Durante una pausa dal lavoro, la segretaria si è sentita male e, uscita all’aperto, si è seduta su una panchina chiudendo gli occhi; quando si è risvegliata, ha visto un anziano signore che cercava di toglierle il braccialetto dal polso

Al lavoro mi sono sentita male, così sono uscita fuori: mi sono seduta su una panchina, ho chiuso gli occhi per un momento, e quando mi sono riavuta, ho visto un vecchio che cercava di sfilarmi il bracciale doro dal polso.

«Ehi, cosa sta facendo? È un regalo di mio marito!» Lui mi guardò spaventato e disse piano: «Ha perso i sensi a causa di questo bracciale. Guardi bene.»

Mi sono fermata, il cuore in gola.

Mi sono sentita male proprio durante una riunione.

Ero seduta accanto al direttore, prendevo appunti come sempre, cercando di sembrare attenta nonostante la stanchezza. Laria era densa, soffocante, mi pulsavano le tempie e il cuore batteva più forte del solito. Ho respirato a fondo, ma la oppressione non passava, sentivo il petto compressa come se mi schiacciassero lentamente.

A un certo punto tutto ha cominciato a girare. Mi sono aggrappata al bordo del tavolo per non cadere, ho sussurrato una scusa. Mi sono alzata, tentando di camminare senza barcollare, ma le gambe erano molli. Il direttore ha chiesto qualcosa, ma non sentivo quasi più nulla.

Fuori laria era fresca, ma non mi dava sollievo. La debolezza peggiorava. Ho fatto qualche passo e mi sono lasciata cadere su una panchina nel piccolo parco vicino allufficio. Ho chiuso gli occhi, sperando che passasse.

Il cuore mi batteva allimpazzata.

Quando ho riaperto gli occhi, ho visto un vecchio piegato su di me. Avrà avuto più di settantanni. Cappotto semplice, berretto usurato, sguardo calmo ma attento. Mi teneva il polso e lo studiava come se cercasse qualcosa.

Che fa? ho chiesto con voce rauca, cercando di ritrarre la mano. Non tocchi, il bracciale è un regalo di mio marito!

Lui non mi ha contraddetta. Ha detto semplicemente:

Al lavoro mi sono sentita male, così sono uscita fuori: mi sono seduta su una panchina, ho chiuso gli occhi per un momento, e quando mi sono riavuta, ho visto un vecchio che cercava di sfilarmi il bracciale doro dal polso.

Sta male proprio per quello. Guardi meglio.

Ho rivolto lo sguardo verso il bracciale, pesante, doro, che non mi tolgo mai. In quel momento mi sono gelata:

Loro era annerito proprio dove toccava la pelle. Non tutto, a chiazze scure come se qualcuno avesse passato il bracciale con una pennellata di ombra.

Chi è lei? ho sussurrato, sentendo un nodo alla gola.

Sono un ex orafo ha risposto tranquillo. Ho lavorato quarantanni con loro. Quando ho visto che stava male ho notato per caso la sua mano. Solo chi sa guardare se ne accorge.

Che significa? tremavo.

Quello è il segno del tallio disse piano. Un veleno subdolo. Invisibile a occhio nudo. Si applica in strato sottilissimo, si assimila attraverso la pelle e lentamente avvelena chi lo indossa. Loro reagisce annerendo.

Sta dicendo

Il vecchio annuì.

Al lavoro mi sono sentita male, così sono uscita fuori: mi sono seduta su una panchina, ho chiuso gli occhi per un momento, e quando mi sono riavuta, ho visto un vecchio che cercava di sfilarmi il bracciale doro dal polso.

Chi le ha regalato quel bracciale sapeva cosa stava facendo. Voleva che si ammalasse, si indebolisse, e un giorno non si svegliasse più.

Ho guardato il gioiello e poi le mie mani. Nella mente è apparso il volto di mio marito, il suo sguardo freddo, quella cura strana dellultimo periodo e le parole insistenti: «Indossalo sempre, è il mio regalo.»

In quel momento ho capito tutto.

Il vecchio ha tolto con cautela il bracciale e lha avvolto in un fazzoletto.

Deve andare subito da un medico e dalla polizia ha detto. Non lo indossi mai più.

Ho annuito in silenzio. Seduta sulla panchina, le dita tremanti, ho capito che avevo rischiato la vita e forse era solo linizio.

