Il ricco vide la donna delle pulizie ballare con suo figlio in carrozzina dapprima la cacciò via.
Lorenzo sentì la musica già sulle scale. Forte, strana, allegra come una sagra paesana, e stonata. Spinse la porta e si fermò.
Al centro della stanza stava Giorgia, la donna delle pulizie, che sorreggeva Mattia sotto le braccia, sollevandolo dalla carrozzina. Lo faceva girare, battendo i piedi a ritmo con la radio. Il figlio si lasciava andare all’indietro, rideva a squarciagola agitando le mani.
Basta! urlò Lorenzo con una voce così brusca che Giorgia quasi fece cadere il ragazzo.
Lei lo rimise velocemente nella carrozzina, sistemò la coperta. La musica continuava a risuonare. Lorenzo avanzò verso la radio, strappò la spina dalla presa.
Cosa stai facendo? Lui non è un giocattolo! Ha il midollo danneggiato, ti rendi conto?
Sono stata attenta, lo tenevo forte…
Attenta?! Lorenzo afferrò degli euro dalla tasca, li gettò sul tavolo. Ecco la tua settimana. Prendi le tue cose, e sparisci da qui.
Giorgia prese le banconote, le piegò, le infilò nella tasca della giacca. Guardò Mattia lui si voltò verso la finestra, con la faccia spaventata. Giorgia uscì senza salutare.
Lorenzo si avvicinò al figlio, si sedette accanto.
Mattia, lo capisci da solo… Lei poteva farti male, peggiorare la situazione.
Mattia restò in silenzio. Osservava la finestra, come se il padre non fosse nemmeno lì.
Quella sera il figlio non toccò il cibo. Rimase a fissare un punto nel vuoto. Lorenzo provò a parlargli niente. Mattia non rispondeva, come dopo quellincidente di tre anni fa, appena tornato dallospedale.
Lorenzo andò in cucina, si versò un bicchiere dacqua, ma non lo bevve. Si sedette, poggiò la testa sulle mani. Tre anni passati a spendere tutto per medici, terapisti, cliniche. Vendette la casa al mare, si indebitò. Lavorava senza mai fermarsi. Eppure il figlio si chiudeva sempre di più, spariva, smetteva di parlare.
Oggi però aveva riso. Per la prima volta in tre anni. E Lorenzo aveva cancellato tutto.
Si alzò, andò alla porta della stanza del figlio. Sbirciò dentro. Mattia era ancora immobile, il volto voltato altrove.
Lorenzo ricordò: una settimana prima la vicina, la signora Rosina, lo aveva fermato sulle scale dicendogli qualcosa di strano: «Da voi la mattina cè allegria, musica, risate. Sono felice che Mattia si distragga». Allora non diede peso. Ora capiva.
Tornò nella stanza, si sedette a terra vicino alla carrozzina.
Lei ballava spesso con te?
Mattia non rispose. Poi, piano, tra i denti:
Ogni giorno. Mi raccontava del mare. Diceva che ci saremmo andati quando fossi riuscito ad alzarmi. Lei credeva che potessi farcela.
La gola di Lorenzo si chiuse.
Papà, Mattia si girò verso di lui, e negli occhi aveva una tristezza insostenibile. Era la prima volta in tre anni che mi sentivo vivo. E tu lhai mandata via.
Lorenzo non seppe cosa rispondere. Il figlio si voltò di nuovo.
La mattina dopo Lorenzo prese la macchina, guidò fino alla periferia, nel quartiere operaio dove viveva Giorgia. Trovò il suo palazzo vecchio, scrostato, con balconi storti. Salì al quarto piano, bussò.
Giorgia aprì con la vestaglia, stupita del suo arrivo. Non lo fece entrare subito, restò sulla porta.
Signor Lorenzo?
Posso entrare?
Si scostò a malincuore. In cucina cera odore di zuppa e vecchio linoleum. Sul davanzale una gerbera sbiadita. Povera, pulita, ma povera.
Lorenzo tolse il berretto, lo torceva nelle mani. Stava lì come uno scolaro davanti al preside.
Ho sbagliato, riuscì a dire, fissando il pavimento. Ho avuto paura che tu potessi fargli male. Ma sei lunica che gli ha regalato vita.
Giorgia rimase in silenzio, appoggiata al frigorifero.
