Torna e prenditi cura di me

Ritorna e prenditi cura

Giulia, apri subito! Sappiamo che sei lì! Marta ha visto la luce alla finestra!

Giulia era piegata proprio in quel momento, intenta ad assicurare un ramo di lisianthus alla sua struttura di legno. Le dita erano sporche di clorofilla, il grembiule cosparso di terra. Sollevò lo sguardo verso la porta a vetri dellatelier. Oltre il vetro appannato si stagliavano due sagome. Una la riconobbe allistante, nonostante la nebbia del vetro. Ampie spalle, capelli tinti di rosso scuro, quasi amarena troppo matura. Signora Rosetti. Sua suocera. Ex suocera.

Giulia non si affrettò. Mise la lisianthus nel secchio dacqua, si tolse i guanti e li appese al chiodo sul banco. Poi, finalmente, andò a sbloccare la porta.

Buonasera, disse, scostando il catenaccio.

La signora Rosetti entrò senza attendere un invito, pesante, autoritaria. Dietro di lei si fece largo Marta, la sorella di Alessandro, con gli occhi segnati dal pianto e una sciarpa annodata frettolosamente, una punta a penzoloni.

Buonasera, certo! la signora Rosetti lanciò unocchiata piena di disapprovazione in giro per la stanza. Trovò subito qualcosa su cui posare il suo giudizio: Stai qui a sniffare fiori mentre cè chi sta morendo.

Chi sta morendo? chiese Giulia, controllata.

Alessandro! esplose Marta, portando subito la mano alle labbra. Alessandro è in ospedale. Incidente. Colonna vertebrale.

Giulia le fissò senza dire nulla. Qualcosa dentro di sé si strinse, ma non nel modo in cui si stringeva un anno fa, appena sentiva pronunciare il nome di Alessandro. Era diverso. Silenzioso e vigile, come chi si è già scottato una volta col fuoco e ora tiene le distanze, istintivamente.

Sedetevi, indicò due sgabelli vicino al banco.

Non siamo venute per sederci, tagliò corto la signora Rosetti, salvo poi accomodarsi con fatica. Giulia ricordò i suoi problemi alle gambe, la pressione alta, le vene varicose.

Marta restò in piedi, tormentando la sciarpa.

Raccontate tutto, chiese Giulia.

E loro raccontarono. Una dopo laltra, accavallando le voci, a volte smentendosi sui dettagli. Tre giorni prima Alessandro guidava sulla tangenziale durante un temporale; la macchina era andata fuori strada, centrando il guard-rail. Dicono che la vettura sia irriconoscibile. Lui è vivo, frattura compressiva della colonna, operato, ma i medici sono cauti: potrà camminare, forse no. Serve assistenza continua. Serve qualcuno accanto.

E Carolina? domandò Giulia.

Lo pronunciò con calma, quasi sorpresa da se stessa. Un anno fa quellassenza di rabbia le sarebbe sembrata impossibile. Carolina, ventotto anni, commerciale, la donna per cui Alessandro aveva lasciato casa dopo diciotto anni di matrimonio.

La signora Rosetti serrò le labbra.

Carolina è partita.

Dove?

Dalla madre. A Modena. Marta, stavolta, si tappò la bocca più dalla rabbia che dal dolore. Quando ha saputo che forse non avrebbe più camminato valigie pronte in tre ore. Non risponde più al telefono.

Giulia tacque. Latelier era immerso in silenzio, rotto solo dal gocciolio lento del rubinetto mal chiuso e dal profumo umido della terra e di qualcosa di dolce, di giglioso.

E voi, cosa volete da me? chiese infine.

La signora Rosetti si raddrizzò sullo sgabello.

Giulia, voi avete vissuto insieme diciotto anni. Non sono parole vuote. Tu lo conosci meglio di chiunque altro. Lui ascolta solo te, hai la pazienza, la cura che gli serve. Ora ha bisogno di

Signora Rosetti, la interruppe Giulia, state parlando di un uomo che mi ha lasciata per unaltra donna. Di uno che, dopo diciotto anni a costruire una vita insieme, lanno scorso ha deciso che per me non cera più posto.

Ma che discorsi fai, intervenne Marta, quello ormai è passato! Qui si tratta della vita di una persona!

