È arrivato con dieci anni di ritardo

È arrivato in ritardo di dieci anni

Aveva fatto tutto per bene. Almeno così credeva, mentre saliva le scale della vecchia palazzina a cinque piani di via dei Tigli, arrancando su per il terzo piano. Nella tasca del cappotto stringeva una piccola scatolina di velluto della gioielleria Corallo, toccandola ogni due per tre come per assicurarsi che non fosse sparita. Lanello era costato caro, ci aveva messo quasi unora a sceglierlo, la commessa era venuta cinque volte con vassoi diversi, mentre lui restava lì a guardare, fare confronti, pensare a quanto sarebbe stata felice Claudia. Doveva esserlo, felice. Dieci anni non sono mica uno scherzo.

Sul pianerottolo arrivavano profumi strani: qualcuno stava cucinando brodo e in sottofondo cera linconfondibile aroma della lettiera di un gatto. Davide arricciò il naso e suonò il campanello. Era un novembre di quelli cattivi, con la pioggia mista a neve che scendeva già dal mattino, e le mani non riuscivano proprio a scaldarsi. Dondolava da un piede allaltro, sfiorando ancora la scatolina.

Dentro qualcosa tintinnò, poi si sentirono passi. Maschili. Davide ci mise un po a capire il senso, poi si bloccò.

La porta si aprì.

Sulluscio cera un uomo che non aveva mai visto. Avrà avuto 45 anni, basso, un po tarchiato, camicia di flanella e pantaloni scuri da casa. Guardava Davide con la tranquillità di chi apre la porta al postino o al vicino che non conosce.

Cercava qualcuno? chiese a bassa voce.

Davide batté le palpebre.

Claudia. È in casa?

Luomo annuì senza spostarsi e poi urlò verso il corridoio:

Cla, cè uno per te.

Passarono alcuni secondi eterni. Poi ecco Claudia, in un maglione morbido color panna, capelli raccolti, senza trucco, e paradossalmente più bella di come la ricordasse. Non più luminosa o elegante, semplicemente… serena, come se avesse una luce interna.

Quando lo vide si fermò un attimo. Sul suo volto nessuna gioia, nessuna rabbia. Qualcosa di silenzioso, chiuso.

Davide disse. Non dovevi venire.

Aprì la bocca per rispondere, la richiuse. Guardò luomo della camicia, poi di nuovo Claudia.

Chi è? chiese, benché lo avesse già intuito.

Questo è Giorgio, rispose Claudia pacata. Vive qui.

E in quel Vive qui cera tutto. Bastava quella frase senza tremiti, senza scuse, senza lacrime. Solo un fatto. E tu rimani sul pianerottolo, nel tuo cappotto invernale con lanello in tasca, senti un freddo calare nella schiena, eppure dalla porta viene fuori un caldo profumo di minestrone.

Davide riconobbe bene quellodore. Minestrone vero, fatto come lo faceva lei nei loro anniversari, quando lui arrivava con il vino e si sedeva a guardarla trafficare ai fornelli, pensando tra sé: ecco, cè una donna che aspetta, che accoglie, che resta.

Illuso.

Resterà, si ripeteva ogni anno. Dove vuoi che vada? Ora ha trentacinque, poi trentasette, ora trentotto. Chi la vuole, se non io? Ne era certo come lo sono solo quelli che la vita non ha mai messo alla prova davvero.

Claudia, aspetta disse subito. Ti devo parlare. È importante.

Ti ascolto, rispose lei. Parla.

Non qui, e lanciò unocchiata a Giorgio.

Giorgio non si mosse, incurante, come se la scena lo riguardasse appena e comunque non avesse intenzione di preoccuparsene. Davide sentì per lui un misto di fastidio e qualcosa di simile alla paura.

Giorgio sa chi sei, fece Claudia. Parla pure.

Davide rimase zitto. Poi tirò fuori la scatolina, blu scurissimo e con la scritta dorata Corallo sul coperchio. La porse a Claudia.

Sono venuto per chiederti di sposarmi, disse. Era ora da un pezzo. Lho capito troppo tardi, sì, ma adesso lo voglio. Sposiamoci.

Claudia guardò la scatola senza prenderla. Poi lo fissò negli occhi, e Davide vide qualcosa che non si sarebbe aspettato. Non amarezza, non soddisfazione, non rancore. Una specie di stanca compassione.

Rimetti via, Davide, disse sottovoce.

