Le scarpe rosse nellingresso
Nadia, come va da quelle parti? la voce di Tatiana al telefono sembrava masticare qualcosa mentre parlava, un po affrettata. È un po che non scrivi.
Tutto bene, Nadia si strinse il telefono allorecchio, si voltò verso il finestrino del treno regionale. I campi umidi scorrevano fuori, grigi, appiattiti dalla pioggia autunnale. Sono già sul treno.
Torni prima?
Sì, prima del previsto.
Tatiana rimase in silenzio un secondo.
Marco lo sa?
No.
Unaltra pausa, più lunga.
Nadia, magari chiamalo, fagli sapere.
Tati, sto tornando a casa. La mia casa. Perché dovrei avvisarlo?
Lamica rimase ancora in silenzio. Ma Nadia se la immaginava chiaramente seduta lì vicino, con la schiena dritta, la bocca serrata e lo sguardo di chi sa più di quanto dica. O forse no, Tatiana non sapeva niente, è solo che ha sempre avuto un sesto senso sulle sfortune in arrivo.
Va bene. Quando arrivi, fammi uno squillo.
Daccordo.
Nadia infilò il telefono nella tasca della giacca. La giacca era vecchia, blu scuro, col bavero ormai sfilacciato dopo tre anni. Una di quelle cose che fino a poco tempo fa non notava nemmeno; ora lavvertiva addosso, con tutto il resto.
Un mese e mezzo. Quarantasei giorni in paese, nella casa a Pozzogrande, il profumo immancabile di farmaci e pelo di gatto. Dove la signora Gabriella le chiedeva un bicchiere dacqua proprio mentre lei si sedeva per mangiare. La stufa la mattina, che il boiler fa le bizze, lo aggiusta mio figlio quando viene solo che il figlio non veniva mai. In quarantasei giorni, mai.
Nadia aveva con sé una torta. Laveva comprata alla stazione di Bologna, durante il cambio. Una torta al miele, dentro una scatola di cartone legata da un nastro. Piaceva a Marco, la torta al miele. Nadia se nera ricordata davanti al bancone, e laveva comprata quasi senza pensare, per riflesso, perché il corpo ricordava certe abitudini anche quando la testa avrebbe tanto voluto dimenticare.
Si appoggiò con la fronte contro il vetro freddo. Ai campi fecero seguito sobborghi, poi le strade larghe di Modena, le case chiare. Casa.
Una parola che un tempo era calda. Adesso più nulla.
Pensava a Pozzogrande. Non pensava davvero, era una sensazione fisica: come il mal di schiena dopo una salita lunga, anche se ormai stai seduta, il corpo ricorda.
Gabriella non era una donna cattiva. Importante saperlo. Non cattiva semplicemente abituata a dividere il mondo in nostri e non nostri. Suo figlio nostro. Nadia la nuora. Mai figlia.
La prima settimana ci aveva ancora provato: cucina ricette trovate tra le pagine di un vecchio quadernetto in cucina, sistemi i cuscini come insegna la suocera, silenzi passivi ai discorsi infiniti sulla vicina del piano di sopra.
La minestra lhai salata troppo, diceva Gabriella fissando la tv. A Marco non piace salata.
Cercherò di stare più attenta la prossima volta.
Bravo. E chiudi le finestre di sera, ieri le hai lasciate aperte e ho gelato tutta notte.
Daccordo, signora Gabriella.
Chiama solo Gabry, che si fa prima. Una pausa. Anzi, fai come vuoi.
Dalla terza settimana le parole divennero un fruscio di sottofondo, indistinte come la pioggia. Nadia faceva tutto in modo automatico: stufa, colazione, pillole in ordine, pulizie, pranzo, una passeggiata breve fino al cancello, cena, tv a volume insopportabile.
Corvalolo. Quel profumo lo avrebbe ricordato a lungo. Era nellaria, tra le tende, nelle coperte, perfino nei vestiti.
Marco chiamava poco. Una volta ogni cinque giorni, a volte meno.
Come sta la mamma?
Meglio. Ora arriva in cucina da sola.
Brava. Sei proprio brava, Nadia.
Marco, quando vieni tu?
Presto, non spariscono gli impegni.
Io tra due settimane devo tornare a lavorare.
Chiedo di prolungare. Tranquilla.
