Che succede, ti sei offesa? – Mamma, io ormai sono pentita già da trecento volte d’averci provato. Non ce la faccio più, – disse Vittoria disperata, cercando di coprire il pianto della figlia. – È così, giorno e notte. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho dormito davvero. Ieri ho messo su il bollitore e mi sono addormentata sulla sedia… – Eh, figlia mia, che dobbiamo fare? – sospirò la signora Gabriella. – Tutti i bambini piccoli urlano. La madre chiaramente non aveva colto il messaggio, così Vittoria decise di parlare chiaro. – Mamma… Ti prego: portatela via anche solo per due ore. O vieni tu a stare qui, così io riesco a dormire un po’. Non capisco più cosa faccio. È come vivere in una nebbia. – Vitti… – e il tono materno da comprensivo divenne sottile e insinuante. – Dai, non prendertela. Per chi l’hai fatta la figlia? Per te. Allora occupatene tu. Appena cresce un po’ passerà. Io ti ho cresciuta senza pannolini e tutte quelle robe moderne, e guarda, sono ancora qui. E poi ho la pressione che mi sale col tempo, mi manca solo sentirmi male stando da te. Vittoria inarcò le sopracciglia perplessa, non si aspettava una risposta del genere e non sapeva che dire. – Vabbè, si è capito… vado a fare altro… – borbottò e chiuse la telefonata. Nel petto si fece strada un gelo. Sparì quella sensazione d’infanzia della mamma sempre pronta a sistemare tutto, appena la chiami. E Vittoria non riusciva neanche a ribattere. O forse sì? …Vittoria spesso aveva messo da parte se stessa per la madre. Ogni Capodanno, per esempio. Da prima, quando la invitavano gli amici, poi quando avrebbe voluto festeggiare col marito. – Sì, vabbè… – sospirava sempre la mamma, quando Vittoria le diceva dei suoi programmi per le feste. – Buon divertimento allora. E io qui da sola… Ti allevo, ti cresco, e poi resto sola le feste di famiglia… – Mamma, dài… Il primo gennaio appena mi sveglio arrivo da te. – Ma sì, io nulla… Ti aspetto. Magari non festeggio neanche – rispondeva la signora Gabriella con un sospiro. – A che serve? Non ho nessuno. Mi butto a letto alle nove, mi sveglio il mattino: ecco tutto il mio Capodanno. E ogni volta Vittoria cedeva e andava dalla madre. Come avrebbe potuto lasciarla da sola? Gli amici potevano pure divertirsi da sé, fuochi d’artificio e tutto il resto. E anche il romanticismo col marito poteva aspettare. L’importante era che la mamma non stesse triste. E non era nemmeno l’unico problema. Gabriella adorava tenere la figlia sotto scacco con la salute. Appena si sentiva male non andava dal dottore, ma faceva suonare l’allarme a Vittoria. – Ho la pressione alle stelle. Mi sa che stavolta sto per andarmene… Vitti, corri subito! – la chiamava in preda al panico. – Mamma, vengo, ma chiama il 118. Non si scherza! – Macché dottori! Che fanno? Mi ricoverano? Negli ospedali ormai non ci sono medici come si deve! Proviamo da sole, dai. Fai l’iniezione, e se proprio sto male allora chiamiamo. Gabriella non si fidava minimamente dei medici e si innervosiva se la figlia insisteva a chiamare qualcuno. Ma era convinta che attacchi e crisi passassero con massaggi, impacchi d’aceto e, soprattutto, attenzioni di Vittoria. E lei si ritrovava a tremare ogni volta. Oltre a prendersi ogni responsabilità, le toccava fare iniezioni quando magari non sarebbe potuto servire, e non riusciva a convincere la madre a farsi aiutare davvero. Non restava che aspettare e pregare. Eppure, ogni volta, Vittoria trovava il tempo. Annullava appuntamenti, cambiava programmi, usciva di corsa dal lavoro. Anche sapendo che non avrebbe potuto proprio fare chissà cosa, e si rovinava solo i nervi. Come lasciarla nella condizione di star male da sola? La coscienza non glielo permetteva. Quella della signora Gabriella, però, taceva. Eppure, nipoti li voleva tanto quanto la figlia. – La nipote di Luciana già va alle elementari! – sospirava ad ogni pranzo di famiglia. – E Valeria ne ha già due. Io sola come un cane. Quando li fate voi? Almeno me li potrò coccolare! Invece ora, ora che la nipotina era vera, viva, con i suoi capricci e problemi, la signora Gabriella era svanita. A Vittoria bruciava. “Hai partorito per te stessa”… Se lo sarebbe ricordata. I mesi seguenti furono un giorno della marmotta. Vittoria