Claudia

Per favore.

Lui rimise la scatolina nella tasca. Sentì la mano tremare appena.

Finita così, allora? azzardò, quasi brusco, perché non poteva fare di meglio.

Sì, sentenziò. Mi spiace sia andata così. Ma lo sapevi che prima o poi sarebbe cambiato qualcosa.

Potevi almeno dirmelo.

Te lho detto molte volte. In altri modi, con altre parole, ma te lho detto. Tu non volevi ascoltare.

Claudia lo fissò un secondo ancora, poi fece un cenno leggero, come se mettesse finalmente un punto dentro di sé, e disse:

Ciao, Davide.

La porta si chiuse, con delicatezza, senza sbattere. Si sentì il clic della serratura. Sottofondo di stoviglie rumorose e quellodore di minestrone che usciva ancora per un attimo nellaria gelida del pianerottolo.

Davide rimase lì per altri tre minuti. Poi scese, uscì per strada, si infilò nella sua Fiat Tempra grigiastra vanto del suo ultimo anno e restò a lungo a guardare i fiocchi di neve bagnata che scendevano sul parabrezza.

Lanello gli bruciava in tasca.

***

Nei giorni che seguirono, Davide fece quello che gli era spontaneo: provare a rimettere insieme i pezzi. Era uno che era abituato a risolvere problemi. Lavorava in una società di costruzioni, la Granitica, capace nelle trattative, abile a negoziare, uno che sapeva ottenere sempre ciò che voleva. La vita gli aveva insegnato: ogni problema si risolve trovando il giusto strumento.

Basta trovare lo strumento.

La chiamò il giorno dopo. Lei rispose subito, cosa che lo stupì.

Dobbiamo parlare, esordì.

Abbiamo già parlato ieri.

Davvero parlare. Vederci, sederci assieme.

A che serve, Davide?

Non puoi buttare via dieci anni così. Dai, abbiamo condiviso tanto

Pausa. Poi lei:

Non sto buttando via nulla. È stato. Ma io vivo adesso, non nel passato.

Con lui?

Sì.

Stai con lui da sei mesi. Sei mesi, Claudia.

Ti ho conosciuto per dieci anni, rispose calma. E allora?

Non trovò niente da aggiungere. Lei chiuse la chiamata. Davide rimase a fissare il telefono cercando nei dettagli la sua colpa. Non trovò nulla.

Dopo tre giorni telefonò alla fiorista Narciso su via Garibaldi: ordinò un bouquet enorme di rose bianche e lisianthus, quasi da non passare dalla porta. Centouno rose, perché sapeva che ai fiorai piacciono numeri dispari, chissà che significato. Fece recapitare tutto sul posto di lavoro di lei, alla biblioteca di via degli Olmi, dove Claudia faceva la responsabile. In ufficio, così pensava lui davanti a tutti si emoziona, si scioglie.

Al biglietto aveva scritto: Perdonami. Sono stato uno stupido. Dammi una possibilità.

La sera Claudia gli scrisse un messaggio, uno solo: Basta fiori al lavoro. È imbarazzante.

Lo lesse tre volte. Imbarazzante. Non grazie, non mi hai commossa, non ti farò sapere. Solo imbarazzante.

Davide lasciò il telefono. Andò a farsi il tè, restò a guardare fuori dalla finestra. Novembre era ancora un cane rabbioso, alberi nudi, lampioni opachi sullasfalto bagnato. Anche dentro casa cera un freddo strano, nonostante i termosifoni roventi.

Cominciò a ricordare, non a giustificarsi, solo a ricordare. Si erano conosciuti a trentanni lui, ventotto lei, a una cena di amici. Allepoca lavorava da poco in Granitica, ambizioso, tutto lavoro e soldi, poco cuore. Claudia gli piacque subito. Non fu una folgorazione da film, ma piacere sì. Riservata, intelligente, capace di ascoltare. Di quelle persone con cui il silenzio non è pesante.

Cominciarono a frequentarsi, senza urgenza e senza pressione. Lui credeva che anche lei preferisse così. Forse non aveva mai chiesto abbastanza.

Ogni tanto lei lasciava cadere la domanda-tipo: Davide, tu come vedi noi due, tra un anno, cinque? Lui rispondeva vago: Bene, vedo bene, perché correre? Lei lasciava perdere, lui credeva fosse un consenso.

