Figlia indignata perché la madre ha lasciato l’appartamento alla nipote

Monica ha cresciuto da sola le sue due figlie. Il loro padre era scomparso quando erano ancora bambine, e Monica non si era mai risposata. Era preoccupata che un eventuale nuovo marito potesse far del male alle sue figlie. E se avesse dovuto scegliere tra un matrimonio e le sue figlie, avrebbe sempre preferito le figlie.

La maggiore si chiamava Giulia, mentre la più piccola era Letizia. Così Giulia si sposò presto e diede alla luce una figlia, che chiamò Agnese. In seguito, si trasferì nellappartamento del marito. Ma quella unione non durò a lungo. Dopo qualche anno, con una bambina in braccio, Giulia tornò a vivere da Monica.

Letizia, la sorella minore, era infastidita dal ritorno di Giulia. Pensava che Giulia fosse tornata apposta nella casa della madre per costringerla ad andarsene dallappartamento. Ma si sbagliava, perché Giulia era molto malata: le avevano diagnosticato un tumore. Così Agnese restò sotto le cure della nonna Monica.

Letizia era sposata anche lei, e aveva due figli. Una delle parenti più anziane di Monica, una zia, le mise a disposizione un appartamento. Senza pensarci troppo, la zia lo intestò subito a Letizia, rassicurandola che, in caso di problemi, non avrebbe mai avanzato pretese sulla casa di Monica.

Giulia morì quando Agnese aveva diciassette anni. Poco dopo, anche la nonna si ammalò gravemente. Un giorno, Letizia venne da Monica e le chiese chi avrebbe ricevuto la casa una volta che lei fosse morta.

Come chi? La prenderà Agnese. È sola, la madre non cè più, e il padre non ha più alcun rapporto con lei. Non può finire in mezzo alla strada.

Ma che stai dicendo? È solo tua nipote, io sono tua figlia. E ho due bambini. Agnese crescerà e potrà comprarsi un appartamento. Restituiscimi la mia casa! urlò Letizia a gran voce.

No, avevamo già deciso diversamente tempo fa.

In tal caso, non metterò mai più piede qui.

Letizia non si preoccupava se la giovane riuscisse a studiare o si prendesse cura della nonna ormai malata. Da quando non aveva ottenuto la casa, aveva smesso ogni relazione con la madre.

