La felicità si nasconde nei piccoli gesti

La felicità nelle piccole cose

Questa sera al noto ristorante La Primavera, nel cuore di Firenze, si ritrovano i laureati dellAccademia delle Arti. Dieci anni fa ricevevano tra emozione e speranza il diploma, pieni di sogni e domande sul proprio futuro. Adesso, con lo stesso palpito, aspettano di rivedersi: per scoprire come sono cambiati, cosa fanno, che piega ha preso la loro vita. Cè chi è arrivato da unaltra città, chi accompagna la moglie o il compagno, chi è venuto solo ma col sorriso, pronto a tuffarsi nei ricordi degli anni universitari.

In una delle sale riservate agli ospiti, Chiara la migliore amica di Bianca laiuta a prepararsi. Sta abbottonando con cura lultimo bottone di un abito celeste di seta leggera, assicurandosi che tutto sia perfetto. Il vestito accarezza con dolcezza la figura di Bianca, lasciandosi attraversare dalla luce ad ogni suo movimento.

A dirla tutta, Bianca, pensavo non volessi venire dice Chiara aggrottando la fronte. Non devi avere ricordi troppo belli di quellultimo anno Già solo Federico con la sua corte insistente! E di certo lui ci sarà.

Bianca aggiusta una ciocca dei suoi capelli castani che le cade sul viso e sorride, sentendo davvero dentro una dolce attesa. Vuole proprio rivedere tutti, rivivere latmosfera leggera delluniversità, scoprire le vite dei vecchi compagni. E Federico be, sono passati tanti anni! Sicuramente anche lui ha superato quella cotta adolescenziale. Forse troverà imbarazzante rivangare quel passato.

Perché no? risponde, lisciando con la mano la stoffa delicata del suo abito. Quel gesto la rilassa. Voglio davvero vedere come siamo cambiati tutti. E poi Andrea ci tiene, si è incuriosito quando ha saputo che sarebbero venuti i miei ex colleghi.

Chiara fa una smorfia e prende dallarmadio delle scarpe basse decorate con perline minuscole. Le scruta, valutando se si abbinano allabito, e poi rivolge unocchiata a Bianca.

Andrea è davvero un tesoro commenta, con una punta di ironia bonaria. Un santo, dico davvero.

Bianca ride, prende le scarpe e le infila con attenzione: il piccolo tacco la fa sentire subito più alta, più pronta ad affrontare la serata.

È molto buono, dice semplicemente, guardando lamica. E mi vuole bene davvero bene, capisci?

Allora forza, andiamo! Altrimenti ci perderemo tutte le storie migliori.

Mentre camminano verso il salone, incontrano già diversi volti noti. Dentro Bianca cresce una dolce ansia: non vede molti dei suoi ex compagni dal giorno della laurea. Immagina chi sarà diventato un regista famoso, chi avrà aperto un laboratorio darte, chi si sarà sposato e avrà dei figli E chi sarà rimasto lo stesso di sempre: il ragazzo spensierato che faceva battute durante le lezioni, o la ragazza timida che disegnava sempre in fondo allaula.

Bianca scorge subito la sua altra grande amica, Silvia. È vicino a un tavolino nellangolo, accanto allo specchio antico, e sventola energicamente la mano per attirare la loro attenzione. Labito sgargiante di Silvia sbrilluccica a ogni movimento e il suo sorriso largo illumina la sala: è evidente che è felice di essere lì.

Eccoti qua! esclama Silvia stringendo Bianca in un abbraccio caloroso. Allora, pronta? Cè già un mare di cose che succedono, non so da dove iniziare!

Non si stacca da Bianca, come se temesse che potesse sparire tra la folla. Annuisce verso lingresso:

Guarda chi è appena arrivato

Bianca si volta e vede Federico. Entra come se il salone fosse il suo regno. Il suo completo grigio scuro, taglio sartoriale, lo valorizza al massimo. Ogni suo passo è quello di chi è abituato a essere al centro dellattenzione. Al polso un orologio costoso, e accanto a lui una donna alta, bionda, con un vestito ricoperto di brillanti che danza ad ogni passo.

