Moglie assume una badante per il marito disabile, ma i figli le dichiarano guerra…

Mamma, hai idea di quello che stai facendo? Valeria è appoggiata alla finestra, il cappotto ancora addosso, la voce decisa, come se fosse già venuta per pronunciare una sentenza definitiva. Papà è a letto, non può nemmeno alzarsi, e tu assumi unestranea.

Lucia è seduta al tavolo della cucina, davanti una tazza di tè ormai freddo. Fuori piove, una pioggerellina sottile di novembre scivola sui vetri lasciando scie storte.

Non unestranea. Una badante professionista, risponde Lucia. Si chiama Antonella Moretti, sessant’anni, venticinque di esperienza in neurologia. Lho intervistata per due ore.

Cambia qualcosa? Valeria si stacca dalla finestra. Sul viso ha stampata la delusione di chi si sente tradito. Papà dovrebbe stare in famiglia.

È a casa sua.

Con te!

Lucia sorseggia il tè, ormai gelato.

Valeria, ho cinquantasette anni. Ho la schiena malandata, la pressione che riesco a controllare solo con le medicine. Non posso più sollevare un uomo di ottanta chili, girarlo, lavarlo. Non ce la faccio fisicamente.

Altri ci riescono.

Quali altri, scusa?

Valeria apre la bocca ma poi la richiude. Il silenzio dice più di tante parole. Non ha nemmeno pensato a se stessa.

Sei sua moglie, sussurra infine.

So chi sono.

Quindi dovresti tu.

Lucia posa la tazza con cura.

Sai Valeria, dice piano, sono trentanni che sento questa parola: Dovresti. Ho perso il conto di quante cose avrei dovuto fare. Abbandonare il lavoro quando eravate piccoli. Tacere. Non ribattere. Non vedere. Ed io ho taciuto davvero.

Mamma, di cosa stai parlando adesso?

Che sono stanca.

Valeria la guarda, confusa e arrabbiata insieme.

Mamma. Papà ha avuto un ictus. È paralizzato. Non è il momento di tirare fuori vecchi rancori.

Non sono rancori, è la ragione per cui non posso occupami di lui da sola.

Nella stanza accanto, la camera da letto, si sente un rumore metallico. Antonella è lì da stamattina, studia la casa, vede dove sono le cose. Giulio dorme dopo pranzo, o almeno finge: Lucia non sa più distinguere.

Capisci almeno come appare tutto questo? sussurra Valeria. Agli occhi degli altri?

Certo. Sembro una traditrice.

Sì.

Ma non è tradimento, replica Lucia. È un limite. È mio diritto averlo.

Valeria si prende la borsa dal davanzale con un gesto tagliente, che mette un punto alla conversazione.

Chiamo Edoardo.

Fai pure.

La figlia se ne va. Lucia resta a lungo seduta. Poi si alza, svuota la tazza nel lavandino e mette su il bollitore.

Antonella esce dalla camera, si ferma sulla soglia.

Le preparo un caffè? O preferisce il tè?

Grazie, faccio io. Come sta lui?

Calmo. Pressione stabile. Nessuna preoccupazione.

Lucia annuisce. Antonella pure. È una di quelle persone che rispetta i silenzi.

Fuori la pioggia si fa più fitta.

Edoardo chiama la mattina seguente. Lucia sta per uscire, dopo tre settimane di reclusione da quando Giulio è caduto in cucina aggrappandosi a uno sgabello finalmente indossa il cappotto buono e decide di passeggiare sul lungarno. Solo mezz’ora.

Il telefono squilla mentre infilza la sciarpa.

Mamma. La voce di Edoardo è esitante, come chi teme di disturbare. Valeria mi ha parlato. Volevo sentire da te.

Sono qui.

Assumi davvero una badante?

Già fatto. Antonella, ieri era già operativa.

Pausa.

Capisco che sei stanca. Ma papà è pur sempre nostro padre.

E mio marito. Ma non devo occuparmi di lui per il resto della vita.

Mamma ti ascolti?

Sì, Edoardo. Ti dico quello che ho detto anche a tua sorella: ho cinquantasette anni, salute malandata, non voglio buttare via quel che mi resta. La badante sa il suo mestiere. Papà sarà seguito bene.

Ma è una sconosciuta.

