La Presentazione Ufficiale: Incontro delle Famiglie per il Futuro dell’Amore

Come, vuoi sposarti? Figlio mio, e io lo scopro così, allimprovviso? Mariangela Biagini posò i ferri da maglia e la sciarpa che stava lavorando; il gatto, acciambellato sulle sue ginocchia, si stiracchiava pigramente.

Mamma, non sapevo come dirtelo

E perché?

Temevo che non avresti approvato!

Giulio, cosa succede? Quando mai hai avuto paura di me? E quando ti avrei mai bocciato una scelta? Figlio mio! Mi stai facendo agitare!

Questo no, mamma! Giulio si avvicinò alla poltrona e si sedette accanto a lei sul tappeto, guardandola negli occhi. Ti racconto tutto, ma promesso: niente drammi e niente ricatti emotivi, ok?

Figlio!

Mamma! Dai, lo so come sei! Ti si incrina la voce e negli occhi brillano i fuochi dartificio! Basta È complicato, davvero. Non sapevo come iniziare questo discorso.

Parti dallinizio e poi vedi come va rispose Mariangela posando il lavoro e prendendo il figlio per le orecchie. Ti tirerei due sberle, se solo avessi più forza e se ci fosse ancora qualcuno a farlo al posto mio.

Se ci fosse papà

No, non parlare di tuo padre! Mariangela si aggrottò, e Giulio subito la abbracciò.

Scusa mamma! Mi manca tanto…

Con papà queste cose non te le saresti mai permesso, lo sai! No, ascoltate gente! proclamò Mariangela rivolgendosi al gatto rosso e grasso che dormiva sul divano e al piccolo cane meticcio che subito trotterellò fino alla poltrona, fissando la padrona con occhi ansiosi. Un uomo di quarantanni che ha paura di presentare la fidanzata alla propria madre! Perché?

Lorecchio, strizzato tra le dita di Mariangela, divenne rosso come un ciliegino, e Giulio si liberò ridendo.

Dai mamma! Lasciami, che mi fai diventare come un personaggio dei cartoni!

E andrebbe pure meglio! Sei proprio bello così! Su, non farmi stare sulle spine! Chi è?

Si chiama Grazia.

Notizia molto interessante! E basta?

No

Dovrò tirarti fuori ogni parola o bisogna che ti minacci?

Mi togli il dolce o mi metti in castigo?

Ti metto a sistemare la recinzione dellorto! E strappare le erbacce dalle fragole!

Quali erbacce, mamma? Nellorto hai giusto fiori, fragole e ribes!

Te lo pianto apposta solo per farti lavorare!

Ti prego! Racconto!

Più Mariangela ascoltava, più le sue sopracciglia si sollevavano sorprese. Da Giulio non se lo aspettava proprio! E adesso? Cosa fare di tutte queste notizie non aveva ancora deciso, ma una cosa era chiara: Giulio era serio, non era il solito colpo di testa, ma aveva trovato una persona davvero importante. Ed era anche vero che, quando aveva detto che la storia era complicata, Giulio non aveva scherzato; anzi, questo aumentava le domande.

Ma Grazia… è daccordo a sposarti?

Per ora… no.

Comè?

Dice che non vuole complicarmi la vita.

Uhm. Hai una foto?

Giulio prese il suo smartphone, sfogliò le immagini, poi lo passò alla madre:

Eccola. Lei è Grazia.

Mariangela si mise gli occhiali e studiò la foto. Le sorrideva una donna sulla trentina, castana, spettinata, quasi senza trucco, il volto rilassato e gentile. Era ovvio che Giulio laveva immortalata di sorpresa, forse in qualche giardino pubblico. Ai lati del viso, i rami nudi sembravano incorniciarla, come a dire: Ecco la primavera che nasce, la vita che torna. Gustando la foto nei dettagli, Mariangela pensò che anche in quellimmagine traspariva un senso di dolcezza, di promessa.