non distingueva più lunedì da giovedì. Sempre lo stesso: pappa, pianti, ninnenanne, qualche minuto di sonno, poi ancora pianti. Gabriella era ancora nella sua vita, ma come una conoscente lontana. Una telefonata a settimana: – Allora, come va? Crescete? Ma appena sentiva la nipotina urlare sullo sfondo, spariva subito: – Oh, Vittoria, scusa, ma mi fa male la testa. E poi lì da voi c’è troppo rumore… Dai, tieni duro. La maternità è un lavoro duro, – e metteva giù il telefono. Intanto però, Vittoria aveva imparato a farcela senza la madre. Olga, la suocera, era una donna severa ma buona. Non prometteva mari e monti, né faceva troppe smancerie. Ma quando vide che la nuora ormai aveva le occhiaie da panda, cominciò a passare tutte le settimane. Ogni sabato, il suo giorno libero. – Vai a dormire, – le ordinava. – Io porto Alice al parco. Torniamo tra tre ore. – Ma piangerà… – Non si scioglie mica. Tu vai a dormire. Fu la suocera a consigliarle di prendere una tata ogni tanto. Solo due orette, per dormire almeno un po’ in camera accanto. E poi – fu Olga che alzò la voce per prima: – Piange troppo sta bimba, – disse. – Basta ascoltare quei pediatri che danno sempre la colpa a coliche e denti. Così non va. Olga fissò allora una visita da una pediatra di fiducia e, senza ascoltare obiezioni del figlio, pagò subito per tutte le visite ed esami. La dottoressa individuò subito la causa. – In parole semplici, ha il reflusso ogni volta che mangia. Non vi preoccupate, passa – assicurò. Dopo due settimane, pace fatta in casa di Vittoria e Paolo. Finalmente silenzio, vero. Alice smise di inarcarsi e piangere, iniziò a dormire serena. Per Vittoria, il mondo tornava a colorarsi. Il tempo non era più una tortura, scorreva. E da capricciosa, Alice divenne la nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette e i fiocchi giganti. E arrivò dicembre. Gabriella, che ormai vedeva Alice solo in videochiamata, notò di sfuggita i cambiamenti. La nipotina giocava, rideva, costruiva con i cubi. Fu allora che decise di rientrare in scena. – Vitti, che vi preparo di buono? – domandò dolce una settimana prima di Capodanno. – Venite a festeggiare da me, vero? – Ma siamo con Alice. E per te è fatica con i bambini piccoli. – Ma via! Ormai è grande e tranquilla, perfetta. Le ho anche preso una bambola enorme. La addobbiamo insieme l’albero, vi preparo il mio aspic. A Paolo piace, no? Prima, Vittoria ne sarebbe stata felice. Si sarebbe messa a fare il menù con la mamma, stringendosi al suo calore ritrovato. Ora invece sentiva… solo silenzio. Né rabbia, né dolore. Solo freddo. – Mamma, non veniamo. – Come, non venite? – protestò Gabriella. – Dove andate? O restate chiusi in casa? – Andiamo da Olga. Festeggiamo lì. – Da Olga?! – la madre sbottò. – Quindi vai da una che neanche è tua madre e io resto qui sola a Capodanno? – Mamma… Non essere permalosa, ma Olga è stata con noi, quando Alice piangeva notte e giorno. Quando stavo impazzendo. Lei ci ha voluti bene anche quando eravamo “difficili”. E tu… Tu stessa hai detto che la figlia l’ho fatta per me. Beh, allora decido io con chi passerà il Capodanno mia figlia. Calò il silenzio. Qualche secondo. – Allora ti sei offesa? Mi stai facendo la ripicca? – ribatté la madre. – Non ti vergogni? Mamma vecchia, malata… Ti ho cresciuta senza dormire, e tu mi ripaghi così? – No, mamma, non faccio ripicca. Scelgo solo cosa è meglio per me. E, tra l’altro, questo l’ho imparato proprio da te. La madre continuò a lamentarsi, ma Vittoria interruppe la chiamata dicendo che aveva da fare. Non aveva voglia di sentirsi dare della figlia ingrata. Vittoria sospirò, lasciò il telefono e si avviò in camera. Lì, tra i pezzi sparsi del lego, il marito giocava concentrato con Alice, che rideva a crepapelle abbattendo la loro torre. Vittoria si fermò sulla soglia e sorrise. Aveva un po’ di malinconia, ma era quella buona. Come dopo aver buttato via vecchie cianfrusaglie e aver fatto spazio per qualcosa di nuovo. Naturalmente, non aveva intenzione di tagliare per sempre i ponti con la madre. Aveva solo smesso di tradire se stessa. Non correva più appena chiamavano quelli che appaiono solo quando c’è il sole. Ora sceglieva chi le teneva l’ombrello mentre fuori infuriava la tempesta.