Federico osserva con calma gli invitati, come per valutare la scena, e poi lo sguardo si fissa su Bianca. Per un attimo sembra che il tempo rallenti. Bianca coglie un accenno di sorriso prima che Federico si avvicini.

Bianca, dice fermandosi proprio davanti a lei. La voce è calma, quasi indifferente, ma negli occhi si legge un velo di tensione: sembra abbia provato e riprovato questo momento. Che piacere vederti.

Federico, risponde Bianca con sincerità. Sente dentro nascere una sensazione strana, metà curiosità metà lieve nervosismo. Il piacere è mio. Come va?

Lui si aggiusta con nonchalance il risvolto della giacca, dove si intravede una piccola iniziale ricamata. Il gesto è studiato; Bianca riconosce la volontà di mostrare, anche nellapparenza, la sua riuscita.

Tutto alla grande, ripete Federico con quel tono tutto italiano che lascia intendere accettalo, è un dato di fatto. Lavoro in una grande azienda, mia moglie fa la modella, abitiamo in centro Insomma, la vita mi sorride.

La bionda accanto a lui accenna un lieve sorriso, sollevando appena le sopracciglia. Bianca incrocia il suo sguardo: più che antipatia, quel che vede è labitudine di chi si sente superiore.

Felice per te, davvero, dice Bianca, mantenendo la sua compostezza.

Federico socchiude gli occhi, come a cercare dietro le sue parole qualcosaltro: forse la conferma di una vecchia ammirazione, forse la speranza di vederla vacillare.

E tu? Sempre allAccademia di Musica? chiede, con una sfumatura difficile da cogliere tra curiosità bonaria e velato giudizio.

Sì, sorride Bianca, e la sua voce si scalda. Mi piace il mio lavoro. I ragazzi sono splendidi, lambiente è sereno. Abbiamo messo in scena Lo Schiaccianoci! Abbiamo provato per mesi; cucito costumi, studiato le parti È stata dura ma vederli sul palco, così pieni di entusiasmo ripaga di tutto!

Lentusiasmo disarma Federico, che resta in silenzio qualche secondo.

E tuo marito, Andrea, giusto? riprende, dicendo il nome quasi con difficoltà. Fa ancora lallenatore?

Sì, dice Bianca senza esitare. Allena i bambini in una scuola calcio. Ora ha una squadra di pulcini, lo amano tutti: lo seguono ovunque, imitano ogni suo movimento, cercano di essere forti e bravi come lui. È dolce e paziente; non alza la voce mai, nemmeno quando combinano qualche marachella.

Nel tono di Bianca brilla una gioia semplice ma piena di tenerezza. Federico aggrotta le sopracciglia: fatica a capire come si possa essere orgogliosi di una vita così ordinaria, secondo lui. Bianca invece continua senza malizia: non cè vanto, solo quella felicità che nasce dal fare ciò che si ama.

Capisco, mormora Federico, inclinando appena la testa, come a voler esplorare un dettaglio che gli sfugge. Non deve essere facile vivere con quello stipendio

Bianca sente qualcosa stringersi dentro, ma non per rabbia o vergogna piuttosto quel retrogusto amaro di chi si sa giudicato. Ma non glielo lascia vedere. Sorride con quella sua luce spontanea che sparge calma e serenità.

Siamo felici, Federico, dice piano. Andrea è luomo più buono che conosca. Quando sono stanca mi aiuta sempre, mi sostiene. E mi ama come nessuno mai! Ricordi quando dicevo che adoro i mughetti? Ogni primavera, appena li trova, me li porta. E anche se il sabato è stremato dopo gli allenamenti, mi prepara la colazione che preferisco: frittelle, uova strapazzate, pane tostato E se sto male, si siede accanto a me, mi legge a voce alta e mi porta il tè con il miele.