Sei sempre stato un tipo sensibile! Tuo padre diceva, se non fossi andato nellesercito, avresti dovuto fare il fotografo darte! Guardalo qui, un attimo rubato e quanta poesia… Bravo, figlio mio! Restituì il telefono a Giulio e domandò ciò che bolliva nella mente. Quando ce la presenti, allora?

Appena accetterà. Mamma…

Giulio, stai tremando come un pulcino. Non me la mangio mica! Pensi davvero che stia qui ad aspettare che porti a casa una ragazzina timida? Ormai per educarti una moglie è un po tardi, no? E chi non è giovane, una storia se la porta dietro. Il punto è capire quale. Ma questo non me lo devi raccontare tu, la vedrò coi miei occhi e farò le mie valutazioni. Ricorda però: con lei ci vivi tu, mica io. Quindi pensa bene!

Giulio se ne andò e Mariangela iniziò a prepararsi.

Doveva portare fuori Stellina e il cibo per Caramello era quasi finito. Due faccende da sbrigare e intanto schiarirsi le idee, riflettere sul da farsi.

Mariangela capiva che mancava poco al fatidico incontro con la futura nuora: Giulio aveva un fascino a cui poche potevano resistere. Un vero italiano, alto, bello, unironia irresistibile. Ma sapeva anche nascondersi, diventare invisibile.

Mariangela sospirò.

Questo periodo di invisibilità era durato troppo. Da quando la prima moglie di Giulio era andata via, lasciandolo in modo poco dignitoso, come diceva sempre suo marito Carlo, il tempo sembrava essersi bloccato per quella famiglia. Giulio non si era mai perdonato la perdita del bambino, e Mariangela si era a lungo rimproverata di non essere intervenuta. Anche se sapeva che nulla sarebbe cambiato.

La storia tra Giulio e Francesca era fin troppo comune. Giovani, impulsivi, chiusi nel loro mondo, poi qualcuno si sveglia, capisce che ciò che cè non basta, che altrove cè altro, più intenso, e quello che era può essere dimenticato… per non soffrire, o forse proprio perché non si soffre più.

Mariangela non aveva capito allora, e ancora non capiva, come Francesca avesse potuto tagliare i ponti così facilmente, come se niente fosse, con tutte quelle persone legate a lei. Anni di vita insieme, partenze e ritorni, notti insonni in attesa di Giulio… E poi basta, via tutto. Non amava più? Può accadere. Ma Francesca, guardandola negli occhi, aveva detto: Non cera niente. Sempre vuoto, niente di che.

E allora perché?

Per abitudine. Tutti intorno a ripetere che bisogna sposarsi, che senza anello non sei donna. Mamma, nonne, zie! Tutte! Come se fossi un oggetto. Mi hanno insegnato a scegliere, a vivere… Ma qualcuno ha mai chiesto cosa volevo io? No! Io voglio vivere, non solo esistere! Vicino a chi amo, non solo perché qualcuno pretende così!

Francesca quasi urlava, piangendo rabbiosa senza curarsene. Mariangela allora sentì una pena infinita per quella ragazza, impaurita e spaesata. Lunico rimpianto, il nipotino che non era mai nato.

Francesca era uscita per sempre dalla loro vita, portando via qualcosa di prezioso nellanimo di Giulio, che aveva perso fiducia in sé. Cercava una risposta che non trovava mai, e così per non impazzire cominciò a partire spesso per lavoro. Una missione dietro laltra; Mariangela non faceva domande, ma pregava in silenzio che suo figlio tornasse a casa, sano e salvo.

Ormai era rimasta da sola.

Vedova… Che parola strana e spaventosa, come se ti avessero tolto la base della casa e tu stessi in equilibrio sul nulla. Abbassare lo sguardo fa paura: se cè il vuoto, cadi. E non si può cadere: cè Giulio, che ha bisogno di lei.

Così sono andati avanti, aiutandosi lun laltro.

