Nessuno potrà mai sostituire un padre

Nessuno può sostituire un padre

Chiamami papà, va bene? Voglio che tu mi chiami papà! sibilò Vittorio, cercando di mantenere la calma, anche se gli stava montando una rabbia tremenda per quel rifiuto apparentemente banale. Io ti mantengo, ti do un tetto, risolvo i tuoi problemi. Non merito almeno un po di rispetto?

Il ragazzo, Giacomo, se ne stava davanti a lui con le mani serrate a pugno, trattenendo a fatica lirritazione. Le parole di Vittorio lo colpivano proprio dove faceva più male. Per lui il nuovo marito della madre non era altro che un estraneo, uno che un giorno era semplicemente comparso a casa loro e ora pretendeva di prendere un posto che non gli spettava. Lidea di chiamare papà chiunque altro che non fosse suo padre vero gli suscitava una sgradevole ondata di disagio, quasi fisico.

Io un papà ce lho già! gridò Giacomo, stringendo le nocche così forte da farle diventare bianche. Non ne voglio un altro! E poi mio padre mi passa ogni mese i soldi dellassegno di mantenimento, e io non ti ho mai chiesto niente. Basta, smettila di mettermi pressione!

Senza attendere risposta, Giacomo si girò di scatto e si chiuse in camera sua sbattendo la porta con tale violenza che gli ronzarono le orecchie. Girò la chiave nella serratura come se così potesse proteggersi da tutto quello che stava succedendo fuori. Il cuore gli batteva forte, la tensione gli serrava le spalle e le tempie pulsavano per la rabbia e la frustrazione.

Si lasciò cadere sul letto, affondando la testa nel cuscino per non sentire le urla di Vittorio che rimbombavano in tutta la casa. Ormai era un ritornello: Vittorio che incolpava sua madre di averlo viziato, di lasciarlo fare quello che vuole e di non insegnargli il rispetto verso chi lo mantiene.

Dove sarebbe legoismo? pensava Giacomo, stringendo il cuscino a tal punto che gli doleva la mano. Cosha di male voler restare legato a mio papà? Perché dovrei chiamare papà uno che non sa fare altro che urlarmi contro e imporre le sue regole? La mia vita non è roba sua!

Domande che gli giravano in testa, gonfiando la frustrazione. Si sentiva messo allangolo, come se gli stessero chiedendo di abbandonare qualcosa di fondamentale, chiedendogli in cambio solo di sottomettersi a regole altrui.

Sua madre, con grande sua delusione, quasi sempre prendeva le parti di Vittorio. Ogni mattina riecheggiava la stessa solfa: cerca di essere più ragionevole, cerca di capire, Vittorio vuole solo il tuo bene. Giacomo ascoltava, annuiva, ma dentro si stringeva ogni volta di più. Non sapeva come spiegarle che non era questione di capriccio o di testardaggine: per lui la parola padre era una cosa seria, una cosa impossibile da sostituire solo perché qualcuno lo pretende.

Vuole solo il meglio? sbottava lui, sentendo salire la rabbia. Non lo chiamerò mai papà. Non se lo merita. Che pensi ai fatti suoi! Perché non vedono che sto male? Perché nessuno mi ascolta mai davvero?

Allimprovviso qualcuno martellò la porta. Un colpo, poi un altro così forte che la serratura vibrò e cedette. La porta si spalancò ed entrò Vittorio, furioso, stringendo in mano la cintura. Il viso teso dal nervoso, gli occhi persi di rabbia, una vena sulla tempia che pulsava.

Ora mi ascolti, hai capito?! ringhiò, la voce rimbalzava sulle pareti. Basta atteggiarti a vittima! In questa casa decido io, e tu devi ubbidire! Quello che pensi tu non conta niente, chiaro?!