Ma ti sei offesa?

Mamma, guarda, mi sono già pentita trecento volte di essermi buttata in questa avventura. Non ce la faccio più dissi con voce disperata, cercando di farmi sentire sopra le urla di mia figlia. È sempre così, da mattina a sera. E tutta la notte pure! Non ricordo più lultima volta che ho dormito decentemente. Ieri ho messo lacqua per la tisana sul fuoco e mi sono addormentata direttamente sulla sedia…

Eh, Lucia, che ci vuoi fare sospirò mia madre, Antonella. Tutti i bambini piccoli urlano.

Evidentemente non aveva capito il mio intento, così decisi di dirglielo chiaro e tondo.

Mamma… Ti prego: portala fuori anche solo due ore. O vieni tu a stare con lei, così magari dormo almeno un po. Non capisco quasi più quello che faccio. Mi sembra di vivere in una nebbia.

Luci, intonazione della mamma si fece più tagliente. Per favore, non prendertela a male, ma quella bambina lhai voluta tu, no? Allora occupatene. Vedrai che sarà più facile appena cresce un pochino. Guarda che io ti ho tirata su senza pannolini e senza tutte queste comodità moderne, mica sono morta. E poi, con questa pressione che ho, già faccio fatica nei giorni di pioggia. Non ti posso essere utile così.

Alzai le sopracciglia sorpresa. Non mi aspettavo proprio una risposta del genere e restai senza parole.

Va bene ok, torno a occuparmi di lei borbottai e chiusi la chiamata.

Sentii in petto una stretta fredda. Quella sicurezza che da bambina pensavo di avere che la mamma sarebbe venuta a salvarmi se lavessi chiamata era svanita di colpo. E non riuscivo neanche a ribattere davvero. O forse, avrei dovuto?

Spesso avevo messo da parte i miei desideri per mia madre. Ogni Natale, per esempio. Prima quando mi invitavano le amiche, poi quando volevo passarlo in intimità con mio marito.

Ho capito sospirava mia madre quando le dicevo i miei programmi per le feste. Beh, allora divertiti. Io starò qui da sola, come sempre Ti cresco tutta la vita e poi le feste me le passo da sola

Mamma ma dai! Il primo gennaio vengo da te appena mi sveglio

Ma a me che importa rispondeva appena trattenendo un sospiro. Ti aspetterò tanto non festeggio nemmeno. Perché dovrei? Non saprei con chi farlo. Andrò a letto alle nove, al mattino mi sveglio e… ecco finito anche questanno.

E ogni volta, tornavo da lei. Come potevo lasciarla da sola? Che stessero pure gli amici con le stelle filanti a cantare e ballare. Anche la serata a lume di candela con mio marito poteva aspettare. Bastava che mamma non fosse triste.

E questo non era neanche lunico problema. Mia madre adorava tenermi legata tramite il suo stato di salute. Se stava male, non chiamava i medici, ma faceva tremare me.

Ho la pressione a duecento. Lucia, secondo me sto per lasciarci le penne… Vieni subito! mi chiamava nel panico.

Mamma, certo che vengo, ma chiama lambulanza! Non si scherza su cose così!

E che potrebbe fare lambulanza? Portarmi in ospedale magari! E poi chi mi cura come si deve lì? Meglio provare prima noi mi fai una puntura e se peggiora sentiamo il 118.

Mia mamma non si fidava minimamente dei dottori e si irritava se suggerivo di chiamare la guardia medica. Preferiva invece puntare tutto sui massaggi ai piedi, impacchi con laceto o la mia attenzione costante.

Io, intanto, rimanevo col cuore in gola, facendo finta di sapere cosa fare. Prendevo in mano la situazione, facevo punture, ma la verità è che non potevo davvero aiutarla, non senza il suo consenso. Mi toccava solo aspettare e pregare.

Eppure, trovavo sempre il tempo. Rimandavo incontri, trascuravo i miei programmi, correvo dal lavoro a casa sua. Anche sapendo che, davvero, poco o niente dipendeva da me. Non potevo mica lasciarla da sola in quelle condizioni. La coscienza non me lo avrebbe mai permesso.

La coscienza di mia madre invece non era così rumorosa. Però i nipoti li desiderava eccome.

La figlia di Loredana già va alle elementari! sospirava a ogni pranzo di famiglia. E Marisa ha già due nipoti. Solo io resto sola, come una suora Quando pensate di farmi un nipote? Vorrei coccolarlo finché riesco!

E adesso quando la bimba, invece di essere solo una tenera immagine, si era rivelata una creaturina urlante e piena di bisogni, Antonella si era volatilizzata.

Ci sono rimasto male. Hai voluto la bicicletta, pedala, pensai amaramente.

