Che noia
Umberto era sdraiato pigramente sul divano, sprofondato tra i cuscini. Allungò una mano verso la ciotola di taralli, prese una manciata e cambiò canale con il telecomando. Sullo schermo comparvero subito le immagini colorate di uno show sportivo: atleti snelli e determinati, commentatori dal tono esaltato che a Umberto davano solo fastidio. Emise un breve sospiro, valutando con occhi critici la scena, poi guardò di sfuggita lorologio a muro. Giulia sarebbe tornata dagli allenamenti entro unora.
Si erano conosciuti un anno prima in una piccola caffetteria vicino la palestra di lei.
Quella sera Giulia era entrata nel bar leggermente affannata, il viso arrossato per lultimo sprint nel fresco di Milano. Si avvicinò al bancone e ordinò un tè verde, guardandosi intorno alla ricerca di un tavolino libero.
Poco dopo entrò anche Umberto, portando sotto braccio una cartellina con documenti. La stanchezza della giornata si leggeva sulle sue spalle curve, ma ordinò con decisione un panino imbottito e patatine fritte, afferrando il primo posto libero vicino allingresso. Posa la cartella e si lasciò cadere sulla sedia, attendendo il suo ordine.
Al momento del tè, Giulia raccolse la tazza e si girò per raggiungere il proprio posto. Proprio in quellistante, Umberto, goffamente alla ricerca del telefono, urtò il bicchiere di spremuta darancia, rovesciandolo sulla maglietta di lei.
Mi scusi, mi scusi davvero! esclamò Umberto scattando in piedi, paonazzo. Estrasse in fretta un fazzoletto, le mani tremanti. Non volevo… mi dispiace un sacco… tenga, per favore…
Offrì il fazzoletto, cercando di non fissare la chiazza umida sul petto della ragazza, visibilmente in imbarazzo di fronte a una donna così affascinante.
Non si preoccupi, con un sorriso rispose Giulia, è solo succo. Niente di grave.
Il tono calmo e la gentilezza della ragazza lo rasserenarono subito. Umberto sorrise a sua volta, stringendosi nelle spalle.
No, davvero, mi sento in colpa, insistette lui goffamente, tenendo ancora il fazzoletto. Lasci fare a me. Almeno lasci che le offra qualcosa la prossima volta. È il minimo che possa fare.
Non era una cortesia di facciata, ma il sincero desiderio di recuperare la situazione. La guardava con una speranza ingenua, temendo che lei lo rifiutasse.
Giulia sollevò un sopracciglio: nei suoi occhi un guizzo di divertimento. Prese il fazzoletto, asciugando la maglietta bagnata.
Se insiste rispose lei, quasi scherzando. Allora prendo una fetta piccola di cheesecake. È da un po che la punto.
Ottimo! Umberto si rilassò visibilmente, con un sorriso più sincero. Io invece aspetto ancora il mio panino. Dopo una giornata così, ne ho proprio bisogno.
Capisco, annuì Giulia. Dopo gli allenamenti per me basta un tè, ma ogni tanto una tentazione ci sta Invidio un po il suo panino!
Ma allora perché non si piglia qualcosa? propose lui. Ci sono anche dei cornetti alle mandorle eccezionali. O magari un gelato?
Va bene, mi ha convinta, acconsentì lei, con la testa leggermente inclinata. Solo un gelato. Solo perché lei è stato così insistente nelle scuse!
Missione riparazione avvenuta, scherzò Umberto, sentendo finalmente la tensione sciogliersi. Mi chiamo Umberto, comunque.
Giulia, replicò lei, stringendogli la mano. Piacere, Umberto.
I primi mesi passarono tra battute e leggerezza: Giulia non cercava di cambiarlo, rideva delle sue battute, accettava volentieri la sua pizza favorita la domenica sera. Per Umberto questo era importante: sentiva di poter essere se stesso senza dover indossare una maschera. A volte pensava perfino di essere stato davvero fortunato ad aver incontrato qualcuno con cui tutto fosse semplice come respirare.