Giacomo gelò, un brivido gli scese lungo la schiena. Vittorio si avvicinò, sollevò la mano. Un colpo, bruciante, una striscia rossa sulla spalla un dolore acuto che lo fece gridare. Negli occhi solo rabbia e paura. Ancora un tentativo di colpirlo

Qualcosa si ruppe dentro Giacomo. La paura lasciò spazio a una decisione improvvisa. In un attimo scattò giù dal letto, agile e veloce come unanguilla, e senza pensarci tirò un calcio deciso al ginocchio di Vittorio. Quello, preso in contropiede, vacillò e si accasciò con un tonfo sul letto.

Sfuggendo alle sue mani, Giacomo corse fuori dalla stanza. Le mani tremavano mentre in fretta si infilava le scarpe senza neppure allacciarle; prese la giacca e si tuffò fuori dallappartamento senza guardarsi indietro.

Laria fredda gli colpì in faccia e gli schiarì un po la mente. Corse, corse senza guardare dove, pur di allontanarsi da casa, dalle urla, da tutto quello che lo stava soffocando da mesi. Nelle orecchie solo il suo battito e una sola idea: Non devo farmi trovare. Non sapeva dove andare, sapeva solo che tornare era impossibile.

Dopo qualche centinaio di metri, si infilò in un vicolo buio. Le ginocchia gli tremavano, il fiato corto, e si appoggiò col dorso alla parete di un vecchio palazzo, le spalle umide per il sudore e la paura. I polmoni bruciavano come se avesse respirato tizzoni, nei timpani un fastidioso fischio il cuore martellava troppo forte.

Mai, mai aveva corso così, come se ne andasse della sua vita. Non sentiva neppure la fatica vera, sballottato da una tempesta di emozioni. Provava a ragionare, ma i pensieri scappavano via come stormi di rondini spaventate.

Ma cosa gli è preso? si chiedeva, incredulo. Glielho già detto mille volte! Non posso chiamarlo papà, non lo sento mio. E ora che fa? Passa dalle minacce alle mani. Mi ha colpito davvero! E se la prossima volta va peggio?

Il pensiero gli fece venire i brividi. Si strinse nelle braccia, anche se faceva caldo: dentro era ghiacciato dalla paura e dalla rabbia. Gli scorrevano davanti gli istanti di prima: le urla, il gesto, la cintura sulla spalla. Strinse gli occhi, provando a scacciarli, ma tornavano sempre.

Quando il respiro si fece più regolare, con la testa finalmente più lucida, prese una decisione netta: O vado da papà, oppure chiamo gli assistenti sociali basta così! A scuola era venuta una volta una signora dei servizi sociali; aveva raccontato dei diritti dei ragazzi, dei casi di violenza e di come la legge protegge i minori.

È violenza questa! si disse, stringendo i pugni. E non starò zitto! Non lo permetterò mai.

Se lo immaginava già, a raccontare tutto al padre e a decidere insieme cosa fare. Lidea di poter cambiare la propria vita gli dava un briciolo di coraggio. Tirò un lungo respiro, asciugò il sudore e si sforzò di calmarsi.

Fu in quel momento che sentì una voce femminile, dolce e un po preoccupata:

Ragazzo, stai bene?

Alzò lo sguardo. Davanti a lui cera una sconosciuta, una donna di quarantanni, con lo sguardo gentile e pieno dapprensione. Doveva avere un aspetto tremendo: il viso rosso dalla corsa, il fiato corto, la maglietta attaccata alla schiena di sudore e le lacrime che brillavano negli occhi.

Non proprio rispose a fatica, il tono debole e incerto. Ogni parola sembrava un macigno.

Lei si avvicinò ancora un po, senza invadenza, e nei suoi occhi Giacomo colse una tenerezza che quasi lo fece cedere. Trattenne le lacrime, serrando le labbra.

Hai bisogno di aiuto? chiese la donna, con calore sincero.

Restò in silenzio, a riorganizzare i pensieri. Sapeva che non poteva restare lì molto a lungo.