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Durante una pausa dal lavoro, la segretaria si è sentita male e, uscita all’aperto, si è seduta su una panchina chiudendo gli occhi; quando si è risvegliata, ha visto un anziano signore che cercava di toglierle il braccialetto dal polso
Un giorno mi ha chiamato una lontana zia e mi ha invitata al matrimonio di sua figlia – la mia cuginetta di secondo grado, che avevo visto l’ultima volta quando aveva sei anni. Non che io sia particolarmente attaccata ai parenti, ma questa volta non sono riuscita a svignarmela. — Almeno una volta ogni vent’anni possiamo incontrarci, voglio proprio vedere se osi non presentarti! — mi ha intimato la zia. Così, ecco l’invito elegante con colombe e rose da parte di Martina e Alessandro, poi pure il promemoria qualche giorno prima – e non ho potuto tirarmi indietro. Pazienza, pensavo, sarà una sabato “perso”, ma che ci posso fare? Arrivo quindi al ristorante con il bouquet, un umore pessimo e la ferma intenzione di trovare una scusa per andarmene presto. Entro nella sala, mi fanno sedere con un gruppo di giovani amici dello sposo che, dopo qualche bicchiere, cominciano a decantare le doti dell’incredibile “zia bella” della sposa, proponendo di fare subito amicizia e di godersi la festa. Cosa che, in effetti, facciamo. La sposa, ovviamente, non l’ho riconosciuta: tanti anni dopo, da timida ragazzina olivastra si era trasformata in una bionda burrosa e decisamente prorompente. La preferivo com’era. In generale l’atmosfera era piuttosto cupa: tante zie arcigne coi rispettivi mariti, lo sposo con lo sguardo alla disperata ricerca di salvezza, la sposa che si godeva la consapevolezza della propria incontestabile bellezza e “dotazione”… Se non fosse stato per l’allegra compagnia del tavolo, sembrava quasi un funerale. Le zie ci guardavano malissimo. Ho perso il primo giro di brindisi, ma poi parte il secondo. Tocca a me. Il presentatore, informatosi sul mio grado di parentela, annuncia tutto contento: — Ora gli sposi saranno congratulati dalla giovane e bella zia della sposa! E io, ispirata, lancio: — Cari Martina e Alessandro! La festa era già poco vivace, ma a questo punto è calato un silenzio di pietra, e mi sono resa conto, tutto d’un tratto, che la mia zia non la vedevo proprio lì… e dubitavo persino che fosse cambiata abbastanza da non riconoscerla. — La sposa si chiama Sara, — ha sibilato una zia in rosa di fronte a me. — E lo sposo è Luca. — Scusi, come Sara? Luca chi? — Sempre chi va alle feste degli altri a mangiare e bere a scrocco! — ha aggiunto la zia. — Anche al congedo militare di mio figlio si presentò uno così, l’abbiamo cacciato con fatica. Persone senza un minimo di vergogna! Proprio allora ho capito che il vero divertimento, lì, stava per cominciare. Tutti gli ospiti si sono avvicinati con uno sguardo famelico, pronti ad aggredire. Non avevano ancora rimboccato le maniche, ma poco ci mancava. — Ma guardate, qui c’è l’invito! — ho esclamato sventolandolo. — C’è scritto tutto: Martina e Alessandro, ristorante tal dei tali, sala banchetti! Per fortuna è arrivato in soccorso il cameriere. — Signorina, — ha detto, — c’è anche un’altra sala banchetti al secondo piano, magari era quella la vostra? — Certo, la sua! S’è già fatta una cena gratis qui, ora va su a farsi il bis! — ha sentenziato la zia in rosa. — Ma come si fa a essere così sfacciati? Un’imbrogliona! — E poi, cara Irina, la sfacciataggine è una fortuna! — ha rincarato un’altra zia, in verde, ancora più acida. Ci tengo a sottolineare che non somiglio per niente a una disperata o una truffatrice da strapazzo. Ma, a quanto pare, dal loro punto di vista… Gli amici dello sposo hanno tentato di difendermi, beccandosi anche: — Ah, ecco, una che fa girare la testa agli uomini appena arriva! E la zia in rosa ancora: — Proprio come quella che ha portato via il marito alla nostra contabile! Appena ti distrai, ti fottono il marito, delle vere vipere. Non avevo mai “portato via” nessun marito a nessuno, ma improvvisamente mi sono sentita terribilmente colpevole e persino tentata di dare un’occhiata ai mariti in sala – tanto ormai, che differenza fa su quante accuse mi piovono addosso? Per fortuna, il cameriere zelante è andato nella sala giusta e ha trovato la vera zia, che è corsa in mio soccorso, chiarendo a tutti che mi conosceva eccome. Lo ha fatto però strizzando l’occhio a me e agli altri ospiti, come volesse lasciar intendere che qualche “problema di testa” ce l’ho sempre avuto. Morale: mi hanno “evacuata” nella sala giusta, dove c’era davvero la bella e abbronzata Martina col suo Alessandro e dove mi hanno rianimata con generose dosi di superalcolici. Almeno ho fatto in tempo a non consegnare il regalo! E a riaccompagnarmi a casa sono stati… gli amici dello sposo del primo matrimonio.