Ma ben presto il clima cambiò. Giulia cominciò sempre più spesso a parlare di uno stile di vita sano, portando entusiasmo per ricette leggere o proponendo una corsa mattutina. I suoi occhi si illuminavano descrivendo i progetti: Immagina correre al Parco Sempione quando cè ancora aria fresca e nessuno in giro! Umberto lasciava correre, dicendo con sorriso: Dopo, tutto dopo. Non aveva voglia di cambiare ma nemmeno desiderava deluderla direttamente.
Amava la sua routine! Lufficio gli dava certezze, le serate davanti alla TV erano il suo rifugio, le uscite nei bar della zona Brera con dolci tortine e piatti abbondanti il suo rituale preferito. Non vedeva nulla di male in quello stile di vita: era a suo agio così.
Perché cambiare? Le preoccupazioni di Giulia sul suo benessere le scacciava.
Almeno finché
Col passare dellautunno, i cambiamenti diventarono visibili. Un giorno Umberto si accorse che i pantaloni stringevano in vita e le camicie tiravano sul ventre. Salendo le scale in ufficio, sentì una strana fatica e una fitta al petto, costringendolo a fermarsi e riprendere fiato. Questo lo insospettì.
Quella sera, tornato a casa, Giulia notò subito la sua stanchezza. Gli servì un bicchiere dacqua e si sedette accanto a lui.
Umberto, stai bene? chiese, sfiorandogli il braccio Ti vedo pallido.
Sì, solo una giornata dura, rispose lui stringendo le spalle.
È da un po che dici di essere senza fiato salendo le scale. E questa sera non sei riuscito a finire la cena. Non è da te!
Umberto sospirò, passandosi una mano sul viso.
Un po mi sento stanco, lo ammetto. Ma sarà solo lo stress.
Umberto, insistette Giulia con una dolcezza irremovibile, succede troppo spesso ormai Devi farti controllare. Semplice prevenzione. Ci vado con te, se vuoi.
Umberto rimase qualche secondo a fissare il finestrone, poi cedette.
Ok proviamo Ma non mi servono drammi, mi raccomando.
Nessun dramma sorrise Giulia, solo capire e risolvere.
Fu Giulia a fissare la visita. Il medico fu netto: peso da perdere, più movimento, dieta rigorosa. Se avesse continuato così, gli scenari non sarebbero stati piacevoli. Umberto questa volta si spaventò davvero.
Giulia si fece carico di tutto: una dieta dettagliata, calcolata al grammo e supervisionata, un personal trainer disposto ad allenarlo in casa, eliminazione di dolci, bibite gassate, insaccati, piatti pesanti. Nel frigo comparvero zucchine, pollo, riso integrale.
Le prime settimane furono un incubo. Umberto brontolava davanti alla tazza di fiocchi davena: Questa mica è colazione! Gli esercizi lo stancavano, lo umiliavano persino. Rasentava la battuta amara: Il fitness è roba per ragazzini, non impiegati.
Ma, un po alla volta, qualcosa cambiò. Respirava meglio, saliva le scale senza ansimare, non sentiva più pesantezza alle gambe. Guardandosi allo specchio, quasi non si riconosceva: il volto rilassato, la linea del corpo definita. Pareva risorto da dentro.
Dopo sei mesi aveva lasciato indietro quindici chili. Non era solo il numero sulla bilancia: era leggerezza ad ogni passo, unenergia nuova nelle giornate. Continuava ad amare le serate sul divano, ma ora le alternava a lunghe camminate nei Navigli e piccoli progetti condivisi con Giulia.
Con il nuovo Umberto arrivò anche un nuovo guardaroba, scelto insieme a Giulia. Tagli adatti alla figura, camicie color pastello, pantaloni eleganti. Perfino la capigliatura cambiò: niente più taglio da ragioniere, ma un look moderno visto su una rivista barbiere di Corso Buenos Aires. Giulia gli aveva regalato pure una crema viso di una profumeria raffinata, e Umberto, poco convinto allinizio, notò la differenza in poche settimane.
Cambiava anche il modo in cui lo vedevano gli altri. Le donne sul tram lo guardavano, i colleghi lo riempivano di complimenti: Ehi, ma come hai fatto?, Sei un altro!. Una volta, in un bar in Piazza Duomo, una sconosciuta si fermò per chiedergli indicazioni con tono civettuolo e finì col lasciargli il suo numero.