I mesi seguenti furono una ripetizione infinita del solito copione. Non sapevo più distinguere il lunedì dal giovedì. Solo pappe, pianti, tentativi di addormentarla, attimi brevi di sonno, poi di nuovo pianti.

Antonella era rimasta nella mia vita, ma ormai quasi come una conoscente lontana. Una chiamata alla settimana, se bastava:

Come state? Cresce la piccola?

Ma bastava che la nipotina piangesse sottofondo che lei spariva subito.

Lucia, scusa, ma mi viene il mal di testa con tutto questo rumore… Forza, tieni duro, la maternità è dura eh? diceva, poi metteva giù.

Pian piano, però, imparai a vivere senza mia madre.

Mia suocera, Teresa, era una donna severa, ma con un grande cuore. Non prometteva miracoli e non si perdeva in smancerie, ma quando vide che i miei occhi da panda erano sempre più neri, cominciò a venire regolarmente ogni sabato, il suo giorno libero.

Vai a dormire ordinava. Prendo Sofia e la porto al parco. Torniamo tra tre ore.

Al parco? Ma piangerà comunque

Non sono fatta di zucchero, posso resistere. E tu ora vai a dormire!

Proprio Teresa mi suggerì di prendere ogni tanto una babysitter, anche solo per un paio dore per riuscire a dormire un po. E fu lei a preoccuparsi davvero.

Secondo me Sofia piange troppo disse. Basta ascoltare i consigli delle vicine che danno colpa alle coliche o ai dentini, così non va bene.

Prenotò direttamente una visita da un pediatra che conosceva, senza ascoltare le obiezioni di mio marito, pagò lei tutto senza farselo dire due volte. Il dottore trovò subito il problema.

In parole povere, dopo ogni pasto ha il reflusso. Ma si risolve ci rassicurò.

Due settimane dopo, finalmente, tornò la calma in casa nostra. Non la calma tesa di prima, ma una pace vera. Sofia smise di inarcarsi e urlare. Riusciva a dormire tranquillamente.

Per me il mondo si colorò di nuovo. Le ore non erano più pesanti di piombo. Da bimba capricciosa, Sofia era diventata quella nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette sulle guance e fiocchi giganti in testa.

Senza che me ne accorgessi, era già arrivato dicembre. Antonella, che poteva vedere Sofia solo in videocall, aveva percepito la differenza. Ora la nipote costruiva con le costruzioni, rideva, giocava tutte concentrata con le bambole.

Allimprovviso, si rifece viva.

Luci, che cosa vi preparo di buono? chiese premurosa una settimana prima di Capodanno. Venite da me, vero?

Ma io e Sofia… Ti ho sentita dire che ti pesa stare con i bambini piccoli

Ma dai! Ormai è grande, tranquilla, perfetta compagnia. Ho già preso un regalo, una bambola bellissima. Stiamo insieme, addobbiamo lalbero, preparo il bollito che a Marco piace tanto.

Prima sarei stata felicissima, già pensavo a cosa preparare insieme a mamma, contenta che ci volesse bene di nuovo. Invece adesso… Era strano. Niente rabbia, niente dolore; solo un vuoto freddo.

Mamma, questanno non veniamo.

In che senso? E dove pensate di andare? Restate a casa vostra?

No, andiamo da Teresa. Festeggiamo con lei.

Da Teresa?! rimase senza parole. Cioè tu vai dalla suocera e tua madre resta sola la notte di San Silvestro?

Mamma, non prendertela. Teresa cera quando Sofia urlava tutto il giorno, quando stavo impazzendo. Ci ha voluto bene anche così, mentre tu… Beh, mi hai detto tu stessa che la bimba lho voluta io. Quindi decido io con chi passarla, la festa.

Dallaltro capo della linea, silenzio. Per qualche secondo.

Ma che fai, ti offendi? Mi fai la ripicca? domandò Antonella, offesa. Ma come si fa! La tua vecchia madre, con tutti i problemi Dopo tutto quello che ho fatto! E tu così?

No, mamma. Non è una ripicca. Scelgo solo ciò che è meglio per me. Lho imparato da te, in fondo.

Continuava a lamentarsi, ma interruppi la chiamata dicendo che dovevo andare. Non avevo proprio voglia di ascoltare lennesima lezione su quanto fossi ingrata.

Sospirai, poggiai il telefono e andai verso la camera. Sul tappeto, tra le costruzioni sparse, mio marito ed Sofia costruivano qualcosa, ridendo insieme. Sofia abbatté una torre a pugno chiuso e scoppiò in una risata cristallina. Mi fermai a guardarli con un sorriso.

Mi sentivo malinconico, ma era un buon tipo di malinconia. Come dopo una bella pulizia di primavera, quando ti sbarazzi dei vecchi peluche per far spazio a qualcosa di nuovo.

