Ma sei completamente matta

Ma sei impazzita

Non capisco niente borbottò confusa Vera. Sulla mia carta cerano sicuramente i soldi. Proprio ieri mi è arrivato lo stipendio. E anche Silvia e Tania mi hanno restituito il debito. Perché allora il pagamento non va? Perché già per la terza volta mi rifiuta loperazione?

*****

Ciao! Che fai?

Vera chiamò di prima mattina e, dal tono vivace, si capiva che aveva in mente qualcosa.

«Forse vuole di nuovo intromettersi nella mia vita sentimentale» pensò subito Luisa.

Ciao. Sto lavorando alla relazione. Il capo mi ha chiesto di averla pronta per lunedì.

Ah, capisco Lavori ancora. Non ti sei stufata di stare sempre al computer? Cè un tempo così bello fuori e tu chiusa nella tua stanza come un topo in tana.

Ma dai, te lho detto, il capo me lha chiesto Entro lunedì devo consegnare

E chi se ne importa di quello che vuole il Dottor Sergio? Lui ora si sta rilassando e tu invece sgobbi. Non ti sembra ingiusto? Dai, vieni a fare una passeggiata in centro con me.

«Lo sapevo! pensò Luisa sorridendo. Non chiama mai senza un motivo preciso.»

Allora? Oggi è solo sabato, la relazione la puoi finire domenica, insistette Vera.

«Devo cedere, sospirò Luisa, appoggiandosi allo schienale. Altrimenti non mi lascia in pace»

*****

Luisa era cresciuta e aveva studiato in un piccolo paese, poi, dopo il diploma, aveva deciso di affrontare la grande città, a duecento chilometri dalla casa dei suoi.

Erano stati sia i genitori, convinti che la città offrisse più possibilità che in mezzo ai campi, sia la cugina Vera, a spingerla a trasferirsi. E infatti da Vera aveva abitato durante gli anni di università a Economia. La matematica era sempre stata il suo forte, perciò aveva scelto la via della contabilità.

Appena laureata, Luisa trovò subito lavoro. Merito di Vera, che già lavorava come manager.

Aveva parlato col suo capo, il Dott. Sergio, e lui aveva accettato di prendere la novellina come contabile fissa.

Vedi come tutto va per il verso giusto? gioiva Vera. Laurea presa, lavoro trovato nella tua materia, hai anche il tuo appartamento. Ora manca solo un fidanzato decente e la vita sarà perfetta!

Sì rispose seccamente Luisa.

Come sì? Senza di me cosa avresti fatto, Luisa? Staresti ancora a contare le galline in campagna

In paese, Vera, ci sono anche dei vantaggi, ribatté la cugina. Aria pulita, bei posti, i gatti

Chi? I gatti?!

Eh sì! Lo sai che sono fantastici? Esci la mattina in cortile e ti si strofinano sulle gambe da tutte le parti, una carica di energia positiva assicurata.

Bleah! fece il viso schifato Vera.

Ne prendi un paio in braccio, li ascolti fare le fusa e capisci che quella è felicità!

Sì, felicità Che poi per toglierti lodore di gatto devi lavarti le mani per due ore!

Ma dai, sono animaletti puliti! Ah, vorrei tanto tornare a casa questo fine settimana, mi mancano un sacco, sorrideva Luisa.

Avrai tempo per tornare in campagna, ora la priorità è la tua vita affettiva!

Basta, Vera

Macché basta! Ho promesso a tua madre che ti avrei tenuto d’occhio qui, e lo sto facendo.

Luisa era davvero riconoscente a Vera per tutto, ma quando si trattava di sentimenti pensava che fosse meglio la calma, che prima o poi le cose si sistemano da sole. Alla fine è il destino che decide.

Ma Vera, che tra laltro non era sposata nemmeno a trentanni, la pensava diversamente.

«Bisogna subito trovarti un bravo ragazzo, così ti metti meno al computer! Altrimenti il tempo vola e quando te ne accorgi sarà tardi» ripeteva alla cugina.

E non si limitava alle parole le trovava pretendenti, organizzando incontri casuali.

Succedeva così: la invitava a una passeggiata, senza mai svelare il suo piano, e immancabilmente finivano nel posto giusto, al momento giusto.

