Ginevra! Dove sei?! Se mi trovi, non ti farò nemmeno tornare a casa! Mi senti? Non ti lascerò andare via!
Una bambina di circa cinque anni, infilata tra i tarassaco accanto al recinto di una casetta di campagna, sedeva al sole con le mani sulle orecchie, mormorando qualcosa a sé stessa.
Sì, chiama!
Ginevra non sente!
Se potesse anche chiudere gli occhi e non vedere la bellissima donna che stava sul portico della casa della nonna, forse sarebbe potuta scappare. Ma non può, altrimenti la donna la scoprirebbe. È già successo. Allora Ginevra si era nascosta dietro la casetta del cane Fido e, così tranquilla, si era addormentata. Si svegliò solo per una violenta sberla, poi la trascinarono per lorecchio fino a farle temere di toccare più nulla. Che dolore!
Quella donna elegante non è sua madre, è Zia Alessia, la sorella della madre. Zia Alessia non vuole Ginevra perché è senza papà. Ginevra non capisce ancora cosa significhi, ma ha sentito parlare di quella parola da Marco, il ragazzo del vicinato, già quattordicenne, che sa molto più di lei. Marco le ha detto che vuol dire che Ginevra non serve a nessuno, che non ha né padre né madre, solo la zia e la nonna. Quando la nonna morirà, la zia dovrà prenderla, ma non lo vuole: ha già i suoi figli.
Perché devo subire questa punizione? Mamma! Non rimanere in silenzio! È tutta colpa tua! Hai coccolato Natina finché non è diventata una zavorra, e ora che farò? Non ho una casa grande! Sembra un barile di sardine! Io, il marito, due figli e la suocera, tutto in due stanze! Dove la mettiamo? E perché?
Non puoi parlare così, Alessia! È tua famiglia!
È la mia famiglia? Non lho chiesta! E Natina non ha più nulla, e quel tipo è sparito come il fumo!
Che colpa ha il bambino?
Nessuna! Un peso Non ce la faccio più, capisci? Non ho forze! I miei sono pazzi Non si può fare nulla! Lavoro a strapazzo per un centesimo in più, ma è tutto vano! A scuola si rompe un vetro, a casa bisogna comprare dei jeans nuovi Da dove vengono tutti quei soldi? Il padre non paga neanche il gas, vive di stipendio scarso. Io sto a mille per un centesimo, ma a lui non importa. Io lavoro due turni, lui ne fa uno e si stanca, poveretto! Il lavoro non è per chi sta a letto! Si lamentano per ore finché il capo non li mette in riga! Poi si accontentano. Come si vive, mamma?
Mi dispiace, figlia, non posso aiutarti Ma dare il bambino a un orfanotrofio quando ci sono parenti è peccato!
Peccato è, ma non è mio!
Chi lo discute?
Non riuscirò mai ad amarla, capisci o no?
Non serve! Limportante è che viva in famiglia! Che vergogna Ah, Alessia Non dicevi che sarebbe stato più facile se ti amassero? Allora anche lei vuole essere amata Unanima viva!
Unanima Non la nutrirai con favole damore se è viva! Chiederà comunque qualcosa. Da dove la prenderò? E non parlare più di amore! Il tempo in cui ne avevo bisogno è finito! Basta! La bambina è cresciuta È più saggia
Ginevra ascoltava quella discussione nascondendosi sotto il letto della nonna, ma non capì molto. Ricordò però che gli educatori dellasilo la lodavano sempre: Hai una buona memoria. Così Ginevra cerca di ascoltare e poi ripetere tutto, parola per parola.
Ginevra! Quante volte devo chiamarti?! Se non vieni, starai a dormire affamata! Zia Alessia riapparve sul portico, ma solo per un attimo.
La nonna era di nuovo sofferente; i suoi gemiti arrivavano fin dentro il rifugio di Ginevra, nonostante la distanza del recinto.
Che fame! Ma almeno non è picchiata! Ginevra sa perché la zia la vuole. La mattina la zia le aveva comandato di lavare il pavimento e le scale del portico; Ginevra se ne era dimenticata, si era divertita. Marco le aveva regalato una vecchia macchinina rossa senza una ruota; Ginevra ne era felice, ha pochi giochi: una bambola vecchia, Marusca, vestita con un fazzoletto di seta cucito dalla nonna, un coniglietto grigio con un solo occhio, il suo preferito, e i braccialetti azzurri che la mamma gli aveva regalato. La nonna diceva che al mercato costavano quasi nulla, ma a Ginevra non importava il prezzo. Sistemava i fili dei braccialetti sui gradini, trasformandoli in un mare, in una montagna, in un drago, proprio come nel libro proibito che la nonna non le permette di aprire.
Era un affronto! Ginevra non ha mai strappato libri! Le piacevano, anche quelli senza illustrazioni. Sa ancora tre lettere e ogni volta che ne vede una su una pagina le fa felice. Quando le riconoscerà, ne imparerà altre, basta un po di impegno.
La sera avvolge il cortile con un velo di buio afoso. Le zanzare ronzano, Ginevra sospira. È ora di andare. Probabilmente non le daranno da mangiare, ma Zia Alessia è già stanca dopo aver corso su e giù per il cortile. Non le resterà più forza per sgridare Ginevra.
Ginevra esce dal suo nascondiglio e si avvicina al portico, dove Zia Alessia è già seduta, accigliata.
Sei venuta? Che disgrazia Dove sei stata? Tutta sporca Vai in casa!
Ginevra tira su un sospiro. Oggi non la rimprovereranno più. Anche gli adulti si stancano di urlare. Può andare dalla nonna, appoggiarsi alla sua mano secca e calda, aspettare un attimo. Il dolore si allenta, la nonna la perdonerà. È lunica cosa importante della giornata: un tocco leggero, un sussurro, parole dolci.