Capodanni a volte insieme, a volte Davide spariva con gli amici da qualche parte. Il compleanno di lei a febbraio: spesso solo una chiamata, niente visita, perché cera sempre qualcosa da fare. Lei diceva va bene, e il nostro eroe pensava ecco, una donna che capisce che il lavoro è lavoro.

Ora, osservando la città triste da una tazza di tè, la vedeva diversamente.

Lei aveva aspettato. Per dieci anni aveva atteso che lui si decidesse. E lui niente, perché per lui era già tutto chiaro, già sistemato, non cera niente da aggiungere. E, per dirsi la verità almeno ora, in fondo una parte di lui aveva sempre tenuto la porta socchiusa: magari arriva qualcuna più brillante, magari capita qualcosa di meglio. Non che tenesse Claudia di riserva, semplicemente non aveva mai scelto davvero. E lei aspettava una scelta.

Aspettando, era cresciuta.

Questo Davide lo capì dopo, settimane dopo, vedendola ancora, osservandola meglio. La Claudia che ricordava era più dolce, più insicura e spesso lo guardava in cerca di risposte. Lattuale lo fissava diritto, parlava chiaro, non spiegava troppo. Era come se dentro si fosse raddrizzata.

Chiamò il suo amico di sempre, Luca.

Sai che vive con uno nuovo? Sono sei mesi che va avanti.

E lo scopri solo ora? fece Luca.

Eh sì. Tu lo sapevi?

Sentito per caso, pensavo lo sapessi tu.

No.

Beh, Davide, con tutto che la trascuravi, era il minimo aspettarselo

Davide non ne volle parlare oltre. Salutò e attaccò.

Luca vuole essere gentile, pensò. Ma Davide non voleva la logica; voleva aggiustare.

Il passo successivo fu il più ridicolo, anche se non gliene vergognava allora. Trovò il suo numero tra i contatti, la chiamò:

Scendi cinque minuti. Sono giù, sotto casa tua.

Lunga pausa. Poi lei:

Perché?

Solo scendi.

Scese. Giacca e berretto, mani in tasca. Davide era sotto il portone, fece quello che aveva deciso di fare: si inginocchiò (sul marciapiede zuppo, neanche a dirlo), tirò fuori la scatolina della Corallo e gliela tese.

Otto gradi sotto zero. Una signora col cane passò, guardò la scena intenerita. Davide la vedeva con la coda dellocchio, convinto che anche Claudia si sarebbe emozionata.

Lei lo fissò tre secondi, poi disse piano:

Alzati, ti prego.

Claudia

Alzati, ti raffreddi.

Lui si tirò su, col ginocchio zuppo.

Non capisci che sto facendo sul serio? Voglio una famiglia, la voglio con te!

La volevi dieci anni fa? domandò, senza tono daccusa, solo come una domanda la cui risposta la sapevano entrambi.

Non ci pensavo allora come ci penso ora.

Lo so, disse lei, sempre calma, stanca, ma non cattiva. Non ti odio. Sul serio. Ma basta. Non cè più quello che cera. Ora vivo diversamente.

E se ti giurassi che ti amo?

Lei lo guardò, poi voltò lo sguardo oltre.

Non serve a niente, rispose. Le parole da sole non pesano, se sotto non hanno nulla. Tu ami ora perché hai perso. Non è lo stesso che amare quando si è insieme e scegliere laltro, invece di rimandare sempre.

La signora col cane era già sparita. Il lampione tremolava, qualcosa non funzionava. Claudia gli stava davanti in quel giaccone scuro, e Davide si chiese se sapesse la sua taglia, quando lavesse comprato, se amasse linverno. Dieci anni, e certe cose semplici nemmeno sapeva.

Vai a casa, disse lei a bassa voce. È tardi e fa freddo.

Entrò nel portone. Porta richiusa con un colpo secco.

Davide rimase lì ancora un po. Poi si avviò verso la macchina.

A dicembre la chiamò di nuovo, più volte. Lei rispondeva gentile, breve, inequivocabile. Una volta tentò la carta del ricordo: abbiamo una storia, una memoria comune, non si butta via. Claudia fu daccordo: non si butta niente, i ricordi restano, ma non vuole vivere di ricordi.

Provò anche a fare la parte di quello disperato: disse che non dormiva, che tutto gli cadeva dalle mani, che non sapeva come andare avanti.

Lei ascoltò. Poi: Davide, ti passa. Davvero. Sei forte.