Guarda che bel tipo al bancone, bisbigliò Vera spingendo Luisa col gomito mentre sorseggiavano un succo alla pesca in un bar.

Dai, è un ragazzo come tanti rispose Luisa osservandolo.

Vai a parlarci!

E perché? Se gli piaccio sarà lui ad avvicinarsi. Io non corro certo dietro a nessuno.

Dopo un po fu proprio lui a notarle. Vera con lo sguardo gli fece capire che poteva sedersi con loro.

Messaggio ricevuto: finito il suo bicchiere di birra, si sedette al loro tavolo.

Iniziarono a chiacchierare. Lui si presentò come Diego e riempì Luisa di complimenti. Poi, come se niente fosse, cominciò a toccarla.

Prima una carezza sulla spalla, poi la mano che scivolava verso la vita.

Ma cosa crede di fare?! sbottò Luisa, alzandosi e mollandogli un ceffone.

E aveva la mano pesante, abituata ai lavori in campagna.

Lui restò stordito a lungo. Forse per via della sorpresa. O per la botta.

Uscite dal bar, le due cugine camminarono in silenzio per dieci minuti. Luisa era ancora indignata per il comportamento di Diego, mentre Vera

sentiva un po di colpa.

Non si aspettava che il bel tipo fosse talmente spudorato.

Dai Lu, il primo tentativo è andato male, la prossima volta cambiamo locale!

Vera, forse è meglio che lasci perdere. Mi trovo un ragazzo da sola, ok?

Daccordo, non ti preoccupare. Non mi intrometto più, promesso.

Eppure, già la settimana dopo, Vera la invitò di nuovo per una passeggiata.

Spero stavolta niente bar, vero?

Ma no, fidati! Solo una passeggiata in centro, niente locali, niente ristoranti, nessun bar oggi.

«Chissà cosa mi aspetta stavolta» pensò Luisa ridacchiando.

In effetti, passeggiarono per ore e Luisa quasi stava per scusarsi per aver sospettato della cugina, quando però

giunsero casualmente davanti alla biblioteca comunale. Un edificio grigio e triste, pareva quasi un carcere.

Vera si ricordò allimprovviso di voler leggere un romanzo e trascinò dentro Luisa. E dentro: solo uomini.

Luisa pensò che quella fosse una biblioteca solo per maschi. Tuttintorno, tranne loro e la bibliotecaria anziana, nessuna donna.

Nessuno ti ispira? chiese Vera indicando i tavoli: ragazzi con e senza occhiali, calvi e capelloni, magri e robusti.

Ma quindi mi hai portato qui apposta? Non ti stanchi mai, eh?

Dai Lu, che vuoi che sia! I maschi rudi non fanno per te, così te ne propongo di tuttaltro tipo. Guarda qui: intelligenti, gentili, fedeli

Vera!

Oh, non fare la musona! Se si innamorano, lo fanno per sempre. Come nelle favole!

Hai scelto il romanzo?

Eh? Vera non capiva il cambio di argomento.

Sei venuta per trovare un libro, o sbaglio?

Ah, già No, qui non cè nulla che mi interessi, sospirò Vera.

Neanche per me, rise Luisa. Andiamo?

*****

Pensate che finisse lì? Tuttaltro! Vera continuava a cercare per Luisa un fidanzato giusto: la portava in discoteca, al circolo degli scacchi, in palestra, piscina, persino allo stadio

Ma niente.

Non si può forzare il cuore ripeteva Luisa. Non ci esco con chi non mi attira.

Lho capito ormai si rattristò Vera dopo lennesimo tentativo fallito.

Finalmente ci fu una tregua, e Luisa fu felice di non dover più scegliere fra persone per cui non provava niente. Ma oggi di nuovo Vera vuole incontrarla. Sicuro che trama qualcosa.

Dove vuoi portarmi stavolta, Veronica? All’autonoleggio o al mercato? Ormai li hai finiti i posti! Magari al prossimo giro funziona

Ma piantala, Luisa!

Non sto scherzando.

Ma davvero! Solo un giro in centro. Magari entriamo in un negozio di abbigliamento, voglio comprarmi un vestito nuovo e tu mi aiuterai. Me lo prometti?

Daccordo, ci vediamo in piazza. Ma appena capisco che hai unidea strana, me ne vado subito.