Aveva chiesto. Lo seppe dalla mail: lufficio del personale le comunicava che, tramite richiesta del marito, aveva un altro mese di aspettativa non retribuita. Lesse la mail due volte, poi chiuse il portatile e andò a spaccare la legna.
Non era rabbia, o non ancora. Era una calma gelida, come il ghiaccio sotto i piedi: sai che cè, cammini uguale, ma attenta.
Il quarantaseiesimo giorno si alzò alle cinque, preparò la valigia e chiamò il taxi per la stazione. Gabriella dormiva. Sul tavolo lasciò un biglietto: Cè tutto in frigo. Pillole per i prossimi giorni nella scatola blu. Guarisca.
Non scrisse si riguardi, né scusi. Solo fatti.
In taxi si tolse di dosso la tensione di settimane. Le spalle scesero, laria ricominciava a entrare, quasi sorprendente. Pensò: torno, mi faccio una doccia, metto qualcosa di mio, mi butto su un letto vero, e tutto tornerà a posto.
La torta era sempre lì, sulle ginocchia. Il nastrino ormai un po sgualcito. Nadia lo lisciò con un dito.
Il treno si fermò. Prese la borsa ed uscì.
Lascensore la portò allottavo piano della palazzina. Trovò le chiavi, le infilò nel portone: serratura liscia come sempre.
La porta era socchiusa, nonostante ricordasse di averla chiusa bene.
La prima cosa che notò: un paio di scarpe sconosciute nellingresso. Rosse, tacco altissimo, cinturino dorato. Numero piccolo, 36 o 37. Posate con cura, la punta rivolta verso la porta.
Nadia rimase lì, in piedi. Sentì rumore dacqua dalla cucina. Poi passi.
Una donna giovane, trentanni forse, in accappatoio blu. Quello di Nadia, comprato lanno prima, con le margherite ricamate. Ricordava ancora quanto caveva messo a sceglierlo, per trovare la giusta sfumatura.
La donna le lanciò uno sguardo, ferma sulla porta.
Lei chi è? domandò, con quella calma un po scocciata di chi si ritrova un imprevisto, ma niente panico.
Abito qui, rispose Nadia. Con una voce che le parve troppo ferma perfino a lei.
In cucina, una bottiglia di vino rosso semiaperta e due bicchieri uno appena macchiato. Un piattino con prosciutto crudo affettato.
Elena! gridò una voce maschile dalla camera. Chi cè?
Marco.
Nadia appoggiò la torta sulla mensola nellingresso. Con cura, precisa. Poi si diresse lungo il corridoio e aprì la porta della camera.
Marco era seduto sul letto, in pigiama, spettinato, col telefono in mano. La guardò come si guarda un temporale che arriva fuori stagione.
Nadia? Ma… dovevi tornare tra tre settimane…
Sono tornata prima.
Si alzò, si passò la mano tra i capelli.
Aspetta. Lasciami spiegare.
Vai, spiega pure.
Spiegò a lungo. Nadia ascoltava, in piedi contro il muro, guardandolo mentre parlava, cercava le parole, si prendeva pause nella speranza di una frase giusta. Notava particolari che forse aveva sempre notato, ma a cui non aveva mai badato.
Durava da sei mesi. Elena lavorava nella ditta che passava a Marco i contratti migliori. Prima affari, poi altro. Gabriella sapeva. Gabriella trovava tutto furbo, il ragazzo ha bisogno di sostegno, i legami sono tutto, nella vita.
Mamma dice che sei forte, disse Marco. Guardava altrove. Che ce la farai.
Ma ce la farò a cosa?
Non rispose.
Nel corridoio, passi. Elena si era spostata altrove. Poi la porta del bagno che si chiudeva.
La casa è intestata a me, aggiunse Marco, più calmo ma burocratico. Lo sai.
Lo so.
Nadia, non volevo che fosse così…
Marco, lo fermò lei, pacata. Dimmi solo: e ora?
Lui indugiò qualche secondo.
Le tue cose le ho messe nei sacchi. Là in corridoio.
Nadia vide tre borsoni quadrati, di quelli da mercatino, stracolmi. Un borsone aveva la sua giacca invernale in evidenza; in un altro, a occhio, cerano libri.
Li fissò un attimo. Poi guardò la torta, quella al miele. Quella che piaceva a Marco.
Va bene, disse.
Prese due sacchi. Il terzo restava fuori, non riusciva a tenere tutti insieme.
Tornerò a prenderlo dopo.