Non avevo intenzione di tagliare definitivamente i ponti con mia madre. Semplicemente, avevo smesso di tradire me stesso. Avevo smesso di correre appena qualcuno mi chiamava, specialmente se si faceva vedere solo quando splendeva il sole. Avevo iniziato a dare valore a chi, nei giorni di tempesta, mi teneva riparato sotto lo stesso ombrello.

Ed è questa la lezione che tengo per me: a volte bisogna imparare a scegliere chi ci accompagna davvero e non sentirsi in colpa per aver scelto di stare meglio.

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Che succede, ti sei offesa? – Mamma, io ormai sono pentita già da trecento volte d’averci provato. Non ce la faccio più, – disse Vittoria disperata, cercando di coprire il pianto della figlia. – È così, giorno e notte. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho dormito davvero. Ieri ho messo su il bollitore e mi sono addormentata sulla sedia… – Eh, figlia mia, che dobbiamo fare? – sospirò la signora Gabriella. – Tutti i bambini piccoli urlano. La madre chiaramente non aveva colto il messaggio, così Vittoria decise di parlare chiaro. – Mamma… Ti prego: portatela via anche solo per due ore. O vieni tu a stare qui, così io riesco a dormire un po’. Non capisco più cosa faccio. È come vivere in una nebbia. – Vitti… – e il tono materno da comprensivo divenne sottile e insinuante. – Dai, non prendertela. Per chi l’hai fatta la figlia? Per te. Allora occupatene tu. Appena cresce un po’ passerà. Io ti ho cresciuta senza pannolini e tutte quelle robe moderne, e guarda, sono ancora qui. E poi ho la pressione che mi sale col tempo, mi manca solo sentirmi male stando da te. Vittoria inarcò le sopracciglia perplessa, non si aspettava una risposta del genere e non sapeva che dire. – Vabbè, si è capito… vado a fare altro… – borbottò e chiuse la telefonata. Nel petto si fece strada un gelo. Sparì quella sensazione d’infanzia della mamma sempre pronta a sistemare tutto, appena la chiami. E Vittoria non riusciva neanche a ribattere. O forse sì? …Vittoria spesso aveva messo da parte se stessa per la madre. Ogni Capodanno, per esempio. Da prima, quando la invitavano gli amici, poi quando avrebbe voluto festeggiare col marito. – Sì, vabbè… – sospirava sempre la mamma, quando Vittoria le diceva dei suoi programmi per le feste. – Buon divertimento allora. E io qui da sola… Ti allevo, ti cresco, e poi resto sola le feste di famiglia… – Mamma, dài… Il primo gennaio appena mi sveglio arrivo da te. – Ma sì, io nulla… Ti aspetto. Magari non festeggio neanche – rispondeva la signora Gabriella con un sospiro. – A che serve? Non ho nessuno. Mi butto a letto alle nove, mi sveglio il mattino: ecco tutto il mio Capodanno. E ogni volta Vittoria cedeva e andava dalla madre. Come avrebbe potuto lasciarla da sola? Gli amici potevano pure divertirsi da sé, fuochi d’artificio e tutto il resto. E anche il romanticismo col marito poteva aspettare. L’importante era che la mamma non stesse triste. E non era nemmeno l’unico problema. Gabriella adorava tenere la figlia sotto scacco con la salute. Appena si sentiva male non andava dal dottore, ma faceva suonare l’allarme a Vittoria. – Ho la pressione alle stelle. Mi sa che stavolta sto per andarmene… Vitti, corri subito! – la chiamava in preda al panico. – Mamma, vengo, ma chiama il 118. Non si scherza! – Macché dottori! Che fanno? Mi ricoverano? Negli ospedali ormai non ci sono medici come si deve! Proviamo da sole, dai. Fai l’iniezione, e se proprio sto male allora chiamiamo. Gabriella non si fidava minimamente dei medici e si innervosiva se la figlia insisteva a chiamare qualcuno. Ma era convinta che attacchi e crisi passassero con massaggi, impacchi d’aceto e, soprattutto, attenzioni di Vittoria. E lei si ritrovava a tremare ogni volta. Oltre a prendersi ogni responsabilità, le toccava fare iniezioni quando magari non sarebbe potuto servire, e non riusciva a convincere la madre a farsi aiutare davvero. Non restava che aspettare e pregare. Eppure, ogni volta, Vittoria trovava il tempo. Annullava appuntamenti, cambiava programmi, usciva di corsa dal lavoro. Anche sapendo che non avrebbe potuto proprio fare chissà cosa, e si rovinava solo i nervi. Come lasciarla nella condizione di