Non devo niente a nessuno
Caterina fissava il vetro appannato dellautobus mentre le luci soffuse di Firenze scorrevano immobili come pensieri lontani. Laura, seduta accanto, agitava le mani con energia tutta italiana, cercando di scuotere lamica, di strapparla al vortice di rimuginazioni che la tenevano prigioniera.
Così lo perdi sul serio! esclamò Laura, allargando le braccia come solo una fiorentina sa fare. Lorenzo ormai con te è, diciamolo, freddo! Lo vedi da sola, vero?
Caterina spostò lentamente lo sguardo sullamica, sospirando appena. La voce le uscì stanca, vuota, come una musica lontana.
E che dovrei fare? Scatenare una scenata? Mettergli laut aut? Perché? Se ha deciso di lasciarmi
Laura si raddrizzò sulla panchina della fermata. Negli occhi le brillava un lampo di determinazione, quella tipica degli italiani che si sentono parte di una commedia che non vogliono smettere di recitare.
Oh, svegliati! proclamò con finta autorità. Non è ancora tutto perduto, te lo giuro! Anche io ci sono passata… Ricordi quanto ho tribolato con il mio?
Per un attimo, nei riccioli indomiti di Laura brillò una memoria di due anni prima. Il tono di Caterina si fece curioso, quasi timido:
Tuo lo hai fregato con la storia del bambino, vero?
Sotto la superficie, nella voce di Caterina vibrava una fame di speranza. Laura sorrise, spingendosi una ciocca dietro le orecchie.
No, con lui non avrebbe funzionato ammise Caterina piano. Lorenzo è troppo attento.
Laura si mise a ridere, scacciando con la mano quel pensiero come polvere dal tavolo.
Dai, allora fallo alla toscana: ago e filo, che un giorno ti ritrovi le prove in mano!
Caterina la guardò, perplessa, ma Laura non si scompose:
Metti il test sul tavolo, occhi bassi vedrai che funziona. Lui è responsabile, oh! Non può mica lasciare il sangue del suo sangue!
Un breve silenzio gravò nella stanza. Caterina continuò a giocherellare con la tazzina ormai fredda tra le mani; le dita tremolavano appena, il pensiero era sospeso come la nebbia sui colli.
Dici davvero? chiese infine, senza convinzione. Non lo so…
Laura si sporse in avanti, il sorriso aperto, una carezza di ottimismo.
Non dubitare! È solo questione di tempo: vedrai che presto indossi quel vestito bianco e una fede doro al dito
Le profezie di Laura, purtroppo, crollarono sul nascere. Lorenzo, invece di cedere, divenne rigido, spigoloso il tono glacialmente pragmatico:
Prima carriera, prima la casa, poi (chissà quando) i bambini. Un figlio costa, Caty, costa caro! Duemila euro al mese? E chi ce li ha?
Giorno dopo giorno, le discussioni si acutizzarono; Caterina rifiutava di cedere, cullando il sogno di chiamarsi signora Ricci, costruire la loro famiglia nel caldo di una cucina toscana, bagnata di sugo e risate. Ma tutto si sbriciolò: Lorenzo di famiglia non ne voleva nemmeno sentir parlare.
Alla fine di una delle tante liti, Lorenzo sbottò. Il viso segnato dalla stanchezza, trapelava irritazione e rabbia repressa:
Si sta bene insieme, Caty, ma sposarti? Macché! Te pensi solo a fare festa, a studiare il meno possibile, a buttare soldi. E lavorare? Manco a parlarne! Come potresti fare la madre? Mi fa pena il povero bambino…
Quelle parole furono una sberla. Caterina rimase senza fiato occhi lucidi, bocca serrata per trattenere la tempesta.
Ah sì? Allora non lo vedrai mai questo bambino! gridò con voce spezzata, le mani chiuse a pugno. Rabbia, tristezza, la disperata dignità di chi non sa più che fare.
Lo disse per fargli male, per non sentirsi sconfitta. Ma Lorenzo rise, una risata dura, pungente:
Il bambino davvero per lui non contava nulla.
Il colpo fu tale che Caterina si ritirò. Mascella tesa, si rimangiò le parole, si scusò, sperando che dietro la freddezza di Lorenzo si annidasse ancora un barlume di poesia che a vedere un neonato tra le braccia, si sarebbe sciolto. Si aggrappava allillusione, quella dei libri e dei film.
Il tempo passò. Arrivò il giorno: un maschietto dai capelli scuri che chiamò Martino. Un nome melodioso, importante. Lo aveva scelto dopo mille pensieri, accarezzando la culla vuota.
I primi giorni in ospedale, Caterina viveva col fiato sospeso. Ogni passo fuori dalla stanza era una fitta di speranza: che fosse Lorenzo, impacciato ma felice, con un mazzo di rose. Ma la porta si apriva solo per medici, infermiere, nessun padre.