Nadia… provò ancora Marco.
Non serve.
Scese al portone. Pioveva, una pioggia fitta, disinteressata. Rimase a guardare i borsoni squadrati, goffi, troppo colorati per la circostanza.
Prese il telefono e chiamò Tatiana.
Nadia? Rispose quasi subito, come se se laspettasse.
Tati, sei a casa?
Sì. Che succede?
Posso venire da te?
Una pausa breve.
Vieni.
Tatiana viveva dallaltra parte della città, in via Garibaldi, in un appartamento al terzo piano. Quando Nadia suonò, lamica aprì subito. Sguardo sui borsoni, sulla giacca fradicia, sul viso dellamica.
Entra, disse. Metto su il tè.
Non fece domande per mezzora. Solo asciugamano, tè, una scatola di biscotti sul tavolo. Nadia stava a tavola con la tazza tra le mani, che le tremavano appena. Non per il freddo.
Poi Tatiana sedette di fronte.
Racconta.
Nadia raccontò. Secca, senza dettagli inutili. Tatiana ascoltava senza interrompere, solo una volta quando si parlò dei borsoni sospirò appena, come a dire lo sapevo.
Gabriella lo sapeva, ripeté Nadia. Mi ha spedita al paesello apposta. Così non vedevo niente.
Ora ti dico una cosa, fece Tatiana lentamente. Ma non offenderti.
Vai.
Lui, a guardarlo bene, ti ha sempre visto come una comodità. Non come una persona amata. Ti ricordi il matrimonio? Lo si vedeva.
Nadia taceva.
Non lho detto prima per rispetto. Tu sembravi felice. Almeno, pensavo.
Non so se ero felice, rispose Nadia piano. Adesso non lo so più. Vivevo e basta. Facevo quello che si deve. Lavoravo, cucinavo, andavo da sua madre.
Quella si chiama abitudine, non felicità.
Non rispose. Prese un biscotto, lo tenne tra le dita.
Dormirai qui, disse Tatiana. Senza punto interrogativo. Per quanto serve. Metto la brandina in sala.
Tati, non voglio disturbarti.
Nadia, sono ventanni che siamo amiche. Basta parlare.
Nadia annuì. Chiuse gli occhi un secondo. Fuori pioveva. Sul terzo piano di via Garibaldi il suono era attutito rispetto allottavo della sua vecchia casa.
Quella notte non dormì. Sdraiata sulla brandina guardava il soffitto, Tatiana russava serenamente nellaltra stanza: quel suono, inaspettatamente, la rassicurava. Un elemento familiare, umano.
Nadia non pensò a Marco. Ma alle scarpe rosse nellingresso, a come stavano composte, le punte verso la porta, allaccappatoio blu con le margherite, alla torta nella scatola rimasta sulla mensola, pensò. Quella torta al miele per un uomo che ormai non era già più suo da molto, solo che lei non se nera accorta.
Si alzò alle sette, impossibile restare a letto oltre. Mise a bollire lacqua, trovò il caffè. Tatiana arrivò alle otto, con il solito accappatoio sgualcito e i capelli arruffati.
Hai dormito?
Poco.
Colazione?
Non ho fame.
Devi mangiare. Tatiana aprì il frigo. Uova, ricotta, cosa vuoi?
Tati.
Che cè?
Mi serve un lavoro.
Lamica chiuse il frigo e la fissò.
Ma lavori in amministrazione.
Mi hanno messa in aspettativa senza stipendio. Marco ha sistemato. Non so neanche se posso tornare. Lì mi hanno fatto entrare suoi amici.
Capito. Tatiana riaprì il frigo e tirò fuori le uova. Prima mangia. Poi vediamo.
Le prime due settimane furono le peggiori. Non perché succedesse qualcosa di particolare: anzi, non succedeva niente. Nadia si alzava, beveva il caffè, chiamava lufficio, mandava curriculum, cercava. Dormiva male, mangiava poco. Tatiana osservava con discrezione: lasciava sempre un piatto, ricordava il brodo in pentola.
La sera, sedute in cucina, Tatiana raccontava della sua azienda, dei vicini, di cose normali, piccole. Nadia ascoltava e pensava che la vita scorreva: le persone litigano per il parcheggio, preparano la cena, parlano della nuova stagione di una serie. Il mondo non si era fermato; solo dentro di lei tutto era immobile.
