scritto nella notte.
Scorrii piano, quasi avessi paura di rompere qualcosa. Andrea, quarantotto, ingegnere, foto buffa con un gatto. Michele, cinquantasei, in giacca e cravatta: Lei è davvero una bella donna. Poi un Simone, quarantuno anni undici meno di me foto in montagna: Ciao. Raccontami qualcosa di te.
Quarantuno. Più giovane di me di undici anni.
Chiusi il telefono. Lo riaprii poco dopo.
La sera del secondo giorno il numero salì.
Cinquantaquattro.
Sorseggiavo tè in cucina e scorrevo come chi cerca il pane e trova un tesoro. Ecco a te Francesco, cinquanta, imprenditore, mi manda una poesia non sua, ma comunque fa piacere. Nicola scrive semplice: Mi sei piaciuta, vorrei conoscerti meglio. Simone scrive di nuovo, visto che non avevo risposto, e con gentilezza: Se sei impegnata, non cè problema.
Rimasi a osservar quelle parole.
Paolo continuava il suo dialogo con la TV. Loro andavano molto daccordo.
A chi puoi piacere? mi tornò in mente.
Cinquantaquattro uomini in quarantottore. Alcuni miei coetanei. Alcuni più giovani. Uno ha scritto versi. Uno ha atteso, senza pretese.
La teoria di Paolo Vittorio Benetti mostrava tutte le crepe. Lentamente, come il parquet sotto le nostre pantofole, ma scricchiolava.
Finito il tè, posai la tazza nel lavello. E per la prima volta dopo anni guardai la mia immagine nel vetro della cucina. Non di sfuggita, ma davvero.
Cera una donna di cinquantadue anni. Schiena dritta. Occhi bellissimi. E in due giorni le avevano scritto cinquantaquattro uomini sconosciuti.
Perbacco dissi sottovoce al mio riflesso.
Mi sembrò che il riflesso, per la prima volta, assentisse.
Il telefono era sul comodino.
Paolo cercava i suoi occhiali. Quando li trovò, lo schermo si accese: altra notifica. Paolo prese il telefono con la noia di chi non si aspetta nulla. Guardò. Inarcuò le sopracciglia.
Poi guardò di nuovo.
Sul display: Simone: Buongiorno! Ho pensato a te
Si irrigidì. Posò con calma, quasi titubante, come fosse davanti a una novità ancora da capire.
Marina! mi chiamò.
Ero in cucina, preparavo il caffè. Sentii, ma non corsi.
Marina!
Arrivo.
Entrai tranquilla, tazza in mano. Paolo teneva il telefono come se avesse catturato una bestiola e si chiedesse se libera o meno.
Che significa questo? mi chiese.
Guardai il display. Poi lui. Degustai una sorsata di caffè.
È una notifica risposi.
Lo vedo. E questo Simone chi è?!
Dal sito di incontri.
Pausa. Di quelle che riempiono la stanza.
Dal sito CHE?! Paolo si alzò. Sei iscritta?!
Sì.
Perché mai?!
Posai la tazza sul comodino. Lo guardai dritto, senza rabbia, quasi incuriosita, come davanti a un indovinello già risolto.
Stavo testando la tua teoria dissi.
Quale teoria?
Quella delle donne dopo i cinquanta. Ricordi? A chi puoi piacere.
Paolo rimase senza parole. Guardò di nuovo lo schermo: altre tre notifiche fioccavano mentre lui stava lì.
E quanti sono questi lasciò la frase a mezz’aria.
Cinquantaquattro risposi. In due giorni.
Cinquantaquattro ripeté sottovoce, come se la cifra non gli stesse addosso.
Alcuni pure più giovani di me aggiunsi, presi la tazzina e tornai in cucina.
Paolo Vittorio Benetti rimase in piedi in mezzo alla stanza con il telefono in mano. Fuori il mattino era ordinario: il lampione spento, i platani spogli, i passeri che si davano il cambio sul cornicione. Tutto come sempre. Tranne per quella teoria, che da oggi, non reggeva più.
Proprio per niente.