Lorenzo si limitò a due messaggi. Precisi, asciutti: Come state tu e il bimbo. Nessun accenno demozione. Il terzo messaggio fu glaciale: Voglio il test del DNA. Solo dopo potrai mettere il mio nome a Martino. E per i soldi, ci penserò io nei limiti del buon senso.
Caterina lesse e rilesse quel messaggio, le mani che tremavano tanto che il cellulare rischiava di cadere. Unondata di disperazione le annebbiò la vista: tutto in cui aveva creduto era cenere.
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Caterina ribolliva dentro. Si aggirava per lappartamento minuscolo, maledicendo Lorenzo che non aveva recitato la parte delluomo italiano che cede allamore, e Laura, che laveva spinta con troppa sicurezza su una strada senza uscita. E ora Laura si limitava ad alzare le spalle, eh ma non sempre va come speriamo.
La persona che incolpava di più era però la madre di Lorenzo la signora Mariangela. Allinizio laveva accolta con il caldo entusiasmo delle madri fiorentine: Che bella ragazza, Caterina! Una vera da sposare! Aveva già in mente bomboniere e centrotavola. Ma bastò poco: cera unaltra, la figlia della sua storica amica del mare, bella, seria, perfetta universitaria. Dun tratto, i sorrisi non erano più per Caterina.
Passarono due mesi dalla nascita di Martino. Il giorno che Caterina tornò a casa dallospedale, apprese che Lorenzo si era sposato ma con laltra. Le sembrò di precipitare nel vuoto.
Da allora, Martino diventò una fatica insopportabile. Caterina non si abituò mai ai pannolini, alle notti in bianco: lidea di sposare un buon partito e vivere una vita fatta di cene al ristorante e viaggi era in pericolo. Martino chiedeva troppa energia, troppo amore tutto ciò che Caterina non aveva più da dare.
Così, il piccolo finì affidato alla nonna la signora Paola. Allannuncio della figlia, Paola abbassò le tende:
Un bambino ha bisogno della madre, Capito? Non mi hai messo al mondo questo bambino per me, spero.
Cera dolore nelle parole, e la fatica di chi ha cresciuto da sola.
Caterina, ignorandola, continuava a scorrere chat sul cellulare la ricerca di un marito non aveva mai fine. Dallaltra stanza il pianto flebile di Martino era solo un rumore di fondo.
Oh mamma, basta lamentele. Quando trovo marito e sistemo tutto, allora me lo riprendo. Adesso mi sta solo tra i piedi.
Paola si fermò sulla soglia, il volto stanco, rassegnato sapere di non poter cambiare la testa di Caterina le scavava il cuore.
E chi lo sa quando succede! replicò con voce rotta. Intanto il bambino va nutrito.
Andò nella cameretta, prese Martino tra le braccia, avvolta dal tepore e dal pianto rotto del piccolo. Nellallattare il nipote, solo lì, riusciva a trovare ancora un senso dolce in quelle giornate dincomprensione.
Dopo quattro mesi, Caterina indossò finalmente il vestito bianco. Le nozze con Gennaro, uomo di poche parole e nessun fascino, furono modeste: lo scopo era solo uno mostrarsi vincente davanti a Lorenzo. Risate, abbracci col nuovo marito, fotografie: una vittoria di facciata.
Per Martino, però, nulla cambiò. A casa di Gennaro non cera spazio. Lui fu chiaro: I figli li voglio miei e basta. E Caterina non obiettò. Meglio la pace.
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Passarono altri due anni. La vita di Caterina ormai girava tutta attorno alla piccola Angelica, la figlia avuta dal secondo matrimonio. Gioiva per ogni sorrisetto, ogni nuovo vestitino; Martino divenne unombra lontana. Le chiamate alla madre si fecero rare, i bonifici più rari ancora: Tanto la bambina ha più bisogno… continuava a ripetersi.
Paola si caricava di tutto: visite pediatriche, compere, malattie. Finché un giorno, sfinita e piena di amarezza, ruppe ogni indugio: ora basta, è ora di restituire a ciascuno il proprio ruolo.
Lorenzo, questa volta, non pensava più al passato. Il presente era un nuovo appartamento, una nuova vita, la pace domestica di un uomo sistemato. Quel pomeriggio, il campanello lo colse di sorpresa. Aprì: sulla soglia cera Paola, con le spalle dritte di chi ha preso una decisione irreversibile. Accanto a lei, un bimbo dagli occhi lucidi, la manina stretta alla gonna.
Lorenzo disse a bassa voce ma ferma. Ora tocca a te.
