Mi sono alzato di scatto dal divano, la testa già rossa di rabbia, e ho scaraventato il giornale sul tavolino. Che ti credi di fare?! Ho passato tutta la vita a darti tutto e tu?! ho urlato, mentre Fiorenza, con le braccia incrociate sul petto, mi fissava.
Che io? ha iniziato lei, la voce tremante. Trenta anni ho sopportato le tue scappatelle, i tuoi sono stanco e ho bisogno di una pausa. Sai quante cose ho fatto per te e la tua carriera? E tu ti sei mai chiesto come stavo? Quando è stata lultima volta che mi hai chiesto cosa avevo sul cuore?
Ma che centra! mi sono infuriato. Parlo di una cosa concreta! Mi avevi promesso di badare alla nipotina, e invece sei volata al tuo coro! E io dovevo fare? Cancellare un incontro importante?
E perché no? ha risposto Fiorenza, con le lacrime che le rigavano le guance. Metti la famiglia al di sopra del lavoro, almeno una volta nella vita! E, a proposito, non sono fuggita al coro. Ti avevo avvisato una settimana fa, ma come al solito non mi hai sentita.
Ho alzato le spalle, guardando fuori dalla finestra. Dopo trentanni di matrimonio avevamo imparato a litigare a voce alta senza arrivare a veri scatti di collera: un compromesso strano tra irritazione accumulata e il desiderio di non distruggere quello che avevamo costruito negli anni.
Coshai visto fuori? mi ha preso in giro Fiorenza. Unaltra scusa?
Lascialo stare ho sbottato, scrollando la spalla come per scacciare unombra. Il tuo tono mi fa già venire un mal di testa.
Fiorenza è rimasta in silenzio, fissando la mia schiena. Alto, slanciato, con le spalle larghe e una leggera barba argentata alle tempie così lavevo amata trentanni fa. È rimasto così, solo con qualche ruga in più e un carattere ancora più difficile da sopportare.
Sai una cosa ho sentito dire a me stesso, quasi a bassa voce penso che entrambi abbiamo bisogno di prenderci una pausa luno dallaltro.
Mi ha chiesto cosa volesse dire, ma Fiorenza era già uscita dalla stanza. Ho sentito la porta della camera sbattere, poi il fruscio dei cassetti del comò che si aprivano.
Sta facendo le valigie? mi è balzata in mente limmagine. Ma dai, è solo Fiorenza! Dove andrà?
Convinto che la sua ira fosse passeggera, ho ripreso il giornale. «Si calmerà», mi sono detto, mentre leggevo un articolo sullaumento delletà pensionabile.
Mezzora dopo, quando il trambusto nella camera si era placato, ho creduto che la tempesta fosse passata. Ma la mia certezza è svanita quando, nellingresso, ho sentito il tacchi di Fiorenza e il tintinnio di un mazzo di chiavi. Ho alzato lo sguardo dal giornale e lho vista con una piccola valigia in mano.
Dove vai? le ho chiesto, cercando di nascondere lincertezza.
Da Ludovica ha risposto brevemente, menzionando la vecchia amica di cui non sentivo parlare da tempo. Starò da lei qualche giorno, forse di più. Non lo so ancora.
Smettila di fare sceneggiate ho messo da parte il giornale e mi sono alzato. È solo una discussione. Che cosa non succede mai?
Non è una discussione, Gennaro ha sospirato Fiorenza. Sono stanca. Stanca di tutto. Della routine, della tua indifferenza, di vivere come due inquilini che condividono un letto invece di due persone che si amano.
Che sciocchezze! ho provato a scherzare. Che coinquilini? Dormiamo nella stessa camera!
È tutto quello che ci resta ha sorriso amaramente. Dormire nello stesso letto senza neanche parlare prima di addormentarci.
Mi sono trovato senza parole. Non riconoscevo più quella donna calma, decisa, capace di dire cose dure senza alzare la voce.
Fiorenza, parliamone ho fatto un passo verso di lei. Sediamoci e discutiamo.
No, Gennaro ha scosso la testa. Prima ho bisogno di stare da sola, di capire me stessa. Poi vedremo cosa fare.
Che cosa intendi per cosa fare? la mia voce tradiva il panico. Siamo marito e moglie! Abbiamo una figlia, una nipotina
Che non vedi quasi mai, perché sei sempre impegnato mi ha ricordato Fiorenza. E io non voglio più portare tutto da sola.
Mi ha voltato le spalle e, per la prima volta dopo tanti anni, ho notato le sue spalle cadere, il capo prima fiero ora abbattuto. In quel momento mi è venuta una paura vera.
Fiorenza, non andare via ho quasi implorato. Parliamone. Ho capito, davvero. Ti darò più attenzione, più tempo alla famiglia
No, Gennaro ha risposto. Ora sei spaventato, perciò parli così. Ma fra una settimana tornerà tutto come prima. Ho bisogno di tempo.
Ha chiuso la porta con dolcezza. Sono rimasto fermo nel corridoio, incredulo. Per la prima volta in decenni la mia moglie era davvero partita, senza litigi, senza minacce, senza promesse di ritorno a cena.
Mi sono avvicinato alla finestra e lho vista salire su un taxi. Nessun saluto, nessun gesto, solo la porta che si chiudeva e lauto che partiva verso lincognito.
Tornerà ho pensato, allontanandomi dalla finestra. Dove andrà? Abbiamo passato tutta la vita insieme.
Ma dentro di me si agitava unansia. Fiorenza sembrava così determinata, quasi a volersi assicurare che fosse davvero così.
La sera è sembrata infinita. Ho acceso la TV, ma non riuscivo a concentrarmi sul programma. I pensieri tornavano sempre al nostro litigio mattutino. Ero davvero così distratto? Quando eravamo usciti insieme lultima volta? Quando avevamo parlato davvero, senza parlare di faccende domestiche?
Il pasto da solo era un peso insopportabile. Ho preparato una pentola di spaghetti, li ho infilzati con la forchetta e ho lasciato il piatto sul tavolo. Nessun appetito. Ho preso il telefono e ho chiamato Fiorenza. Dopo un paio di squilli, la sua voce è arrivata:
Sì, Gennaro.
Come stai? ho chiesto, cercando di suon