Mariangela non sognava più la felicità per il figlio. Sapeva che aveva avuto altre donne, ma nulla di vero. E questo la preoccupava. Nessuno aveva scaldato il suo cuore? Nessuno lo aveva abbracciato davvero? Non pensava più ai nipoti, voleva solo che il figlio si aprisse e si alleggerisse lanima, perché cera tanto amore in lui, inespresso e incompreso…

Stellina strattonò il guinzaglio, abbaiando ai passeri troppo audaci, e Mariangela si distrasse dai suoi pensieri. Ma cosa stava combinando? Sempre a rimuginare, come diceva il piccolo genio del palazzo, Gabriele, che le sistemava il computer e le spiegava lo smartphone che Giulio le aveva regalato.

Gabriele, hai solo dodici anni! Come fai a sapere tutte queste cose?

Signora Mariangela, è facile! Roba per principianti!

Per chi?!

Principiante è chi non capisce nulla di tecnologia ma vuole imparare. Gabriele le spiegava con pazienza tutto. Lei è una principiante. Ma non si offenda! È bello voler imparare! Guardi, la mia bisnonna quando vede il computer quasi si fa il segno della croce! Dice che mi mangia il cervello!

Mamma mia! Sembra un film dellorrore!

Ecco! Se solo la nonna scrivesse una sceneggiatura, tutti i registi rimarrebbero a bocca aperta con le sue fantasie! Ecco le ho messo il nuovo gioco, e il programma per lavorare a maglia che voleva: guardi licona sul desktop.

Dove? Mariangela si guardava intorno, mentre Gabriele quasi si sganasciava dalle risate.

Ma no! Che simpatica che è, signora Mariangela!

Vabbè, farò la principiante! Basta che il coperchio resti ben saldo!

Gabriele le ricordava Giulio da bambino: curioso, vivace, sempre pronto ad aiutare. Mariangela pensava che, se non fosse stata per Francesca, avrebbe già avuto un nipote quasi decenne…

Le tornò in mente il volto di Grazia. Non poteva essere cattiva una donna così. Cera qualcosa nei suoi occhi, in quel mezzo sorriso rivolto a Giulio, non alla fotocamera. Si vedeva bene.

Determinata, Mariangela prese in braccio Stellina e cambiò strada, portando a casa un pacchetto che fece scattare Caramello giù dal divano.

Che ne dici Caramello? Bello? Tanto lavoro, ma ce la faremo, eh?

Alla fine Grazia accettò. Ci vollero mesi quasi tutto lanno per convincerla, ma Giulio, ogni volta che tornava dalla madre, era talmente raggiante che Mariangela lo prendeva un po in giro:

Presto non avremo più bisogno di cambiare le lampadine, figlio mio!

Per la presentazione, Mariangela non chiese più nulla. Aspettava che Giulio decidesse la data.

Le feste di Natale si avvicinavano, e il pacchetto portato a casa con Stellina era quasi vuoto: quello che aveva preparato di nascosto dal figlio stava per trovare il suo momento.

Per tradizione, Giulio festeggiava il Capodanno con gli amici e il Natale con la mamma. Mariangela tirò un sospiro di sollievo quando il figlio telefonò:

Mamma, ti dispiace se veniamo da te con Grazia?

Dopo quella telefonata Mariangela si mise in moto come una trottola, tanto che Caramello si rintanò sotto il letto, e Stellina le girava intorno abbaiando quasi a svenire. Alla fine, Mariangela si guardò allo specchio e si sedette al tavolo, le mani raccolte.

Caramello, riemerso, si sistemò vicino alla padrona, facendo un po di spazio a Stellina.

Che cè? Mariangela osservò i suoi amici pelosi.

Quattro occhi la fissavano, e lei scoppiò a ridere. Eccoli i miei gangster! Sentivano che era nervosa. Per quello stavano vicini. La guardia a quattro zampe, come dice Giulio. Lui scherza che si fida quasi più di loro che di sé stesso a lasciarmi sola.

Mariangela accarezzò prima il gatto, poi la cagnolina. Animali sono, ma quanta gioia, quanta dolcezza… Ricordò come Stellina era entrata nella sua vita.