Promesso.

Durante la passeggiata (e in effetti, per ora era solo una passeggiata) Vera confessò che, mentre si concentrava sulla vita amorosa di Luisa, aveva realizzato che era ora anche per lei di trovare il suo principe azzurro. Che il tempo scorreva

Il treno dei fidanzati stava per partire e rischiava di non prendere neppure lultimo vagone.

Ecco, questo sì che è un buon pensiero! È ora anche per te di pensare a una famiglia. Vuoi il mio aiuto?

No, grazie rise Vera. Anche se sì, aiuto, ma solo per il vestito! Sta arrivando la primavera, devo essere al top.

Bellissima?

Esatto!

Allora ti aiuto.

Passarono ore nel grande negozio di abbigliamento, stavolta non per un fidanzato, ma per un bel vestito. Era quasi strano.

Vera, che ne pensi di questo? Secondo me ti starebbe benissimo.

Dici?

Fidati!

Va bene, lo provo, accettò Vera andando in camerino.

Ancora unora per scegliere quello giusto.

Alla fine, ne presero ben tre. Meglio più che meno! rise Vera, decisa a pagare.

Ma in cassa, per quanto passasse la carta, il pagamento non andava.

Hai finito i soldi? chiese Luisa. Vuoi che paghi io? Ho i contanti.

No, aspetta mormorò imbarazzata Vera. Ieri mi è arrivato lo stipendio, e pure Silvia e Tania mi hanno restituito i soldi. È impossibile che sia a zero. Non capisco

Vera chiese scusa, si allontanò dalla cassa e chiamò la banca. Scoprì che la carta era stata bloccata.

E con quale diritto? gridava. Ma come vi permettete?!

Così dovetti pagare io per lei, e poi corremmo subito in filiale a chiarire.

*****

In banca cera una coda incredibile in città era lunica aperta di sabato.

Vera prese il biglietto e ci sedemmo in attesa.

Scusami per il casino disse. Non pensavo proprio che ti avrei trascinato in banca. Che passeggiata noiosa, oggi.

Non fa niente. I vestiti li hai presi, tutto il resto sono dettagli, come dice mia madre.

È vero

Restammo in silenzio.

Mentre Vera fissava il tabellone, io guardavo fuori dalla vetrata.

Ancora, per terra, cerano resti della neve del giorno prima. Questanno linverno era stato insolitamente mite: la neve era arrivata solo per Natale e a fine febbraio.

Davanti allingresso si fermò il furgone portavalori: si aprì la porta e scesero due uomini, lasciando impronte sulla neve.

«Che coppia particolare!» sorrisi tra me e me, osservando il signore con la barba bianca alla Babbo Natale e il suo giovane collega, forse venticinquenne.

Entrambi in giubbotto antiproiettile, facce serie di solito da evitare.

Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo dal ragazzo. Aveva qualcosa che attraeva qualcosa di inspiegabile.

Lu, mi senti? Dico che mancano solo due persone, poi tocca a me, mi diede una gomitata Vera.

Eh?

Dove hai la testa? Vera guardò fuori, poi rise. Aaah, capito. Chissà quanti soldi avranno in quel sacco?

Vuoi rapinarli?

Ma stai zitta! sibilò Vera guardandosi attorno. Solo curiosità! Tu non ci stavi pensando?

Io? Macché, guardavo la neve. Tanto fino al prossimo inverno non la rivedo.

Già

Ma quello che successe dopo poteva sembrare una scena da film dazione.

I portavalori tornarono nel furgone, chiusero la porta, e vidi un gattino comparire accanto al mezzo.

Piccolo, bellissimo, ma molto inquieto. Capivo subito che aveva paura.

«Probabilmente ci sono dei cani nei paraggi, è spaventato.»

Il gattino esaminò il prato, poi notò qualcosa e

sfrecciò sotto il furgone.

Intanto il motore partiva. Non cera tempo da perdere: mi alzai di scatto dal divano senza spiegare nulla a Vera e corsi fuori, quasi buttando giù la guardia giurata assonnata.

Dove corri?! gridò Vera, poi mi seguì.

Intanto, fuori, fermai il furgone spalancando le braccia davanti al cofano.

Ma che fai? ToglitI di mezzo! urlava il conducente, ruotando il dito sulla tempia.