Federico resta muto per qualche istante. Sembra aspettasse una risposta diversa, quella che gli avrebbe permesso di pensare “Ecco, avevo ragione io”. Ma Bianca non gliela concede.

Ma non pensi che saresti potuta trovare di meglio? chiede quasi in un sussurro, confuso tra stupore e una specie di lieve rimpianto.

Bianca lo fissa negli occhi e scuote il capo.

Non rimpiango nulla, dice con fermezza. Mai!

Non sta a raccontare che Andrea la aspetta ogni sera a casa, che la loro piccola casa è piena di vita, di risate, di quella semplicità che rende speciale ogni giornata. Che la loro felicità si manifesta nei piccoli gesti, rituali quotidiani e premure che parlano più di regali e frasi ad effetto. Nei suoi occhi, Federico trova ora una serenità che non riesce a penetrare una pienezza che non ha bisogno di essere giustificata.

Federico cerca di aggiungere qualcosa, ma proprio allora si avvicina Andrea: una camicia semplice, jeans, niente dettagli superflui. Ha quella luce negli occhi che Bianca adora, quel calore che ancora, dopo tanti anni, le fa battere il cuore.

Ciao, dice stringendola alla vita. Posso rubartela qualche minuto?

Federico stringe i pugni per un istante, ma si forza a rilassare la mano. Un senso di disagio gli attraversa il petto forse invidia, forse semplice frustrazione. Vede davanti a sé una coppia la cui vita sfugge ai suoi schemi.

Certamente, dice con voce neutra.

Andrea accompagna Bianca verso un tavolino vicino alla finestra, tenendole gentilmente il braccio. Camminano, e a Bianca basta sentire Andrea accanto per sorridere: ha capito subito che aveva bisogno di respirare, di uscire dallorbita delle domande di Federico. Si siedono vicini, le loro mani intrecciate; Andrea le passa il pollice sulla pelle parlando senza parole: “Ci sono io, va tutto bene”.

Federico rimane lì, quasi inchiodato sul posto. Un senso di vuoto si allarga dentro di lui: non rabbia, né vera amarezza, solo una consapevolezza nuova come se avesse perso una partita iniziata tanti anni fa. Rivede Bianca che ride, inondando la sala di quella luce sincera e lieve che decisamente non appartiene a tutti. Quando sta con Andrea i suoi occhi brillano di tenerezza autentica.

Federico ripensa a quando, dieci anni prima, cercava di attirarla: messaggi passionali, mazzi di fiori costosi, ristoranti chic Ma Bianca ringraziava sorridendo e diceva sempre: Mi spiace, Federico. Il mio cuore è di un altro. Lui non capiva, si infastidiva, giudicava Andrea come quello senza ambizioni. Era certo che, col tempo, Bianca avrebbe scoperto di aver sbagliato.

Ora invece eccolo qui, in abito su misura, accanto a una moglie bellissima, rispettato da tutti. Tutto soldi, posizione, successo che dovrebbe bastare. Eppure sente solo un gran vuoto. Come una confezione lussuosa senza contenuto.

Va tutto bene? domanda piano sua moglie toccandogli la mano, le dita decorate da anelli che sono segni del loro benessere.

Sì, risponde con voce piatta. Solo strano.

Guarda ancora Bianca e Andrea, che ballano leggeri al centro della sala. Si muovono a ritmo di musica senza sforzo, si cercano con gli occhi, sorridono. Bianca è semplicemente felice. Non lo mostra per gli altri, non per vanità: semplicemente è se stessa, e questo basta.

Allimprovviso Federico capisce che i suoi tentativi di convincerla, dimostrare che aveva sbagliato scelta, sono sempre stati inutili. Bianca ha scelto lamore vero quello che si riconosce nei piccoli gesti quotidiani, nel silenzio sereno, nella cura reciproca.

E lui invece ha scelto lapparenza, ciò che si misura e si ostenta. Ma ora, osservando Bianca e Andrea, si chiede: davvero ne è valsa la pena, se in cambio ha perso la possibilità di essere così felice?