Della sua vita?

Il medico ha detto che senza assistenza rischia complicazioni gravi! Piaghe da decubito, infezioni al torace! Ha subito un intervento alla schiena, Giulia, capisci che non è un raffreddore?

Giulia si avvicinò al lavello e chiuse il rubinetto. Rimase qualche secondo a guardarsi le mani. Cinquantadue anni. Quelle mani erano capaci di tutto: fare mazzi di fiori che poi la gente fotografava e incorniciava, impastare pane, misurare la febbre al figlio col termometro sotto lascella, dare punture, bendare tagli di Alessandro, aggiustare prese, portare pesanti borse dal mercato. Per tutto quel tempo, non si era mai domandata se tutto questo volesse farlo davvero o se semplicemente lo facesse per abitudine, perché così si deve, perché diversamente non si può.

Si asciugò le mani sullo strofinaccio e si voltò.

Ci penserò, disse.

Pensarci? Ma non cè tempo! la signora Rosetti si tirò su a fatica dallo sgabello, la voce si fece tesa, dura: Mentre tu pensi, lui è solo a letto! Né moglie né nessuno! Marta lavora tutto il giorno, io con la schiena bloccata! Non puoi startene qui coi tuoi fiori a fare finta che non ti riguarda!

E di chi è questo problema? chiese piano Giulia.

Nessuno rispose.

Fuori dalla porta a vetri era già buio pesto. Ottobre, la notte cadeva presto. Giulia fissava la strada, il lampione giallo di fronte, lasfalto lucido di pioggia, la panchina deserta che destate usavano i clienti in attesa dei mazzi.

Storia vera, pensò. Ecco, una vera storia di vita vissuta. Non un film, non un romanzo. Davanti a te si presentano in due e pretendono che tu diventi ancora quella che non sei più.

Va bene, disse. Domani mattina vengo a vedere come sta. Ma non posso promettere nulla.

La signora Rosetti emise un sospiro di sollievo. Marta le si gettò al collo improvvisa; Giulia la lasciò fare, le braccia abbandonate lungo i fianchi, senza ricambiare labbraccio, paziente nellattesa che la stretta finisse.

Dopo che uscirono, Giulia restò a lungo sullo stesso sgabello su cui era stata seduta la suocera. Guardava i fiori. Lisianthus nel secchio, rosa e fragili, con i boccioli come lettere arrotolate. Crisantemi nelle cassette di legno lungo la parete. Rami di physalis con le lanterne arancioni. Quel luogo era opera delle sue mani. Lo aveva preso in affitto tre mesi dopo che Alessandro era andato via. Aveva imbiancato le pareti da sola nel bianco-grigio che le piaceva, gli sportelli glieli aveva montati il dirimpettaio, il signor Genovese, per una bottiglia di Chianti buono. Il nome Stelo, che allinizio le sembrava buffo, le era rimasto affezionato. Aveva trovato fornitori, aperto una pagina web, imparato a fotografare i fiori in modo che la gente si fermasse sulle sue immagini.

Un anno. Un anno a ricostruire una vita per sé. Vivere per se stessi, si era rivelato non egoismo, non capriccio. Solo normalità.

E ora eccoci qui.

Luci spente al banco. Solo una lampada piccola accesa allingresso, come sempre. E andò a casa.

Lospedale era grande, di quelli costruiti negli anni Settanta, con corridoi infiniti e lodore subito riconoscibile che non le era mai piaciuto: cloro, mensa, qualcosa di indefinito che si trova solo in ospedale. Chiese indicazioni allinfermiera al banco.

È parente?

Ex moglie, rispose Giulia.

Un sopracciglio si alzò a malapena, poi la donna spiegò gentilmente dove andare.

Alessandro era in una stanza da quattro, ma solo il suo letto era occupato. Coperto fino al petto, mani fuori dal lenzuolo. Dimagrito, il volto grigio, grandi aloni blu sotto gli occhi. Sul comodino, un bicchiere con un dito di tè e il telefono a faccia in giù.

La vide ed ebbe un attimo di muta reazione. Non felicità, no: piuttosto una pace, come chi aveva aspettato e ora si rassegna.

Giulia, disse.