Fermatevi! Spegnete subito! Non vi muoverete da qui!

Ragazzi, ci stanno rapinando! disse il guidatore rivolto ai colleghi.

Subito spuntarono dal furgone il barbuto e il giovane, puntandomi addosso due mitragliatrici.

Ma siete matti?! urlò Vera, che era ormai in strada con la sicurezza e gli altri clienti, Abbassate quelle cose! È mia sorella!

Il ragazzo capì subito che cera qualcosa che non quadrava.

Unaggressione non sembrava due donne, nessuna arma (tranne i nostri occhi, forse).

Così il giovane si avvicinò e mi chiese:

Che succede?

Cè un gattino sotto il vostro furgone. Se partite, lo schiacciate! risposi ansimando.

Un gattino rifletté, guardò sotto il mezzo e subito

*****

Ecco il vostro gattino, sorrise il giovane portavalori porgendolo a me. Era aggrappato vicino alla ruota, non voleva saperne di venire fuori. Poteva finire male davvero.

Grazie per averci aiutato, gli sorrisi. E scusa per la scena, ma non avevo scelta.

Tranquilla, limportante è che il micetto sta bene.

Ti piacciono gli animali?

Un po arrossì il ragazzo.

A quel punto ci raggiunse anche Vera:

Ma sei matta, Luisa! Quando ti ho vista ho pensato stessi rapinando il portavalori! Giuro che cercavo pure il numero di Giulio, il mio ex. Ora fa lavvocato!

Lhai trovato? scoppiai a ridere.

No cancellato dal telefono, mi ricordo solo sei cifre.

Luisa, scusami ma noi dobbiamo andare, disse il ragazzo. Mi chiamo Nicola, piacere.

Piacere mio.

Scusa la domanda, ma mi lasci il tuo numero? Non capita tutti i giorni di trovare ragazze così coraggiose! A dire la verità, ti vorrei chiamare stasera, sapere come sta il gattino.

Che vuoi sapere, lo porto a casa, lo sistema, lo riempio di coccole. E lo amerò per sempre.

Davvero?

Certo! Ma il numero, te lo lascio. Non si sa mai.

Così, del tutto per caso, incontrai quello che poco dopo avrei voluto amare per tutta la vita. Per la cronaca, il gatto che chiamammo Tito fu felicissimo quando Nicola venne a trovarci.

Daltronde, mica aveva rischiato sotto il furgone per niente! Tutto per far felici le persone.

Vera, allinizio rimase un po delusa, perché secondo lei doveva essere stata lei a trovarmi un fidanzato e non un gatto.

Ma presto si consolò, perché anche nella sua vita arrivò un pretendente.

Era un impiegato della banca, quello che dopo il quasi rapina laveva servita senza attese e che aveva subito risolto il problema del blocco della carta.

Poi si scusò mille volte: la carta era stata bloccata per errore.

Per queste cose ci vorrebbe almeno una compensazione morale! esclamò Vera ridendo. Anzi, lasciamo stare i soldi, offriteci solo un caffè.

Ancora scusi per lincidente, non succederà più.

Spero proprio di no!

Al lavoro, il modesto Anton non aveva osato dichiararsi, ma il destino li fece incontrare ancora al supermercato, e quando si incrociarono alle casse le offrì un caffè. E lei accettò.

Così è andata

P.S.

Non sai mai dove puoi incontrare la tua felicità Può nascondersi ovunque. Anche sotto un furgone portavalori.