*********************

La serata prosegue tra il calore delle voci, le risate e la musica che riempiono La Primavera. I presenti sciolgono piano ogni imbarazzo iniziale. Qualcuno ricorda i tempi passati: le notti a studiare, i concerti improvvisati nellaula magna, le marachelle durante le prove. Altri condividono le novità, mostrano foto dei figli, raccontano con entusiasmo viaggi e nuovi progetti.

Federico si sforza di essere partecipe, ride, ascolta, commenta. Ma ogni tanto il pensiero gli ritorna su Bianca. Si sorprende a cercarla con lo sguardo tra la folla, a seguirne i gesti, gli incontri con Andrea.

Li vede ballare ancora: Andrea le sussurra qualcosa allorecchio e Bianca scioglie una risata cristallina che scalda tutta la sala. Federico stringe il bicchiere fra le dita, fa fatica a concentrarsi sulle chiacchiere degli altri. Quel che lo tormenta è la domanda che torna incessante: Perché non ha scelto me? Avrei potuto darle tutto: denaro, comfort, vacanze, regali Perché lui?.

Cerca mille scuse nella testa: forse non ha capito quanto lui fosse serio? Forse Andrea era il porto sicuro, più facile, più comprensibile? Ma la verità, lo sa, è unaltra. E non vuole ammetterla: la felicità non nasce da ciò che si può comprare.

Quando la festa finisce, Federico osserva Bianca e Andrea prepararsi per andare via. Nota Andrea che le sistema la sciarpa con premura, Bianca che si appoggia a lui con naturalezza. I loro sguardi si incontrano con dolcezza, sorridono per sé, senza bisogno di testimoni o applausi.

Dentro Federico cresce un dolore sordo. Li immagina mentre si scambiano parole in confidenza, si salutano con amici, poi si stringono sottobraccio. Lui passa distrattamente la mano sulla giacca: la stoffa è impeccabile, labito sarà costato quanto Andrea guadagna in sei mesi. Ma tutto adesso gli sembra vuoto, senza sapore.

Federico, vieni? domanda la moglie, la voce remota.

Non risponde subito: guarda la porta dove Bianca e Andrea sono appena usciti. Nel vetro riflesso vede il suo viso curato, sicuro, addestrato negli anni a sembrare allaltezza. Ma negli occhi si legge solo fatica e solitudine.

*********************

Bianca e Andrea camminano per le vie di Firenze, illuminate qua e là da qualche lampione. Il chiaroscuro avvolge il selciato, le sagome degli alberi e delle auto parcheggiate si intravedono appena. Il vento primaverile gioca con i capelli di Bianca, ma lei non se ne preoccupa: si stringe ad Andrea, sentendosi serena. Tutte le tensioni della serata sono ormai scomparse.

Tutto bene? le chiede Andrea stringendole dolcemente la mano. La voce è premurosa e pacata, come fa sempre quando vuole sapere davvero come sta.

Sì, sorride Bianca, i suoi occhi accesi dalla luce calda dei lampioni. Più che bene.

È davvero felice. La fatica iniziale, i confronti e le domande di poco fa le sembrano lontani. Coi passi leggeri accanto ad Andrea, sente di non aver bisogno daltro.

Quel Federico Andrea si ferma un istante, ponderando le parole con una calma garbata. Sembrava volesse dimostrare qualcosa.

Non ce la fa proprio ad accettare la mia felicità, gli risponde Bianca con unombra di tenerezza. Non riesce a credere che la mia vita mi vada bene così, che la serenità si possa trovare nelle cose semplici e vere.

Non dice che in quel momento, di fronte allelenco dei successi di Federico, ha provato solo un leggero dispiacere non per sé, ma per lui, che non ha mai capito dove stia la felicità: nelle carezze del mattino, negli sguardi compresi, nei piccoli rituali condivisi.

