Quando il silenzio divenne quasi insopportabile, i primi applausi risuonarono come colpi improvvisi.
Uno, poi un altro. In un attimo la sala esplose in ovazioni. La gente si alzava, applaudiva, qualcuno gridava Bravo!, le donne asciugavano le lacrime, gli uomini si schiarivano la voce per nascondere lemozione.
Ginevra restava immobile, come se stesse sognando.
Il cuore le martellava nel petto, nelle orecchie aveva un ronzio insostenibile. Era convinta che lavrebbero cacciata invece tutti guardavano lei, la ragazza scalza che sembrava arrivata dal nulla.
Il Professor Lorenzo Bianchi si avvicinò piano. I suoi passi risuonavano sul pavimento di marmo.
Come ti chiami, piccola? chiese a bassa voce.
Ginevra bisbigliò.
E dove hai imparato a suonare così?
Da nessuna parte. Lei alzò le spalle. Mia mamma mi ha insegnato qualche nota poi ho fatto da sola.
Bianchi la osservò a lungo, quasi tentasse di capire come potesse nascere una musica così pura dalle dita di una bambina senza nemmeno le scarpe. Poi si rivolse al pubblico:
Signore e signori, credo che stasera abbiamo assistito a un vero miracolo.
Gli applausi ripresero, ma Ginevra non sentiva più nulla. La testa le girava, non mangiava da due giorni.
Il professore lo notò e chiamò un cameriere:
Portatele qualcosa da mangiare. Subito.
Pochi minuti dopo, le misero davanti una ciotola di minestra calda. Ginevra la mangiò pianissimo, con gesti lenti, temendo che gliela togliessero. Bianchi la guardava, sorridendo con calma.
A fine serata la sala si svuotò. Solo le candele si consumavano; laria profumava di cera e profumo.
Hai un posto dove dormire? chiese il professore.
Lei scosse la testa.
Hai parenti?
No. Solo la mamma
Bianchi annuì.
Domani alle dieci ti aspetto qui. Ti porterò al conservatorio. Suonerai davanti a loro.
Non posso sussurrò lei. Non ho vestiti, non ho scarpe
Lui sorrise dolcemente.
Quello non è più un problema tuo.
La mattina dopo Ginevra era davanti allingresso dellalbergo pulita, pettinata, con un vestito semplice ma ordinato.
Sulla schiena portava uno zaino nuovo, dentro la solita vecchia foto di sua madre.
Il professore arrivò alle dieci, puntuale, con una Fiat blu, di quelle di una volta.
Parlarono poco durante il tragitto. Solo una volta lui domandò:
Cosa hai sentito ieri quando hai suonato?
Come se la mamma fosse lì con me. rispose piano.
Lui sorrise e continuò a guidare.
Il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano li accolse con unaria severa e tranquilla. La segretaria guardò Ginevra con diffidenza.
Mi dispiace, Professore, ma le audizioni si terranno soltanto in primavera.
Ascoltatela cinque minuti. disse Bianchi. Solo cinque.
Dopo cinque minuti il direttore era già in piedi, senza parole.
Questa ragazza non ha bisogno di unaudizione. Lei è la musica.
Così Ginevra Rossi divenne la più giovane allieva del conservatorio.
Passarono gli anni.
Il suo nome cominciò a comparire sui manifesti, nelle interviste, in televisione.
Dicevano che nella sua musica non cera solo tecnica, ma unanima.
Ma lei non dimenticò mai la prima ciotola di minestra e quella sala dove aveva potuto suonare per la prima volta.
Il Professor Bianchi diventò il suo mentore, poi un vero padre. La vedeva crescere, salire sui palchi sotto applausi entusiasti, osservava il pubblico commuoversi ai suoi concerti.
Eppure nei suoi occhi cera sempre la malinconia di una bambina che un tempo aveva sofferto la fame.
Otto anni dopo, nello stesso Hotel Imperiale, il ballo Una Speranza per i Giovani si svolgeva di nuovo.
Un nuovo pianoforte a coda, lo stesso pubblico, gli stessi abiti eleganti e gioielli preziosi.
Professor Bianchi era seduto in prima fila ormai con i capelli bianchi ma la testa orgogliosamente alta.
Il presentatore entrò in scena:
Signore e signori, questa sera tra noi cè una ragazza la cui storia iniziò proprio qui. Accogliete Ginevra Rossi!
Lei arrivò in abito bianco, senza trucco, con un sorriso sincero.
La sala si fece silenziosa.
Si sedette davanti al pianoforte, ma prima di suonare guardò la gente:
Otto anni fa sono entrata qui scalza. Volevo soltanto mangiare. Un uomo mi disse allora: Lasciate che suoni. Questa sera, io suono per lui.
E iniziò a suonare.
La stessa melodia, ma ormai diversa più matura, più intensa.
In ogni nota cerano dolore e luce.
Quando lultimo suono si spense, Bianchi si alzò. Non applaudiva la guardava soltanto. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Le si avvicinò, labbracciò e disse:
Ora puoi sfamare il mondo intero con la tua musica.
Una settimana dopo Ginevra fondò la sua associazione Nota di Speranza.
Il primo giorno andò alla Stazione Centrale, dove dormivano bambini senza casa.
Si avvicinò a un ragazzino seduto sul marciapiede e gli offrì una focaccia calda.
Hai fame?
Sì.
Suoni qualcosa? chiese lei.
No rispose il bambino.
Ginevra sorrise:
Vieni con me. Ti insegnerò.
I giornali scrissero:
La ragazza che una volta suonò per una ciotola di minestra oggi offre pane agli altri.
Ma Ginevra sapeva che il vero miracolo non erano né gli applausi né la fama.
Successe quella sera, quando un uomo disse semplicemente:
Lasciate che suoni.
E da quel momento nessuno rimase mai più affamato, finché ci fu la musica.