Umberto sentì salire lorgoglio. Più attenzione riceveva, meno ricordava i momenti difficili: i menù, le giornate storte, le mattinate interminabili di allenamento, la pazienza di Giulia nei suoi mugugni. Tutto sembrava ormai scontato, parte del passato.
Una sera Giulia rientrò dopo un allenamento. Era raggiante, piena di energia.
Oggi il coach mi ha insegnato degli esercizi fenomenali per la schiena, raccontò svuotando la borsa, se vuoi dopo te li mostro!
Umberto, con lo sguardo fisso sullo schermo della TV impegnata in una fiction napoletana, scosse la mano con fastidio.
Ancora sport? Magari una sera riposiamo, dai Voglio solo stare tranquillo.
Giulia ci rimase, ma restò gentile.
Volevo solo condividere, sospirò. Perché tenerci in forma è importante.
Umberto spense la TV e, rivolgendosi a lei con nuova, insolita sicurezza, disse:
Non mi serve nientaltro, tagliò corto. Sono già in gran forma. Per merito tuo, ok, ma ora so come si fa. Basta continue ramanzine.
Davvero è questo che pensi? chiese Giulia sorpresa, negli occhi più incredulità che rabbia.
Umberto si mise comodo, incrociando le braccia con aria tronfia.
Non vedi che soggetto sono diventato? Sono io ad essere inseguito per strada; le ragazze mi scrivono! Posso scegliere chi voglio!
E quindi? domandò Giulia, calma e tagliente, lo sguardo lontano, impenetrabile.
Vorrei solo un po più di dolcezza, borbottò Umberto abbassando la voce, meno prediche, più orgoglio per il risultato. Un po meno controllo! Tanto non sono un ragazzino, decido io.
Dal tono sembrava chiedere più affetto, un contentino. Non vedeva, o fingeva di non vedere, la reale ferita negli occhi di Giulia.
Lei si alzò, si fermò davanti alla finestra a guardare la città che sfumava nelle luci serali.
Sai, disse dopo una pausa, io cercavo solo di aiutarti a stare bene, non per gli altri, ma per te stesso. Più salute, più felicità, più vita. Ma probabilmente ho sbagliato tutto.
Ma ti sei offesa? Umberto balbettò una mezza risata, insicuro. In fondo voleva solo sentirsi congratulato, che Giulia lo lodasse: Bravo, sei cambiato.
Ma nei suoi occhi cera solo una profonda delusione, mischiata a stanchezza. Umberto capì di aver superato un confine senza rendersene conto.
Non potrei offendere? rispose Giulia a voce bassa. Ho fatto tutto per te. E tu, invece, continui a parlarmi di quante donne ti girano intorno, di come dovrei essere grata Inizio davvero a domandarmi se ti servo ancora.
Non dire scemenze, tentò di tagliare corto lui, forzando la voce a suonare superiore; dentro, però, sentiva qualcosa vacillare. Pensi di essere lunica? Guarda che potrei avere tutte le donne che voglio io, adesso! Fossi in te mi preoccuperei di restare sola, perché io io posso anche scegliere, capito?
Sorrise sarcastico, aspettando la reazione di Giulia. Sperava di spaventarla, di vederla supplichevole, pronta a mendicare la sua presenza.
Ma lei sollevò appena il sopracciglio, una leggera ironia nelle labbra.
Davvero credi che troverai di meglio così facilmente? ripose con calma. Un giorno, se non continui a curarti, tornerai come prima. Hai davvero fiducia che queste nuove ammiratrici resteranno per sempre?
Umberto provò una punta di fastidio: la calma con cui rispondeva era peggio di qualsiasi sfuriata.
Ma certo, sbottò con aria strafottente. Col mio nuovo look? Zero problemi! Tu non vuoi vedere che io sono davvero cambiato. E le tue prediche non servono più a niente. Non tornerò mai quello di prima, chiaro?! E non minteressa più il tuo aiuto! Ora sei solo dintralcio!
Nel profondo sapeva che era una bugia. Senza di lei non ce lavrebbe mai fatta. Ricordava le sue paure, i giorni in cui una rampa di scale sembrava una montagna, le proteste davanti al piatto di zucchine, le notti in cui era lei a ripetergli: Ce la fai. Ma adesso aveva deciso che quella era una vita passata.
