Non perdertelo: tutto ciò che devi vedere e vivere

Il piccolo Matteo, un bambino di seconda elementare, era un’anima sensibile e generosa. Non riusciva mai a voltare le spalle a chi aveva bisogno. Quel giorno, tornando da scuola, notò di nuovo la stessa anziana signora seduta sulla panchina, la mano tesa in silenzio. Proprio come il giorno prima.

«Buongiorno, signora! Io sono Matteo», disse avvicinandosi, lasciandole qualche spicciolo rimasto dei soldi che la mamma gli dava per la merenda. Ma lei non rispose.

«Forse non ha una casa, né parenti… forse non ha proprio niente», pensò il bambino, un po’ turbato dal fatto che la signora non avesse nemmeno ringraziato.

L’anziana donna restava immobile, avvolta in un leggero cappotto logoro, sotto il quale spuntava un vestito di cotone a fiorellini. Il suo viso era scolpito come una statua, gli occhi sbiaditi fissi nel vuoto.

«Magari è morta», gli balenò in mente. «Non si muove, non parla…» Sentì un brivido lungo la schiena.

Ma all’improvviso la signora si riscosse e mormorò: «Grazie, bambino. Va tutto bene.» Matteo trasalì.

«Signora! Allora è viva! Io… io credevo…» Aprì lo zaino e tirò fuori due cioccolatini. «Ecco, prenda! Oggi un mio compagno, Luca, ha festeggiato il compleanno e ce li ha dati.»

«Che bravo ragazzino», sussurrò la signora. «Chissà se anche io ho un nipotino così…»

Non ricordava di non averne. Aveva solo una figlia, che da tre giorni la cercava disperatamente.

«Signora, come si chiama?»

Lei lo fissò con quegli occhi spenti, e Matteo capì che non lo sapeva.

«Non ricordo, tesoro. E tu chi sei?»

«Io sono Matteo, abito qui vicino, in quel palazzo con la mamma e il papà.»

Il giorno prima aveva pensato di raccontare ai genitori di quell’anziana signora, ma poi aveva esitato. Una volta in TV avevano parlato di persone che fingevano di essere povere per truffare la gente. La mamma gli aveva detto: «Non fidarti mai di chi chiede l’elemosina, Matteo. Potrebbero essere persone poco raccomandabili.»

Eppure quell’anziana non sembrava affatto cattiva.

«Forse le è successo qualcosa», pensò Matteo. «O forse è uscita e si è persa. Dovrei dirlo a mamma e papà.»

Mentre esitava, la signora scartò i cioccolatini e li mangiò in fretta. Aveva fame.

«Signora, aspetti qui, vado a casa a prendere qualcosa da mangiare, non si muova!»

Negli occhi della donna brillò una luce. Cercava di ricordare qualcosa. La voce di Matteo le sembrava familiare. Forse lo aveva già visto. O forse era solo il desiderio di crederlo. Nella sua mente affioravano immagini confuse: un appartamento, voci di donne in un’altra stanza.

«Sei un bravo ragazzo», ripeté. «Come hai detto che ti chiami?»

Matteo sbatté le palpebre. «Gliel’ho appena detto! Matteo. Vado in seconda elementare. Abito qui vicino. E lei, dove abita? Non ricorda proprio niente?»

«No, caro, non ricordo… anche se…» Lo scrutò meglio. «Hai detto Matteo? Mi sembra di ricordare qualcosa.»

«Davvero?» Matteo sorrise, notando che il viso della signora si animava.

«Sì… Matteo, hai detto Matteo… mio padre si chiamava Matteo Bartolomeo, e mia madre Lucia. Mia figlia si chiama Elena. Oddio… ho una figlia!»

Matteo vide gli occhi della donna illuminarsi, forse per le lacrime, forse per quei ricordi riaffiorati.

«Se solo riuscisse a ricordare il suo nome», pensò il bambino. Ma almeno aveva ricordato la figlia!

Poi la signora disse: «Matteo… credo di ricordare. Mi chiamano Clelia. Clelia Mattea. Sì…»

«E la strada dove abita?»

«No, solo i nomi di mio padre, mia madre e mia figlia…» Sospirò. «Ricordo di essere uscita per fare la spesa… e poi più nulla.»

«Clelia Mattea, non si preoccupi! Se ha ricordato questo, ricorderà anche il resto. Aspetti qui, le porto da mangiare. Poi vediamo come aiutarla.»

Dopo averle strappato la promessa di non muoversi, Matteo corse a casa.

Laura, sua madre, stava parlando al telefono con l’amica Elena. «Niente ancora?» chiese con voce preoccupata.

«No, Laura, nessuna notizia», rispose Elena, la voce rotta dalle lacrime.

«Non ti abbattere, troveremo tua madre.»

Elena cercava la madre da tre giorni. Clelia Mattea l’aveva cresciuta da sola, lavorando senza sosta per darle un’istruzione. Ma con l’età, la memoria aveva iniziato a vacillare. Dimenticava il nome della figlia, il suo stesso nome. Le cure non sembravano aiutare.

Quel giorno, Clelia era uscita per fare la spesa e non era più tornata.

«Laura, non so più cosa fare. La polizia dice che stanno cercando, ma le foto sono vecchie… e se le fosse successo qualcosa?» singhiozzò Elena.

«Tranquilla, Clelia Mattea tornerà.»

Intanto Matteo, tornato a casa, aprì il frigo in cerca di qualcosa da portare alla signora. Affettò un po’ di salame, prese un formaggino, trovò del pollo nella pentola sul fornello.

«Dove posso mettere tutto?» Si illuminò vedendo un contenitore di plastica.

«Figliolo, stai preparando un picnic?» suo padre lo osservava con un sorriso.

«No, papà, è per quella signora sulla panchina. È affamata e non ricorda niente. Non è una mendicante, è solo persa!»

Laura entrò in cucina, ascoltando.

«Ha ricordato il suo nome, Clelia Mattea, e che ha una figlia di nome Elena…»

Laura si irrigidì. «Matteo, hai detto Clelia Mattea? Con una figlia di nome Elena?»

Prese il telefono di corsa. «Elena! Credo che Matteo abbia trovato tua madre!»

«Laura… non ci credo… arrivo subito!»

«Aspetta, prima verifichiamo.»

Uscirono di corsa, Matteo in testa. Quando videro la donna sulla panchina, Laura rimase senza parole. Era proprio Clelia Mattea.

«Elena, è lei! È viva! Matteo l’ha trovata!»

Matteo era fiero di sé. Quella signora smarrita era la madre di zia Elena, l’amica di sua mamma. E lui non era passato oltre.

Mesi dopo, Matteo e Laura andavano spesso a trovare la nonna Clelia, che ormai lo chiamava «nipotino». Le cure avevano aiutato, e anche se a volte dimenticava, ricordava sempre che era stato Matteo a riportarla a casa.

Perché la cosa più importante, in fondo, era non voltare mai le spalle a chi aveva bisogno.

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