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Ma sei completamente matta
Quando mia suocera disse: «Questo appartamento è di mio figlio», io già tenevo tra le mani le chiavi di un posto che lei non controllerà mai Mia suocera aveva un talento unico: parlava sottovoce, con parole che sembravano carezze… e invece ti soffocavano. Non urlava mai. Non insultava apertamente. Lei “suggeriva”. — Tesoro, — diceva sorridendo, — giusto per ricordartelo… questo appartamento è di mio figlio. Noi ve lo lasciamo solo per abitarci. Lo diceva davanti agli ospiti. Davanti ai parenti. A volte perfino davanti a sconosciuti. Come se io fossi un oggetto temporaneo. Come un tappeto che puoi scrollare e portare via quando ti va. E Nicola — mio marito — ogni volta taceva. Ed era proprio quel silenzio a farmi più male di tutto. La prima volta che lo sentii ero ancora una “nuova arrivata” nella famiglia. Cercavo di essere brava. Di adattarmi. Di non creare tensioni. Mia suocera lo disse tra un boccone e l’altro di insalata, come se parlasse del tempo: — Nella nostra famiglia le case restano agli uomini. È importante che la donna sappia qual è il suo posto. Io sorrisi. In quel momento sorrisi, perché ancora credevo che l’amore fosse sufficiente. Nicola mi strinse la mano sotto il tavolo. Poi, tornati a casa, mi sussurrò: — Non darle peso. Lei è fatta così. “Lei è fatta così.” Così nascono le più grandi tragedie femminili — non con uno schiaffo, ma con una scusa. Passarono mesi. L’appartamento non era grande, ma era accogliente. L’ho reso una casa. Cambiai le tende. Comprammo un nuovo divano. Pagai i lavori in cucina. I miei risparmi finirono nel bagno — piastrelle, miscelatori, mobili. Mia suocera veniva “solo per controllare che tutto andasse bene”. E trovava sempre qualche difetto. — Qui dovrebbe esserci più luce. — Questo non è pratico. — Nicola non ama questo tipo di cibo. — A Nicola non piace quando gli sposti le cose. Nicola… Nicola… Nicola… Sembrava che non vivessi con mio marito. Vivevo con sua madre, installata nell’aria tra noi. Una sera è arrivata senza avvisare. Ha aperto la porta con la sua copia delle chiavi. Sì. Aveva le chiavi. Stavo in casa in abiti comodi, con i capelli raccolti, mentre mescolavo un sugo sul fornello. Sentii salire dentro me un’onda calda di umiliazione. Lei girò per le stanze, sbirciò negli angoli, poi si mise alla finestra, come un’ispettrice. — Nicola, — disse senza neanche guardarmi, — dovresti cambiare la serratura. Non è sicuro. E poi… non sta bene che chiunque possa fare ciò che vuole. “Chiunque”. Io ero “chiunque”. — Mamma, — provò a sorridere Nicola, — questa è casa nostra. Lei si voltò piano verso di lui. — Nostra? — ripeté sottovoce, come se avesse sentito una battuta. — Non esagerare. Questo appartamento è tuo. L’ho pagato io, l’ho scelto io. Le donne passano. Le case restano. In quel momento sentii qualcosa. Non offesa. Chiarezza. Mia suocera non stava lottando per l’appartamento. Lottava per tenermi piccola. E allora ho deciso: Non le chiederò rispetto. Me lo costruirò. Per prima cosa ho fatto ciò che nessuno si aspettava. Ho taciuto. Sì, so come suona. Ma a volte il silenzio non è debolezza. È preparazione. Ho iniziato a raccogliere tutti i documenti dei lavori. Ogni scontrino, ogni fattura, ogni bonifico. Foto “prima e dopo”. Contratti con gli operai. Estratti conto. E ogni volta che mia suocera faceva la “premurosa”, annuivo soltanto. — Certo, — dicevo. — Ha ragione. Lei si tranquillizzava. Io lavoravo. La sera, mentre Nicola dormiva, leggevo. Avevo un piccolo quaderno che tenevo in borsa, come un’arma segreta. Ci scrivevo tutto: date, importi, conversazioni, frasi che diceva lei. Non per rabbia. Per strategia. Dopo due mesi ho preso appuntamento con un avvocato. Non l’ho detto a Nicola. Non per ingannarlo. Ma perché non volevo sentirmi dire: “Non farlo, viene fuori uno scandalo.” Io non volevo lo scandalo. Volevo una soluzione. L’avvocatessa mi ascoltò e disse piano: — Ha due problemi. Uno giuridico. Uno emotivo. Quello