Sì. Ma io non sono né infermiera né OSS. Sono sua moglie. Per trent’anni ho cresciuto figli, lavorato, portato avanti la casa. Ora dico basta. Non per mancanza di amore ma perché non posso più sacrificarmi.

Edoardo resta in silenzio a lungo.

Sei cambiata, dice infine.

No, risponde Lucia. Solo che adesso lo faccio vedere.

Saluta, esce. La pioggia è finita ma laria sa di umido, di foglie marcite. Arriva sul lungarno, si ferma a guardare lacqua nessuna idea precisa in testa, solo il piacere di respirare.

È già qualcosa.

Giulio è a letto da quattro settimane. La parte destra del corpo gli ubbidisce male. La voce impastata, ma capisce tutto: quegli occhi, Lucia li conosce da trentanni. Ora cè dentro qualcosa di diverso, e lei preferisce non darle un nome.

Il medico allospedale è stato chiaro: con cure adeguate può riprendersi in parte, senza peggiorerà. Ogni giorno conta: alimentarlo, girarlo, esercizi, medicine puntuali.

Lucia lo sa. Ecco perché ha insistito su una persona esperta.

Antonella è arrivata tramite agenzia. Lucia li ha chiamati subito dopo le dimissioni, prima che i figli potessero dire la loro. Il colloquio è stato pratico, rassicurante.

Serve qualcuno abituato a casi neurologici? ha chiesto la responsabile.

Sì. Paziente post-ictus, lato destro deficitario, disturbi di linguaggio. Uomo di sessantanni, finora sano.

Capito. Le faccio avere delle proposte per incontrare.

Antonella è arrivata il giorno dopo: robusta, capelli corti e grigi, mani esperte. Le domande fatte erano da vera professionista: farmaci, orari, piaghe da decubito, sonno. Lucia rispondeva e si rendeva conto che dopo settimane finalmente stava parlando con chi non pretendeva spiegazioni da lei.

Quando posso iniziare? ha chiesto Antonella.

Domani, ha risposto Lucia.

Ha avvisato Valeria solo a sera, tardi. Sbagliando: avrebbe dovuto avvertire prima, spiegare. Ma non voleva più giustificarsi.

Valeria ha attraversato tutta Firenze solo per venire a fissare il vuoto dalla finestra, in silenzio.

Quindici anni fa, tutto era diverso.

No, nulla di così diverso. Solo che Lucia taceva, diventando quasi artista del silenzio. Taceva quando Giulio saltava la cena, quando dribblava i discorsi sui soldi, quando evitava per la terza volta il medico.

Pressione, a cinquant’anni, aveva iniziato a ballare. Centoquaranta su novanta, sciocchezze. Il medico insisteva: cambiare stile di vita, meno sale, meno stress. Giulio ascoltava, annuiva, e non cambiava nulla.

Giulio, diceva Lucia. Così non va.

Dai Lucia, è tutto ok. Guarda Mario al bar: centosessanta, sta benissimo.

Mario ha già avuto un infarto.

E allora? Vive ancora.

Parole al vento. Tante discussioni finite nel nulla: Lucia insisteva, Giulio rideva, si innervosiva, poi tutto ricominciava.

Lei lo accompagnava dal dottore, segnava gli orari delle medicine sul suo cellulare, comprava lo sfigmomanometro, chiedeva controlli quotidiani. Per una settimana li faceva, poi se ne scordava. Lei ricordava, lui si alterava, lei taceva.

Otto anni fa, una sera destate, Lucia lo affrontò:

Giulio, continua così e ti piglia un ictus. Io non posso accudirti se resti allettato. La mia salute non regge.

Lui la guardò strano.

Parli sul serio?

Sul serio.

Mi stai già dicendo che mi abbandonerai?

Voglio che tu capisca le conseguenze delle tue scelte.

Se ne andò in unaltra stanza, rimasero zitti due giorni, poi la vita riprese: cena, telegiornale, weekend da Valeria.

Le parole però erano state dette. Lucia le ricordava. E sperava che anche lui le ricordasse. Ma di solito quelle cose si dimenticano, quando fa comodo.

Lictus arrivò a ottobre, un mercoledì verso le undici. Giulio era in cucina a farsi il caffè. Lucia leggeva in sala. Un rumore strano la fa accorrere uno sgabello caduto, poi un rantolo breve.

