Scegli mia madre o me
Il telefono squillò alle dieci e mezza di sera, proprio quando Claudia era già a letto con un libro appoggiato sul petto. Davide era nella stanza accanto davanti al suo portatile; da lì arrivava la voce sommessa di un presentatore che parlava di borse e mercati.
Il numero era sconosciuto, ma con il prefisso del loro paese, Borgofiori.
Pronto? rispose Claudia, e uninspiegabile stretta le si fece sentire proprio sotto le costole.
Sono Maria Grazia, quella che abita davanti a vostra madre. Forse non mi conosce Cè un problema la signora Emilia, sua madre, è caduta questa mattina. Sono passata a trovarla stasera e lho trovata a terra, non riusciva quasi a parlare, un lato del viso
Claudia si era già alzata dal letto, cercando a tastoni le pantofole.
È in ospedale?
L’hanno portata via unora fa. È arrivata lambulanza, hanno detto che probabilmente è stato un ictus. Ho trovato il suo numero nel telefono di Emilia, ho cercato a lungo
Grazie mille, Maria Grazia. Davvero, grazie.
Rimase qualche istante in piedi al centro della stanza, il telefono stretto tra le mani. Poi andò da Davide.
Lui era seduto sulla sua poltrona preferita, nel suo elegante pigiama di lino, un bicchiere dacqua minerale sul bracciolo. Cinquantasei anni, un volto curato, le tempie ben tagliate. Un uomo sistemato nella sua vita ordinata e di successo.
Dadi, mia madre sta male. Ictus. Lhanno portata allospedale di Borgofiori.
Davide abbassò il volume della televisione, senza espressione.
Quando?
Oggi. È stata trovata dalla vicina. È rimasta a terra tutto il giorno, sola…
Posò il bicchiere sul tavolino.
E quindi?
Claudia lo fissò.
Devo partire. Domani mattina devo andare.
Vai, non ti trattengo.
Davide, dobbiamo parlarne seriamente. Mia madre ha settantotto anni. Se si tratta davvero di un ictus, non potrà più vivere da sola. Bisogna pensare a qualcosa.
Lui prese il telecomando e rialzò appena il volume, come a dire che la cosa poco lo riguardava.
Claudia, ne abbiamo già parlato. Più volte.
Ma era solo un discorso ipotetico. Adesso è reale.
Cosa è cambiato? Ti ho già detto come la penso. Non possiamo portarla qui. Non cè lo spazio.
Claudia si lasciò cadere sul divano di fronte.
Davide, abbiamo quattro stanze.
Quattro stanze, di cui due da ristrutturare. Lho detto mille volte, voglio rifare lo studio e tu volevi la cabina armadio. Dove pensi di metterla, in corridoio?
Una stanza si tiene per mia madre. I lavori possono aspettare.
Non possono aspettare. Ho già pagato lanticipo alla squadra per marzo, lo sai bene.
Qui si parla di una persona malata. Mia madre.
Claudia. Finalmente la guardò negli occhi. Mi dispiace davvero, ma capisci cosa comporta? Una persona anziana estranea in casa nostra, malata, con i pannoloni, forse senza parlare. Non me la sento. Posso dirlo, no?
Non è estranea. È mia madre.
Per me, quasi. Lho vista quattro volte in dieci anni. Non ha mai voluto parlare, né socializzare.
Perché
Non serve trovare colpe. Questa è la realtà. Io lavoro, ho progetti seri, ho bisogno di tranquillità. Non posso vivere in una stanza dospedale. Anche questa casa è mia, per inciso.
Claudia tacque a lungo. Fuori, il rumore della città nella notte era indifferente, monotono.
E se assumessimo una badante? chiese infine. Lì, a Borgofiori. Una brava persona, possiamo permettercelo.
Sì. Fallo.
Ma dovrò andarci spesso. Molto spesso.
Quante volte vuoi. Va pure.
Davide, hai capito? Dovrò restare lì. È a tre ore di macchina.
Ho capito. Ce lhai il permesso. Nessuno ti trattiene.
Il nessuno ti trattiene fu così leggero, così meccanico, che Claudia sentì qualcosa spostarsi dentro di sé. Non un colpo, ma come una terra che scivola piano, quando la pensavi solida.
