Chiara si svegliò di soprassalto al pianto della piccola Benedetta. La bimba non aveva chiuso occhio tutta la notte per via dei dentini che spuntavano. E poi quegli incubi Sono passati otto mesi da quando Andrea non cè più, ma nei sogni lui torna sempre.
Pazienza, amore mio, sussurrò lei prendendo in braccio la figlia. Ce la caveremo, in qualche modo.
Ce la doveva fare da sola. Il suocero, dopo la morte del figlio, aveva iniziato a bere e ormai era impossibile parlarci. La mamma viveva lontano, in un paesino sulle colline, malata anche lei. Le amiche allinizio erano tutte presenti, ma poi, pian piano, ciascuna si era ricavata la propria strada.
Quella mattina, per la prima volta, Chiara decise di portare Benedetta al fiume. Novembre era gentile, senza gelate, e un raggio di sole filtrava tra i rami ormai spogli.
Guarda, Benny, come volano gli uccellini! mostrava Chiara alla figlia gli stormi di passeri.
Fu proprio lì che lo notò. Un cane fulvo, dal pelo arruffato, stava a qualche metro dal sentiero e le osservava. Non con aggressività, ma come se cercasse qualcosa.
Guarda un po, chissà da dove spunta, povera bestia randagia, borbottò Chiara, stringendo a sé la carrozzina.
Ma il cane non si mosse. Restava lì, con quegli occhi ambrati che le seguivano in silenzio.
Il giorno dopo si fece vedere di nuovo. E anche il terzo giorno. Ormai li seguiva sempre, restando a una ventina di passi: non si avvicinava, ma nemmeno si staccava da loro.
Che storia è questa! sbottò Chiara quando la vicina, la signora Maria, la fermò davanti al cancello.
Chiara, hai adottato un cane?
No, figurati! Non è mio, si è attaccato da solo, non so da dove sia venuto fuori.
La signora Maria scosse la testa: A me però sembra che vi faccia la guardia. Hai visto come si guarda intorno?
In effetti, sembrava proprio un guardiano. Quando il vecchio Gino, ubriaco come sempre, si era avvicinato troppo alla carrozzina, il cane aveva ringhiato piano, avvertendolo di non farlo. E quando le cornacchie gracchiarono sopra la testa di Benedetta, spaventandola, il cane le aveva scacciate in un attimo.
Piano piano, Chiara si era abituata a quel silenzioso accompagnatore. Ormai gli aveva anche dato un nome: Fulvo. Gli si addiceva troppo quel pelo.
Vuoi un po di pane? gli propose un giorno, allungando la crosta.
Fulvo prese delicatamente la crosta, ma non la mangiò; si allontanò e la posò con cura a terra.
Orgoglioso, eh? sorrise Chiara.
Poi arrivò il giorno che cambiò tutto.
Era una di quelle giornate umide di dicembre. Un misto di neve e pioggia, e Chiara tornava di fretta dal dottore: Benedetta aveva tosse e qualche linea di febbre.
Tranquilla, stellina, tra poco siamo a casa, la rassicurava.
Improvvisamente Fulvo, che sempre restava indietro, balzò in avanti. Subito dopo, un rumore metallico dallalto fece gelare Chiara: un tubo di ferro, staccatosi dal tetto, stava precipitando dritto sulla carrozzina.
Fulvo ci arrivò in tempo. Spinse la carrozzina con tutto il corpo, allontanandola dal pericolo. Il tubo cadde con un fragore e toccò il cane sulla schiena.
Santo cielo! Chiara, tremante, corse a sincerarsi che la bimba stesse bene. Benedetta, sconvolta dal rumore, non riusciva neanche a piangere. Fulvo, piccolo mio, stai bene?
Il cane zoppicava.
Alla clinica veterinaria, dove Chiara portò Fulvo di peso, il vecchio veterinario lo visitò a lungo.
Ah ma io lo conosco questo cane! È Vento, un cane da guardia di una ditta della zona. Un anno e mezzo fa il suo padrone un cacciatore di qui sparì nei boschi. Da allora nessuno era più riuscito a toccarlo.
Chiara impallidì:
Nei boschi? Un anno e mezzo fa?
Sì, una storia triste. Era giovane, aveva lasciato la moglie incinta.
Chiara cadde su una sedia, con la testa che pulsava. Suo marito le aveva parlato spesso di un cane speciale che addestrava a lavoro, ma non lo aveva mai incontrato. Possibile?
Andrea mormorò appena. Era il mio Andrea.
Il veterinario la guardò stupito, passando lo sguardo da lei al cane:
Aspetti ma allora lei è
E Fulvo o meglio, Vento questa volta appoggiò il muso sulle sue ginocchia, emettendo un sommesso guaito. Per la prima volta.
Tornarono a casa in tre: Chiara, Benedetta e Vento. Ora era il loro Vento.
Senti gli diceva la sera, carezzandolo tra le orecchie, sei stato tu a trovarci e ora ci proteggi. Andrea ti ha mandato, vero?
Vento sospirava, gli occhi fissi sulla culla dove dormiva la piccola.
Il tempo passò. Benedetta cominciò a camminare, tenendosi stretta al pelo fulvo. Imparò anche a parlare, e le sue prime parole furono mamma e Vento (la v le sfuggiva ancora). Chiara trovò lavoro: ora era serena, sapeva che a casa la sua bambina era in buone mani o meglio, in buone zampe.
E in paese tutti dicevano: Avete visto il cane di Chiara? È un miracolo! Sorveglia Benedetta come fosse oro. Ma solo Chiara sapeva la verità: per Vento, quella bambina era famiglia, era la sua missione.
Ogni mese, alla messa di suffragio, madre e figlia entravano in chiesa con una candela per Andrea. Benedetta la accendeva per il papà, e Chiara sussurrava:
Sta tranquillo, amore. Siamo sotto la miglior protezione che possa esserci.
E lassù, tra le nuvole, Andrea sorrideva guardando la sua famiglia: la moglie, la figlia e lamico fedele che non li avrebbe mai abbandonati.
Perché il vero amore, quello che si dona senza chiedere nulla in cambio, continua a vivere nei gesti e nella dedizione di chi resta, insegnandoci che nessuno è davvero solo se nel cuore porta con sé un ricordo e un affetto sincero.