Il vicino, Antonio Esposito, abitava nellappartamento accanto. Non erano amici intimi: Antonio era molto riservato, viveva solo con Stellina, randagina raccolta da cagnolina e diventata per lui una famiglia. Grazie a quellanimale anche un uomo burbero aveva trovato nuove ragioni di vita, raccontando a tutti le imprese della sua bestiola. Cera chi ascoltava, chi scappava, ma Antonio sorrideva sempre, grato che Stellina avesse dato senso ai suoi giorni.

Mariangela era contenta di avere chi prendesse gli avanzi di brodo e ossa; Antonio era sempre così riconoscente da restituirle la pentola lucidissima, tanto da farla vergognare.

Le mie pentole non sono mai state così pulite!

È il minimo, cara Mariangela!

Fu Stellina a creare scompiglio quando Antonio se ne andò. Gli inquilini impazzirono per il suo ululato senza fine. Mariangela, rientrata dalla casa in campagna, fu la prima a capire che cera qualcosa che non andava.

Il poliziotto, chiamato da lei, si sorprese.

Ma perché solo ora? La cagna abbaia da ore.

Sono stati due giorni… Mariangela era nera di rabbia.

Le vicine si limitavano a spallucce: nessuna aveva voglia di occuparsi di un uomo che a malapena salutava fino a poco tempo fa. Tutte brontolavano per il cane, ma nessuno aveva pensato di chiamare un aiuto.

Mariangela sbrigò tutto e poi portò Stellina con sé. La cagnolina, consapevole di tutto, laveva seguita subito, e per mesi dormì solo sul tappeto accanto al letto, agitata e allerta.

Cosa hai, Stellina? Tranquilla! Con me sei al sicuro! Sono più giovane del tuo padrone, di morire non ne ho proprio voglia, almeno fino ai nipoti.

Stellina si tranquillizzò solo quando fece entrare Caramello in casa; fu lei a trovare il gatto in un parco, in inverno. Aveva portato da sotto un cespuglio una federa annodata: Mariangela, spaventata, la aprì e sentì un debole miagolio.

Oddio, Stellina! Mi fai prendere un colpo! Dentro cè qualcosa di vivo!

Solo uno dei quattro micetti sopravvisse, nonostante le cure di Mariangela, ma quel piccolo rosso, ostinato e attaccato alla vita, conquistò la casa e il cuore di tutti Stellina prima di tutto.

Vedi? Ora capisci perché la vita vale la pena, Stellina.

Mariangela preparò per loro una cuccia e non temeva più di schiacciarli la notte. Tutti sistemati: lei nel letto, loro nellangolo.

Giulio rideva di cuore a vedere la madre consultarsi con le bestiole.

Mamma! Parli con loro come con delle persone!

Giulio, a volte penso che capiscano più degli umani. Non voglio umanizzarli, però di cervello ne hanno!

Anche ora Mariangela spiegò ai suoi animali:

Stasera ospiti speciali. Vediamo se potranno meritare il nostro Giulio…

Uno squillo alla porta la fece sobbalzare.

Sono arrivati… Fate i bravi!

Giulio si affacciò e riempì lingresso col suo fisico, posando a terra una cassa di arance.

Buon anno, mamma! E buon Natale! Le baciò entrambe le guance, poi si fece da parte lasciando entrare chi Mariangela tanto aspettava.

La donna era proprio quella della foto: quegli occhi profondi, quel sorriso. Un ragazzino di otto anni e una bimba più piccola la accompagnavano, scrutando Mariangela con curiosità; il ritratto della madre.

Entrate, prego… Mariangela scordò tutte le frasi preparate; fortunatamente, non servivano.

Subito tutti si misero a togliersi cappotti e cappelli, chiacchierando in una confusione allegra, e la serata decollò da sola.

Dopo cena i bambini tirarono fuori un gioco portato da casa e Mariangela rise fino alle lacrime vedendo Giulio fare la rana, spaventando Stellina e Caramello.

Mamma, così non si fa!

Che cè, figliolo?

Ridi di tuo figlio!

Ma va! Vado a lavare i piatti e poi si fa il tè. Ho fatto la millefoglie e i bignè.