Andrea si ferma e la guarda negli occhi, le accarezza la guancia con delicatezza. Il suo tocco è caldo e certo, un gesto che a Bianca fa vibrare il cuore, ancora dopo tutti quegli anni.

Ti amo, le dice a bassa voce. Non importa cosa pensino gli altri. Per me contiamo solo noi. Solo quello che abbiamo insieme.

Bianca si stringe a lui. Il profumo del suo dopobarba è casa, sicurezza, complicità. Tutto il resto svanisce: la serata, i ricordi, i giudizi. Ci sono solo loro, il loro calore, la loro semplicità. E in quellattimo Bianca sa che non potrebbe desiderare niente di più.

*********************

Federico rincasa tardi lorologio di casa segna quasi le due di notte. Lappartamento chic nel centro di Firenze lo accoglie con la sua eleganza fredda e la luce asettica delle lampade scelte apposta per lo stile, che ora però sembra glaciale.

La moglie dorme già. Federico socchiude la porta della camera: la vede addormentata, avvolta nel piumino di seta, serena. Non la sveglia, chiude silenziosamente e si rifugia nel suo studio.

Accende solo la lampada da tavolo, il resto dellambiente resta avvolto nellombra. Si versa del whisky, appoggia il bicchiere pesante sul ripiano, ma non lo tocca. Lo sguardo cade su una foto: la vecchia foto di gruppo alla laurea.

Lì cè anche Bianca, al centro, in un vestito chiaro, i capelli sciolti sulle spalle. Rideva a una battuta, e negli occhi brillava quella stessa felicità che lui non ha mai saputo raggiungere. Lui invece è defilato, già allora col blazer elegante, un sorriso tirato e uno sguardo di velata tristezza. Ricorda bene quel giorno: tentava di farla ridere, di conquistarla, ma lei aveva occhi solo per Andrea.

Federico prende in mano piano la fotografia, accarezza il volto di Bianca sullimmagine, come se potesse così recuperare qualcosa di perduto.

Dove ho sbagliato? mormora nella notte silenziosa.

Ripensa a tutta la sua vita ai successi, ai complimenti, ai regali costosi. Tutto sembrava poter bastare. Eppure la risposta, per quanto scomoda, ora è chiara: la felicità sta nelle cose che non si possono comprare.

Poggia la foto di nuovo sul tavolo, non stacca più lo sguardo dal sorriso di Bianca. Si lascia cadere sulla poltrona, il bicchiere ancora intatto. Fuori i lumi di Firenze brillano distanti, immobili e indifferenti. Dentro, resta solo il silenzio.