Andò in camera, fissò il soffitto per ore.
Il mattino dopo partì da sola verso Borgofiori.
Lospedale di provincia la accolse con lodore di candeggina e pittura stantia. Emilia era in una camerata da sei, vicino alla finestra. Il volto era abbassato sul lato destro, il braccio diritto e rigido sopra le coperte. Guardò la figlia entrare, senza riuscire a parlare se non con un accenno del lato sinistro delle labbra.
Mamma. Claudia le strinse la mano, fredda e leggera come un foglio di carta. Mamma, sono qui. Va tutto bene.
Emilia provò a parlare. Vennero suoni sfuocati, senza senso.
Non parlare, mamma. Sono qui, non vado via.
La dottoressa, una donna stanca dai capelli raccolti, le spiegò tutto: ampio ictus ischemico, paralisi laterale, difficoltà di linguaggio. La prognosi era incerta; ci sarebbe voluta lunga riabilitazione, almeno sei mesi di cure e terapie.
Da sola non potrà stare, sicuramente. Le chiese: È figlia unica?
Sì.
Uno sguardo intenso della dottoressa, privo di giudizio o pietà, solo quella esperienza di chi ha visto troppe storie simili.
Claudia passò tutta la giornata accanto alla madre. La imboccò con una crema tiepida, le raccontò mille sciocchezze; la madre ascoltava con occhi vivi, anche se era incapace di rispondere.
A sera telefonò a Davide.
Come va? chiese lui.
Male. Paralisi, difficoltà a parlare. Mia madre non ce la farà da sola.
Pausa.
Capisco.
Davide, devo dirti una cosa. Resto qui.
Quanto?
Non lo so. Il tempo necessario. Non posso tornare adesso.
La voce di Davide cambiò appena.
Claudia, hai il lavoro. Hai la tua vita.
Chiederò di lavorare da remoto. Farò il possibile. Mia madre non può essere lasciata sola.
Hai parlato di una badante.
Non può sostituire una figlia, lo sai.
Pausa.
Sai che sarà a lungo?
Lo so.
Sei davvero pronta a vivere in quella casa?
Sì.
Lunga pausa.
Bene, disse infine. In quel bene non cera né calore, né protesta. Solo una linea tracciata. Chiama se serve.
Claudia rimise il telefono in tasca, fissò la sera calante della cittadina. I lampioni illuminavano a salti, una vecchina attraversava la strada con una borsa a quadri. Da un cortile odorava di legna al fuoco.
La casa di sua madre era in fondo a una strada di campagna, di legno scurito, con un portico semidistrutto e finestre piccole nei battenti. Claudia lo aprì col suo vecchio mazzo di chiavi, che non usava quasi mai ma portava sempre.
Dentro era freddo. Il camino spento da due giorni. Claudia trovò la legna, provò ad accendere il fuoco, inciampando nella memoria delle mani dinfanzia. Prese velocità a fatica, con continui tentativi.
Rivide le stanze: cucina piccola, piastrelle rotte, corridoio stretto, due camere. Una era della madre, laltra aveva la vecchia branda di Claudia da ragazzina. Tutto pulito, ordinato, ma povero come passato. Sulle pareti le foto: Claudia giovane, il padre defunto, due vecchie immagini in bianco e nero. Quei pochi oggetti contati, memorizzati uno per uno.
Scrisse a Davide: Resto qui a vivere. Non so quanto. Verrò a prendere le mie cose.
Rispose dopo venti minuti: Va bene. Come vuoi.
Tutto qui. Probabilmente anche il matrimonio, tutto qui.
I primi giorni furono un unico giorno lungo e stancante. Claudia arrivava in ospedale allalba e tornava la sera. Imparò tutto quel che serviva: girare la madre, evitare le piaghe, fare ginnastica passiva su braccia congelate, imboccare con pazienza, non mostrare mai stanchezza. La madre, ex maestra di matematica, reimparava a parlare: ogni parola era una conquista dolorosa.
Claudia, un mattino disse Emilia, più chiaro del solito, era la seconda settimana. Vai a casa.
Sono a casa, mamma.
No. La mano sinistra fece un segno stanco. Lì. Da tuo marito.