Lo trova seduto a terra, schiena contro i mobili, la faccia storta, la bocca sbilenca. La mano sinistra aggrappata al mobile, la destra inerme lungo il corpo.

Giulio!

Lui la guarda. Prova a parlare.

Chiama forse voleva dire.

Lei chiama il 118, si siede accanto a lui, gli prende la mano libera, quella che risponde. Dice qualcosa, non ricorda più cosa.

Lambulanza arriva in otto minuti, lo ricorderà sempre.

In ospedale Lucia passa quasi tutto il giorno. Chiama i figli: Edoardo arriva subito, Valeria dopo pranzo, deve prendere la bambina a scuola. Stanno nel corridoio della rianimazione, parlano di sciocchezze: il vero dolore è troppo grande da nominare.

Il medico arriva alle sei.

Ictus ischemico esteso, colpito il lato destro. È presto per fare previsioni. Vedremo.

Valeria si mette a piangere. Edoardo le stringe la mano. Lucia resta seduta dritta, pensando a tutto ciò di cui aveva già avvertito. Non è il momento di pensarci, ma il pensiero non se ne va.

Tre settimane di ospedale. Lucia ci va ogni giorno, a volte due volte. Porta arance, legge il giornale ad alta voce. Parlano poco, Giulio fa fatica, si arrabbia. Lucia impara a stare accanto in silenzio. È facile, dopo anni.

Quando lo dimettono, il neurologo è preciso: riposo a letto, poi graduale ripresa, fisioterapia quotidiana, logopedista, pressione sotto controllo. Domanda: chi si occupa della cura?

Troverò una badante, dichiara Lucia.

Il dottore annuisce, non stupito. Forse ha visto di tutto. O forse non gli importa. Lucia lo ringrazia silenziosamente.

Per i primi giorni se la cava da sola, poi chiama lagenzia.

Antonella è la badante giusta, come sembrava dal colloquio: calma, pragmatica, senza troppe parole. Sa come gestire un grande uomo quasi immobile e con difficoltà di deglutizione. Allinizio Giulio la accoglie a fatica: una donna estranea nella sua camera, imbarazzante. Poi si abitua. O si rassegna. Chi lo sa.

Con Lucia parla poco. Lei entra tre volte al giorno: mattina, dopo pranzo, sera. Chiede come va. Lui risponde: normale, ok. A volte la evita con lo sguardo. A volte chiude gli occhi, lasciando intendere che è stanco.

Una settimana dopo il rientro, una pausa pranzo di Antonella, Giulio le dice:

Avevi ragione.

Lucia si ferma sulla porta.

Su cosa?

Pressione. I medici. Tutto.

Le si siede accanto.

Giulio, adesso non importa.

Per me sì, dice piano, sforzandosi. Tu dicevi. Non ascoltavo.

Lucia guarda la sua mano, pesante sulle lenzuola. Gonfia, quasi inservibile.

Ti sento, sussurra.

Sei arrabbiata?

No.

Ed è vero. La rabbia calda è passata da tempo. Ora è solo stanchezza. O forse, chiarezza.

Non sono arrabbiata, ripete. Ma nemmeno ti assisterò da sola. Non è rancore. È che non posso.

Non risponde. Forse non trova le parole. O forse capisce.

Valeria richiama tre giorni dopo la prima visita. Questa volta il tono è secco, pratico, peggiore dellarrabbiatura.

Mamma, abbiamo deciso con Edoardo: papà deve andare in un centro di riabilitazione. Il Pino, lo conosci?

Sì.

Lì ci sono buoni dottori, fisioterapisti, logopedisti. Ci pensiamo noi ai soldi.

Lucia esita.

Volete portarlo lì?

Sì. Lì starà meglio.

Non credo che voglia lasciare casa sua.

Glielhai chiesto?

No. Ma lo conosco da trent’anni. Non vorrà mai finire in una struttura.

Mamma, non chiamarla struttura. È un ottimo centro.

Chiamala come vuoi, il concetto non cambia.

Valeria tace.

Capisci che Antonella non fa riabilitazione? Fa solo assistenza. A lui serve recupero.