Marco scrisse una sola volta, dopo una settimana: Posiamo parlarci di divorzio in modo civile? Sono disposto a una compensazione. Nadia non rispose. Passò tutto a un avvocato che le aveva suggerito Tatiana.
Lavvocata era una donna pratica, capelli corti, oltre la cinquantina. Vide le carte, fece due segni.
La casa è sua, ok. Ma ci sono beni comuni?
Una macchina. E cè una quota di una casa in campagna.
Vedremo.
Nadia ne uscì sollevata, come dopo una faccenda finalmente avviata. Camminò a piedi per alcune vie di Modena. Lautunno diventava rigido, foglie appiccicate ai marciapiedi, odore dumido.
Senza accorgersene sbucò in una strada che non conosceva: botteghe ai lati, una vetrina di fiori tra farmacia e lavanderia a secco.
Azalea.
Non voleva entrare, solo guardare. In vetrina, mazzetti piccoli, niente bouquet da cerimonia, ma cose composte da mani esperte: crisantemi con lavanda secca, astri mescolati a foglie con bacche rosse, rametti gialli sconosciuti.
Entrò.
Odore di terra, dolciastro ma non stucchevole. Spazio piccolo, scaffali alle pareti e secchi sul pavimento.
Posso aiutarla? Una donna sulla sessantina, capelli scuri tagliati corti, il grembiule da lavoro.
Sto solo guardando, rispose Nadia.
Guardi pure, e la donna tornò a tagliare steli con movimenti rapidi.
Nadia camminò tra i fiori. Involontariamente raddrizzò uno stelo un po storto; dun tratto si accorse della mano.
Se ne intende? domandò la donna senza alzare la testa.
No. Solo guardo.
Ha la mano giusta, disse la donna, ora fissandola. Ha sistemato come si deve. Non tutti lo fanno. O non badano, o fanno peggio.
Nadia guardò la sua mano. Niente di speciale: solo rossa dal freddo.
Prendo questo, disse, indicando i crisantemi con lavanda. Quanto?
Quattro euro e venti centesimi. Pausa. Abita qui vicino?
Traversando la strada. Stavo passando.
Passi spesso, allora?
Forse.
La donna incartò il mazzo, uno spago attorno. Mi chiamo Nicoletta.
Nadia.
Torni quando vuole. Anche solo a guardare.
Nadia uscì e annusò i fiori. Crisantemi, odore dautunno, un po amaro, con la lavanda sopra a scaldare.
Per la prima volta dopo due settimane, si sentiva più leggera.
Tornò allAzalea tre giorni dopo. Ancora solo per guardare. Nicoletta era chino tra un carico di fiori nuovi e secchi.
Ah, Nadia, disse. Mi aiuterebbe? Se non è di fretta.
Nadia non aveva fretta. Si tolse la giacca, lattaccò allingresso e si mise al lavoro.
Questi vanno in un secchio a parte, tagliando lo stelo in diagonale, così.
Le indicò come fare. Nadia impugnò le forbici.
Lavorarono in silenzio quaranta minuti. Nadia tagliava, Nicoletta sistemava. Ogni tanto: No, questo è molle, via, Bravo, così si vede la differenza.
Poi tè dietro al retrobottega.
Che lavoro fa? Nicoletta.
Ragioniera. Ora niente.
Per ora?
Cerco.
Una pausa.
Qui serve una aiutante. Quella precedente si è sposata, se nè andata. Posso offrire part-time. Pagamento onesto, ma niente follie.
Quanto sarebbe onesto?
Nicoletta disse la cifra. Meno della vecchia paga di Nadia in amministrazione.
Ci penso.
Pensi bene. Non è come fare conti. Qui mani fredde, guai alla schiena, clienti rognosi. Se le va, le resta dentro. Altrimenti, si molla.
Nadia lo raccontò a Tatiana andando a casa.
Sei seria? Lamica da una sedia della cucina.
Me lha proposto.
Ventanni seduta davanti a bilanci! Hai esperienza, titoli.
Sì.
E vuoi andare a fare mazzi di fiori?
Non so ancora cosa voglio, ammise Nadia. Ma là dentro mi sentivo meglio che in qualsiasi altro posto, ultimamente. Non che significhi qualcosa. Ma è meglio.
Tatiana la fissò. Hai di nuovo laria di te stessa, disse. Anche solo adesso che ne parli.