Addirittura! Giulio si rianimò e Mariangela strizzò locchio a Grazia, che la aiutava a sparecchiare. Un tempo si mangiava una torta intera da solo!

Comè possibile? Grazia quasi fece cadere i piatti. Sarà stato male!

Mica poco! Un giorno intero a lamentarsi. Ma la passione per i dolci non gli è mai passata!

Grazia sorrise a Giulio e raggiunse Mariangela in cucina.

Posso dare una mano? Mi rendo conto che la cucina è il regno della padrona di casa, ma mi sembra che lei sia stanca.

Hai ragione! Sono stanca e nervosa. Non capita spesso una serata così. Ero preoccupata. Mariangela si sedette sullo sgabello.

Anchio!

Hai ascoltato troppe storie sulle suocere terribili?

Eh, sì! Ma non ci ho mai creduto.

E perché?

Ho avuto due suocere, entrambe brave donne.

E io sarò la terza?

Le mani di Grazia, agili tra i piatti, si fermarono un attimo.

Posso chiamarti così, Grazia? Mia sorella maggiore si chiamava così. Non cè più da tanto, mi fa piacere sentire di nuovo il suo nome in casa.

Certo… Grazia annuì, posando il piatto.

Di cosa hai paura? Mariangela decise di essere diretta. Grazia non era una che non capisse.

Non di te, se è questo che credi. No. Io ho paura dei cambiamenti. Tutto è complicato.

Raccontami, se vuoi. Ci aiuterà.

Va bene… Grazia si sistemò i capelli dietro lorecchio. Più facile parlare dei figli.

In effetti…

Come avrai capito, hanno padri diversi. Matteo è del mio primo marito. Frequentavamo la stessa scuola, banco accanto. La mia famiglia si trasferì qui; mio fratello andò al liceo scientifico, io a quello classico. E poi… classico: la musicista con la cartella e il calciatore ribelle. Lui fu cresciuto dalla madre, una santa, dopo che il marito la lasciò per unaltra, buttandola fuori di casa.

Davvero?

Purtroppo sì. Se non lavessero aiutata i colleghi ne sarebbe uscita male, ma la casa la difesero.

È rimasta in contatto?

Sì. E anche con la nonna. Se non fosse stato per la mamma di Matteo, non ce lavrei fatta a crescere mio figlio. Anche ora, è il mio muro: quando crollo, mi basta appoggiarmi a lei e tutto passa.

E tua figlia?

Anita è nata dal secondo matrimonio. Mi presentò lui la mamma di Matteo, lavoravano insieme. Le suocere hanno voluto farci incontrare.

Funzionò subito?

No, ci sono voluti due anni ad avvicinarci. Siamo entrambi artisti, lui pittore, bravissimo, e Anita ha preso da lui. Già da piccola disegnava ovunque. Lho iscritta a una scuola darte, anche se era presto; insegnanti entusiasti. Ci voleva, con un papà così.

Lui cè ancora?

Per fortuna! Grazia toccò il legno della madia. Sta bene, dipinge, ma convivere non funzionava. Troppo diversi. Quando nacque Anita, ci disturbavamo a vicenda. Meglio amici che infelici insieme. Così abbiamo deciso.

Avevi dove andare?

No, ma sua madre, la mamma di Andrea, ci aiutò. Regalò ai bambini lappartamento della nonna. Era per loro.

E tuo figlio fu accettato?

Ma certo! Ho avuto suocere splendide. Mi hanno insegnato tanto.

Sei orfana?

Non proprio. Mio padre e mio fratello mi hanno cresciuta. Mia madre morì appena nata, niente nonne. Così sono un po cresciuta strana. Più motori che bambole, poi mio padre tentò di farmi una signorina: musica, gonne… Odiavo! Ma oggi lo ringrazio. Se non ci fosse stata la musica, non so cosa farei. Insegno canto in conservatorio.

Improvvisamente si mise in piedi e intonò, con una voce limpida: Lamore ha le ali leggere come un passero… Riempì la cucina di un suono così bello che Mariangela la guardò, estasiata, stringendo il canovaccio.

Ecco, è questo il mio mestiere!

