**Diario personale**
Ieri sera è stato un disastro. Non so più cosa fare. Ogni volta che provo a cucinare qualcosa di nuovo, finisce sempre nello stesso modo.
«Non sai cucinare come mia madre» ha detto Marco lasciando il piatto quasi intatto.
«Giulia, cosè questo odore?» ha chiesto appena varcato la soglia di casa, appoggiando la giacca allattaccapanni. «Qualcosa sembra bruciato»
«È pollo al forno» ho risposto dalla cucina, spegnendo in fretta il fornello sotto la pentola delle patate. «Tra poco è pronto!»
Marco è entrato in cucina mentre io sciacquavo le foglie dinsalata. I capelli mi si erano arruffati, avevo una macchia di farina sulla guancia e il grembiule era macchiato di qualcosa di arancione.
«Comè andata al lavoro?» ho chiesto, senza voltarmi. «Il signor Rossi ha fatto storie di nuovo?»
«No, tutto normale. E tu?» Marco ha sbirciato nel forno, dove il pollo sfrigolava in una salsa scura. «Che ricetta è?»
«Lho trovata online. Pollo alla francese, sembrava facile»
Lui ha annuito in silenzio ed è andato a cambiarsi. Io ho apparecchiato con cura, stendendo la tovaglia bianca che uso solo per le occasioni speciali. Ogni giorno cerco di preparare qualcosa di nuovo, sperimento spezie, compro ingredienti particolari. Voglio fargli piacere, sorprenderlo dopo una giornata di lavoro.
«A tavola, amore» lho chiamato quando è tornato in pantofole.
Ci siamo seduti uno di fronte allaltro. Lui ha riempito il piatto con pollo, patate e insalata. Io, invece, ho preso solo un po di contornolansia mi aveva tolto lappetito.
Marco ha assaggiato un pezzetto di carne, masticando lentamente. Il suo viso era impassibile. Aspettavo che dicesse qualcosa, ma ha continuato a mangiare in silenzio, bevendo sorsi di vino ogni tanto.
«Allora?» non ho resistito. «Ti piace?»
«È decente» ha risposto secco, senza alzare lo sguardo.
«Solo decente?» mi sono sentita affondare. «Ho cercato di fare qualcosa di speciale»
Lui ha sospirato, posato la forchetta e mi ha guardato.
«Non sai cucinare come mia madre. Lei trasformava ogni pasto in una festa. Questo» ha fatto un gesto vago verso il piatto, «è solo cibo.»
Mi è salito un nodo alla gola. Ho abbassato gli occhi per nascondere la delusione.
«Sto imparando» ho mormorato. «Nessuno nasce imparato»
«Mamma alla tua età aveva già tre figli da sfamare» ha continuato lui, alzandosi. «E nessuno è mai rimasto a stomaco vuoto. Soprattutto, tutto era sempre perfetto.»
Se nè andato in salotto, accendendo la TV. Io sono rimasta a fissare il suo piatto quasi pieno. Il pollo era venuto un po asciutto, le patate troppo morbide, e la salsa aveva un retrogusto strano. Ma mi ero impegnata così tanto
Ho sparecchiato in silenzio, buttando gli avanzi. I piatti hanno tintinnato mentre li mettevo nel lavandino.
«Giulia, fai il caffè?» ha gridato Marco dal salotto.
«Sì» ho risposto, anche se non ne avevo voglia.
Mentre lacqua bolliva, ripensavo a mia suocera, Luisa. Cucinava davvero benissimo. Il suo risotto era leggendario in famiglia, e le crostate si scioglievano in bocca. La prima volta che Marco mi ha portato a conoscerla, aveva preparato un banchetto da far girare la testa.
«Il mio Marco adora i tortellini fatti in casa» mi diceva mentre impastava. «Gliene preparo ogni fine settimana, così ne ha per tutta la settimana.»
Guardavo le sue mani muoversi con maestria, come formava perfetti cerchi di pasta, come ripiegava il ripieno con precisione. Sembrava così facile. Ma quando ci provavo io, uscivano solo palline informi che si sfaldavano nellacqua bollente.
«Mamma, insegnami a cucinare come te» le ho chiesto una volta, mentre eravamo sole in cucina.
«Ma cosa cè da insegnare, piccola?» aveva riso. «Cucinare viene dal cuore. Se ami tuo marito, cucini bene. Le ricette contano poco.»
Ma lamore, a quanto pare, non bastava. La carne mi bruciava o restava cruda, il riso era troppo asciutto o una pappa, i dolci non lievitavano mai come dovevano.
«Il caffè è pronto» ho detto, posando la tazzina sul tavolino accanto a lui.
«Grazie» ha preso la tazzina senza staccare gli occhi dallo schermo.
Mi sono seduta accanto a lui, ma non riuscivo a concentrarmi sul film. Pensavo già a cosa cucinare domani. E a cosa avrebbe trovato da ridire, ancora una volta.
«Marco, potrei andare da tua madre?» ho proposto. «Potrebbe insegnarmi a fare il risotto come lo fa lei.»
«Perché?» ha storto la bocca. «Ha già le sue cose da fare.»
«Non mi direbbe di no. E mi farebbe bene.»
«Mamma non è più giovane, non ha voglia di insegnare» ha scrollato le spalle. «E poi non è questione di lezioni. Lei ha il talento. Tu» si è interrotto.