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Figlia indignata perché la madre ha lasciato l’appartamento alla nipote
Che succede, ti sei offesa? – Mamma, io ormai sono pentita già da trecento volte d’averci provato. Non ce la faccio più, – disse Vittoria disperata, cercando di coprire il pianto della figlia. – È così, giorno e notte. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho dormito davvero. Ieri ho messo su il bollitore e mi sono addormentata sulla sedia… – Eh, figlia mia, che dobbiamo fare? – sospirò la signora Gabriella. – Tutti i bambini piccoli urlano. La madre chiaramente non aveva colto il messaggio, così Vittoria decise di parlare chiaro. – Mamma… Ti prego: portatela via anche solo per due ore. O vieni tu a stare qui, così io riesco a dormire un po’. Non capisco più cosa faccio. È come vivere in una nebbia. – Vitti… – e il tono materno da comprensivo divenne sottile e insinuante. – Dai, non prendertela. Per chi l’hai fatta la figlia? Per te. Allora occupatene tu. Appena cresce un po’ passerà. Io ti ho cresciuta senza pannolini e tutte quelle robe moderne, e guarda, sono ancora qui. E poi ho la pressione che mi sale col tempo, mi manca solo sentirmi male stando da te. Vittoria inarcò le sopracciglia perplessa, non si aspettava una risposta del genere e non sapeva che dire. – Vabbè, si è capito… vado a fare altro… – borbottò e chiuse la telefonata. Nel petto si fece strada un gelo. Sparì quella sensazione d’infanzia della mamma sempre pronta a sistemare tutto, appena la chiami. E Vittoria non riusciva neanche a ribattere. O forse sì? …Vittoria spesso aveva messo da parte se stessa per la madre. Ogni Capodanno, per esempio. Da prima, quando la invitavano gli amici, poi quando avrebbe voluto festeggiare col marito. – Sì, vabbè… – sospirava sempre la mamma, quando Vittoria le diceva dei suoi programmi per le feste. – Buon divertimento allora. E io qui da sola… Ti allevo, ti cresco, e poi resto sola le feste di famiglia… – Mamma, dài… Il primo gennaio appena mi sveglio arrivo da te. – Ma sì, io nulla… Ti aspetto. Magari non festeggio neanche – rispondeva la signora Gabriella con un sospiro. – A che serve? Non ho nessuno. Mi butto a letto alle nove, mi sveglio il mattino: ecco tutto il mio Capodanno. E ogni volta Vittoria cedeva e andava dalla madre. Come avrebbe potuto lasciarla da sola? Gli amici potevano pure divertirsi da sé, fuochi d’artificio e tutto il resto. E anche il romanticismo col marito poteva aspettare. L’importante era che la mamma non stesse triste. E non era nemmeno l’unico problema. Gabriella adorava tenere la figlia sotto scacco con la salute. Appena si sentiva male non andava dal dottore, ma faceva suonare l’allarme a Vittoria. – Ho la pressione alle stelle. Mi sa che stavolta sto per andarmene… Vitti, corri subito! – la chiamava in preda al panico. – Mamma, vengo, ma chiama il 118. Non si scherza! – Macché dottori! Che fanno? Mi ricoverano? Negli ospedali ormai non ci sono medici come si deve! Proviamo da sole, dai. Fai l’iniezione, e se proprio sto male allora chiamiamo. Gabriella non si fidava minimamente dei medici e si innervosiva se la figlia insisteva a chiamare qualcuno. Ma era convinta che attacchi e crisi passassero con massaggi, impacchi d’aceto e, soprattutto, attenzioni di Vittoria. E lei si ritrovava a tremare ogni volta. Oltre a prendersi ogni responsabilità, le toccava fare iniezioni quando magari non sarebbe potuto servire, e non riusciva a convincere la madre a farsi aiutare davvero. Non restava che aspettare e pregare. Eppure, ogni volta, Vittoria trovava il tempo. Annullava appuntamenti, cambiava programmi, usciva di corsa dal lavoro. Anche sapendo che non avrebbe potuto proprio fare chissà cosa, e si rovinava solo i nervi. Come lasciarla nella condizione di star male da sola? La coscienza non glielo permetteva. Quella della signora Gabriella, però, taceva. Eppure, nipoti li voleva tanto quanto la figlia. – La nipote di Luciana già va alle elementari! – sospirava ad ogni pranzo di famiglia. – E Valeria ne ha già due. Io sola come un cane. Quando li fate voi? Almeno me li potrò coccolare! Invece ora, ora che la nipotina era vera, viva, con i suoi capricci e problemi, la signora Gabriella era svanita. A Vittoria bruciava. “Hai partorito per te stessa”… Se lo sarebbe