Ma ti sei offesa?
Mamma, guarda, mi sono già pentita trecento volte di essermi buttata in questa avventura. Non ce la faccio più dissi con voce disperata, cercando di farmi sentire sopra le urla di mia figlia. È sempre così, da mattina a sera. E tutta la notte pure! Non ricordo più lultima volta che ho dormito decentemente. Ieri ho messo lacqua per la tisana sul fuoco e mi sono addormentata direttamente sulla sedia…
Eh, Lucia, che ci vuoi fare sospirò mia madre, Antonella. Tutti i bambini piccoli urlano.
Evidentemente non aveva capito il mio intento, così decisi di dirglielo chiaro e tondo.
Mamma… Ti prego: portala fuori anche solo due ore. O vieni tu a stare con lei, così magari dormo almeno un po. Non capisco quasi più quello che faccio. Mi sembra di vivere in una nebbia.
Luci, intonazione della mamma si fece più tagliente. Per favore, non prendertela a male, ma quella bambina lhai voluta tu, no? Allora occupatene. Vedrai che sarà più facile appena cresce un pochino. Guarda che io ti ho tirata su senza pannolini e senza tutte queste comodità moderne, mica sono morta. E poi, con questa pressione che ho, già faccio fatica nei giorni di pioggia. Non ti posso essere utile così.
Alzai le sopracciglia sorpresa. Non mi aspettavo proprio una risposta del genere e restai senza parole.
Va bene ok, torno a occuparmi di lei borbottai e chiusi la chiamata.
Sentii in petto una stretta fredda. Quella sicurezza che da bambina pensavo di avere che la mamma sarebbe venuta a salvarmi se lavessi chiamata era svanita di colpo. E non riuscivo neanche a ribattere davvero. O forse, avrei dovuto?
Spesso avevo messo da parte i miei desideri per mia madre. Ogni Natale, per esempio. Prima quando mi invitavano le amiche, poi quando volevo passarlo in intimità con mio marito.
Ho capito sospirava mia madre quando le dicevo i miei programmi per le feste. Beh, allora divertiti. Io starò qui da sola, come sempre Ti cresco tutta la vita e poi le feste me le passo da sola
Mamma ma dai! Il primo gennaio vengo da te appena mi sveglio
Ma a me che importa rispondeva appena trattenendo un sospiro. Ti aspetterò tanto non festeggio nemmeno. Perché dovrei? Non saprei con chi farlo. Andrò a letto alle nove, al mattino mi sveglio e… ecco finito anche questanno.
E ogni volta, tornavo da lei. Come potevo lasciarla da sola? Che stessero pure gli amici con le stelle filanti a cantare e ballare. Anche la serata a lume di candela con mio marito poteva aspettare. Bastava che mamma non fosse triste.
E questo non era neanche lunico problema. Mia madre adorava tenermi legata tramite il suo stato di salute. Se stava male, non chiamava i medici, ma faceva tremare me.
Ho la pressione a duecento. Lucia, secondo me sto per lasciarci le penne… Vieni subito! mi chiamava nel panico.
Mamma, certo che vengo, ma chiama lambulanza! Non si scherza su cose così!
E che potrebbe fare lambulanza? Portarmi in ospedale magari! E poi chi mi cura come si deve lì? Meglio provare prima noi mi fai una puntura e se peggiora sentiamo il 118.
Mia mamma non si fidava minimamente dei dottori e si irritava se suggerivo di chiamare la guardia medica. Preferiva invece puntare tutto sui massaggi ai piedi, impacchi con laceto o la mia attenzione costante.
Io, intanto, rimanevo col cuore in gola, facendo finta di sapere cosa fare. Prendevo in mano la situazione, facevo punture, ma la verità è che non potevo davvero aiutarla, non senza il suo consenso. Mi toccava solo aspettare e pregare.
Eppure, trovavo sempre il tempo. Rimandavo incontri, trascuravo i miei programmi, correvo dal lavoro a casa sua. Anche sapendo che, davvero, poco o niente dipendeva da me. Non potevo mica lasciarla da sola in quelle condizioni. La coscienza non me lo avrebbe mai permesso.
La coscienza di mia madre invece non era così rumorosa. Però i nipoti li desiderava eccome.
La figlia di Loredana già va alle elementari! sospirava a ogni pranzo di famiglia. E Marisa ha già due nipoti. Solo io resto sola, come una suora Quando pensate di farmi un nipote? Vorrei coccolarlo finché riesco!
E adesso quando la bimba, invece di essere solo una tenera immagine, si era rivelata una creaturina urlante e piena di bisogni, Antonella si era volatilizzata.
Ci sono rimasto male. Hai voluto la bicicletta, pedala, pensai amaramente.
I mesi seguenti furono una ripetizione infinita del solito copione. Non sapevo più distinguere il lunedì dal giovedì. Solo pappe, pianti, tentativi di addormentarla, attimi brevi di sonno, poi di nuovo pianti.
Antonella era rimasta nella mia vita, ma ormai quasi come una conoscente lontana. Una chiamata alla settimana, se bastava:
Come state? Cresce la piccola?