Ti voglio bene, piccolina mia Ti voglio bene
Nessuno le aveva mai detto quelle parole. La madre non ebbe il tempo, e Zia Alessia sembrava non saperle dire. Ginevra aveva sentito la zia rimproverare la nonna per parlare a voce bassa con la sua figlia. Ginevra non credeva a quelle parole; gli adulti sembrano strani: ricordano il male, dimenticano il bene. Un giorno chiese a Zia Alessia perché agisse così, come una ferita che si graffia. Se strappi la crosta, fa ancora più male; se continui a farlo, resta una cicatrice. Perché le mani non smettono di grattare?, diceva la nonna, rimproverandola. È il cuore che si gratta, forse?.
Se la chiedessero, Ginevra direbbe agli adulti cosa fare per stare tutti bene: dire alla nonna ti voglio bene! e farla piangere di compassione, perché la compassione è semplice, basta volere. E a Zia Alessia lasciarle fare. Zia Alessia è forte e intelligente, ma Ginevra la prova a pporti pietà, perché sembra che nessuno la ami davvero. È una bugia, certo, ma se la nonna non ci fosse, nessuno lamerebbe più.
La nonna le accarezza la testa, pronuncia le sue parole e la lascia andare.
Vai, piccola, è ora di dormire!
Ginevra è abituata a obbedire. Si gira e parte, senza accorgersi che la nonna le fa il segno della croce sulla schiena, sussurrando qualcosa.
Sa avere sete, così si intrufola in cucina, sperando che Zia Alessia sia lì.
Che fai?
Un po dacqua
Bevi, piccola sbuffa la zia, versandole un bicchiere di latte e una ciotola di patate con un grosso pezzo di pane. Mangia! Ho riscaldato lacqua. Ti laverò, poi anche te, sporca come una strega!
Zia Alessia, passando accanto a Ginevra, le sfiora la testa e la bambina, improvvisamente, si lancia in un abbraccio alle gambe della zia, come se volesse toccare il cielo.
Che cosa fai? esclama la zia, spaventata, allontanandola. Che?
Ti amerò, anche se nessuno vuole Posso?
La domanda resta senza risposta. Zia Alessia, improvvisamente, piange e scappa dalla stanza, spingendo via Ginevra. La bambina capisce che non è nulla di grave; può finalmente mangiare il suo latte in pace. Zia Alessia piangerà, ma la ferita non sarà più così acuta. Ginevra lo sente, e basta un po di sollievo, è già una vittoria. Basta quel piccolo momento accanto alla nonna la sera per pensare al bene, non al male. Forse anche Zia Alessia troverà pace. Quando si pensa al positivo, tutto diventa più leggero, anche se qualcuno ti offende.
Zia Alessia torna in cucina, riempie un secchio di acqua tiepida e lava Ginevra in silenzio, strofinando con una spugna in modo strano, delicato, diverso dal solito.
Vai! Sdraiati. È ora!
Un ordine breve, Ginevra espira. Può andare nella sua piccola stanza, salire sul letto, coprirsi con la coperta e chiacchierare piano piano con la mamma. Ogni sera parlano di tutto, a piccoli passi. La nonna aveva detto che era una buona cosa. E la mamma ascolta. Così Ginevra racconta alla mamma della zia e di come domattina si alzerà presto per lavare le scale, come le aveva chiesto Zia Alessia. Ginevra ama mettere ordine, ma a volte dimentica.
Il mattino arriva e la sveglia la zia, la bacia in modo strano e la caccia fuori, dove la vicina della nonna la aspetta.
Lascia che rimanga qui per un po. Non cè niente per lei
Posso salutare?
È necessario? Non lho ancora vista, ma ricorderà il volto. È ancora piccola
Giusto. Darò da mangiare e tornerò ad aiutare.
Grazie
Qualche giorno dopo, Ginevra prende lautobus con Zia Alessia per la città. Non tornerà più nella casa della nonna; tra un anno venderanno la casa e la zia dirà a Ginevra che ora è sua figlia, ufficialmente. La parola è nuova, ma le piace. Le piace anche che Zia Alessia le abbia permesso di portare con sé il vecchio coniglio che la nonna le aveva regalato tanto tempo fa. Era un coniglio con un occhio solo, consunto, con lorecchio strappato; la zia lo aveva ricucito, cercando di rimettere anche locchio, ma non trovava il bottone giusto. Ha promesso di sistemarlo più tardi; Ginevra non ha fretta.
Il vero punto è che ogni sera Ginevra ora va da Zia Alessia, che le accarezza la guancia e le dice parole che vuole sentire per ore intere.
Ti voglio bene
Quando Zia Alessia lo ha detto per la prima volta, Ginevra non ci ha creduto subito, ma col tempo ha risposto:
Anchio ti voglio bene!
Adesso crede. Perché la zia dice quelle parole anche ai suoi figli, al marito, seppur non tutti i giorni. Il marito, allinizio, non ci credeva, ma anche lui ha iniziato a crederci.
È vero che fratelli e sorelle a volte la prendono in giro, ma non è una questione di paura. È terribile restare soli, e Ginevra lo capisce, anche se non lha vissuto direttamente. Ora sa leggere, i libri le raccontano mille cose, e crede a ciò che legge. Non ha tempo da perdere in sciocchezze.
Talvolta ricorda la casa della nonna, i tarassaco al cancello, grandi come ombrelli, sotto i quali faceva caldo, verde e accogliente. Ora non può più tornarci, né ne ha bisogno: la nonna non cè più, ma neppure da Zia Alessia è male.
Lunica cosa che non capisce più è perché Zia Alessia mentiva dicendo che non era necessario essere amati. È un bisogno di tutti. Ginevra lo sa.