Mamma, non adesso.
Davide esitò, cercava la parola. Davide non contento?
Claudia sistemò le coperte.
Tutto bene, mamma. Non pensarci.
Emilia la guardò a lungo; negli occhi cera qualcosa che spinse Claudia a voltarsi verso la finestra.
Dopo tre settimane e mezzo la dimisero con ricette, esercizi e impegnativa per la logopedista. Claudia affittò unauto, chiese aiuto a un giovane vicino per sollevare la madre sul portico. Sistemò la casa, cucinò una zuppa.
E iniziò la nuova vita.
Assistere un malato in casa non si racconta mai fino in fondo. Girarla ogni due ore, padella, lenzuola, ginnastica con arti pesanti e ostili, imboccarla piano, tenerla d’occhio per evitare che si strozzi, pillole a orario: sette al mattino, cinque la sera. E la logopedista, signora gioiosa di mezza età, che tre volte a settimana lavorava con Emilia, che mai si era arresa prima, e ora si ostinava con i denti serrati.
Claudia lavorava da casa come contabile per una piccola impresa. Il principale si mostrò comprensivo, riducendo le sue ore. Il denaro scarseggiava. Davide ogni tanto mandava qualche euro con fredda regolarità, nessun messaggio. Lei non chiedeva.
Si parlavano quasi mai.
Un giorno di novembre, nellaria umida e tagliente, Claudia cercava di sistemare un gradino traballante del portico: la madre avrebbe dovuto iniziare a camminare coi girelli. Venne fuori un uomo dalla casa vicina.
Lo aveva visto di sfuggita: robusto, tarchiato, mani forti, sorriso largo e semplice. Doveva avere cinquantacinque anni, come lei.
Così lo spezzi il legno, disse. Mettilo piegato, il chiodo, così tiene meglio.
Claudia lo guardò sorpresa.
Mi chiamo Antonio, sto di fronte, indicò la casa. È la figlia di Emilia?
Sì. Claudia.
Come sta?
Meglio, piano piano.
Con destrezza prese martello e chiodo, risolse in cinque minuti ciò che a Claudia era parso un rompicapo.
Se ha bisogno, chieda, disse risalendo. Tanto sono qui.
Non voglio disturbare
Nessun disturbo. Alzò le spalle, sincero. La signora Emilia una volta ha aiutato la mia mamma. Non lho mai dimenticato.
E sparì.
Claudia lo guardò andarsene, pensando che la parola disturbo adesso era la meno opprimente. Più difficile era stata la distanza di quando viveva nellappartamento nuovo di città mentre la madre giaceva sola nel letto.
Novembre fu gelido. Una sera la stufa intasata riempì le stanze di fumo acre. Claudia impaurita andò a bussare da Antonio quasi imbarazzata.
Arrivò subito, salì sul tetto con una lampada, trovò e pulì il blocco in camino, spiegò le manutenzioni, rifiutò ogni compenso senza discussione.
Vuole un tè? chiese lei.
Volentieri.
Sedettero in cucina mangiando biscotti della cooperativa. La madre dormiva nella camera accanto, fuori il vento agitava i rami del vecchio melo.
Vive qui da sempre? domandò Claudia.
Sempre. Sono stato via cinque anni, in città a lavorare in fabbrica. Poi sono tornato.
Perché?
Qua è casa mia. Altrove, no. Qualcuno si adatta, io no.
Claudia strinse la tazza fra le mani. Adesso in cucina la stufa funzionava e il calore arrivava dappertutto.
Io invece vent’anni in città, disse. Credevo di aver trovato la mia vita. Ora mi domando come ho fatto a non tornare prima.
Antonio non cercò di consolarla.
Adesso sei tornata. È questo che conta.
A dicembre la madre riuscì a sedersi a letto: una piccola, commovente vittoria. La logopedista, Silvia, lodava sempre più la paziente.
La parola si faceva strada faticosamente. Alcune frasi tornavano.
Sei dimagrita, disse un giorno Emilia.
No, mamma.
Sì, la guardò a fondo. Davide chiama?
A volte.
Viene?
Non so.
Lunga pausa.
Non verrà, disse Emilia. Non con amarezza: solo come chi ha imparato a distinguere tra speranza e realtà.