Non mi consola.

Lo so. Ma io non posso aiutarti come vorresti. Non posso.

Gli venne un moto acido:

Ma questo Giorgio, chi lo conosce? Da dove salta fuori, che fa?

Lo conosco, rispose semplice.

Sei mesi, Claudia!

Vuoi dire che non si può capire una persona in sei mesi?

Lui tacque.

O vuoi dire che basta dieci anni per capirla? altro silenzio tagliente.

Di nuovo, niente da rispondere. Borbottò un saluto e spense.

Ed è lì che arrivò lidea di cui poi si sarebbe vergognato, ma che in quel momento gli pareva sensata: scoprire tutto su Giorgio. Trovò unagenzia investigativa online, Scudo, specializzata in controlli su persone, informazioni e pedinamenti. Non una decisione presa al volo, ci pensò su. Si raccontava che ne aveva diritto, in fondo era preoccupazione, mica altro.

Lo Scudo stava in un palazzo anonimo vicino al centro. Davide ci andò in pausa pranzo. Lo accolse un certo signor Romano, volto da ragioniere, stempiato, stanco.

Ok, disse Romano. Lavoro standard: biografia, lavoro, situazione economica, condanne, giro di amici. Se vuole facciamo anche qualche giorno di osservazione.

Facciamo anche losservazione, concedette Davide.

Cerca qualcosa in particolare?

Voglio sapere chi ho davanti.

Romano annuì, senza giudicare. Prese lanticipo, chiese tutto ciò che sapeva: nome, età, indirizzo. Davide diede ogni dettaglio.

Dopo dieci giorni, telefonata dallo Scudo. Romano fu stringato.

Giorgio Bianchi, quarantasei anni. Tecnico di impianti alla Fonderia Sider, ventanni di servizio. Divorziato, una figlia grande che frequenta. Proprietario di una casa in zona nord, ma attualmente vive da Claudia. Nulla di rilevante dal punto di vista giudiziario. Tutto nella norma. Vita tranquilla, lavoro regolare, tempo libero in famiglia. Insomma, un uomo normale.

Davide rimase zitto.

Davvero niente?

Niente. Persona comune.

Davide ringraziò, saldò il conto, tornò in ufficio pensieroso. Mentre la strada scorreva sul parabrezza, ripeteva: uomo normale. Un tecnico. Non ricco, non brillante, non da copertina secondo i suoi criteri. Eppure con lei vive, cucina il minestrone, fa progetti.

Non capiva come potesse far male.

La settimana dopo ricadde nel solito vizio e la chiamò. Ma questa volta nemmeno lui sapeva bene il perché, era semplicemente una ferita che non poteva non toccare.

È un tecnico alla Fonderia, butta lì.

Pausa.

Come fai a saperlo? e per la prima volta la voce di lei aveva una punta più tagliente.

Davide si rese conto di aver esagerato. Ma ormai…

Ho chiesto in giro.

Lunga, lunga pausa. Poi Claudia, voce di legno.

Davide, così è troppo. Hai fatto seguire Giorgio?

Volevo solo sapere.

E per che cosa?

Per capire cosa hai visto in lui.

Non puoi capirlo così, rispose. Non sta scritto nel curriculum.

Claudia

Non chiamarmi più. Ti prego. Prendila come una cortesia.

Sul serio?

Sì. E se chiami ancora, non risponderò più.

Linea chiusa.

Davide rimase seduto in auto con qualcosa di nuovo addosso, un senso gelido, non rabbia o rancore. Come se la terra si fosse fatta meno solida.

Chiamò ancora, ovvio. Quattro giorni dopo, la vigilia di Capodanno, mentre tutta Milano si accendeva di luci e canzoni, con quella frenesia tipica di fine dicembre. Era al supermercato Stella col carrello in mano, lo prese come una scossa improvvisa. Componeva il suo numero.

Niente risposta.

Scrisse un messaggio: Buon anno in anticipo. Scusami per tutto.

Risposta dopo unora: Anche a te.

Non sapeva cosa leggerci. Perdono? Gentilezza? O solo educazione? Lo tenne, lo rilesse molte volte nei giorni seguenti.

Il Capodanno lo trascorse a casa di Luca con la moglie e vari amici. Bevve poco, rise di circostanza. La moglie di Luca, Veronica, lo guardava con quellattenzione sospettosa che si dedica a chi, si sa, sta attraversando un infelice momento.