Mi hai raccontato tutto quello che volevo sapere. Mariangela le sorrise. Grazie, ragazza mia! Sono felice che tu mi abbia capita.

Anchio ho un figlio che cresce, presto toccherà a me. E se fossi una suocera terribile?

Secondo te, comè la nuora ideale?

Grazia rispose distinto, Mariangela capì che aveva ragionato spesso su quel tema:

Che ami mio figlio. Il resto sono dettagli.

Sono daccordo.

Mariangela la fissò intensamente, e Grazia annuì serissima, poi disse sottovoce:

Io amo Giulio.

Le urla e labbaiare di Stellina nel salotto le fecero alzare.

Forza, è ora del tè.

A sera inoltrata, quando la millefoglie fu quasi finita e gli ospiti sbadigliavano, Mariangela sparì un momento e tornò con alcuni pacchetti.

Cosè? Anita batté le mani e tirò il nastro rosso.

Apri e vedrai. Spero ti piaccia.

Sciarpa e berretto bianchi per Grazia, uguali ma più piccoli con fiocchi blu per Anita; Matteo sgusciò dal suo pacchetto una sciarpa nera e sussultò felice:

Mamma, guarda che forte!

Grazia annuì e si avvolse la sciarpa al collo.

Una morbidezza unica!

E calda, non prenderete freddo! Mariangela sistemò il cappello ad Anita e sorrise. Ti piace?

Tanto! La bambina la abbracciò distinto; Mariangela, sorpresa, ricambiò commossa. Grazie!

Grazie! Grazia fece eco. Non so nemmeno lavorare a maglia. Volevo imparare, ma nessuno me lha mai mostrato…

In estate alla casa di campagna proviamo insieme, allora.

Mariangela incrociò lo sguardo di Grazia e capì: ora poteva essere in pace per il figlio. Le ansie scemavano, la gioia aumentava. E ora, con due nipoti in arrivo, avrebbe avuto di che occuparsi davvero. Certo, cerano ancora molte cose da sistemare, ma limportante ormai era chiaro: amavano lo stesso uomo. Anche in modi diversi, ma lo amavano. E devono fare tutto per la sua felicità, perché la felicità di Giulio avrebbe portato serenità a tutti. Solo così funziona la vita, nientaltro.

E Mariangela era pronta a fare ogni cosa perché il figlio trovasse davvero casa nella donna che ora affondava il viso nella sciarpa, sorridendo a Giulio di ritorno ogni sera.

Passarono due anni e, una mattina, Grazia, con fatica, si alzò dalla sedia a dondolo sulla veranda della vecchia casa, sospirò, si tenne le reni e, con la mano sulla pancia rotonda, chiamò:

Mamma Mariangela, Anita, dove siete?

Il visetto sporco di fragole sporse da dietro langolo e Anita la chiamò:

Siamo qui! Vieni!

Grazia, scalza, percorse il vialetto, sgattaiolò dietro la casa e porse a Mariangela le scarpine appena terminate ai ferri:

Che ne dici?

Mariangela le rigirò tra le dita e annuì seria:

Sono perfette!