Sì, credo rispose infine, staccandosi dalla parete e cercando di stare dritto, fingendo più sicurezza di quanta ne provasse. Sa dirmi che autobus porta verso Via Dei Pini?

La donna aggrottò leggermente la fronte, valutandolo.

È lontano. Sei sicuro di volerci andare? notò il suo sguardo testardo e quasi disperato, ammorbidendo subito i toni Facciamo una cosa: ti chiamo un taxi.

Giacomo istintivamente mise la mano in tasca, facendo scorrere tra le dita qualche spicciolo. Sorrise amaramente.

Non ho soldi per il taxi ammise. Solo in quel momento realizzò di aver dimenticato anche il telefono nella fuga, era scappato via senza pensarci su.

Non preoccuparti, gli sorrise la donna pago io e ti ci porto. Chi ti aspetta lì?

Giacomo guardò per terra, la voce impastata dallemozione:

Il mio papà. Non sa che sto arrivando. Spero solo che sia a casa.

Non puoi chiamarlo tu? Magari non è lì ora.

Il telefono è rimasto a casa. In pratica sono scappato, la voce gli tremò, e non riuscì più a fermare le lacrime. Gli rigarono il viso, ma non cercò nemmeno di asciugarle. Un filo si era spezzato: dopo tanto tempo passato a trattenere tutto, ora le parole gli uscivano da sole.

La donna si rabbuiò, pensò a suo figlio stesso sguardo ostinato, stessa tempesta dentro. Le si strinse il cuore.

Va bene, chiamo la macchina, ma intanto raccontami cosa è successo. Magari posso aiutarti io.

E Giacomo iniziò. Prima timidamente, poi via via più sicuro, come una diga rotta. Raccontò di Vittorio il patrigno che aveva imposto sin dal primo giorno le sue regole, la voglia di comandare tutto e di piegarlo al suo modello di uomo.

Parlò della mamma, che fino a un paio danni prima era la sua migliore amica e che ora sembrava non capire più i suoi bisogni. Lo implorava di essere più maturo, di perdonare, di capire quanto fosse difficile per Vittorio.

Capisce? singhiozzò, con la voce gonfia Da quando mamma si è risposata, niente va dritto! Vittorio vuole che io faccia lotta, ma a me piace solo disegnare! Vado a scuola darte, i prof dicono che sono bravo, che ho occhio per i colori.

Il tono vibrava di passione, grato finalmente di potersi confidare.

Mi piace anche il computer: studio le grafiche, guardo tutorial online, faccio progetti miei. Sogno di diventare designer grafico, di creare cose belle per gli altri. Voglio che la mia vita abbia un senso, capisce? Solo che Vittorio lo trova ridicolo, dice che dovrei cercarmi un lavoro vero. Ma come fa a non capire che questa è la mia passione?

Si zittì, boccheggiando, meravigliato di quanto dolore aveva accumulato dentro. Per la prima volta dopo tanto tempo, parole e sentimenti erano usciti tutti insieme, e anche se piangeva, si sentiva più leggero.

Pensare al futuro va benissimo! esclamò, sincera, la donna. Nei suoi occhi, appoggio incondizionato. Giacomo sentì sciogliersi quel nodo alla gola che lo opprimeva da mesi.

Grazie, sussurrò con un accenno di sorriso, asciugandosi la faccia con una manica Da grande voglio guadagnare bene, comprare una casa grande, una macchina, fare mille cose Voglio che mamma capisca che posso riuscirci da solo. Non sono un fallito, non sono solo uno coi sogni: sono uno che combatte per quel che ama!

Continua così e riuscirai gli rispose la donna con la voce calda.

Quella semplice frase lo scaldò dentro, come un abbraccio. Quante volte aveva sentito il contrario? Vittorio rideva dei suoi sogni, diceva che disegnare e computer non sono veri lavori; meglio ingegnere, muratore, sportivo. E anche la madre, seppur più dolce, si accodava: meglio medico, più utile alla società Disegnare va bene, ma non può essere un lavoro.