Davide, effettivamente, non arrivò. Telefonava una volta a settimana, chiedeva come va, riceveva risposte asciutte, informava che i lavori in casa proseguivano, che aveva cenato in un ottimo ristorante per lavoro. Claudia ascoltava sentendo la distanza crescere, silenziosa e inevitabile.
A gennaio arrivò unamica di Claudia, Carla. Si portò una torta e tanta voglia di aiutare, ma il dialogo si spezzò subito.
Claudia, non pensi di esagerare? le disse. Un mese, due va bene. Ma quanto vai avanti così? Ti rovini la salute.
Che dovrei fare, secondo te?
Una brava badante, o una casa di riposo, ci sono quelle buone!
Mia madre ha terrore delle case di riposo.
Ma dai Non capisce quanto ti pesa tutto questo
Capisce tutto, rispose Claudia piano. La testa funziona perfettamente. Capisce.
Carla tacque.
Davide non viene?
No.
E così… adesso?
Non lo so.
Claudia, sei intelligente, lo sai che per una cosa del genere non si lascia il marito. Ti mantiene, hai una casa, una posizione
Claudia la fissò.
Carla, mia madre stava sola un giorno intero a terra. Ha settantotto anni.
Capisco
Non capisci, o non vuoi capire. Non parlare di mantenimento.
Carla partì quel giorno, un po risentita; si chiarirono dopo, ma qualcosa cambiò.
Claudia notò che le vecchie vicine erano cambiate nei suoi confronti: non compassione, ma un rispetto silenzioso e concreto. Maria Grazia ogni tanto lasciava alla porta un vaso di marmellata o una crostata, senza dire parola. Signora Teresa, quasi sua coetanea, trascorse un pomeriggio con Emilia quando Claudia dovette andare in farmacia. Così chiacchieriamo, si era limitata a dire.
Le donne della sua età, invece, quelle che conoscevano Claudia come la signora della città, la guardavano con sguardo interrogativo. Unex compagna delle superiori, incontrandola in negozio, chiese per Davide, perché non veniva, come mai. Nelle domande cera sottinteso quel gusto per la disavventura altrui.
Viviamo, rispose Claudia, e non aggiunse altro.
Antonio aiutava ormai senza fare rumore: sistemò la recinzione, portò legna, riparò la stufa. Un giorno in cui Claudia fu a letto con la febbre venne a portare cibo, accese la stufa e cambiò le lenzuola di Emilia, senza fare storie.
Antonio, non so come ringraziarti, gli disse Claudia.
Ma va, siamo vicini.
Non tutti i vicini sono così.
Questo è vero.
Pausa. La madre dormiva. Analogo febbraio fuori.
Ha famiglia? chiese Claudia.
Avevo. Mia moglie è mancata da otto anni. Mia figlia vive a Milano, ci sentiamo poco. Abito qui, da solo. Ormai è normale.
Non si sente solo?
Alle volte sì, ma non ho tempo per annoiarmi. Se lavori, se le mani sono sempre occupate…
Lei pensò a Davide nel grande appartamento nuovo, col divano in pelle e la TV. Chissà se si sentiva solo.
Lo chiamò quella sera.
Dadi, dobbiamo parlare.
È successo qualcosa?
No, ma è tanto che non parliamo sul serio.
Silenzio.
Dimmi.
Come stai?
Bene. Sto finendo i lavori. C’è un progetto interessante. Pausa. Torni quando?
Davide, penso penso che non tornerò.
Lunga pausa.
Mai più?
Mai più.
Lui non urlò, non accusò. Solo:
È per tua madre o per me?
Claudia rifletté pochi istanti.
Forse per me.
Respiro nellaltro capo.
Ho capito. Poi: Vuoi il divorzio?
Sì.
Va bene. Divorziamo.
Quel va bene, professionale come parlando di lavori o progetti, segnò un confine.
In primavera Emilia ricominciò a camminare: dapprima coi girelli, poi fino in cucina, poi sul portico. Fu lento, doloroso, ma lo fece. Una volta scoppiò persino a piangere, cosa rarissima per lei. Ma andò avanti.
La logopedista Silvia si congratulava.
La motivazione è la parte più importante, spiegava. Una persona per cui vale la pena lottare.