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La Presentazione Ufficiale: Incontro delle Famiglie per il Futuro dell’Amore
– Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? – chiese Marco. La risposta di sua moglie lo lasciò di sasso Marco finiva il caffè e osservava di sbieco Francesca. Capelli raccolti con un elastico di qualche tipo… da bambina, coi gattini dei cartoni animati. Invece Claudia del piano di sopra era sempre vivace, curata, con quel profumo costoso che rimaneva nell’ascensore anche dopo che era uscita. – Sai – Marco posò il telefono – a volte mi sembra che viviamo insieme come… vicini di casa. Francesca si fermò, lo straccio si bloccò nella sua mano. – Che vuol dire? – Niente di particolare. Dico solo, quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? A quel punto lei lo guardò. A lungo. E Marco sentì che qualcosa stava andando fuori controllo. – E tu, Marco, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu? – chiese Francesca con voce bassa. Seguì una pausa imbarazzante. – Francesca, non drammatizzare. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. Basta guardare Claudia… Eppure, ha la tua età. – Ah… Claudia. E qualcosa nel suo tono mise Marco sull’attenti. Era come se avesse capito una cosa importante. – Marco – disse dopo una pausa – forse è il caso che io vada un po’ da mia madre. Rifletto sulle tue parole. – Va bene. Vivremo separati per un po’, vediamo come va. Non è che ti sto cacciando! – Sai – Francesca appese lo straccio con cura – forse è vero, devo proprio riguardarmi allo specchio. E partì a fare la valigia. Marco restò in cucina a pensare: “Cavolo, era proprio quello che volevo”. Solo che invece di essere felice, sentiva un vuoto. Per tre giorni Marco visse come in vacanza. Caffè lento al mattino, la sera faceva quello che gli pareva. Niente serie tv strappalacrime. Libertà, capite? La tanto sospirata libertà maschile. La sera incontrò Claudia davanti al portone. Portava le borse della “Esselunga”, tacco alto, vestito perfetto. – Marco! – sorrise – Tutto bene? Non vedo Francesca da un po’. – È da sua madre in questo periodo. Si riposa, – mentì serenamente. – Ah. – Claudia annuì comprensiva – A volte le donne hanno bisogno di staccare. Dalla casa, dalla routine. Lo diceva come se lei la routine non l’avesse mai vista: casa che si pulisce da sola, cena che appare per magia. – Cla’, che ne dici di un caffè, così… tra vicini? – Volentieri, – sorrise lei. – Domani sera? Marco trascorse tutta la notte a pensare al giorno dopo. Camicia o maglione? Jeans o pantaloni? Il profumo, meglio non esagerare. Al mattino squillò il telefono. – Marco? – voce sconosciuta. – Sono Lucia, la mamma di Francesca. Il cuore gli si fermò. – Sì, mi dica. – Francesca mi ha chiesto di dirle che sabato verrà a prendere le sue cose, mentre lei non è in casa. Lascerà le chiavi dal portinaio. – Aspetti, prende le cose? – Ma che pensava? – nel tono di Lucia c’era una nota tagliente – Mia figlia non intende passare la vita ad aspettare che lei decida se vuole davvero stare con lei oppure no. – Lucia, io non ho mai… – Ha detto abbastanza. Arrivederci, Marco. E riattaccò. Marco restò in cucina a fissare il telefono. Cos’era successo? Non stavano divorziando! Aveva solo chiesto una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto senza di lui! La sera il caffè con Claudia fu strano. Lei era gentile, raccontava aneddoti sulla banca dove lavorava, rideva alle sue battute. Ma quando lui provò a toccarle la mano, lei si scostò con delicatezza. – Marco, capisce… non posso. Lei è sposato. – Ma ora viviamo separati. – Ora, sì. E domani? – Claudia lo fissò intensamente. Marco l’accompagnò al portone e salì da solo. Casa piena di silenzio e odore di libertà da scapolo. Arrivò sabato. Uscì apposta di casa, non voleva scene, spiegazioni o lacrime. Che Francesca prendesse quello che voleva, in pace. Ma alle tre la curiosità lo divorava. Cosa aveva preso? Tutto? Solo il necessario? E, davvero, com’era? Alle quattro cedette e tornò a casa. Davanti al portone una macchina con targa locale. Al volante un uomo sui quarant’anni, curato, giacca nuova. Aiutava qualcuno a caricare delle scatole. Marco si sedette sulla panchina a aspettare. Dopo dieci minuti uscì una donna col vestito blu. Capelli