Ma questa sconosciuta era diversa: vedeva in lui una persona, non solo un problema da gestire. E improvvisamente il peso che aveva sulle spalle sembrò sopportabile.

Vittorio in realtà un figlio ce lha già, ma nemmeno lo vede aggiunse Giacomo, non sapendo spiegare bene il motivo. Forse anche quellaltro non ce lha fatta con i suoi comandi. E ora vuole giocare al padre, tutto qui. Il peggio è che pretende che io lo chiami papà!

Un attimo di esitazione, poi altro colpo di voce sicura:

E io non posso! Io un padre ce lho già. Non sarà perfetto, ma cè sempre stato. Quando cadevo, quando prendevo brutti voti, quando sognavo di diventare artista: lui non mi ha mai ridicolizzato. Non potrei mai tradire chi mi è sempre stato vicino. Sarebbe ingiusto.

Arrivarono finalmente davanti alla casa indicata. La donna, durante il viaggio, lo aveva rincuorato, e ora voleva essere certa che lo accogliessero davvero in casa, che non dovesse passare da solo altro tempo giù al portone.

Salirono le scale e, di fronte alla porta, gli diede un colpetto sulla spalla:

Ecco, ora suona. Io resto qui finché non ti apre.

Giacomo premette il campanello. La porta si aprì quasi subito. Davanti a lui cera il padre in t-shirt e vecchi jeans, il volto preoccupato che si rasserena subito nel vederlo.

Giacomo! Mi hai fatto spaventare! esclamò Marco, tirandoselo vicino in un abbraccio così forte che Giacomo si sentì subito al sicuro. Dai, raccontami cosa è successo. Tua madre aveva solo detto che eri scappato, ma non so altro.

Giacomo ingoiò un respiro profondo e partì. Un racconto frammentario allinizio, poi sempre più fluido: le continue pressioni di Vittorio, la richiesta di chiamarlo papà, gli scontri, la cintura. La voce tremava di nuovo al punto più doloroso.

Non laveva mai fatto prima, mai così disse quasi sussurrando Ho avuto paura, non sapevo dove altro andare. Mi ha aiutato quella signora lì, altrimenti

Si voltò per indicare la donna, ma lei si era già allontanata discretamente lungo le scale.

Alla fine, tra le lacrime, abbracciato a Marco, sussurrò:

Papà, non mi rimandare indietro. Non voglio più stare lì Ho paura.

Marco lo strinse più forte, ingoiando la propria rabbia. Ma in quel momento contava solo rassicurare suo figlio. Gli accarezzò i capelli, gli sussurrò parole calmanti:

Sei al sicuro, Giacomo. Ora sei a casa. Nessuno ti porterà via, te lo prometto.

Quando, stanchissimo, Giacomo si addormentò sul divano, Marco lo coprì con una coperta leggera. Il suo sguardo era fermo e pieno di una determinazione nuova. Sapeva che lo attendeva una conversazione difficile con lex moglie, ma rimandare non aveva più senso. Era ora di reagire, davvero.

********************

Il giorno dopo, con entusiasmo, Giacomo iniziò a sistemare le sue cose nella nuova stanza. Mise con precisione pennelli e matite sulla scrivania, dedicando attenzione a ogni dettaglio: i pennelli divisi per misura, le matite colorate in fila, ogni cosa nel posto giusto. Sembrava stesse creando il suo piccolo universo, quello dove tutto sarebbe andato secondo le sue regole.

Appese sopra il letto alcuni dei suoi disegni migliori: un paesaggio al tramonto sulle rive dellArno, un ritratto del suo gatto preferito con lo sguardo intenso, una composizione astratta dai colori morbidi, la preferita della professoressa di arte. Guardava quelle immagini e sentiva crescere una sensazione di pace: Questo è davvero casa mia. Non un luogo da sopportare o dove adattarsi, ma uno spazio dove essere se stesso.