Ciao, rispose, e poggiò sulla mensola una busta con mele e acqua minerale. Non era un gesto di tenerezza, ma perché in ospedale non si va mai a mani vuote.

Non si sedette sul bordo del letto. Scelse la sedia vicino alla finestra.

Fa male? chiese.

Sopportabile. Mi danno pastiglie. Si fermò. Sei venuta.

Sono venuta.

Mamma mi ha chiamato. Mi ha detto che sono venute da te.

Sì.

Lui guardò il soffitto. Poi di nuovo lei.

Pensavo che non saresti venuta.

Anchio.

Silenzio. La pioggia tamburellava sui vetri. Novembre pressava ottobrate stanche.

Carolina se nè andata, disse Alessandro.

Lo so.

Così va, provò a sorridere, ma il sorriso era storto. Come nei film. Fulmine, paura, preghiere. Solo che a volte è tardi.

Giulia tacque. Non voleva compatirlo, ma neppure finirlo. Osservava un uomo con cui era stata sposata diciotto anni, aveva cresciuto un figlio, trascorso le estati nella vecchia casa al lago, litigando e riconciliandosi per il denaro, credendo fosse quella la vita, e che non potesse essercene unaltra.

Giulia, la voce gli si addolcì, quasi supplice. Quella tonalità la conosceva: era il suo modo per ottenere ciò che voleva. Si irrigidì distinto. Ho pensato tanto. Luomo ritrova il tempo quando non può più stare in piedi. Sono stato uno stupido. Il vero valore nella mia vita eri tu. Famiglia, casa, tutto. Carolina mosse la mano. Tu sai. Non dico che chiedo scusa, so che è tardi. Ma tu sei la sola, la più vicina, la mia famiglia.

Giulia lo ascoltava, ma era come vedere le frasi disposte in fila davanti a sé: la più cara, la più vera, tutto ciò che conta parole pensate solo per ottenerla di nuovo, non per amore vero, non per riparare. Solo per la necessità di qualcuno che cambiasse le flebo, parlasse coi medici, portasse pasti decenti, facesse quello che Giulia sapeva fare.

Il dopo-divorzio, pensò. A volte è così. Non dramma e non idillio. Solo praticità. Ti trovano quando serve. Non perché ti amano: perché fa comodo.

Alessandro, disse, sono contenta che tu sia vivo. E che loperazione sia andata bene. Ma non tornerò. Né come infermiera né come altro. Siamo divorziati.

Lo so che siamo divorziati…

Aspetta che finisca.

Lui tacque, sorpreso forse: non era abituato a sentirla prendere la parola così decisa.

Ti troverò una badante. Professionista. Pago io il primo mese, visto che adesso non puoi sbrigartela da solo. Ma è tutto ciò che farò. E altro: tirò fuori una cartellina dalla borsa, cercandola tra portafoglio e taccuino. Ecco i documenti: la separazione dei beni mai conclusa. Hai rimandato, io idem, preferivo non pensarci. Ma ora ti chiedo di firmare.

Alessandro fissava la cartellina.

Sei seria?

Serissima.

Sono in ospedale dopo un intervento e mi porti delle carte?

Sì, rispose Giulia, perché domani potresti dire che non eri lucido o che la firma è stata forzata. Ora sei presente e consapevole. Il medico lo può attestare.

Lui la scrutò a lungo. Lei non abbassò lo sguardo.

Sei cambiata, disse, infine.

Sì.

Prima non avresti mai fatto così.

Forse.

Prese la cartellina, la sfogliò. Giulia gli passò la penna.

Proprio in quel momento si aprì la porta. Entrò il medico, un uomo magro di quarantacinque anni, camice grigio, cartelle sotto braccio. Laspetto calmo e remoto di chi lavora troppo e non finge più una serenità che non ha.

Buongiorno, salutò, guardando Giulia con gentile curiosità. Dottor Andrea Moretti, il curante.

Giulia, si presentò lei.

Parente?

Ex moglie, rispose, per la seconda volta quel giorno. Si stava abituando.

Andrea annuì come fosse la cosa più normale del mondo, poi si rivolse ad Alessandro.

Signor Rossetti, come si è sentito stanotte?

Non male. Ho dormito.

Bene. Oggi proviamo ad alzare un po’ la testata del letto. Vediamo la ripresa, la direzione è buona ma ci vuole pazienza.