La settimana dopo Nadia cominciò allAzalea. Nel frattempo mandava comunque qualche curriculum, alcuni colloqui andavano bene, uno le offrì lavoro, chiese tempo.
Ma ogni mattina era nel piccolo negozio, grembiule addosso, sistemando carichi di steli, imparando i nomi. Nicoletta spiegava con calma, diretta: come leggere una scheda, quanto regge un tipo, quali colori stanno insieme, perché un taglio va fatto là e non qua.
Nadia si concentrava, poneva domande quando non riusciva. Nicoletta non si innervosiva, solo ripeteva il gesto.
Lavorare coi fiori non era come immaginava. Altro che fiocchi e bouquet, era fatica: secchi pesanti, mani ghiacciate, odore di terra e verdura, spine che graffiano, foglie da strappare per non far marcire lacqua. E clienti vari: Voglio qualcosa di bello ma non so cosa, Un mazzetto che piaccia a tutti, ma non so a chi.
Ma cera anche altro. Quando mettevi insieme steli e colori, tutto il resto smetteva di esistere. Testa fuori da Marco, dalla casa, dagli avvocati, dai soldi. Solo i fiori, le mani, il silenzio che nasce là in mezzo.
Un giorno Nicoletta le passò dietro le spalle, guardò il mazzo che stava componendo.
Bene, disse. Lei sente lo spazio.
Cosa significa sente?
Sa quando un mazzo prende vita. La maggior parte ci mette anni. Lei lo ha già nellistinto.
Nadia osservò il proprio mazzo: papaveri rossi e gypsophila bianca, con foglie scure. Qualcosa di giusto, anche se non lo sapeva spiegare.
Da dove viene, disse Nicoletta, non so. Lo hai o non lo hai.
A dicembre, Nadia smise di mandare candidature da ragioniera. Una decisione silenziosa, fra sé. LAzalea divenne lavoro vero; Nicoletta aumentò la paga. Poco, ma si sentiva.
La sera leggeva. Comprava libri di fiori, guardava video di maestri suggeriti da Nicoletta, seguiva qualche corso online.
Ti ci sei buttata dentro, osservò Tatiana un giorno a cena, vedendola scrivere appunti su un quaderno.
È una fuga?
Forse anche. Nadia non sollevò lo sguardo. Ma quando sto coi fiori, smetto di pensare a quello che ho perso. Mi serve una pausa.
E dopo?
Nadia la guardò.
Si vedrà.
Il divorzio venne ufficializzato a febbraio. Lavvocato ottenne una parte della casa in campagna e la macchina, che Nadia vendette subito. Bastava per affittare una camera senza gravare su Tatiana (che diceva che non dava fastidio a nessuno, ma Nadia sapeva cosa voleva dire avere una in più in casa).
La stanza era su via Manzoni, in appartamento con una signora anziana, che affittava a gente seria. Nadia faceva al caso suo. Si incrociavano in corridoio. Un saluto e via.
La prima sera nella stanza nuova Nadia mise sul davanzale un piccolo mazzo, recuperato tra gli scarti di lavoro. Due gerbere gialle e foglie verdi. Guardava il mazzo col lampadario acceso. La stanza sapeva ancora di casa non sua, ma piano piano avrebbe cambiato aria.
La primavera arrivò presto. Già in marzo si sentiva lodore di asfalto bagnato. AllAzalea spuntarono narcisi, tulipani, linizio delle feste primaverili. Lavoro raddoppiato. Nadia passò pian piano a orario pieno.
Nicoletta una sera le chiese:
Hai pensato a formarti seriamente? Corsi veri.
Sì, ci ho pensato.
Qui a Modena cè una buona scuola. Conosco la docente. Sei mesi, programma tosto. Costa, ma vale la pena.
Non posso adesso.
Posso aiutarti a pagare. Restituisci con calma. Nessuna fretta.
Nadia si fermò a metà di pulire il banco.
Perché, se posso chiedere?
Nicoletta sollevò le spalle.
Faccio settantun anni a settembre. Il negozio lo tengo per passione. Ma vedo che hai trovato qualcosa che è tuo. È raro. Non voglio che te lo lasci scappare per colpa dei soldi.
Nadia tacque a lungo.
Li restituirò.
Lo so, fece Nicoletta.
Il corso iniziò in aprile. Tre sere a settimana. Teoria, storia, ore di pratica, compiti da fare a casa. Nadia tornava tardi, la cena avanzava, ma non mollava.