Allora, ti piace? chiese Marco, appoggiato allo stipite della porta.

Tantissimo, papà sussurrò Giacomo senza riuscire a trattenere lemozione. Grazie.

Marco gli posò una mano sulla spalla, stringendogliela con la forza rassicurante di chi ci sarà per sempre. Uno sguardo dintesa: Qui sei al sicuro, sembrava dirgli.

Quella frase, così semplice, gli scaldò il cuore davvero. Annuii, e si rimise a sistemare, cercando di mascherare le lacrime: stavolta erano solo lacrime di sollievo.

Sei mesi dopo il trasferimento, Giacomo incrociò per caso la madre in centro, in mezzo alla gente. Lui era appena uscito dalla scuola darte con un nuovo disegno tra le mani; la madre camminava tra la folla, persa nei propri pensieri. Per un attimo Giacomo sarebbe voluto correrle incontro, chiederle come stava, raccontarle la sua vita nuova. Ma si trattenne, bloccato dal ricordo: lei che prendeva sempre le parti di Vittorio, che non vedeva il suo dolore. In tribunale, quando avevano deciso con chi avrebbe vissuto, lei aveva affermato davanti al giudice che Vittorio si comportava bene. Da allora, tra loro, era calato il gelo. Giacomo si voltò, andandosene senza guardar dietro.

*********************

Alla festa di fine anno della scuola darte, latmosfera era speciale. Le pareti piene di disegni, bozzetti, esperimenti di colore: laria vibrava di eccitazione e orgoglio. Giacomo aspettava il suo turno sul palco, stringendo il diploma tra le mani come se fosse un tesoro: la sua composizione il parco cittadino in autunno, tra foglie arancio e rosse aveva vinto il primo premio di Firenze.

Quando fu chiamato, la sala esplose in applausi. Alcuni si spellavano le mani a furia di battere, la prof darte gli sorrideva commossa.

Nelle prime file, Marco lo guardava con occhi luminosi, fiero come non mai. Faceva foto, cercava di immortalare ogni momento: Giacomo che riceve il diploma, che si inchina, che arrossisce sotto i complimenti del pubblico. Nei suoi occhi, Giacomo trovava una felicità calda, vera, che lo faceva sentire finalmente a posto con se stesso.

A festa finita, tra la gente che defluiva, Marco abbracciò il figlio forte, di quegli abbracci veri che non hanno bisogno di parole.

Lho sempre saputo che ce lavresti fatta gli disse. Non era solo un incoraggiamento, ma una certezza: Sei il mio orgoglio.

Giacomo si strinse a lui, sentendo sbocciare dentro una fiducia diversa: non quella che ti ripetono, quella che si conquista a forza di cadute, errori e sogni che non smetti mai di inseguire.

Sì, mormorò piano, più per se stesso che per il padre, ce la farò. Davvero.

Quella sera, a casa, quando tutto era tornato quieto, Giacomo tirò fuori una vecchia foto. Lui e Marco sulla spiaggia, tanti anni prima, i capelli spettinati dal vento e il mare alle spalle. Una scena felice, uno di quei momenti che non si dimenticano più.

Poggiò la foto sullo scaffale accanto ai suoi disegni nuovi frutto della sua fatica e dei suoi sogni. Guardò quella scena e, sottovoce, disse solo:

Grazie per non avermi mai lasciato.

Marco che stava passando di lì, lo sentì. Non si mise a fare discorsi lunghi, non parlò del passato. Sorrise, sicuro e caloroso, e disse:

E non lo farò mai, Giacomo.

E, solo allora, Giacomo sentì davvero, nel profondo, che finalmente tutto sarebbe andato bene.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

11 − 8 =

Nessuno potrà mai sostituire un padre
Campanelle: Il Dolce Suono della Tradizione Italiana