Lo so, dice Lucia. Ho già preso accordi con la logopedista: viene tre volte a settimana. E fisioterapista, una volta.

È poco.

Forse sì. Ma è quello che posso garantire a casa sua.

Oppure va dove ha tutto di continuo.

Silenzio.

Valeria, questa è casa sua. Vive qui da trentanni.

Mamma, assumi una badante invece di occupartene tu. Non vuoi il centro di riabilitazione. Cosa vuoi davvero?

Voglio assistenza professionale a casa sua. E che la smettiate di accusarmi.

La figlia riattacca.

Cinque giorni dopo arrivano insieme. Edoardo e Valeria. Lucia apre e capisce subito che non sono lì per parlare.

Edoardo, più calmo della sorella, ma determinato.

Abbiamo parlato con papà, esordisce in corridoio.

Quando?

Valeria è passata ieri, tu eri fuori.

Un peso sordo nel petto. Come se improvvisamente si fosse trovata con meno spazio del previsto.

E lui?

Ha detto sì a Il Pino.

Giulio ha detto sì?

Sì.

Lha detto davvero?

Sì, mamma, interviene Valeria. Proprio così. Credo capisca che qui…

Qui cosa?

Qui sta a disagio, con unestranea. Quando la moglie…

La moglie cosa, Valeria?

Valeria sostiene lo sguardo.

La moglie non vuole occuparsi di lui, sussurra.

Lucia annuisce.

Bene. Se lo vuole, non mi oppongo.

Forse si aspettavano urla o lacrime, non lo porterete via. Invece nulla. Semplicemente un cenno.

Il trasferimento è fissato una settimana dopo. Il Pino è a venti minuti dal centro della città, immerso tra i pini veri. Lucia li accompagna a fare le valige. Giulio osserva fuori dalla finestra in silenzio.

In macchina, prima di chiudere la portiera, lui la guarda.

Vieni a trovarmi? chiede.

Sì, risponde Lucia.

E dice la verità.

Rientra a casa. Antonella è già andata via, non serve più. La camera è in ordine, la bottiglia dacqua sulla mensola, lultima lasciata la mattina. Lucia la toglie, spiana il cuscino. Resta in piedi un attimo.

Poi va in cucina e si prepara un vero caffè, nella moka Giulio non amava il profumo del caffè, da anni si limitava a quello solubile per non dargli fastidio. Ora non serve più.

Il pensiero le pare strano. Né gioia né lutto. Solo un fatto.

Valeria non chiama per due settimane. Poi un sms breve: papà si sta ambientando, tutto bene. Niente come stai. Lucia non se ne fa un cruccio, se lo aspettava.

Edoardo telefona dopo un mese. Dieci minuti, discorsi pratici. La moglie, la scuola della bambina, il lavoro. Di Giulio: parla meglio, si muove di più. Di quanto successo tra di loro non si parla. Lucia non tocca largomento. Edoardo neppure.

Va a trovare Giulio. Prima ogni settimana, poi ogni due. Il Pino è davvero accogliente corridoi luminosi, fiori, personale disponibile. Stanza doppia: il compagno, un signore silenzioso dopo unoperazione alla schiena. Parlano poco, forse sta bene così.

Lucia e Giulio scambiano poche frasi. Lui migliora il linguaggio, ma la fatica resta. Si siedono nel salotto o, se il tempo lo permette, fuori sulla veranda. Lucia racconta del quartiere, dei vicini, dei libri. Lui ascolta, a volte aggiunge una parola, o annuisce.

Una volta, ormai inverno, chiede:

Non ti penti?

Di cosa?

Di come è andata.

Lucia riflette.

Mi dispiace che tu stia male. Che i figli si siano arrabbiati. Ma della mia scelta, no.

Lui guarda fuori, il giardino ricoperto di neve.

Sei sempre stata testarda, dice, senza rancore.

E tu lhai sempre presa come unaggravante, risponde lei. Ma è solo carattere.

Lui accenna un sorriso la bocca storta, ma pur sempre un sorriso.

I figli quasi spariscono dalla vita di Lucia. Valeria non si fa viva. Edoardo telefona poco e solo per cose importanti. La nipote di Valeria, Martina, la vede raramente; la figlia di Edoardo ormai mai.