Alla terza lezione chiesero a ciascuno di comporre un mazzo libero, senza istruzioni.
Davanti agli scaffali, Nadia scelse rami argentati, foglie lucide, tre tulipani bianchi ancora chiusi. Sistemò, tolse, risistemò.
Bene, disse la docente, passando. Piano, quasi per sé, ma Nadia la sentì.
A maggio telefonò a Tatiana.
Ti ricordi quella collega che vendeva la mono-stanza su corso Vittorio?
Certo! È ancora in vendita?
Mi informo. Ho messo da parte qualcosa. Mi va di vederla.
Pausa.
Nadia, Tatiana parlò piano. È passato meno di un anno.
Lo so.
Non hai paura?
Sì. Ma via Manzoni non è per me. Voglio il mio, per piccolo che sia.
Lo studio era una stanza con nicchia, cucina e zona giorno, balconcino. Quinto piano, vista su ippocastani. Nadia la girò due volte, toccò i muri, controllò gli alberi dalla finestra.
La prendo.
Il venditore, giovane e stanchissimo, sembrava stupito.
Non vuole pensarci?
No.
Si trasferì a giugno, arredò con calma. Prima il letto e il tavolo. Poi armadio, poi tende, mensole. Sul balcone, cassoni di geranei regalati da Nicoletta.
Tatiana venne il primo weekend, portò una crostata, osservò tutto con locchio critico.
Strettina eh.
Ma mi basta.
Se ti basta. Uscì sul balcone. Bei geranei. Li hai piantati tu?
Sì, Nicoletta mi ha dato le piantine.
Donna in gamba.
Di più.
Bevvero il tè col balcone aperto. Da sotto, voci di bambini, qualche cane che abbaiava, un po di musica lontana.
Sei diversa, notò Tatiana piano.
Diversa come?
Prima eri sempre un po tirata. Come aspettassi che avresti dovuto fare qualcosa. Ora invece semplicemente siedi.
Nadia guardò i platani sotto.
Già, adesso semplicemente siedo.
A ottobre finì la scuola. Mostra finale: una installazione con rami secchi, erbe e crisantemi freschi. Nicoletta venne a vedere, stette in disparte e poi le disse:
Sono contenta di averti fatto quella proposta.
Il primo anno allAzalea divenne il secondo. Nadia prendeva ordini propri, seguiva clienti aziendali che Nicoletta le lasciava. Andava allingrosso, conosceva fornitori per nome. Inventava abbinamenti, provava stili.
Le mani erano cambiate. Più forti e precise, graffi e cicatrici ormai unabitudine.
Andrea comparve dinverno, a una fiera aziendale. Nadia montava un arco di abete e crisantemi bianchi quando lui si avvicinò:
Serve aiuto?
No, basta che tenga questo, grazie.
Contenuto, alto, laria posata di chi pensa prima di agire.
Architetto, disse, come a spiegare. Spesso lavoro con lo spazio. Capisco quando una struttura si tiene insieme.
Nadia.
Andrea.
Parlarono ancora mentre finiva il lavoro. Domande tecniche, senza trattarla dallalto in basso.
Prima di andare, lui chiese:
Posso avere il suo numero? Ci capita di collaborare con fioristi per gli allestimenti.
Certo.
Chiamò la settimana dopo: Servirebbe un allestimento per lapertura in un nuovo ufficio. Nadia andò, discussero. Fece quello che chiedeva, aggiungendo un dettaglio suo.
Meglio di come lavevo immaginata, disse lui.
È normale, rispose Nadia. Io lo spazio lo vedo diverso da te.
Rise. Una risata sincera, sommessa.
Cominciarono a collaborare. Poi divennero appuntamenti senza un vero perché: una telefonata, una chiacchierata, una passeggiata. Tutto lento, mai forzato. Come un fiore che sboccia per conto suo.
Mi piaci, le disse una sera, senza grandi premesse. Erano in un bar, caffè davanti. Non so se è il momento giusto, di se è presto.
Nadia prese la tazza.
Non è il momento sbagliato. Solo vado piano. Mi serve farlo piano.
Va bene, acconsentì lui, e chiusero il discorso lì.
Andrea non forzava. Si vedevano ogni tanto, ognuno viveva per conto proprio. Col tempo divenne chiaro che quello spazio faceva bene a entrambi.
Mai stata a Palermo? chiese lui una volta.