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La felicità si nasconde nei piccoli gesti
Una volta al mese Nina Sergieva stringeva al petto il sacchetto della spazzatura e si fermò davanti alla bacheca degli avvisi vicino all’ascensore. Su un foglio a quadretti, fissato con le puntine, era scritto a grandi lettere: «Una volta al mese — a un vicino». Sotto — date e cognomi, e nell’angolo la firma: «Sergio, int. 34». Accanto qualcuno aveva già aggiunto con la penna: «Servono 2 persone sabato, aiuto con scatoloni». Nina Sergieva lesse meccanicamente due volte e provò irritazione, come per una voce sconosciuta nel corridoio. Erano dieci anni che abitava in quel palazzo e conosceva la regola: ci si saluta se ci si incrocia alla porta, poi ognuno per sé. A volte un rapido «sa dove trovare l’elettricista?», altre, «mi passa per favore la bolletta». Ma programmi di aiuto, cognomi, puntine… Le ricordava le riunioni di quando lavorava, dove tutti facevano finta di essere “una squadra”, poi ciascuno pensava per sé. Vicino al cassonetto incontrò Valeria del quinto piano, che portava sempre due sacchetti, come se temesse che uno si rompesse. — Ha visto? — Valeria accennò alla bacheca. — Sergio ha avuto l’idea. Dice che così è più semplice. Non va ognuno per conto suo, si fa insieme. — Insieme, — ripeté Nina Sergieva, cercando di mantenere la voce neutra. — E se uno non vuole stare insieme? Valeria alzò le spalle. — Beh… nessuno obbliga. Serve solo che qualcuno ci sia quando occorre. Nina Sergieva uscì nel cortile pensando già a come avrebbe discusso mentalmente con Sergio dell’int. 34. «Quando occorre» — che vuol dire? Chi decide cosa è necessario? E perché deve riguardare tutti? Sabato mattina sentì rumori e voci nell’androne. Attraverso la porta arrivavano «Attenzione, l’angolo!» e «Tieni l’ascensore». Stava in cucina, con lo straccio bagnato tra le mani, incapace di non ascoltare. Immaginava i volti conosciuti solo di sfuggita trasportare scatoloni e un divano, qualcuno che dirige, qualcuno che borbotta. Le dava fastidio che stessero vedendo la vita altrui tra le scatole di cartone, e insieme provava una strana invidia: loro erano stati invitati. Dopo un’ora tutto fu quieto. La sera, tornando dal supermercato, vide una pila di scatole vuote davanti al portone e del nastro adesivo sulla panchina. Sergio, alto e stanco, raccoglieva la spazzatura nel sacco. — Buonasera, — disse, come se fossero vecchi amici. — Vi abbiamo disturbato? — No, — rispose Nina Sergieva. — Solo un po’ di rumore. — Capisco. Abbiamo cercato di finire entro pranzo. Tania del secondo piano trasloca, è sola con il bambino. Beh, sola… — fece un gesto. — Se serve qualcosa, scriva pure in bacheca. Non solo traslochi. Per qualsiasi sciocchezza. La parola «sciocchezza» suonò così naturale che Nina Sergieva non trovò motivo per contraddirlo. Non insisteva, non chiedeva. Disse la sua e continuò a legare il sacco. Nei giorni successivi la bacheca prese vita. Nina Sergieva ci passava davanti e notava sempre nuovi messaggi. «A Pietrovia del 19 — medicine, dopo l’operazione, chi può andare in farmacia». «Da avvitare la mensola al 27, ho il trapano». «Raccolta di 200 euro per il citofono, chi non ha il resto — dopo». Le grafie diversissime: qualcuno ordinato, qualcuno nervoso e pesante. Lei non scrisse nulla. Pensava fosse giusto non immischiarsi. Ma osservava. Una sera rientrando dal lavoro trovò una ragazzina del palazzo accanto che piangeva presso l’ascensore, il viso nel collo della felpa. Valeria le teneva una mano sulla spalla e le parlava piano: — Dai, non piangere. Troviamo qualcosa. Sergio ha detto che ce l’ha lui. — Che succede? — chiese Nina Sergieva, anche se avrebbe potuto tirare dritto. Valeria la guardò come se avesse capito che Nina Sergieva non era una che ride delle disgrazie. — La nonna ha la pressione alta, sono finite le pillole e la farmacia è