Alluna uscì sul balcone per prendere aria. Gennaio freddissimo, cielo nitido, botti ancora in lontananza. Davide pensava: dove sarà ora Claudia? Forse in casa col suo Giorgio. Anche loro staranno brindando, ridendo tra di loro. Magari minestrone, come piaceva a lei nelle feste.

Ricordava: e io lanno scorso? In settimana bianca con gli amici, il primo gennaio una chiamata svogliata. Lei rispose: Grazie, anche a te, e nulla più. Nemmeno se ne era accorto allora.

Luca lo raggiunse fuori.

Tutto bene?

Sì.

Non sembra.

Sto pensando.

A lei?

A come sono andate le cose.

Luca fece una pausa, poi:

Davide, lo hai mai pensato che anche lei ti aspettava? Tutti questi anni?

Ora sì.

Che magari non era facile nemmeno per lei?

Lo capisco.

Claudia era proprio una brava persona, disse.

Lo era, annuì Davide.

Restarono ancora un po in silenzio, poi rientrarono.

A gennaio Davide chiamò di nuovo, ancora sapendo che non avrebbe dovuto. Cera ununica domanda che lo rodeva. Lei rispose, incredibilmente.

Avevi ragione tu, Claudia, disse a bruciapelo. Ricordo che mi chiedevi chiarezza, volevi una famiglia. E io facevo finta di non capire.

Sì, rispose.

Ma perché non te ne sei andata prima? Perché aspettare tanto?

Pausa lunga, finché lui era certo che non avrebbe risposto. Poi lei, piano:

Perché ti amavo. Perché speravo cambiassi. E anche perché buttare qualcosa già costruito fa paura, anche quando non basta. Le persone aspettano tanto, prima di capire che non cè più nulla da aspettare.

E poi?

Poi ho capito che non aspettavo più te, ma un uomo che tu forse potevi essere, ma non eri. E allora ho scelto.

Hai scelto.

Sì. Non subito, non facile. Ma ho scelto.

È una brava persona, Giorgio?

Nessuna esitazione:

Sì. Molto.

Sei felice?

Pausa più lunga.

Sono serena, disse. Forse è questo la felicità: quando non temi costantemente il peggio, quando cè qualcuno davvero accanto a te e sai che non sparirà. Quando vivi, e basta, senza pensare di chiedere troppo o di essere di troppo.

Quelle parole strinsero qualcosa dentro. Non indagò.

Ti sei mai sentita… di troppo con me?

Tante volte, rispose quieta. Quando cancellavi allultimo minuto, quando le feste preferivi passarle chissà dove, quando ti chiedevo del futuro e tu svicolavi. Sono piccole cose, ma si accumulano.

Lui ascoltò senza interrompere.

Non lo dico per ferirti, aggiunse. Te lo sei chiesto, ti rispondo. Sei una brava persona, Davide. Ma non eri giusto per me.

Non eri giusto per me. Tre parole, definitive come lultima pagina di un libro.

Va bene, disse. Scusami se ho disturbato.

Non disturbi, disse lei. Stai solo capendo. È normale.

Si salutarono. Questa volta la voce di lei aveva un calore nuovo, più vicino al rispetto che alla compassione. Come se avesse apprezzato il fatto che non fosse la solita supplica, ma solo domande.

Passarono settimane. Davide smise di chiamare. Non perché stesse meglio. Ma perché ora il quadro era limpido.

Cominciò a guardare in modo diverso il tempo. Fino ad allora ne aveva sempre a disposizione, come i soldi nel conto: cè sempre domani. A trentanni sono giovane, a trentacinque ho tempo, a quaranta ci penso. Intanto qualcun altro viveva, senza attendere. Non perché più saggio o più avveduto: semplicemente viveva. Era andato da Claudia, aveva detto una cosa semplice, lei laveva ascoltato.

Un giorno di febbraio passando per via dei Tigli, rallentò davanti al suo portone. Nulla di speciale, palazzina scrostata, niente foglie sui platani, unaltalena rotta. Su una finestra del terzo piano la luce era accesa, si intravide una sagoma, e lui ripartì.

A marzo un collega, Marco, fresco di fidanzamento ufficiale, si vantava dellanello, del ristorante, di tutto. Davide ascoltava, annuiva, si congratulava. Marco lo fissò:

Che hai oggi, sei pensieroso.

Niente.