star male da sola? La coscienza non glielo permetteva. Quella della signora Gabriella, però, taceva. Eppure, nipoti li voleva tanto quanto la figlia. – La nipote di Luciana già va alle elementari! – sospirava ad ogni pranzo di famiglia. – E Valeria ne ha già due. Io sola come un cane. Quando li fate voi? Almeno me li potrò coccolare! Invece ora, ora che la nipotina era vera, viva, con i suoi capricci e problemi, la signora Gabriella era svanita. A Vittoria bruciava. “Hai partorito per te stessa”… Se lo sarebbe ricordata. I mesi seguenti furono un giorno della marmotta. Vittoria non distingueva più lunedì da giovedì. Sempre lo stesso: pappa, pianti, ninnenanne, qualche minuto di sonno, poi ancora pianti. Gabriella era ancora nella sua vita, ma come una conoscente lontana. Una telefonata a settimana: – Allora, come va? Crescete? Ma appena sentiva la nipotina urlare sullo sfondo, spariva subito: – Oh, Vittoria, scusa, ma mi fa male la testa. E poi lì da voi c’è troppo rumore… Dai, tieni duro. La maternità è un lavoro duro, – e metteva giù il telefono. Intanto però, Vittoria aveva imparato a farcela senza la madre. Olga, la suocera, era una donna severa ma buona. Non prometteva mari e monti, né faceva troppe smancerie. Ma quando vide che la nuora ormai aveva le occhiaie da panda, cominciò a passare tutte le settimane. Ogni sabato, il suo giorno libero. – Vai a dormire, – le ordinava. – Io porto Alice al parco. Torniamo tra tre ore. – Ma piangerà… – Non si scioglie mica. Tu vai a dormire. Fu la suocera a consigliarle di prendere una tata ogni tanto. Solo due orette, per dormire almeno un po’ in camera accanto. E poi – fu Olga che alzò la voce per prima: – Piange troppo sta bimba, – disse. – Basta ascoltare quei pediatri che danno sempre la colpa a coliche e denti. Così non va. Olga fissò allora una visita da una pediatra di fiducia e, senza ascoltare obiezioni del figlio, pagò subito per tutte le visite ed esami. La dottoressa individuò subito la causa. – In parole semplici, ha il reflusso ogni volta che mangia. Non vi preoccupate, passa – assicurò. Dopo due settimane, pace fatta in casa di Vittoria e Paolo. Finalmente silenzio, vero. Alice smise di inarcarsi e piangere, iniziò a dormire serena. Per Vittoria, il mondo tornava a colorarsi. Il tempo non era più una tortura, scorreva. E da capricciosa, Alice divenne la nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette e i fiocchi giganti. E arrivò dicembre. Gabriella, che ormai vedeva Alice solo in videochiamata, notò di sfuggita i cambiamenti. La nipotina giocava, rideva, costruiva con i cubi. Fu allora che decise di rientrare in scena. – Vitti, che vi preparo di buono? – domandò dolce una settimana prima di Capodanno. – Venite a festeggiare da me, vero? – Ma siamo con Alice. E per te è fatica con i bambini piccoli. – Ma via! Ormai è grande e tranquilla, perfetta. Le ho anche preso una bambola enorme. La addobbiamo insieme l’albero, vi preparo il mio aspic. A Paolo piace, no? Prima, Vittoria ne sarebbe stata felice. Si sarebbe messa a fare il menù con la mamma, stringendosi al suo calore ritrovato. Ora invece sentiva… solo silenzio. Né rabbia, né dolore. Solo freddo. – Mamma, non veniamo. – Come, non venite? – protestò Gabriella. – Dove andate? O restate chiusi in casa? – Andiamo da Olga. Festeggiamo lì. – Da Olga?! – la madre sbottò. – Quindi vai da una che neanche è tua madre e io resto qui sola a Capodanno? – Mamma… Non essere permalosa, ma Olga è stata con noi, quando Alice piangeva notte e giorno. Quando stavo impazzendo. Lei ci ha voluti bene anche quando eravamo “difficili”. E tu… Tu stessa hai detto che la figlia l’ho fatta per me. Beh, allora decido io con chi passerà il Capodanno mia figlia. Calò il silenzio. Qualche secondo. – Allora ti sei offesa? Mi stai facendo la ripicca? – ribatté la madre. – Non ti vergogni? Mamma vecchia, malata… Ti ho cresciuta senza dormire, e tu mi ripaghi così? – No, mamma, non faccio ripicca. Scelgo solo cosa è meglio per me. E, tra l’altro, questo l’ho imparato proprio da te. La madre continuò a lamentarsi, ma Vittoria interruppe la chiamata dicendo che aveva da fare. Non aveva voglia di sentirsi dare della figlia ingrata. Vittoria sospirò, lasciò il telefono e si avviò in camera. Lì, tra i pezzi sparsi del lego, il marito giocava concentrato con Alice, che rideva a crepapelle abbattendo la loro torre. Vittoria si fermò sulla soglia e sorrise. Aveva un po’ di malinconia, ma era quella buona. Come dopo aver buttato via vecchie cianfrusaglie e aver fatto spazio per qualcosa di nuovo. Naturalmente, non aveva intenzione di tagliare per sempre i ponti con la madre. Aveva solo smesso di tradire se stessa. Non correva più appena chiamavano quelli che appaiono solo quando c’è il sole. Ora sceglieva chi le teneva l’ombrello mentre fuori infuriava la tempesta.