Ho taciuto. Un peso freddo mi si è posato sul petto. Ero davvero una moglie così incapace?
Il giorno dopo, ho comprato un grosso libro di ricette con foto colorate. A casa ho studiato il ragù alla bolognesesembrava semplice.
«Cosa prepari per cena?» ha chiesto Marco rientrando.
«Ragù con tagliatelle» ho risposto, mescolando il sugo.
«Ah.» Nella sua voce cera delusione.
«Che cè?»
«Niente. Solo che mamma lo faceva con il macinato di manzo e maiale. Era un altro sapore.»
«Non avevo il maiale» mi sono sentita smarrita.
«Potevi comprarlo» ha commentato lui, andandosene.
La cena è trascorsa in silenzio. Marco mangiava senza entusiasmo, bevendo spesso acqua. Sapevo che qualcosa non andava, ma non capivo cosa. Avevo seguito il ricettario alla lettera.
«Forse manca sale?» ho tentato.
«Non è il sale» ha sospirato. «Mamma aveva il tocco. Sentiva istintivamente gli ingredienti.»
Dopo cena, sono rimasta a lungo alla finestra della cucina, guardando le luci delle altre case. Le parole di Marco mi ronzavano in testa: il tocco, il talento, la mia incapacità. Esistono davvero donne che non sanno cucinare?
Domenica siamo andati da Luisa. Ci ha accolto con gioia, trascinandoci subito in cucina.
«Marco, guarda! Le tue polpette preferite!» ha aperto il forno, da cui è uscito un profumo divino. «E le patate novelle con il prezzemolo.»
«Mamma, non dovevi affaticarti» ha detto lui, ma si vedeva che era contento.
A tavola, Luisa osservava soddisfatta mentre Marco divorava le polpette. Anche io ne ho assaggiata unaerano perfette, morbide dentro e croccanti fuori.
«Luisa, come le fai così buone?» ho chiesto. «Qual è il segreto?»
«Ma che segreto!» ha riso. «Carne di qualità, cipolla tritata, un uovo. E soprattutto, tanto amore.»
«E le proporzioni?»
«A occhio, cara. Dopo tanti anni, le mani sanno da sole.»
Mi sono sentita affondare. Ancora quelle mani magiche. Le mie, invece, non sapevano nulla.
«Mamma, ricordi le tue focacce ripiene?» ha detto Marco. «Con gli spinaci e la ricotta. Me le ricordo ancora.»
«Certo che le ricordo!» si è intenerita Luisa. «Le facevo ogni domenica. Tu e tuo fratello le divoravate.»
«E ora non le fai più?» ho chiesto.
«Per chi? Marco viene raramente, e io non ho più le forse. E poi, a che serve prepararne tante per una sola?»
«Mamma, perché non insegni a Giulia?» ha proposto improvvisamente Marco. «Ha provato a farle, ma non le riescono.»
Mi sono sentita avvampare. Mi dava fastidio che parlasse così delle mie debolezze davanti a lei.
«Non cè niente da insegnare» ha scrollato le spalle Luisa. «Limpasto deve lievitare, e il gioco è fatto.»
«Ma il mio non lievita mai» ho ammesso.
«Forse il lievito è scaduto. O lacqua era troppo calda e lhai ucciso.»
«Potremmo provare a farle insieme, un giorno?» ho osato.
«Certo, tesoro. Venite presto, così cominciamo di mattina.»
Ma quel giorno non è mai arrivato. Marco aveva il lavoro, Luisa altri impegni, o il tempo era brutto. E io continuavo a cucinare ogni sera, sentendomi dire che non era come la mamma.
Ieri ho voluto tentare qualcosa di diverso. Mi sono alzata allalba e ho messo lo spezzatino nella pentola a pressione. Tutto il giorno ho pensato a come Marco si sarebbe stupito del profumo che avrebbe trovato rientrando.
«Cosè questo odore?» ha chiesto entrando.
«Spezzatino di manzo» ho detto orgogliosa. «Cucinato tutto il giorno.»
Ho versato una porzione abbondante nel piatto. La carne era tenera, le verdure intatte, la salsa ricca.
Marco ha assaggiato, masticando pensieroso.
«Non male» ha detto. «Ma mamma lo faceva diverso. Le carote le tagliava a cubetti, non a strisce. E la cipolla la metteva subito con la carne.»
«Ma è buono, no?» ho insistito.
«Sì. Solo non è lo stesso.»
Mi sono sentita svuotare. Ancora. Non era mai abbastanza.
«Marco, e se ordinassimo qualcosa a volte?» ho proposto dopo cena. «Ci sono tanti ristoranti che portano a casa.»
«Ma che dici!» si è indignato. «A casa si mangia casalingo. È la base della famiglia.»
«Ma se io non ci riesco»
«Ci riesci. Devi solo impegnarti di più.»
Ho taciuto. Impegnarmi di più? Già passo ore in cucina, leggo blog, guardo tutorial. Cosa dovrei fare ancora?
Oggi sono seduta qui, con la lista della spesa per domani. Devo fare linsalata russa. Forse, con ingredienti migliori, verrà buona. Anche se ormai non spero più di sentire un complimento sincero.
Forse in altre case ci sono mogli che falliscono come me. O forse hanno mariti che apprezzano lo sforzo, invece di paragonarle a qualcun altro.