chiusa. Sergio porta le sue, almeno fino a domani. Nina Sergieva annuì e una volta a casa non riuscì a togliersi il cappotto per un po’. Pensava a quanto fosse semplice per Valeria dire «troviamo». Non «chiamino il 118», né «non è affare nostro», proprio «troviamo». E che Sergio desse anche le proprie pillole senza chiedere la restituzione. Qualche giorno dopo scoppiò una piccola polemica. Qualcuno aggiunse sotto all’avviso del citofono: «Sempre a chiedere soldi. Chi lo vuole, lo mette da solo». La firma illeggibile, senza cognome. Due donne litigavano all’ascensore. — È quella del terzo, conosco la scrittura, — sibilò una. — Cosa ne sai? — ribatté l’altra. — La gente ha la pensione, sempre questi 200 euro… Nina Sergieva passò oltre, sentendo crescere la solita sensazione: ecco il gruppo. Inizieranno a calcolare chi deve cosa, chi “non dà”, chi “si approfitta”. Avrebbe voluto che finisse tutto e la bacheca tornasse agli avvisi per l’idraulico. Ma la sera vide Sergio alla bacheca. Con calma rimosse il foglio con la postilla, lo piegò e lo mise in tasca. Affisse uno nuovo, pulito, e scrisse: «Citofono. Chi può — contribuisce. Chi non può — non contribuisce. L’importante è che funzioni. Sergio». Fine. Nina Sergieva si accorse di rispettarlo per quel “fine”. Senza prediche, senza minacce. Solo il confine. Intanto la sua vita iniziava a cigolare come la porta del pianerottolo mai oliata. Prima una sciocchezza: il tubo del rubinetto che perdeva. Metteva il catino, stringeva il dado, puliva. Poi in ufficio niente premio, la capa che non l’ha neanche guardata negli occhi: «Ora è così. Pazienti». Nina Sergieva era paziente. Sapeva esserlo. Inizio mese, la schiena a pezzi. Non da chiamare il 118, ma tanto che al mattino restava seduta sul letto, finché il dolore non passava. Comprò la pomata, scaldava la zona con la sciarpa, non disse nulla a nessuno. Lamentarsi portava alle chiacchiere, e le chiacchiere alla compassione. La sera rientrando con la spesa sentì uno strano rumore, come uno sfregamento: la porta d’ingresso, la serratura inceppata. Forzò il tasto, il chiavistello cedette con un crac. Un senso di disagio immediato. Tolse le scarpe, appoggiò il sacchetto, prese il cacciavite dal cassetto e provò ad aprire la serratura. Le mani tremavano dalla stanchezza, la schiena tirava. Intorno silenzio, che diventava improvvisamente pesante. Il giorno dopo la porta si bloccò del tutto. Rientrò tardi, con borsa e cartella, non riusciva ad aprire. Restò sul pianerottolo, la fronte contro il metallo freddo, cercando di non farsi prendere dal panico. Pensava: “Fabbro. Chiavi. Soldi. Notte”. Chiamò l’assistenza, dissero di aspettare due ore. Due ore sulle scale erano umilianti, più per il senso di impotenza che per i vicini. Si sedette, guardando le mani aride e screpolate dai detersivi. Le mani abituate a farcela sempre. L’ascensore si aprì, uscì Sergio. La vide subito. — Nina Sergieva? — domandò, come per accertarsi. Lei alzò lo sguardo arrossendo. — La serratura, — disse. — Sto aspettando il tecnico. — Tanto? — Hanno detto due ore. Sergio guardò la porta, poi la sua borsa. — Ho la valigetta. Posso provare, mentre aspettiamo. Se non funziona, almeno vediamo com’è messa. Non le dispiace? “Non le dispiace” era importante. Non disse “lasci fare”, né “che ci fa seduta qui”. Chiese. Nina Sergieva avrebbe voluto dire “grazie, non serve”. Era la via più semplice e sicura. Ma la schiena bruciava, il telefono quasi scarico e l’idea di due ore lì era insopportabile. — Provi, — disse, stupita dalla fermezza della voce. Sergio tornò con una cassetta degli attrezzi. La mise a terra, stese una pagina di giornale: per non sporcare. Ordine, rispetto. — Non sono fabbro, — precisò. — Ma di serrature me ne intendo. Tolta la placca, gli ingranaggi sistemati nella scatoletta. Nina Sergieva seduta, borsa in mano, si sentiva strana: la sua vita improvvisamente