Fa male. Lucia non finge il contrario. Fa male come una scheggia, non un terremoto, ma una spina sotto pelle.

Eppure non si pente, non pensa mai seriamente “magari ho sbagliato”. Pensa piuttosto a quanto la sua vita sia stata, a un certo punto, fatta solo di si deve e bisogna, e ormai non più. Quando ha detto non faccio più, non è stato tradimento. Era come riemergere e prendere fiato.

Cinquantasette anni. La schiena duole. La pressione sotto controllo con i farmaci. Ma viva. E la vita adesso è sua.

In primavera si iscrive a un corso di acquerello. Non tanto per passione, non aveva mai disegnato, ma ha visto il volantino al parco. Piccola classe, quasi tutti più anziani di lei. La maestra, una quarantenne pacata, dice: Sporcate, provate, sbagliate.

Lucia sporca, sbaglia. E le piace.

Dopo la prima lezione torna a casa a piedi, pensando quanto sia strano a cinquantasette anni fare qualcosa solo perché le va.

Lestate la passa in città. Fa caldo, compra un ventilatore, va al mercato, legge in balcone. Richiama lamica più cara, Stefania, che non sentiva dallinverno. Stefania sa tutto di Giulio, dei figli, della badante. Tutto, perché Lucia quella volta lha voluto raccontare.

Come va? chiede Stefania.

Bene. Dipingo.

Cosa?

Fiori, soprattutto. Malissimo ma mi diverte.

Davvero?

Davvero.

Stefania resta in silenzio.

Sono contenta per te.

Ma dai.

Sul serio. Non hai mai fatto niente solo per te. Ricordo quando non sei andata in villeggiatura perché i ragazzi erano già grandi, ma non si lasciano.

Avevano ventidue e diciannove anni.

Appunto. E tu niente.

Lucia ride. Piano, ma ride.

Ricordo ancora quel soggiorno a Chianciano… ancora ci penso.

Vacci adesso. Dove vuoi.

Ci pensa sul serio per tutto agosto. Dove vuoi, da sola. Non era mai partita senza Giulio, mai. Unestate fecero la Calabria, una volta sola Antalya, ventanni fa; poi lui si stancò, così le vacanze svanirono. Lucia si adattò. Si era abituata.

A settembre compra un biglietto del treno per Venezia. Cinque giorni, da sola.

Giulio è in Il Pino da nove mesi. Lucia lo visita ogni quindici giorni. Adesso parla meglio, cammina col bastone nei corridoi. L’infermiera conferma: buoni progressi.

Lo va a salutare prima di partire.

Vado a Venezia per cinque giorni, gli annuncia.

Lui la guarda.

Da sola?

Da sola.

Non sei mai andata via senza nessuno.

È la prima volta.

Lui ci pensa su.

Vai al museo Ca dOro. Andavi pazza per quel posto.

Ci vado.

E in pasticceria. Una buona.

Ci vado anche a quella.

Lui annuisce, la guarda a lungo. Diverso dal solito.

Lucia, dice piano.

Sì?

Niente. Vai.

Lei capisce, o almeno crede. E va davvero.

Venezia è fredda e piovosa, ma è una pioggia diversa: sa di mare. Lucia alloggia in una guest house a Cannaregio, fa colazione in una pasticceria minuscola. Il museo la assorbe per un giorno intero: resta ferma davanti ai dipinti finché le gambe dolgono.

Il quarto giorno chiama Stefania.

Stefy, perché non lho mai fatto prima?

Cosa?

Questo: viaggiare dove voglio, stare sola.

Ride.

Perché non te lo sei permessa.

Sono io che non me lo concedevo davvero.

Torna con la sensazione che la vita non finisca a cinquantasette anni. Che dopo ci sia ancora qualcosa, anche senza nome.

A ottobre Edoardo chiama. Per la prima volta, una telefonata importante.

Mamma, papà sta peggio.

Lucia depone il libro.

Cosè successo?

Polmonite. Ora è in ospedale. Lo hanno portato due giorni fa. Sono stato ieri.

È grave?

È fragile… I medici dicono che la settimana è decisiva. Dovevi saperlo.

Grazie. Andrò a trovarlo.

Non serve, mamma…

Andrò comunque.