Ma bastava che la nipotina piangesse sottofondo che lei spariva subito.
Lucia, scusa, ma mi viene il mal di testa con tutto questo rumore… Forza, tieni duro, la maternità è dura eh? diceva, poi metteva giù.
Pian piano, però, imparai a vivere senza mia madre.
Mia suocera, Teresa, era una donna severa, ma con un grande cuore. Non prometteva miracoli e non si perdeva in smancerie, ma quando vide che i miei occhi da panda erano sempre più neri, cominciò a venire regolarmente ogni sabato, il suo giorno libero.
Vai a dormire ordinava. Prendo Sofia e la porto al parco. Torniamo tra tre ore.
Al parco? Ma piangerà comunque
Non sono fatta di zucchero, posso resistere. E tu ora vai a dormire!
Proprio Teresa mi suggerì di prendere ogni tanto una babysitter, anche solo per un paio dore per riuscire a dormire un po. E fu lei a preoccuparsi davvero.
Secondo me Sofia piange troppo disse. Basta ascoltare i consigli delle vicine che danno colpa alle coliche o ai dentini, così non va bene.
Prenotò direttamente una visita da un pediatra che conosceva, senza ascoltare le obiezioni di mio marito, pagò lei tutto senza farselo dire due volte. Il dottore trovò subito il problema.
In parole povere, dopo ogni pasto ha il reflusso. Ma si risolve ci rassicurò.
Due settimane dopo, finalmente, tornò la calma in casa nostra. Non la calma tesa di prima, ma una pace vera. Sofia smise di inarcarsi e urlare. Riusciva a dormire tranquillamente.
Per me il mondo si colorò di nuovo. Le ore non erano più pesanti di piombo. Da bimba capricciosa, Sofia era diventata quella nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette sulle guance e fiocchi giganti in testa.
Senza che me ne accorgessi, era già arrivato dicembre. Antonella, che poteva vedere Sofia solo in videocall, aveva percepito la differenza. Ora la nipote costruiva con le costruzioni, rideva, giocava tutte concentrata con le bambole.
Allimprovviso, si rifece viva.
Luci, che cosa vi preparo di buono? chiese premurosa una settimana prima di Capodanno. Venite da me, vero?
Ma io e Sofia… Ti ho sentita dire che ti pesa stare con i bambini piccoli
Ma dai! Ormai è grande, tranquilla, perfetta compagnia. Ho già preso un regalo, una bambola bellissima. Stiamo insieme, addobbiamo lalbero, preparo il bollito che a Marco piace tanto.
Prima sarei stata felicissima, già pensavo a cosa preparare insieme a mamma, contenta che ci volesse bene di nuovo. Invece adesso… Era strano. Niente rabbia, niente dolore; solo un vuoto freddo.
Mamma, questanno non veniamo.
In che senso? E dove pensate di andare? Restate a casa vostra?
No, andiamo da Teresa. Festeggiamo con lei.
Da Teresa?! rimase senza parole. Cioè tu vai dalla suocera e tua madre resta sola la notte di San Silvestro?
Mamma, non prendertela. Teresa cera quando Sofia urlava tutto il giorno, quando stavo impazzendo. Ci ha voluto bene anche così, mentre tu… Beh, mi hai detto tu stessa che la bimba lho voluta io. Quindi decido io con chi passarla, la festa.
Dallaltro capo della linea, silenzio. Per qualche secondo.
Ma che fai, ti offendi? Mi fai la ripicca? domandò Antonella, offesa. Ma come si fa! La tua vecchia madre, con tutti i problemi Dopo tutto quello che ho fatto! E tu così?
No, mamma. Non è una ripicca. Scelgo solo ciò che è meglio per me. Lho imparato da te, in fondo.
Continuava a lamentarsi, ma interruppi la chiamata dicendo che dovevo andare. Non avevo proprio voglia di ascoltare lennesima lezione su quanto fossi ingrata.
Sospirai, poggiai il telefono e andai verso la camera. Sul tappeto, tra le costruzioni sparse, mio marito ed Sofia costruivano qualcosa, ridendo insieme. Sofia abbatté una torre a pugno chiuso e scoppiò in una risata cristallina. Mi fermai a guardarli con un sorriso.
Mi sentivo malinconico, ma era un buon tipo di malinconia. Come dopo una bella pulizia di primavera, quando ti sbarazzi dei vecchi peluche per far spazio a qualcosa di nuovo.
Non avevo intenzione di tagliare definitivamente i ponti con mia madre. Semplicemente, avevo smesso di tradire me stesso. Avevo smesso di correre appena qualcuno mi chiamava, specialmente se si faceva vedere solo quando splendeva il sole. Avevo iniziato a dare valore a chi, nei giorni di tempesta, mi teneva riparato sotto lo stesso ombrello.
Ed è questa la lezione che tengo per me: a volte bisogna imparare a scegliere chi ci accompagna davvero e non sentirsi in colpa per aver scelto di stare meglio.