Sicuro?

Penso solo che a volte bisogna fare le cose al momento giusto, rispose Davide.

Marco rise convinto che fosse un elogio.

Quellanno la primavera spuntò in anticipo, marzo si fece tiepido, il ghiaccio sparì tutto dun colpo, la città si rivestì di luce. Una sera Davide era in cucina con la sua tazza di caffè, senza pensare a nulla, guardando il primo verde sbucare in strada.

Pensò alle chiavi.

Strano, eppure. Claudia aveva il doppione delle sue chiavi da sei anni. Non laveva mai usato senza dirlo, sempre avvisata. Lui invece non ebbe mai quelle di lei. Mai pensato di chiederle, mai offerto. Ora, dal nulla, si rese conto: forse lei aveva sentito che non aveva posto in casa sua. Che il suo posto era sempre appena fuori.

O forse era lui a crearle quella sensazione.

Forse era lui.

Ad aprile la incontrò per caso, in libreria, La Pagina in via Rossini, dove era entrato per un manuale di lavoro consigliato da un collega. Lei era davanti agli scaffali di narrativa, impermeabile chiaro, in mano un romanzo. Sembrava proprio a posto con se stessa, senza ostentazione.

Si videro assieme. Claudia fece un cenno col capo. Davide si avvicinò.

Ciao, disse.

Ciao, rispose lei.

Un attimo in piedi senza disagio, solo vuoto.

Come va? chiese lui.

Bene. E tu?

Si lavora, solite cose.

Ah, ok.

Pausa leggera, solo una pausa.

Andiamo io e Giorgio al mare questestate, disse Claudia. Era chiaro che parlava solo per dire qualcosa di concreto, niente frecciatine. Non sono mai stata in Calabria. Vediamo comè.

Interessante, fu tutto quel che trovò da dire.

Lei sorrise appena, prese il libro dallo scaffale.

Va bene, Davide. In bocca al lupo.

Anche a te.

Lei andò alla cassa. Lui restò tre secondi poi si diresse al reparto di saggistica, scelse in fretta ciò che gli serviva, pagò, uscì.

Fuori il sole di aprile già faceva primavera. La città era piena di facce sorridenti e distratte, aria nuova.

Lei uscì dal negozio poco dopo, passandogli accanto, lo salutò con la testa e si avviò verso la fermata. Un passo leggero, impermeabile che svolazza, libro sotto il braccio. Si voltò solo una volta, quando il telefono squillò, rispose e si mise a ridere per qualcosa detto nellapparecchio.

Davide la osservò fino a che la vide sparire dietro langolo.

Poi tirò fuori dal taschino la scatolina di velluto, che continuava a portare dietro senza capire nemmeno lui perché. Laprì. Lanello dentro luccicava semplice e bello, un piccolo diamante. Un buon anello, costoso, lo aveva scelto con cura.

Richiuse la scatola. Tornò in macchina.

Quella sera era a casa sua, nellappartamento di via Centrale che aveva comprato quattro anni prima e arredato con orgoglio. Bella casa, grande, tutto a posto. Ma un silenzio particolare le riempiva i muri, un silenzio diverso.

Pensò cosa vuol dire perdere il tempo. Non in grande, proprio nel concreto: hai qualcosa di vivo fra le mani e lo lasci andare perché credi che resterà comunque. E va via. Non con rabbia, né con uno sbatter di porta; semplicemente si dissolve, perché ciò che vive deve crescere e Claudia ha scelto di farlo.

Pensò: io invece cosa ho scelto?

Comodità. Il lusso di possedere qualcosa senza mai davvero investirci. La sicurezza di non rischiare, di non dire la parola che avrebbe significato impegno. Lo chiamava saggezza; oggi lo chiamava codardia. Non cattiveria, non malizia, solo la vigliaccheria dei prudenti.

Lanello restava lì, sul tavolo. Lui lo guardava.

Poi si alzò, aprì il cassetto, lo mise dentro, chiuse.

Si versò dellacqua, la bevve.

Fuori aprile continuava, caldo, chiassoso, testardo. Dal cortile salivano grida di bambini, musica da qualche finestra, odore di terra e foglie vecchie. Era tutto lì, eppure sembrava oltre il vetro.

Si avvicinò alla finestra, appoggiò la fronte al cristallo freddo, chiuse gli occhi.