Lospedale è come tutti: corridoi bianchi, odore di disinfettante, portinaia esausta. Giulio giace in una stanza a quattro letti. Quando la vede socchiude gli occhi non di stanchezza, ma per altro.

Sei venuta, sussurra.

Sì.

Rimane unora al suo fianco. Gli tiene la mano. Lui dormicchia, a volte si sveglia e la guarda. Una volta sussurra: ho freddo. Lucia chiede una coperta all’infermiera.

Mentre se ne va, lui mormora:

Torni via presto?

Forse in primavera.

Va pure. Dove vuoi.

Lo farò.

Guarisce dalla polmonite. Rientra in Il Pino dopo tre settimane. Lucia lo visita più spesso. Lui si muove meno, la riabilitazione si ferma. Linfermiera dice: stabile, ma le energie sono altre.

Restano seduti insieme, parlano poco: non è un silenzio pesante. Tra loro si è depositato qualcosa, non pace, ma limpidezza come sabbia che si adagia.

Sei felice? chiede lui, allimprovviso.

Lucia ci pensa.

Non sono infelice. Forse è già qualcosa.

Lui sorride, storto.

Valeria non ti ha perdonata?

No.

Edoardo?

Si parla, ma è cambiato qualcosa. Cè una distanza.

Per colpa mia.

Per tutto, risponde Lucia. Non solo per te.

Ti pesa che si siano arrabbiati?

Sì. Ma non tornerei indietro.

Annuisce piano.

Sei forte, dice lui.

Lhai sempre detto quando volevi dire testarda.

Parlo chiaro, adesso.

Allora grazie.

Il secondo ictus arriva due anni e mezzo dopo il primo. Di notte, in Il Pino. Lucia lo apprende la mattina: Edoardo la chiama con voce diversa.

Mamma. Papà non cè più. È morto stanotte.

Lei è in cucina, stringe il telefono.

Mi senti?

Ti sento, risponde. Sì.

Ci hanno già avvisati. Io e Valeria andiamo lì. Tu

Arrivo anchio.

I funerali sono discreti. Edoardo e Valeria. Due vecchie colleghe di Giulio, qualche vicino, un po di parenti lontani. Lucia davanti alla bara pensa che così, semplicemente, finiscono trentadue anni. Non si spezzano, finiscono. Lultima pagina di un libro, chiuso.

Valeria non le si avvicina. Sta dallaltra parte, lo sguardo duro, non rabbioso, solo chiuso.

Edoardo si avvicina al cimitero, dopo.

Mamma. Come stai?

Sto.

Io esita. Mi fa piacere tu ci sia.

Dove altro dovrei stare.

Lui la guarda.

Mamma, in questi due anni ce lavevo con te. Ti è chiaro?

Sì.

Ma ho pensato. Tanto. E non so se cè una risposta giusta.

Non esiste, risponde Lucia. Non su queste cose.

Sei sicura?

No. Ma così vivo.

Annuisce.

Valeria se ne va senza salutare. Lucia la vede entrare in auto, dritta, rapida. Non la chiama.

Dopo il funerale, la vita riprende la sua strada o meglio, quella tracciata negli ultimi due anni. Lucia lascia perdere lacquerello, si iscrive a un corso di spagnolo. Fa fatica: i verbi si confondono, laccento è quello che è, ma il piacere di sentirsi ancora principiante è impagabile.

In primavera, come aveva promesso a Giulio, parte. Stavolta: Grecia, due settimane. Atene, le Cicladi, poco Peloponneso. Cammina per le vie antiche, mangia pita e feta nei piccoli locali pieni di famiglie, beve vino sulle terrazze. Guarda il mare.

Nessuno chiama, nessuno chiede dove sia. È una libertà straniante. Cinquantotto anni e solo ora, finalmente, nessuno chiede rendiconti.

Stefania scrive: Beata te! Lucia risponde: Vieni la prossima. Stefania accenna una risata: Ci penso.

Da Atene riporta un piccolo vaso in terracotta e una sciarpa di lino azzurra. Sistema il vaso sulla mensola della sala dove prima cera la tv, che Giulio guardava ogni sera tv che ora ha riposto nellarmadio.

Valeria non chiama. Sono passati tre anni da quando Giulio è finito al Pino e dopo la sua morte: silenzio. Da Edoardo, Lucia sa che Valeria ha detto: “Per me mia madre non esiste più.” Parole che non si possono cancellare.