Tu sei il mio miracolo. Giovanna camminava senza distinguere la strada, mentre nella mente rimbombavano soltanto le parole del medico: «Peccato, troppo tardi… non possiamo… non posso promettere nulla, ma dovresti sistemare tutte le tue cose… antidolorifici… peccato… solo un miracolo…» Le parole del medico furono come un fulmine a ciel sereno, una diagnosi inattesa, dura, implacabile. Eppure la chiamano “la silenziosa”. Questo “silenzioso divoratore” si era avvicinato senza farsi notare. Forse in quell’anno in cui Giovanna non era riuscita ad entrare a Medicina, e il suo sogno si era infranto come una bolla di sapone. O forse quando sua madre, scivolando dietro casa, era rimasta sdraiata al freddo quasi tre ore e, poco dopo, era volata via senza più riprendere conoscenza. O forse… o forse… Di questi “forse”, pensava la ragazza, ce ne sono davvero troppi. E che cosa sia stato il vero innesco, resta ancora un mistero. – «Metti in ordine tutte le faccende», continuava a risuonare nella sua testa. – Eh, quali faccende ormai – niente figli, niente ricchezze, niente debiti. Solo aspettare, aspettare… solo un miracolo… Giovanna non si accorse neanche che le lacrime le rigavano il viso, le asciugava automaticamente con il dorso della mano. Era già uscita dai cancelli dell’ospedale, aveva percorso un lungo viale in ombra fitto di grandi platani. Si avvicinava la strada, le auto sfrecciavano indaffarate. Tutti sembravano avere fretta. – Tutti corrono a vivere, e io… – sospirò tristemente. D’improvviso la stanchezza la investì, il cuore prese a battere all’impazzata. Si fermò, appoggiando la mano al tronco di un grande albero. Un minuto, due, tre… il battito tornò normale. Ecco un taxi. A casa, a casa. Là ci sono le pareti, i ricordi, le fotografie. Dall’altra parte della strada rispetto alla casa di Giovanna iniziava il bosco. Non erano ancora arrivati i nuovi palazzi, il vecchio quartiere respirava aria fresca – betulle, abeti, pini. Erba, cespugli, funghi. Giovanna amava passeggiare nel bosco, le dava forza, la cullava fra nebbie, canti di uccellini, ragni dalle tenere ragnatele. Anche oggi la ragazza decise di concedersi una passeggiata. Indossò l’impermeabile, il cielo si rabbuiava, iniziava a piovere. Il bosco l’accolse con un silenzio improvviso, quasi la natura trattesse il fiato in attesa dei tuoni, nemmeno la solita fastidiosa zanzara si sentiva. Giovanna camminava e camminava, una curva, due, tre… non si accorse di quanto fosse andata lontano. All’improvviso provò uno strano disagio, un peso nel petto. Si immobilizzò, come in ascolto dell’universo e di sé stessa. Qualcosa la turbava. Guardò attorno, cercando ciò che l’aveva insospettita. Nel folto, a pochi metri dal sentiero, vide un mucchietto muoversi debolmente. Per un attimo le parve di sentire un gemito. Flemmatico, quasi impercettibile. In due salti fu lì. – Cos’è? Ah… un cane… – urlò la ragazza. Sotto un albero, legato al tronco, giaceva un cane sporco e magrissimo. Giovanna, graffiandosi le dita, sciolse i nodi umidi della corda. Finalmente libera, riuscì a guardarlo meglio. Quello che vide la colpì: il cane aveva un’enorme tumefazione sull’inguine. Grande come un pugno maschile. Giovanna si appoggiò all’albero e rimase in silenzio, soffocata dalle lacrime che le sporcavano il viso di terra e pioggia. Ripresasi, si accovacciò e cercò di parlare con la bestiola, ma il cane riusciva solo a gemere. Non aveva neanche la forza di aprire gli occhi. Giovanna tolse impermeabile e felpa, creando una sorta di coperta, nella quale avvolse dolcemente il cane. L’animale era quasi senza peso. Giovanna corse