Ecco, tutto qui. Dieci anni, e alla fine niente era come aveva creduto. Non era Claudia il piano B: era lui quello rimasto indietro, mentre pensava di manovrare, di essere libero. Lei invece la libertà laveva trovata davvero, scelto per sé. Lui ora sentiva la primavera degli altri, non la sua.

Non sapeva cosa sarebbe successo poi. La vita fa il suo corso, lo ha sempre fatto. Lavoro, trattative, viaggi, forse nuovi incontri, magari imparerà davvero qualcosa o magari no. Forse ricorderà soltanto.

Si staccò dalla finestra, si sedette sul divano.

Claudia, pensava, starà a casa ora. Magari cucina, o legge quel romanzo. Giorgio è là, quelluomo tranquillo in camicia di flanella, che aveva aperto la porta guardandolo con calma: uno che non ha niente da dimostrare, nulla da temere. Giorgio ha ciò che a Davide non è mai riuscito con lei: la certezza di essere arrivato in tempo e di aver fatto la cosa giusta.

Davide capì di non invidiarlo. No, o almeno, non del tutto. Aveva, verso Giorgio e ancora di più verso Claudia, un rispetto vero. Per come aveva fatto tutto. Niente drammi, niente coltellate, nessun trionfo sbandierato. Solo una vita che cresce e fa le sue scelte.

Ripensò a quello che lei aveva detto davanti al portone, col freddo: Ami ora perché hai perso; non è come amare mentre puoi ancora scegliere e non scegli.

Vero. Colpito in pieno.

Davide restava nel silenzio della sua casa ordinata: Ho potuto scegliere diversamente. Tante volte. Al terzo anno, al quinto Ogni compleanno a febbraio, ogni Capodanno, ogni domanda sul futuro da cui scappavo.

Si può scegliere? Certo. Ma questa consapevolezza arriva sempre tardi, quando non cè più nulla da scegliere.

Forse è questo il rimpianto silenzioso, pensava. Non tragico, niente urla. Solo lamara coscienza che il tempo non torna, e tu stesso lhai lasciato andare.

Si alzò, andò in cucina, mise su il bollitore per il tè. Guardava i fornelli e si disse: dovrei imparare a fare il minestrone. Pensiero bislacco, ma ci sorrise.

Il bollitore scattò. Davide versò la tazza, aggiunse un cucchiaino di miele, aveva letto da qualche parte che fa bene. Si sedette al tavolo. Fuori, la strada buia, i lampioni e le finestre illuminate.

Dallaltra parte si viveva unaltra vita. Qualcuno cenava, qualcuno si muoveva in salotto, qualcuno aveva la tv accesa. Il solito tram-tram. Eppure più vivo che mai.

Pensò alle chiavi. Al fatto che non aveva mai avuto quelle di Claudia. Non perché non volesse, probabilmente, ma perché non aveva mai pensato davvero di chiederle. Ora la porta era chiusa davvero, e non per le chiavi quelle si possono duplicare ma con qualcosa che non si apre più.

La tazza scaldava le mani. Restava lì così.

Ci sono cose che non si recuperano. Non per cattiveria o principio, è che il tempo non aspetta. Noi ci illudiamo che sia eterno mentre decidiamo; invece va avanti, e così fanno gli altri, portati a crescere, cambiare, scegliere. E se resti molto indietro, non è tradimento o malvagità, è solo la vita, che fa il suo.

Appoggiò la tazza.

Fuori era silenzio. Quellaprile era gentile, senza gelate, senza vento maligno. Solo una sera calda, ce ne saranno tante.

Pensò: bisogna andare avanti. Non perché improvvisamente si senta leggero, né perché sia diventato saggio; solo perché non cè alternativa. La vita mica sta ad aspettare che uno sistemi i suoi conti.

E si disse anche che, se mai incontrerà di nuovo qualcuno che conta, non rimanderà. Non per saggezza, ma per aver visto cosa vuol dire bussare a una porta troppo tardi.

Si alzò, lavò la tazza, la rimise a posto.

Tutto qui, pensò. Nessuna rabbia, nessun veleno per Claudia, per Giorgio o per il destino. Solo la fredda, onesta certezza: è successo, è giusto così. Non per lui, forse, ma giusto.

Spense la luce e tornò nella sua stanza.

In qualche cassetto del mobile cera ancora la piccola scatolina di velluto. Domani la porterà indietro alla Corallo. O forse dopodomani. Quando sarà pronto.

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