Lucia ci pensa, ogni tanto. Soprattutto la sera. Martina che ora ha undici anni cresce altrove, dietro una porta chiusa. E questo fa male, molto più del resto.

Ma non chiama Valeria, né le scrive. Mai. Perché sa bene: Valeria non cerca un dialogo, ma una confessione di colpa. E Lucia colpe non ne sente. Sia vero o sia una bugia che si racconta, non lo sa. Ma vivere col pensiero ho fatto il meglio che potevo è possibile. Vivere con ho sbagliato tutto, no.

Un giorno, al secondo anno dalla morte di Giulio, Lucia incontra alla farmacia la signora Rina, la vicina del quinto piano, vedova da otto anni, che aveva accudito sola il marito allettato per un anno.

Lucia cara, come va? dice la signora Rina. Ho saputo di Giulio. Le mie condoglianze.

Grazie, signora Rina.

È dura, restare soli.

Ce la faccio.

Rina conta il resto alla cassa, poi si volta.

Senti, ma è vero che lhai mandato in un centro? Me lhan detto i vicini.

Sì, è vero.

E non ti dispiace?

No.

La signora Rina la guarda a lungo. Non giudica, ha quellaria strana di chi comprende ma non assolve.

Io il mio me lo sono tenuto un anno. Credevo fosse giusto. Ora cammino a fatica: tre operazioni alla schiena.

Mi dispiace

Non è un rimprovero. Solo

Non finisce la frase. Prende il sacchetto, saluta e se ne va.

Lucia resta lì a pensare. Signora Rina ha seguito il marito ora non cammina quasi più. Lucia ha scelto la badante e a sessantanni si tiene su. Non è una vittoria. Solo una differenza di fatto.

Edoardo arriva a sorpresa in novembre, dopo più di un anno dalla morte di Giulio. Chiama dal portone: Mamma, posso salire?

Lucia apre. Edoardo resta nel corridoio, osserva la casa: il vaso greco, il libro di spagnolo sul tavolo, una tela di acquerello da poco ripresa. Guarda ciò che si è trasformato.

Studi lo spagnolo?

Da un anno.

Perché?

Non lo so. Mi piace.

Siede sul divano. Lucia mette lacqua per il tè.

Mamma, inizia dopo un po. Ti devo dire una cosa.

Dimmi.

Ero arrabbiatissimo con te. A lungo. Non per papà, ma perché non ti capivo più. Mi sembravi unestranea.

E ora mi capisci?

Non del tutto. Però penso penso che ero arrabbiato, più che altro perché hai fatto qualcosa che non mi aspettavo. Che una madre potesse farlo.

Lucia serve il tè.

Cosa ti aspettavi?

Che ti disperassi. Soffrissi. Invece sei andata a Venezia.

Ho sofferto. Ma nel mio modo.

Edoardo prende la tazza.

Valeria ancora

Lo so.

Non cambierà il suo pensiero.

Ne sono cosciente.

Non ti fa male?

Lucia riflette.

Sì, ammette. Non sempre. Ma sì. Martina cresce e non la vedo. Sì, fa male.

Tutto da sola, eh?

Potrebbe chiamarmi lei, ma non lo farà. Sarebbe ammettere che forse aveva torto. Non è pronta.

E tu, avevi torto?

Lucia guarda il figlio.

Ho fatto il possibile. Nientaltro. Giusto o sbagliato, giudica tu.

Edoardo annuisce. Bevono in silenzio.

Come sta Giulia? sua moglie.

Bene, vuole il mare in estate.

Andateci.

Se ce la facciamo.

Andateci, ripete. Rimanda solo chi pensa di avere tempo infinito.

Sorride.

Era una frecciata a papà?

È per tutti.

Quando lui va via si abbracciano, rapidi, un po goffi non erano mai stati così. Ma lo fanno.

Ti chiamerò più spesso, promette lui.

Va bene.

Lucia chiude la porta e si appoggia. Silenzio. Il vaso greco sulla mensola, il libro di spagnolo aperto sul capitolo dei viaggi.

Si stacca, va in cucina, guarda fuori. Novembre, buio presto. Sotto al lampione un ragazzino gioca a pallone da solo.