scuri raccolti con una bella molletta invece della solita con i gattini. Trucco leggero che risaltava gli occhi. Marco guardava incredulo. Era Francesca. La sua Francesca. Solo diversa. Caricava l’ultima valigia, e l’uomo le fece subito posto, aiutandola a salire in macchina con delicatezza. Come fosse di cristallo. Marco non tenne più. Si alzò e si avvicinò alla macchina. – Franci! Lei si voltò. E lui vide il suo viso. Sereno, bello. Senza quella stanchezza eterna che ormai dava per scontata. – Ciao, Marco. – Sei… tu? L’uomo al volante si irrigidì, ma lei lo tranquillizzò con una mano – tutto bene. – Sì, – rispose semplicemente. – Solo che tu non mi vedevi da tempo. – Francesca, aspetta. Possiamo parlarne. – Di cosa? – nessuna rabbia nella voce, solo sorpresa. – Sei stato tu a dire che una donna deve apparire sempre splendida. Eccomi: ti ho ascoltato. – Ma non intendevo questo! – gli batteva il cuore in gola. – Che volevi, Marco? – Francesca inclinò leggermente la testa. – Che diventassi bellissima solo per te? Interessante ma solo tra queste mura? Che curassi me stessa, ma non troppo da lasciarti se tu non mi vedi più? Ad ogni parola sentiva qualcosa scivolare via dentro di sé. – Sai – proseguì dolcemente lei – ho capito che ho smesso di curarmi, non per pigrizia. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. Nella mia casa, nella mia vita. – Francesca, non era questo che volevo. – Sì, invece. Volevi una moglie invisibile, che fa tutto senza disturbare. E quando ci si stufa, si può cambiare con un modello più allegro. L’uomo in macchina le disse qualcosa, lei annuì. – Dobbiamo andare – disse a Marco – Alessandro ci aspetta. – Alessandro? Chi sarebbe? – Una persona che mi vede, – rispose Francesca. – Ci siamo conosciuti in palestra. Vicino a casa di mia madre hanno aperto un centro fitness. Immagina: a quarantadue anni ho messo piede in palestra per la prima volta. – Franci, basta. Diamoci un’altra possibilità. Sono stato uno stupido. – Marco, – lo guardò a lungo – ricordi quand’è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella? Marco taceva. Non ricordava. – O quando hai chiesto come stavo? Capì di aver perso. Non contro Alessandro. Né contro il destino. L’aveva persa da solo. Alessandro accese il motore. – Marco, non ho rancore. Davvero. Mi hai aiutato a capire una cosa importante: se non mi vedo io per prima, nessuno mi vedrà mai. La macchina partì. Marco rimase davanti al portone a guardare la vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, e invece era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Marco incontrò Francesca al centro commerciale. Per caso. Lei sceglieva il caffè in chicchi, leggeva le etichette con attenzione. Accanto una ragazza sui vent’anni. – Prendiamo questo – diceva Francesca – Papà dice che arabica è meglio della robusta. – Francesca? – Marco si fece avanti. Lei si voltò. Sorrise – leggera, naturale. – Ciao, Marco. Ti presento: questa è Chiara, la figlia di Alessandro. Chiara, questo è Marco, il mio ex marito. Chiara annuì gentile. Bella ragazza, forse all’università. Guardava Marco curiosa, senza ostilità. – Come va? – chiese lui. – Bene. E tu? – Così così. Seguì una pausa imbarazzante. Che si dice all’ex moglie, ormai diversa? Rimasero davanti agli scaffali del caffè e Marco la osservava. Abbronzata, blusa estiva, taglio nuovo. Felice. Proprio così: felice. – E tu? – chiese lei – Come va la vita sentimentale? – Niente di particolare, – sospirò lui. Francesca lo fissò. – Sai, Marco, cerchi una donna bella come Claudia ma docile come io ero. Intelligente ma non troppo, così non vede che ti piacciono anche le altre. Chiara ascoltava il dialogo a occhi sgranati. – Una donna così non esiste, – concluse Francesca pacata. – Francesca, andiamo? – intervenne Chiara – Papà ci aspetta in macchina. – Sì, arrivo. – Francesca prese il caffè. – Buona fortuna, Marco. Se ne andarono, lasciando Marco tra gli scaffali. E pensò che Francesca aveva ragione. Stava davvero cercando una donna che non esiste. La sera si sedette in cucina con il tè. Pensò a Francesca, a come era cambiata. E che a volte una perdita è l’unica strada per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non è trovare una moglie comoda. Ma imparare a vedere davvero la donna che si ha accanto.