diventata spazio comune, e forse non era male. — Qui la cilindrata è consumata, — disse Sergio. — Si può ungere intanto, ma meglio cambiare. Ha una chiave di riserva? — No, — rispose lei. — Non ci ho pensato… Sergio annuì, senza commentare. Dopo dieci minuti la porta cedette. Non subito, ma cedette. Nina entrò, accese la luce, sentì la tensione svanire. Si voltò. — Grazie, — disse. E aggiunse, per non chiudere la conversazione: — Solo… non vorrei che tutto il palazzo lo sapesse. Sergio alzò lo sguardo. — Capisco. Non lo dico a nessuno. Ma la serratura va cambiata. Se vuole, domani le passo il contatto di un bravo tecnico. Sa lavorare, niente chiacchiere. Nina annuì. Le importava che non avesse suggerito “facciamo tutti insieme”. Aveva offerto qualcosa di concreto, discreto. Quando lui uscì, chiuse la porta con la spranga e rimase lì, ascoltando il frigorifero. Sentiva insieme voglia di piangere e di sorridere: l’aiuto non la faceva sentire compatita. Era come uno strumento, dato perché hai le mani occupate. Il giorno dopo chiamò il tecnico consigliato. Venuto di sera, smontò la serratura, mostrò il pezzo logorato, ne mise uno nuovo. Due chiavi, una nel portachiavi in alto, segnata “di riserva”. Un piccolo riconoscimento: a volte non si riesce da soli. Settimana dopo, nuovo avviso in bacheca: «Sabato aiuto a Pietrovia del 19 con spesa e farmaci, dopo l’ospedale fa fatica. Servono 2 persone alle 11». Nina lesse e capì di potercela fare. Sabato uscì in anticipo. Nella borsa due pacchi di biscotti e un tè. Non per elemosina, ma come pretesto per entrare senza mani vuote. Sul pianerottolo la aspettava già Sergio. — Anche lei? — chiese, non sorpreso, ma per conferma. — Sì, — disse Nina. — Però faccio le cose leggere. E basta discorsi sulla salute, ok? Sentì quanto era chiaro: non una giustificazione, né una richiesta “se possibile”, una condizione. — Intesi, — rispose Sergio. Salirono da Pietrovia. Aprì un uomo anziano in maglione, volto pallido. Provò a sorridere. — Ecco la commissione, — disse. — Niente commissione, — tagliò Nina, porgendogli la borsa. — Le abbiamo portato la spesa. C’è anche tè e biscotti. Pietrovia prese il pacco con tutte e due le mani, come temendo di farlo cadere. — Grazie. Avrei fatto da solo… solo le gambe… — Lasci perdere il “avrei”, — lo interruppe Sergio con gentilezza. — Dica solo dove mettere tutto. Andarono in cucina. Nina sistemò i pacchi sul tavolo, scorse la lista di farmaci e la scatola vuota delle pillole. Non chiese niente. Soltanto: — Vuole che butti la spazzatura? — Se non le dispiace, — disse Pietrovia, imbarazzato. Lei prese il sacchetto, lo chiuse e portò fuori. Rientrando, si accorse che la schiena quasi non faceva più male. Non per il dolore, ma per una sensazione interna più leggera. All’uscita Pietrovia tentò di offrire soldi a Sergio. — No, — disse Sergio. — Allora almeno… — Pietrovia guardò Nina. — Passi quando serve. Non mordo. Nina annuì. — Se serve, veniamo. E niente eroismi. Scriva in bacheca se le occorre qualcosa. Mentre lo diceva, sentiva crescere in petto la certezza di poter parlare come Sergio. Non dall’alto, né dal basso: affiancati. La sera si fermò alla bacheca. Vicino c’erano una scatoletta di puntine e un bloc-notes. Escrisse con calma: «Int. 46. Nina Sergieva. Se serve: posso andare in farmacia o ritirare un pacco dopo le 19 nei feriali. Niente pesi». Fissò il foglio e rimise la penna in borsa. A casa mise il bollitore su, prese la chiave di riserva e la inserì in una busta, scrivendo sopra il numero di Sergio e mettendola nel cassetto all’ingresso. Non come segno di dipendenza, ma come assicurazione concessa a sé stessa. Quando nel corridoio si sentì chiudere una porta e passi, Nina Sergieva non trasalì. Spense il fornello, versò il tè e pensò che “una volta al mese” non significa folla. Vuol dire che si può non reggere tutto da soli, se accanto c’è qualcuno.