giuridico si sistema. Quello emotivo deve sistemarlo lei. Sorrisi. — Ho già deciso. Una mattina Nicola ricevette una chiamata e uscì infastidito. — Di nuovo mia madre… — disse. — Vuole vederci stasera. Dice che dobbiamo fare un discorso serio. Lo sapevo. Lo sentivo. Sarebbe andato in scena il “consiglio di famiglia”. Un’altra riunione in cui la giudicata ero io. — Va bene, — risposi calma. — Ci sarò. Nicola rimase stupito. — Non ti arrabbi? Lo guardai e sorrisi. — No. Stasera non mi arrabbierò. Stasera metterò un confine. Ci incontrammo a casa di mia suocera. Aveva preparato una tavola da festa: insalata, pane fatto in casa, dolce. Faceva sempre così, quando voleva sembrare la “brava madre”. Era parte della sua manipolazione. Quando si mangia, ci si difende meno. Attaccò subito: — Nicola, penso sia ora di mettere in chiaro le cose. Non potete andare avanti così. Bisogna capire bene cosa è di chi. Mi guardò. — Alcune donne, quando si sentono troppo sicure, credono già di essere proprietarie… Bevvi un sorso d’acqua. — Sì, — dissi. — Alcune donne davvero pensano strane cose. Lei sorrise soddisfatta, credendo che fossi d’accordo. — Sono felice che mi capisca. Estrassi poi una piccola busta dalla borsa. La posai sul tavolo. Nicola la guardò. — Cos’è? Mia suocera si voltò — leggermente tesa, ma subito tornò sicura: — Se è qualcosa per l’appartamento, evita brutte figure. La fissai calma. — Non riguarda l’appartamento. Pausa. — E allora? E allora l’ho detto — lentamente, chiaramente, come una sentenza: — Sono le chiavi del mio nuovo posto. Mia suocera batté le palpebre, come se non avesse capito. — Che chiavi? Sorrisi. — Chiavi di casa. A mio nome. Nicola si alzò di scatto. — Ma… cosa… Lo fissai seria. — Mentre ascoltavi tua madre che mi spiegava cosa fosse mio e cosa no… io ho comprato una casa dove nessuno entrerà senza invito. Mia suocera lasciò cadere la forchetta. Il tintinnio fu come uno schiaffo. — Tu… mi hai presa in giro! — sibilò. Inclinai la testa. — No. Semplicemente non mi avete mai chiesto. Siete abituati a decidere per me. Seguì il silenzio. Nicola aveva l’aspetto di chi scopre che “famiglia” per lui non è mai stato davvero un “noi”. — Ma… perché? — sussurrò. — Siamo una famiglia. Lo fissai con calma. — Proprio per questo. Perché la famiglia è rispetto. E io vivo in una casa dove mi chiamano “temporanea”. Mia suocera provò a recitare ancora. — Io proteggo! Io difendo! Tu non sei nessuno! Sorrisi. — Sì. Ero “nessuno”. Finché non ho deciso di essere me stessa. Poi tirai fuori la cartellina. Fatture. Estratti. Contratti. — Questi sono i soldi che ho investito nell’appartamento che dite “di vostro figlio”. Da domani ne parleremo non più a questa tavola… ma con un legale. Il suo volto impallidì. — Ci vuoi denunciare?! Siamo famiglia! Mi alzai. — Famiglia non vuol dire controllarmi. Famiglia vuol dire rispettarmi. Presi la borsa. Le chiavi tintinnarono nella mia mano — piano, ma limpido. — Mentre voi mi custodivate “l’appartamento per vostro figlio”… io mi custodivo la mia vita. Uscimmo. Nicola mi raggiunse sulle scale. — Non posso credere che tu l’abbia fatto… — sussurrò. Mi voltai. — Puoi. Semplicemente non mi conoscevi. — E noi adesso? Lo guardai e il mio sorriso era triste, ma sereno. — Dipende da te. Se vuoi una donna che si accontenta di uno spazio — non sono io. Se vuoi una donna che costruisce con te — allora è ora di diventare l’uomo che sta al suo fianco, e non dietro sua madre. Deglutì. — E… se scelgo te? Lo guardai negli occhi. — Allora verrai a casa mia. E busserai alla porta. Quella sera entrai da sola nel mio nuovo appartamento. Era vuoto. Profumava di vernice e di nuovo inizio. Appoggiai le chiavi sul tavolo. Mi sedetti per terra. E per la prima volta da tanto… non sentii nessun peso. Solo libertà. Perché casa non sono i metri quadri. Casa è quel posto dove nessuno può sussurrarti che sei “temporanea”. ❓E voi — sopportereste anni di “umiliazione silenziosa”, o costruireste la vostra porta… tenendo la chiave solo nelle vostre mani?