Parlò chiaro: Non posso e non voglio più occuparmi di Martino. Ha i genitori in vita, io non ci sto più dentro. Questa è la tua responsabilità; il mio compagno porta le sue cose stasera.
Si chinò al livello di Martino, cercando di addolcire la separazione.
Verrò a trovarti e puoi venire anche tu da me, va bene? Fai il bravo, amore.
Il bambino non rispose, stringendo la stoffa come fosse ancora tutta la sua sicurezza. Due lacrime calde gli disegnarono il visetto.
Nonna… non andar via…
Ma Paola si raddrizzò, sciolse con cura la stretta delle sue manine, lanciò uno sguardo saldo a Lorenzo, e si avviò verso lascensore. Martino cercò di seguirla, ma la porta si chiuse col suono secco del destino. Impietrito, picchiò i pugni sul legno:
Nonna! Torna, ti prego, non andare!
Ma la donna non si voltò. Se ne andò, consegnandolo a un padre sconosciuto.
Lorenzo restò perplesso sulla soglia spaesato tra il pianto del figlio e una casa che non era mai stata veramente la sua.
Martino tentò, avvicinandosi.
Il bambino si ritrasse, gridò più forte:
No! Voglio la nonna!
Lorenzo si fermò, costretto a fare i conti con la paura di non essere abbastanza, e il muro di silenzi e abbandoni tra loro.
I giorni passarono lenti. Martino continuava a nascondersi, rifiutava il cibo, rigettava ogni tentativo di avvicinamento. Cercava la nonna in ogni rumore.
Fu allora che intervenne Tiziana, la moglie di Lorenzo. Non era la madre di Martino, ma aveva pazienza e una gentilezza che scaldava il ghiaccio nella stanza. Non forzò mai la mano: lasciò spazio, offrì biscotti e tè silenziosamente, raccontò storie di animali e boschi, sorrise senza chiedere nulla in cambio.
Poco a poco, Martino si lasciò incuriosire. Un giorno, dopo uno dei suoi incubi, andò da Tiziana e si strinse a lei, piangendo piano. Lei lo accolse in un abbraccio, promettendogli con parole semplici che tutto sarebbe andato bene.
Da quel momento il buio si acclarò; il bambino imparò a fidarsi, a sorridere piano. Lorenzo seguiva questi cambiamenti come un miracolo; fu Tiziana a costruire il ponte che li unì, davvero, per la prima volta.
Con il passare dei mesi, Martino cominciò a chiamare Lorenzo papà, domandando della nonna meno spesso. Tiziana sapeva sempre cosa dire:
La nonna ti vuole bene e sarà sempre nella tua vita. E qui con noi sei al sicuro, e amato.
Martino, ancora confuso e fragile, cominciò a credere che finalmente aveva una famiglia. Vera.
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Venti anni dopo, Martino camminava determinato per Santa Maria Novella. Giacca elegante, la ventiquattrore sotto braccio, il telefono che vibrava con notizie di appuntamenti da gestire. La giornata si era portata via tutte le sue energie, ma lui adorava la routine milanese, fatta di precisione e di scelte difficili.
Allimprovviso, una voce acuta lo richiamò:
Martino, figlio mio!
Si voltò di scatto. Avanzava una donna disfatta, capelli arruffati, trucco sgualcito, laspetto di chi lotta più con la vita che per la vita. Gli tese la mano:
Ma non mi riconosci? Sono tua madre! E quella è tua sorella!
Poco distante, una ragazza truccata in modo eccessivo fumava davanti a una vetrina; sbuffò nel vederli e si voltò dallaltra parte.
Martino si irrigidì. Lo sguardo si fece gelido.
Signora, che vuole? Se cerca guai, posso anche chiamare una clinica, eh!
La donna strinse il suo braccio, quasi volesse risucchiarlo indietro.
Come puoi trattare così tua madre? Io che ho sofferto per metterti al mondo… Tu mi devi…
Lo interruppe secco, con una sicurezza che gli mozzò il fiato:
Io a lei NON DEVO NIENTE, signora. Niente.
Sfilò via il braccio, sistemò il nodo della cravatta ed entrò nella sua auto nuova di zecca una Giulietta fiammante, regalo di papà per i suoi ventuno anni: simbolo di riscatto, di futuro, di tutto quello che si era conquistato da solo.
Rispose al telefono, riconoscendo la voce del padre.
Sì, papà, sto arrivando. Un contrattempo, niente di grave… tutto sotto controllo.
Il tono era freddo, il cuore finalmente sgombro da ogni ombra. Guardò unultima volta dallo specchietto la donna che agitava le braccia disperata sul marciapiede.
Il passato restava indietro, insieme alle pretese, insieme ai debiti damore non pagati.
Davanti a lui cera solo la strada, e tutto il futuro.