Dottore, intervenne Giulia, posso parlarle un attimo fuori?

Uscirono in corridoio. Giulia chiuse la porta.

Voglio organizzare una badante, spiegò. Professionale. Mi dica cosa serve, quale esperienza, quali capacità. Se occorre acquistare qualcosa.

Andrea la fissò con attenzione.

Non sarà lei ad assisterlo?

No.

Capisco. Una breve pausa. Glielo dico con sincerità: è la cosa giusta. Non si offenda, ma lassistenza fatta per senso di colpa o per obbligo è la peggiore. Al paziente serve serenità. Una badante con esperienza sa come gestire la situazione. I famigliari, solitamente, no.

Giulia lo guardava.

Lo dice a tutti?

Solo a chi lo chiede.

Si lasciò sfuggire quasi un sorriso.

Mi scriva cosa occorre, prese il cellulare.

Andrea dettò. Poi spiegò che lospedale ha contatti con agenzie, basta chiedere allinfermiera. Giulia ringraziò.

Una cosa ancora, aggiunse lui mentre lei tornava verso la camera. Ha buone possibilità di recupero, sa? Non è vecchio, loperazione è andata bene. Tra sei mesi potrebbe camminare. Non è certo, ci vorrà tempo.

Capisco, rispose Giulia.

Limportante è che lo capisca anche lui.

Rientrò. Alessandro teneva la cartellina chiusa sul petto, la penna accanto.

Firmi? chiese lei.

Lui guardava il soffitto.

E se ti dicessi che devo pensarci?

Alessandro.

Sì, firmo. Prese la penna, tanto otterrai sempre quello che vuoi, ormai sei così.

Sono sempre stata così, disse Giulia. Solo che prima lo nascondevo. Chissà perché.

Lui firmò. Tre pagine, nei punti indicati. Giulia rimise tutto nella cartellina.

La badante la trovo entro la settimana, disse, a Marta spiego io. Il primo mese lo pago io allagenzia. Poi vi organizzate da soli.

Giulia, la chiamò lui, mentre lei metteva via la borsa.

Sì?

Grazie Per essere venuta.

Lei lo guardò a lungo. Senza pietà né rabbia. Solo come si guarda qualcosa che è stata parte della tua vita e ora non lo è più.

Guarisci, rispose.

E uscì.

Nel corridoio si fermò alla finestra. Nel cortile, qualche albero nudo, una panchina bagnata. Un anziano in camice sedeva lì, con lo sguardo perso nel vuoto, silenzioso, come chi vive solo il respiro in aria aperta.

Giulia inspirò profondamente.

Qualcosa era andato via. Non tutto. Ma qualcosa dimportante. Come poggiare finalmente a terra una borsa pesante. Non buttarla, non scagliarla: posarla con cura. E raddrizzare la schiena.

Come si lascia il passato? avrà scritto, se tenesse un diario. Non lo so. Ma succede così: non in un solo momento, non in una sola decisione. È una serie di piccoli passi. Uno, adesso, era stato compiuto.

La badante la trovò in due giorni tramite agenzia. Si chiamava Gabriella, cinquantotto anni, esperienza in geriatria e riabilitazione, calma, efficiente, cartellina colma di referenze. Giulia la incontrò in un bar accanto allospedale, spiegò la situazione. Gabriella ascoltava seria, faceva domande pertinenti su umore e dolore del paziente, su parenti che sarebbero passati.

I parenti spesso intralciano più di quanto aiutano, commentò Gabriella. Non è colpa loro. È la normalità.

Lo so, annuì Giulia.

Definirono laccordo, Giulia effettuò il bonifico. Chiamò Marta per spiegare; Marta iniziò subito a protestare che non era giusto, che Alessandro voleva la famiglia accanto, ma Giulia la interruppe, con una dolcezza decisa che la stupì. Una fermezza diversa dal passato: senza nevrosi, né ira. Calma.

Marta, puoi venire ogni giorno se vuoi. Gabriella non ti ostacolerà. Ma io non tornerò. Ora ho la mia vita, e non sono obbligata a sacrificarmi per ogni evenienza.

Marta rimase zitta a lungo. Poi, solo:

Daccordo.