Mai.
Vieni con me? Ottobre: lavoro una settimana, poi ci restiamo qualche giorno.
Andò. Palermo era davvero un altro mondo: odori, voci, mercati pieni di fiori sconosciuti. Passò due ore in una piccola bottega, comunicando a gesti. Andrea la aspettava fuori, paziente.
Sai aspettare sempre così? domandò lei.
Me lha insegnato nonna. Se una persona fa la sua cosa importante, è rispetto non metterle pressione.
Bella nonna.
Tutto regolare. Una parola che Nadia aveva sempre collegato alla noia, ora significava solidità.
In ottobre, due anni dopo lAzalea, entrò un uomo in negozio che Nadia quasi non riconobbe.
Era un martedì, verso le tre. Nadia stava lavorando a un bouquet, la sua aiutante ora una giovane di ventotto anni, occhi vivi, mani giuste serviva al banco.
Luomo entrò. Nadia finì lo stelo, poi guardò.
Marco era invecchiato. Non bene. La pancia, il viso segnato, la giacca sbilenca. Sembrava cercare un appiglio fra quelle pareti.
Nadia non abbassò lo sguardo, semplicemente guardava.
Lui la vide: espressione turbata.
Nadia ciao.
Ciao.
Lena guardò interrogativa. Nadia fece un cenno: ci penso io. Lena tornò al banco.
Possiamo parlare? chiese Marco.
Parla qui.
Lui si guardò attorno, si avvicinò.
Mamma sta molto male. Non si alza più.
Nadia non rispose.
Ti nomina spesso, dice che solo tu sapevi come si fa.
Le serve una badante professionale, rispose Nadia, calma. Ho i contatti di una buona agenzia.
Nadia
Che cè?
Altra pausa.
Elena se nè andata. A febbraio. Ha trovato uno meglio. E il lavoro non è andata. I contratti con lei sono saltati subito. Dopo è venuto giù tutto.
Capisco.
Lo so, non ho diritto a chiederti nulla. Però possiamo parlare, almeno da esseri umani? Non ti ricordi che cera anche del buono tra noi?
Nadia lasciò i fiori, lo fissò.
Marco, non sono arrabbiata. Non più. È passato.
E il buono?
Era la mia abitudine, la tua comodità. Ora capisco la differenza. Allora no.
Nadia
No. Non sono più Nadia per te. Sono una persona, a sé. Ho fatto abbastanza da moglie, ho curato tua madre, ho taciuto sempre. Tu e tua madre lo sapete benissimo. Avete approfittato di questo.
Lui abbassò gli occhi.
Se vuoi, lascio i riferimenti per la badante a Lena. Sono bravi. Quello che serve a tua madre.
E tu?
Che cè?
Non non potresti tu?
Nadia restò a fissarlo. Cera in lui una sorta di vuoto nulla di tragico, solo assenza di appiglio.
No.
Marco annuì, ormai accettando.
Stai bene, disse. Si vede.
Lo so.
Rimase ancora un attimo. Poi voltò le spalle e uscì.
Nadia perdonami.
Lei non rispose. Semplicemente lo guardò andare.
La porta si richiuse. Calma di nuovo. Lena tornò.
Tutto bene? chiese.
Sì. Segna sul quaderno questi numeri: agenzia Serenità. Li trovi nella rubrica.
Subito, Nadia.
Tornò al suo bouquet per il compleanno. Sotto le mani viola e verdi, steli, qualche filo derba secca a dare fiato al tutto. Gira il mazzo di un quarto, osserva.
Lena si avvicina.
Bello.
Ancora no.
Aggiunge uno stelo, toglie, rimette. Lì va tutto al suo posto.
Fuori ottobre scorre come deve: nuvole, vento, foglie sui marciapiedi, una mamma con passeggino davanti al supermercato.
Chissà dove sarà Marco adesso. Ma in realtà, non interessa. Lui va dove deve. Nadia invece è qui, nel suo negozio che sa di menta, crisantemi e terra. Stasera arriva Andrea, farà la zuppa, si parlerà del più e del meno, e fuori sarà scena di pioggia di ottobre.
Nadia dà lultimo tocco, si allontana e osserva.
Così sì, pronto, dice.
Lena annuisce e prepara il pacco. Nadia si pulisce le mani sul grembiule, va alla finestra. Guarda la strada e sorride, poco, tra sé.