Ieri sera non ha detto una parola. Come dopo lincidente, appena tornato dallospedale. Guardava il muro. Lorenzo alzò lo sguardo. Poi mi ha detto che tu credevi in lui. Che con te si sentiva vivo. Per la prima volta dopo tre anni.
Giorgia incrociò le braccia sul petto.
Lo soffochi, disse con durezza. Non la malattia. Tu. Con la tua paura.
Fu come uno schiaffo. Lorenzo strinse i pugni, ma tacque.
Lo tieni rinchiuso fra quattro mura, come in una gabbia. Gli compri medici, pomate, ma non gli consenti di vivere. Lei lo fissava. Sai qual è la cosa peggiore? Non che stia in carrozzina. È che non vuole più niente. Niente di niente.
Ho paura di fargli male la voce di Lorenzo tremava. Faccio tutto perché sia più facile per lui
Facile? Giorgia scosse la testa. Non è facile. È vuoto. Lo proteggi dalla vita, ma lui vuole vivere.
Lorenzo si sedette sulla sedia, si coprì la faccia con le mani.
Torna. Ti prego. Non ostacolerò più. Fa come credi. Ti chiedo solo di tornare.
Giorgia tacque a lungo. Poi sospirò.
Va bene. Ma farò a modo mio. Niente più vieti. Daccordo?
Daccordo, annuì lui, senza sollevare la testa.
Giorgia tornò quel giorno stesso. Mattia la vide sulla soglia e scoppiò a piangere come un bambino. Lei si avvicinò, lo abbracciò, gli accarezzava i capelli. Lorenzo rimase nellanticamera, incapace di entrare.
Da quel giorno smise di controllare. Giorgia arrivava ogni mattina, accendeva la musica, parlava con Mattia, rideva insieme a lui. Lorenzo ascoltava quel riso dalla cucina, e capiva daver sbagliato per tre anni. Aveva cercato di comprare la salute del figlio, invece doveva permettergli di vivere.
Dopo una settimana ridusse le ore di lavoro, arrivava prima a casa. Assunse meno autisti alla sua ditta, niente più corse per nuovi ordini. Gli euro erano meno, ma vedeva Mattia risvegliarsi, parlare, scherzare, persino litigare.
Una sera erano tutti e tre a tavola. Cenavano, Giorgia raccontava una storia dinfanzia, Mattia ascoltava rapito. Lorenzo li osservava e capì: quella era una famiglia. Vera.
Giorgia, disse posando la forchetta, posso chiederti una cosa?
Certo.
Vorrei creare una piazzetta. Al parco. Per ragazzi come Mattia. Così possono passeggiare, fare amicizia. Mi aiuti?
Giorgia lo guardò sorpresa.
Vuoi davvero?
Sì, annuì. Per tre anni ho pensato solo a curarlo. Dovevo pensare a farlo vivere. Me lhai insegnato tu.
Mattia guardava il padre con occhi enormi.
Davvero, papà? Ci saranno altri ragazzi?
Sì, te lo prometto.
Dopo due mesi la piazzetta era pronta. Lorenzo trovò gli operai, ci investì tutti i suoi risparmi. Viali larghi, rampe, pavimento liscio. Un tetto contro la pioggia. Panche per i genitori.
Il giorno dellinaugurazione andarono lì insieme. Mattia era in carrozzina, guardava intorno come se vedesse il mondo per la prima volta. Cerano altri ragazzi in carrozzina, i loro genitori, accompagnatori.
Giorgia si avvicinò a una mamma, le parlò indicando Mattia. Quella annuì, spinse sua figlia più vicino.
Papà, guarda! Mattia tirò il padre per il polso. C’è una ragazza. Posso salutarla?
Certo, Lorenzo inghiottì un nodo in gola. Vai.
Giorgia lo portò dai ragazzi. Lorenzo rimase allingresso, osservando suo figlio che rideva, agitava le mani, raccontava qualcosa. Vivo. Vero.
Giorgia lo guardò da lontano, gli fece un cenno. Lui annuì. Lei sorrise.
Quella sera Mattia non tacque, come un tempo. Raccontò di Marina, di Fabio, di come Giorgia aveva promesso di portarlo lì ogni settimana. Lorenzo ascoltava, annuiva, e per la prima volta da tanto tempo sentiva che tutto sarebbe andato bene. Non subito. Ma sarebbe stato così.
Aveva capito una cosa: a volte lamore non è proteggere dal mondo. È offrire una strada per entrarci.