Solo quello. Niente rimproveri, niente lacrime. Forse era stanca anche lei, forse inconsciamente capiva che Giulia aveva ragione.

La signora Rosetti telefonò una settimana dopo. La voce cambiata, più dolce, più vecchia.

Giulia, Gabriella è brava, Alessandro si sta abituando. Grazie di averci pensato.

Prego, signora Rosetti.

Però non sparire del tutto. Ogni tanto chiamaci, almeno.

Giulia non rispose né sì, né no. Salutò solo con garbo e mise via il telefono. Era ancora nellatelier, come quasi sempre. Se qualcuno le avesse chiesto come si fa a lasciar andare il passato, avrebbe risposto: vivi. Non alla grande, non platealmente. Semplicemente. Svegliati, vai a lavoro, fai ciò che ami. I parenti tossici e gli ex mariti non spariscono, ma smettono di occupare il centro della scena.

Linverno in quellanno arrivò presto. Già a novembre la neve ricopriva tutto, e Giulia scoprì con sorpresa che linverno le piaceva. Prima non ci pensava neanche: con Alessandro sempre a lamentarsi del freddo, con lartrite e il tè servito a orari precisi. Ora poteva guardare la neve dalla finestra e pensare: che bellezza. E basta.

A dicembre aumentarono gli ordini: mazzi aziendali, regali, centritavola. Giulia assunse unaiutante, una ragazza di ventitré anni, Allegra, universitaria, vivace e veloce, un po smemorata ma sveglia. Lavoravano bene insieme. Giulia la insegnava a vedere i fiori da artista e non solo come merce. Allegra ascoltava e ogni tanto tirava fuori idee di bouquet che la lasciavano stupita.

Come ti vengono? chiese un giorno Giulia.

Guardo la persona che ordina, rispose Allegra, e penso: quale fiore gli assomiglia? O a chi vuol regalare.

Giulia sorrise.

È un buon metodo.

Lha insegnato lei: che i fiori devono sembrare vivi.

Giulia non ricordava di averlo detto, ma lo pensava davvero.

Gennaio, febbraio. La vita scorreva. Giulia si iscrisse al corso avanzato di arte floreale, mentre Allegra diceva che aveva poco da imparare ormai. Giulia spiegò che nella vita cè sempre qualcosa da imparare e non per mancanza, ma per curiosità. Un nuovo modo di vedere il mondo. Prima faceva molte cose solo perché doveva, o accontentava qualcun altro.

Vivere per se stessi potrà suonare egoista. In realtà è così: iscriversi a un corso, leggere la sera senza nessuno a dirti che stai troppo tempo sul divano, andare in una città vicina solo per vedere larchitettura antica che hai sempre amato, anche se nessun altro ne capiva il senso.

A febbraio Marta telefonò: Alessandro migliorava lentamente, stava già sulle stampelle. Gabriella lavorava decisa e silenziosa, senza scene. Giulia fu contenta di sentirlo: una contentezza autentica, pulita. Solo contentezza per la guarigione di una persona. E basta.

Marzo portò il disgelo e le prime richieste di mazzi primaverili: tulipani, giacinti, anemoni. Giulia amava quel passaggio, quando i bouquet invernali cedevano spazio ai colori forti, vivi.

Fu proprio a marzo che accadde.

Giulia era piegata al banco, avvolgeva un bouquet di narcisi e margherite, gialli e bianchi. Qualcuno entrò: non sollevò subito la testa, le mani erano occupate con il nastro.

Buongiorno, salutò.

Buongiorno, rispose una voce.

Solo la voce: la riconobbe prima ancora di sollevare lo sguardo. Cordiale, stanca, seria.

Alla porta cera Andrea Moretti, col cappotto scuro e una sciarpa semplice. Niente cartelle, solo lui. Guardava latelier come si guardano i posti che ci si è già immaginati.

Lei, disse Giulia.

Già, annuì lui.

Una pausa. In quel momento Allegra era in magazzino per la carta da imballo. Erano soli.

Alessandro Rossetti è stato dimesso dieci giorni fa, spiegò Andrea. Sta a casa con la stessa badante. Buone notizie.

So già, disse Giulia. Me lha scritto Marta.