Lucia osserva e pensa che tra quattro mesi compirà sessantanni. Ha già trovato un viaggio per il Portogallo: Lisbona dieci giorni, ad aprile. Lo spagnolo forse servirà. E che vuole provare la pittura a olio: lacquerello ormai le riesce, è ora di cambiare.

Pensa che forse Valeria, un giorno, chiamerà. Forse no. Non dipende da lei.

Pensa a Giulio, a com’era da giovane: sorridente, leggero, occhi chiari. Al primo viaggio insieme a Ischia, non sposati, lui le regalò un cappello ridicolo pieno di fiori comprato al mercato, e lei rise e lui disse: Mettilo, ti sta bene. Non lo mise mai ma lui lo comprò e lei lo ricordava.

Trentadue anni insieme è tanto. Dentro ci sono state gioie e cose da dimenticare. E che sono entrambi sbagliati, a modo loro. Accettare questo non vuol dire essere felici: solo riconoscere ciò che è stato.

Il ragazzino segna nella porta e alza le mani al cielo, cerca qualcuno a cui mostrarlo. Intorno, nessuno.

Lucia si stacca dal vetro, recupera il libro di spagnolo, cerca la lezione ventitré: Lisboa si trova sulla costa occidentale. La città è famosa per

Sottolinea parole nuove. Fuori la luce del lampione.

Passano altri sei mesi. Il viaggio in Portogallo arriva davvero: tutto come sognato e un po di più. Lisbona è ripida, le gambe fanno male a fine giornata. Mangia pastel de nata nei piccoli bar, guarda loceano dal Cabo da Roca, si perde allorizzonte. Pensa: qui è la fine dellEuropa, poi solo acqua.

Edoardo telefona ogni due settimane. Parlano diverso, adesso: anche di cose leggere, di vita. Lucia racconta del Portogallo, lui della figlia che ha scoperto il nuoto. Lucia ascolta e pensa: mia nipote cresce, è comunque una gioia anche se la vede poco.

Di Valeria non parlano. Porta chiusa che entrambi vedono, nessuno la tocca.

A giugno un numero sconosciuto sul telefono.

Pronto?

Silenzio. Poi:

Sono Martina.

Lucia si blocca in mezzo alla stanza.

Martina?

Sì. La sua nipote. Voce sottile, leggermente tesa. Undici anni. Ho trovato il suo numero sul cellulare di papà. Papà Edoardo. Non sa che chiamo.

Capito, Lucia la voce si mantiene calma. Come stai, Martina?

Bene. Volevo solo sapere come sta lei.

Bene. Sono appena tornata dal Portogallo.

Dove?

Un paese in Europa. Si mangiano dolci buonissimi e la gente vive sulle colline.

È bello?

Molto.

Silenzio.

Nonna, chiede Martina. La mamma dice che lei ha fatto qualcosa di brutto. Ho pensato tanto. Non so se è vero o no. Sono ancora piccola.

Lucia chiude gli occhi.

Non sei piccola se pensi.

Sei arrabbiata con la mamma?

No.

Per niente?

Per niente.

Perché?

Lucia si affaccia alla finestra. È estate, il cortile pieno di verde, qualcuno passeggia col cane.

Perché cerca di fare quello che crede giusto. Come anche io. Solo che pensiamo diverso.

E chi ha ragione?

Non lo so, Martina.

Davvero?

Davvero. Non ci sono risposte certe. Cè chi dice una cosa e chi lopposto.

Martina tace.

Vorrei vederti, sussurra infine.

Anche io, risponde Lucia.

Ma la mamma non vuole.

Lo so.

E allora?

Lucia osserva il cortile. La donna col cane si ferma alla panchina, il cane annusa lerba.

Allora crescerai, dice piano. E deciderai tu. Nessuno può impedirlo.

Ci vorrà tanto.

Sì. Tanto.

Silenzio lungo. Poi Martina:

Va bene. Devo andare, la mamma torna.

Vai, Martina.

Nonna?

Dimmi.

Grazie di avermi ascoltata.

Altro silenzio.

Ciao, nonna.

Ciao.

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Moglie assume una badante per il marito disabile, ma i figli le dichiarano guerra…
IL MONDO CONOSCE LA VERITÀ