ricordata. I mesi seguenti furono un giorno della marmotta. Vittoria non distingueva più lunedì da giovedì. Sempre lo stesso: pappa, pianti, ninnenanne, qualche minuto di sonno, poi ancora pianti. Gabriella era ancora nella sua vita, ma come una conoscente lontana. Una telefonata a settimana: – Allora, come va? Crescete? Ma appena sentiva la nipotina urlare sullo sfondo, spariva subito: – Oh, Vittoria, scusa, ma mi fa male la testa. E poi lì da voi c’è troppo rumore… Dai, tieni duro. La maternità è un lavoro duro, – e metteva giù il telefono. Intanto però, Vittoria aveva imparato a farcela senza la madre. Olga, la suocera, era una donna severa ma buona. Non prometteva mari e monti, né faceva troppe smancerie. Ma quando vide che la nuora ormai aveva le occhiaie da panda, cominciò a passare tutte le settimane. Ogni sabato, il suo giorno libero. – Vai a dormire, – le ordinava. – Io porto Alice al parco. Torniamo tra tre ore. – Ma piangerà… – Non si scioglie mica. Tu vai a dormire. Fu la suocera a consigliarle di prendere una tata ogni tanto. Solo due orette, per dormire almeno un po’ in camera accanto. E poi – fu Olga che alzò la voce per prima: – Piange troppo sta bimba, – disse. – Basta ascoltare quei pediatri che danno sempre la colpa a coliche e denti. Così non va. Olga fissò allora una visita da una pediatra di fiducia e, senza ascoltare obiezioni del figlio, pagò subito per tutte le visite ed esami. La dottoressa individuò subito la causa. – In parole semplici, ha il reflusso ogni volta che mangia. Non vi preoccupate, passa – assicurò. Dopo due settimane, pace fatta in casa di Vittoria e Paolo. Finalmente silenzio, vero. Alice smise di inarcarsi e piangere, iniziò a dormire serena. Per Vittoria, il mondo tornava a colorarsi. Il tempo non era più una tortura, scorreva. E da capricciosa, Alice divenne la nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette e i fiocchi giganti. E arrivò dicembre. Gabriella, che ormai vedeva Alice solo in videochiamata, notò di sfuggita i cambiamenti. La nipotina giocava, rideva, costruiva con i cubi. Fu allora che decise di rientrare in scena. – Vitti, che vi preparo di buono? – domandò dolce una settimana prima di Capodanno. – Venite a festeggiare da me, vero? – Ma siamo con Alice. E per te è fatica con i bambini piccoli. – Ma via! Ormai è grande e tranquilla, perfetta. Le ho anche preso una bambola enorme. La addobbiamo insieme l’albero, vi preparo il mio aspic. A Paolo piace, no? Prima, Vittoria ne sarebbe stata felice. Si sarebbe messa a fare il menù con la mamma, stringendosi al suo calore ritrovato. Ora invece sentiva… solo silenzio. Né rabbia, né dolore. Solo freddo. – Mamma, non veniamo. – Come, non venite? – protestò Gabriella. – Dove andate? O restate chiusi in casa? – Andiamo da Olga. Festeggiamo lì. – Da Olga?! – la madre sbottò. – Quindi vai da una che neanche è tua madre e io resto qui sola a Capodanno? – Mamma… Non essere permalosa, ma Olga è stata con noi, quando Alice piangeva notte e giorno. Quando stavo impazzendo. Lei ci ha voluti bene anche quando eravamo “difficili”. E tu… Tu stessa hai detto che la figlia l’ho fatta per me. Beh, allora decido io con chi passerà il Capodanno mia figlia. Calò il silenzio. Qualche secondo. – Allora ti sei offesa? Mi stai facendo la ripicca? – ribatté la madre. – Non ti vergogni? Mamma vecchia, malata… Ti ho cresciuta senza dormire, e tu mi ripaghi così? – No, mamma, non faccio ripicca. Scelgo solo cosa è meglio per me. E, tra l’altro, questo l’ho imparato proprio da te. La madre continuò a lamentarsi, ma Vittoria interruppe la chiamata dicendo che aveva da fare. Non aveva voglia di sentirsi dare della figlia ingrata. Vittoria sospirò, lasciò il telefono e si avviò in camera. Lì, tra i pezzi sparsi del lego, il marito giocava concentrato con Alice, che rideva a crepapelle abbattendo la loro torre. Vittoria si fermò sulla soglia e sorrise. Aveva un po’ di malinconia, ma era quella buona. Come dopo aver buttato via vecchie cianfrusaglie e aver fatto spazio per qualcosa di nuovo. Naturalmente, non aveva intenzione di tagliare per sempre i ponti con la madre. Aveva solo smesso di tradire se stessa. Non correva più appena chiamavano quelli che appaiono solo quando c’è il sole. Ora sceglieva chi le teneva l’ombrello mentre fuori infuriava la tempesta.