Claudia non era sicura se fosse merito suo o solo del carattere della madre. Ma pensarci le piaceva.
Una sera di maggio, seduti sulla panca fuori dal cancello, Antonio chiese:
Non pensa di andar via?
No, rispose Claudia dopo una pausa. Credevo di volerlo per anni. Ora so che non voglio più.
Non è strano. A volte ci vuole molto a capire dovè il proprio posto.
Non è facile qui. È pesante.
Pesante non vuol dire sbagliato, guardò il tramonto sulle tegole. Il bene non è sempre il facile. È il giusto.
Claudia osservava la sua faccia semplice, mani segnate dal lavoro, rughe ai lati degli occhi. Parlava poco ma le sue parole restavano.
Antonio, gli disse. Sa che divorziamo, io e mio marito?
Lho sentito. La campagna è piccola.
Mi giudica?
E perché mai?
Ho lasciato la famiglia.
Famiglia pesò la parola. Famiglia è restare insieme nel bene e nel male. Il resto sono solo persone che dividono un tetto.
Claudia tacque. Non cera niente da rispondere.
Gestirono il divorzio tramite lavvocato. Davide fu pragmatico: si tenne lappartamento, le propose una liquidazione, lei accettò senza questioni. Servivano soldi per il tetto, i pavimenti marci, limpianto elettrico.
Destate Antonio aiutava coi lavori. Portò due amici, e in tre weekend sistemarono tutto; vollero solo il rimborso dei materiali.
Perché? chiese Claudia.
Siamo vicini.
Non solo per questo.
Antonio la guardò.
No, non solo per questo.
Emilia osservava tutto seduta sul portico, la faccia non più storta, la parola tornata al settanta percento (un miracolo diceva la dottoressa). Guardava la figlia e Antonio, taceva, ma gli occhi brillavano.
Una sera disse a Claudia:
Bravo uomo.
Sì, mamma.
Lo vedi anche tu?
Lo vedo.
Emilia annuì tacendo.
A luglio Davide la chiamò, la prima volta dopo mesi dalla firma.
Come va? chiese. Nella voce, una nota nuova, unincertezza umana.
Bene. Mia madre cammina da sola, la casa è sistemata.
Felice di sentirlo. Pausa. Ho pensato Forse ho sbagliato quellautunno.
Claudia non finse nulla.
Probabile, disse.
Sei arrabbiata?
No. Non più.
Allora va bene. Sei felice, adesso?
Claudia guardò dalla finestra. Emilia sulla poltrona in veranda, libro in mano, guardava il giardino. I meli ancora carichi. Un merlo sul cancello.
Non so se sia la parola giusta. Ma sto bene.
Capito, rispose Davide. E dal tono era chiaro che aveva davvero compreso qualcosa.
Si salutarono pacificamente.
Claudia tornò in cucina.
Mamma, facciamo il tè?
Sì.
Il bollitore era vecchio, il manico rotto, avrebbe dovuto comprarne uno nuovo da anni ma non lo faceva mai. Alla finestra, la geranio scarlatto curata dalla madre da trentanni. Odore di erba tagliata, di resina dal legno caldo del portico.
Alle cinque e mezza bussò Antonio.
Buonasera, Emilia. Ho portato le prime more.
Grazie Antonio, entra pure, rispose la madre.
Claudia sentì le voci dalla cucina, i toni bassi, familiari. Si fermò un attimo con le tazze in mano. Perché in quella semplice cucinetta, in quellodore di tè e geranio, cera qualcosa di profondo e vero. In città, in un appartamento ristrutturato, sedeva un uomo con il divano giusto e la vita sbagliata.
Claudia aveva scelto o ancora sceglieva, giorno dopo giorno la vita giusta.
Uscì con le tazze.
Antonio, si fermi a bere con noi.
Volentieri.
La madre guardò Claudia: il lato sinistro della bocca si sollevò in un sorriso incompiuto, ma vero.
Sedetevi, disse Emilia. Tutti e due.
Il sole scendeva dietro i coppi, le ombre si allungavano nel cortile, un merlo cantava il suo canto complicato. Le more erano calde e profumate.
E non serviva aggiungere altro.