Giulia lo guardò negli occhi per un attimo, poi si voltò e si avviò calma in camera da letto. Umberto la seguì titubante e la trovò che apriva larmadio.
Senza una parola, la ragazza cominciò a piegare ordinatamente tutte le sue cose: camicie stirate, pantaloni, calzini e biancheria sistemati nella vecchia valigia con cui la scorsa estate erano stati in Liguria. Umberto la fissava incredulo.
Che fai…? lanciò un grido. Stai scherzando?
Ti restituisco la tua libertà, disse lei mentre continuava a impacchettare, calma, con tono trasparente. È quello che hai chiesto no? Senza regole, senza più limiti, pronto per le tue ammiratrici.
Umberto rimase immobile, incapace di aggiungere altro.
Ma io provò a dire qualcosa non pensavo reagissi così.
E come dovevo reagire? Giulia gli rivolse finalmente il viso. Dovevi aspettarti che implorassi di restare? Scusa, non sono fatta per rincorrere chi non mi vuole più.
Prese la valigia, raggiunse il balcone e, senza indugio, aprì la porta. Umberto la seguì, ma arrivò tardi: lei aveva già lasciato cadere la valigia.
Lui corse fuori; la borsa era lì, squarciata sullerba. Camicie sparse, un paio di jeans appallottolati, una camicia bianca appesa a un rametto. La scena era quasi grottesca.
Sei impazzita?! gridò, sotto shock, Quella è la mia roba!
Ora non hai più alcun motivo per restare, rispose lei con distacco. Vai a dimostrare a tutti quanto sei in gamba.
Umberto chiuse gli occhi, mentre la mano si posava sulla maniglia del portone. In silenzio uscì, sentendo la tensione sciogliersi in un groviglio di emozioni. Raccolse la borsa e sistemò i suoi abiti. Alzando lo sguardo verso la finestra, vide la luce accesa nellappartamento, calda ma rassicurante. Nessuna ombra, nessuna presenza dietro alla tenda.
Cosa si aspettava? Forse di vederla correre fuori piangendo, urlando che aveva sbagliato, chiedendo unaltra possibilità. Invece, nulla. Solo il rumore delle auto su Viale Abruzzi e un gruppo di ragazzi che rideva in lontananza.
Era davvero finita.
Si sedette su una panchina, la borsa tra i piedi. Il legno freddo non lo distraeva dai pensieri che tumultuavano in testa. Ripensava a tutto. I primi esercizi goffi, i pranzi a base di verdure insipide, le serate in cui Giulia lo sosteneva con uno sguardo luminoso. Il giorno in cui corse i suoi primi cinque chilometri e lei gli saltò al collo, più orgogliosa di lui. Le ore passate insieme in cucina, ridendo mentre affettava male un cetriolo.
Capì che lei aveva creduto in lui anche quando lui stesso non lo faceva. Laveva fatta passare per una palla al piede, aveva scambiato il suo affetto per dominanza, il suo amore per imposizione. Pensava di migliorarsi, invece aveva solo cambiato pelle, lasciando intatti i vuoti che portava dentro.
Il vento si alzava e Umberto rabbrividiva. La borsa pesava poco, meno di quanto avrebbe sperato. Aveva ottenuto tutto: corpo snello, abiti nuovi, attenzioni. Ma non bastava. Quella sera sentiva un vuoto dentro, una mancanza che non avrebbe colmato con lennesima camicia alla moda.
Si alzò, trascinandosi via verso lincrocio. Ogni passo riecheggiava una sola triste certezza: Lho persa. Per sempre. Aveva perso chi lo aveva amato davvero. Chi aveva visto in lui il meglio anche quando lui non riusciva che a sottovalutarsi.
Ora restava solo con se stesso. Un uomo che aveva imparato a piacere agli altri, ma non ancora a valorizzare ciò che possedeva. Uno che aveva raggiunto traguardi esteriori, ma aveva perduto qualcosa di infinitamente più prezioso.
E per la prima volta, Umberto ebbe davvero paura. Perché aveva capito che riparare quellassenza sarebbe stato molto più difficile che perdere quindici chili.