Bene. Si interruppe, quasi esitante, poi sorride: stavolta il sorriso era vero, e non solo educato. In realtà sono passato di proposito. Il nome lo ricordavo. Stelo. Ho cercato lindirizzo.

Giulia posò il nastro.

Voleva dei fiori?

Sì. Ma non solo.

Silenzio. Profumo di giacinti e terra umida.

Che fiori desidera? chiese Giulia.

Andrea si avvicinò alla fila delle anemoni: viola, porpora, bianche col cuore scuro.

Queste, credo. Tre o cinque, come si deve?

Numero dispari, rispose Giulia. Tre o cinque, sì. Per chi?

Non so ancora. La guardò. Forse può aiutarmi lei.

Giulia scelse tre, poi ne aggiunse due, bordò scurissimi.

Cinque, disse. Stanno meglio insieme.

Iniziò ad avvolgere. Le mani procedevano da sole, disciplinate. Carta riciclata, leggermente umida sotto, nastro.

Giulia, la chiamò.

Sì?

Posso essere diretto? Non sono bravo con i giri di parole.

Sia diretto, rispose, senza alzare lo sguardo.

Vorrei invitarla. Non in ospedale, non per motivi di dovere. In un caffè, a teatro se le piace, o a passeggiare. Capisco che è strano forse. Ma ho pensato che tra adulti si può parlare chiaro e non fingere di venire solo per i fiori.

Giulia sollevò il capo.

Lui la guardava, con calma, senza invadenza. Con la gravità di chi dice una cosa importante senza forzare una risposta.

Da quanto ci pensa? domandò.

Da tre mesi. Da quel giorno in corridoio, mentre mi faceva annotare la lista per la badante.

Lei ricordò quel corridoio. La finestra, i rami secchi.

Ero ancora sposata. Ufficialmente.

Sì. Per questo ho atteso.

Oltre la vetrata linizio di primavera. Neve sciolta ai bordi, passeri rumorosi sotto la panchina. Il lampione giallo acceso, anche se ormai non serviva più.

Non so, disse Giulia.

Cosa non sa?

Come si faccia. Sono stata sposata diciotto anni, poi ho imparato ad essere sola. Come si fa, non so.

Nemmeno io, ammise lui. Anche io divorziato da sei anni. Ho una figlia di diciassette, sta con la madre, ci parliamo bene. Allinizio lavoravo e basta, per non pensare. Poi ho imparato a pensare. Poi ho deciso che forse si può anche non solo pensare.

Uscì Allegra dal retro con un rotolo di carta. Vide Andrea, sorrise.

Signora Giulia, serve aiuto?

No Allegra, grazie: faccio io.

Allegra rientrò, felice di aver colto la scena.

Giulia offrì il mazzo ad Andrea. Lui prese il bouquet.

Quanto?

Un momento, disse Giulia.

Lui rimase in attesa.

Giulia fissava le anemoni tra le sue mani. Quel colore cupo, vellutato. Sempre le erano piaciute, simili ai papaveri ma più sobrie, non urlano e non si nascondono.

Tutta la sua esistenza, pensò, era ruotata intorno ai fiori. Era fuggita lì dal dolore. Vi aveva trovato la sua vera natura. E ora entrava una persona nuova. Non invadeva, non forzava. Entrava con rispetto, diceva le cose come stavano, con cinque anemoni in mano e senza pressioni.

Va bene, disse Giulia.

Andrea sollevò un sopracciglio.

“Va bene” in che senso?

A teatro. È tanto che non ci vado.

Andrea sorrise. Stavolta davvero.

Mi fa piacere.

Ma non oggi. Ho tre consegne entro sera.

Certo, capisco. Forse venerdì? O sabato, se preferisce.

Sabato, decise Giulia.

Le disse il prezzo. Andrea pagò, mise il resto in tasca, quasi restio ad andare.

Giulia, posso chiederle una cosa?

Prego.

Mi incuriosiva: da quanto lavora coi fiori?

Atelier da poco più di un anno. Fiori da sempre, in realtà. Prima come hobby. Ora come lavoro.

Bello quando il lavoro coincide con la passione.

Sì, confermò. Bello davvero.

Andrea prese meglio il mazzo e andò verso la porta. Sulla soglia:

A sabato, Giulia.

A sabato, Andrea.

Lui sorrise ancora, accorciando la distanza tra i due mondi.