verso il paese. I medici, vedendolo, rimasero stupiti, senza fare domande. «Analisi, ecografia, radiografia, qualsiasi cosa serva, fatela. Voglio aiutarla», sussurrò la ragazza, che poi, seduta sul lettino, perse i sensi. Il cane rimase in clinica per gli esami, Giovanna tornò a casa. La mattina seguente era già ai cancelli. Il chirurgo la chiamò: ci vorranno alcuni giorni per valutare la situazione e stabilizzare l’animale. – Però non si preoccupi, qui sarà al sicuro. A proposito, sa come si chiama il cane? È di razza… – Non so, l’ho trovata nel bosco, sporca, malata, legata a un albero. – Ha un tatuaggio identificativo, difficile da leggere, ma sappiamo a chi appartiene. – E le allungò un bigliettino con un numero di telefono. – Qui c’è anche il mio numero. Il vostro è alla reception. Quando sapremo qualcosa, la chiamerò. Giovanna restava accanto al cane durante le flebo, lo accarezzava, gli sussurrava parole dolci. L’animale restava apatico, indifferente a punture, carezze, cibo. – Non vuole più vivere, – sospirò l’infermiera, – chissà il dolore del tradimento… abbiamo chiamato, ma ci hanno detto che di quel cane non sanno nulla… Intanto gli esiti degli esami arrivarono. Il chirurgo chiamò Giovanna la sera. – Non le nascondo la verità: la situazione è gravissima, quasi senza speranza. Se solo avesse voglia di vivere, se solo potesse mangiare qualcosa e trovare il calore di una persona che ama… si potrebbe tentare. Ma anche in questo caso ci vorrebbe solo un miracolo… – Si fermò. – Ne ho curati tanti, ma ogni storia è come la prima, non mi ci abituo mai… – Proviamoci, – esclamò Giovanna stringendo la mano al medico. – E se accadesse un miracolo? La mattina seguente Giovanna era al fianco della cagnolina, che si spegneva a vista d’occhio. Giovanna piangeva, le sussurrava dolcemente, la coccolava sotto il muso, la grattava dietro le orecchie, cercando uno sguardo negli occhi spenti. – Se muori tu, muoio anch’io, – sentì dire l’infermiera. Si voltò e vide la ragazza appoggiata al muro, occhi chiusi e il viso rigato di lacrime. L’infermiera si asciugò il naso, commossa. Giovanna sentì una lingua canina sfiorarle debole la mano. Le mise accanto una ciotola d’acqua. L’operazione durò oltre tre ore. Giovanna attese lungamente. Alla fine il chirurgo uscì stremato. – L’operazione è andata bene, ma non garantisce nulla. Ora è sotto anestesia, sarà meglio che qualcuno sia qui al risveglio. Forse oggi abbiamo assistito a un piccolo miracolo, chissà… Il recupero di Marvel fu duro. Così chiamò la cagnolina: Marvel, il mio miracolo. Febbre, farmaci, notti insonni, punture su punture. *** Quattro mesi dopo, l’autunno avanzava. Giovanna e Marvel passeggiavano ormai a lungo nel bosco. La cagnolina aveva capito di non dover più temere l’abbandono e si era affezionata sempre più alla sua nuova padrona. Ma la padrona… Giovanna rifletteva con timore al destino del cane, quando la sua malattia avrebbe avuto il sopravvento. Così iniziò a cercare per Marvel una nuova casa. Fissò un appuntamento per la visita; aveva bisogno che la cagnolina si abituasse a nuove mani. Ma prima, la mattina, doveva andare in ospedale a ritirare i suoi esami. – Domani saprò la verità. Ho paura, ma devo farcela. Devo riuscire perché Marvel abbia il tempo di legarsi a qualcun altro. Mio Dio, che paura… Dopo una notte insonne, Giovanna era apatica, solo il cane riusciva a interessarla. L’infermiera la chiamò nell’ufficio del primario. – Senta, i suoi risultati mi hanno sorpreso – la voce vellutata dell’oncologo le arrivava dritta nell’anima – È raro, ma sembra che il suo organismo abbia reagito. In senso positivo – è in remissione. Bisogna tenere la situazione sotto osservazione. Mi auguro che riprenda anche psicologicamente. Le nostre congratulazioni! Sa, è proprio un miracolo! A casa la aspettava una Marvel felice, che le corse incontro scodinzolando e le diceva con gli occhi “Dove sei stata? Mi preoccupavo!”. Si sedette sul pavimento e abbracciò il muso scodinzolante. – Marvel, tu sei il mio miracolo! Il mio vero miracolo! – Restarono a lungo abbracciate sul pavimento. C’è felicità più grande che scoprire che l’Universo ci regala ancora tempo… e che noi possiamo donare amore l’un l’altro?