Dopo che uscì, Giulia rimase a osservarlo mentre attraversava la strada, tra la panchina e i passeri ancora litigiosi. Non si voltò.

Immediatamente Allegra apparve dalla porta del retro.

Signora Giulia, chi era quello? domandò con la falsa leggerezza di chi invece è molto attenta.

Un cliente, rispose Giulia.

Un cliente che resta a parlare quindici minuti?

Allegra.

Sì?

Va ad incartare quei crisantemi per la signora Marina, arriva alle quattro.

Allegra si dileguò felice. Giulia riprese il lavoro. Le mani andavano senza pensare. Fruscio di carta, acqua nel secchio, odore di giacinti.

Sabato. Quattro giorni dopo. Quattro giorni normali con ordini e fornitori e i quesiti di Allegra e le telefonate sul prezzo delle peonie. Quattro giorni uguali a mille altri di un anno finalmente suo, conquistato.

Giulia non pensava a sabato in particolare. Lavorava. Ogni tanto, nei rari silenzi, le tornava in mente quella conversazione: la voce serena, le anemoni, a sabato, Andrea.

Gli adulti sanno essere sinceri, aveva detto lui.

Forse è vero.

Non sapeva come sarebbe andato quel sabato. Se parlare al di là delle incombenze, delle catene del passato, delle abitudini. Se avrebbe voluto rivederlo. Sapeva solo una cosa: ora decideva lei. Non la ex suocera, né Alessandro, né il senso del dovere o la paura della solitudine. Lei.

Era una sensazione nuova. Non esaltante come nei romanzi. Solida. Come lasfalto asciutto dopo troppa neve.

Venerdì sera, chiusa la bottega e andata via Allegra, Giulia mise in un vaso alcune anemoni rimaste. Le poggiò sullalzata vicino al registratore, dove lasciava sempre qualcosa per sé, non per la vendita.

Le guardò.

Stanno bene insieme, aveva detto.

Era vero.

Spense la luce e andò. Domani era sabato.

Sabato iniziò con il cielo grigio e il profumo di caffè dalla moka che si era regalata sei mesi prima, proibito lusso che Alessandro non avrebbe mai tollerato: sprecato, inutile, diceva lui, una di quelle parole che nelle convivenze affogano ogni voglio, ogni mi piace.

Giulia sorseggiava il suo caffè alla finestra, osservava tetti bagnati, un piccione, una macchina lenta tra le pozzanghere.

Sul tavolo spuntava un messaggio arrivato unora fa, non poco prima: Buon giorno. Il teatro inizia alle sette. Passiamo a mangiare qualcosa prima? O solo teatro, come vuole. Andrea.

Giulia sorrise sul buon giorno senza e finale. Rispose:

Buon. Possiamo mangiare. Alle sei?

Inviato. Rimise il telefono.

Finì il caffè.

Fuori marzo si faceva sentire. Gocciolavano le grondaie, il vento scuoteva il passero che cacciava il piccione dal davanzale. La città si risvegliava, lenta, indifferente alle sabati altrui e alle piccole grandi scelte personali.

Il telefono lampeggiò. Una sola parola:

Daccordo.

Giulia si alzò, lavò la tazza. Mise il grembiule: otto ore la separavano dalla sera e la bottega non si apre da sola. Si infilò le chiavi in tasca.

Sulla soglia guardò la casa: piccola, luminosa, i suoi anemoni sul davanzale, perché ne prese un paio anche a casa per sé. Era il suo appartamento, la sua moka, il suo sabato.

Uscì.

La porta si chiuse senza rumore. Come si chiude bene ciò che si chiude davvero.

Andrea la aspettava davanti al bistrot, venti minuti alle sette. Era lì, un po defilato, lo sguardo al telefono, che ripose subito vedendola arrivare. Cappotto scuro, la solita sciarpa. Niente fiori stavolta.

Buonasera, salutò lui.

Buonasera, rispose Giulia.

Si scambiarono uno sguardo. Due secondi forse. Due adulti su un marciapiede bagnato di marzo, lì perché avevano voluto esserci. Non per dovere, non per abitudine. Perché lo desideravano.

Allora, disse Andrea, entriamo?

Entriamo, disse Giulia.

E così entrarono.

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