Ciò che ho visto dalla finestra della cucina

Quello che ho visto dalla finestra della cucina

Marco, hai già sistemato le camicie pulite? Ho visto che ce ne sono ancora due nella pila dopo che le ho stirate.

Giulia, dai, ci penso io. Non ti preoccupare così tanto.

Non mi preoccupo. Sto solo chiedendo. A che ora parti?

Dopo pranzo. Verso le tre, credo.

Giulia è in piedi davanti ai fornelli e mescola il porridge davena, anche se, a dirla tutta, ormai non ne ha più voglia da un bel pezzo. Le mani però si muovono in automatico, come sempre alla mattina, mentre la testa vaga altrove. Dalla finestra aperta arriva laria umida daprile; da qualche parte nel cortile si sente il ticchettio regolare dellacqua piovana che cade dal tetto. Quello goc-goc-goc oggi la irrita più del solito.

Per quanti giorni starai via?

Come sempre, quattro o cinque giorni. Forse di più, se le trattative si allungano.

Capito.

Divide la crema davena tra due ciotole. Mette davanti a Marco la sua tazza preferita, grande, gli versa il caffè, aggiunge il latte senza bisogno di domandare come lo vuole, che ormai, dopo sette anni, lo sa bene: due cucchiaini di zucchero, tanto latte. Gli piace il caffè quasi beige.

Marco è seduto a tavola e guarda il cellulare. Ormai è sempre così a colazione. Allinizio Giulia ci rimaneva male e provava a parlare, ma poi ci ha rinunciato: c’è questo rito, il caffè della mattina col telefono davanti; non ci si può fare nulla.

Senti, Marco dice sedendosi davanti a lui , visto che riparti, volevo parlarti di una cosa.

Sì? lui alza gli occhi ma non posa il telefono.

Ho preso un appuntamento dalla dottoressa Marini… La ginecologa di cui ti ho già parlato, ricordi? Voglio riparlare ancora un po di beh, del bambino.

Marco mette il telefono sul tavolo a faccia in giù. Non è un buon segno. Fa sempre così quando il discorso non gli piace.

Giulia. Ne abbiamo già parlato mille volte.

Lo so. Ma io voglio riparlarne.

Cosa vuoi sentire ancora? Dai, lo sai quanti anni hai? Non è cattiveria, stai benissimo, però…

Ho cinquantadue anni. Non è una condanna.

Giulia Pronuncia il suo nome con il tono di chi vuol chiudere la discussione ai bambini. Dolce, ma definitivo.

Va bene, dice lei. Va bene.

Prende il cucchiaio e inizia a mangiare lavena. Ormai è tiepida, non più calda, e il sapore non cè quasi più, ma lei mangia. Fuori la pioggia continua a cadere. Marco riprende il telefono.

Dopo un po finisce, ringrazia e va in camera a prepararsi. Giulia lava i piatti e pensa che quella questione del figlio lha sollevata forse venti volte in sette anni. E ogni volta la risposta è stata sempre la stessa, solo detta in modo diverso: Aspettiamo un po, mettiamoci in sesto, Non è il momento, sono sotto pressione al lavoro, Non sei più giovane, pensa alla salute. Sette anni. Si era sposata a quarantacinque, e allora sembrava ancora di avere tempo davanti. Che ci sarebbe stato tempo, che Marco lavrebbe desiderato anche lui, che bastava aspettare ancora un po.

Si asciuga le mani sul canovaccio con i galli ricamati, quello appeso alla maniglia del forno da almeno tre anni, pensa che dovrebbe cambiarlo: ormai è proprio scolorito.

Marco esce nel corridoio con una piccola valigia.

Ok, sono quasi pronto. Non hai visto il mio maglione grigio?

Nellarmadio, secondo ripiano a destra.

Giusto. Torna indietro, sbatte lanta, Trovato!

Poi si veste, si mette la giacca. Giulia gli sistema il colletto, come sempre. Lui le dà un bacio sulla guancia.

Allora ciao, ti chiamo stasera.

Va bene. Guida piano.

Sempre.

La porta si chiude. Giulia resta nel corridoio, da sola. Sente il rumore dellascensore che scende, poi la porta del portone che si chiude in basso. Poi silenzio.

Torna in cucina, si versa ancora un po di caffè e si ferma davanti alla finestra. Dà sulla via laterale, non sul cortile interno, e lì accostate al marciapiede ci sono alcune macchine: la Golf grigia del vicino del terzo piano, una vecchia Panda, e altre ancora. Aprile è grigio, il cielo coperto di nuvole bianchicce. La luce sembra piatta, senza ombre.

Lauto grigia di Marco è parcheggiata davanti al palazzo accanto.

Giulia strizza gli occhi, guarda meglio. No, non si è sbagliata. Targa, modello, anche il segno sul parafango: è proprio la sua. Ma lui non era appena uscito per partire? Perché è fermo davanti allaltro portone?

Forse è passato a salutare qualcuno? Ma chi? Con i vicini non si frequentavano poi così tanto, solo qualche saluto in ascensore.

Posa la tazza e continua a guardare.

Passano dieci minuti. La macchina resta lì.

Poi dal portone esce una donna. Giovane, trentacinque anni al massimo, con una giacca blu, capelli scuri raccolti in una coda. In braccio ha un bimbo piccolo, avrà tre anni, forse qualcosa di più. La tuta rossa, il berretto col pon pon. Lei gli parla e lo tiene stretto. Il piccolo allunga le manine verso il suo viso.

Giulia li guarda, e ancora non capisce. Guarda e basta.

Apre la portiera lauto di Marco. Marco esce, va verso la donna. Prende il bambino tra le braccia, lo solleva in alto, il bimbo ride Giulia non sente attraverso i vetri, ma vede la sua testina indietro nelle risate. Marco lo stringe a sé, si sfrega la guancia contro il berretto con pon pon. Poi lo posa giù. Dice qualcosa alla donna. Lei risponde. Allora lui le prende la mano e la porta alle labbra.

Lui le bacia la mano.

Giulia resta alla finestra e sente che qualcosa dentro di lei, lentamente, molto lentamente, sta scendendo in basso. Non si spezza, non crolla. Proprio scende, come se ci fosse uno scaffale nel petto e tutto quello che cera sopra pian piano scivolasse giù, una cosa dopo laltra. Silenziosamente, senza rumore.

Non si stacca dalla finestra. Guarda Marco che abbraccia di nuovo il bambino, la donna che sistema il berretto al piccolo. Si salutano. Lui entra in macchina e parte.

La donna e il bambino restano ancora un momento sul marciapiede, poi il piccolo la trascina via per mano.

Solo allora Giulia si sposta dal davanzale. Si siede sullo sgabello e guarda le mani appoggiate sulle ginocchia: mani normali, un po stanche, con la fede allanulare.

Pensa che il caffè nella tazza è ormai completamente freddo.

Poi si alza, lo versa nel lavandino e apre lacqua calda.

Le serve un attimo per pensare. Ma prima, deve fare qualcosa con quella sensazione dello scaffale che scende giù. Lo sa: se si dà il permesso di sedersi e piangere, o urlare, o chiamarlo subito, sarebbe sbagliato. Non perché non possa piangere, ma perché ancora non sa tutto. Ha visto qualcosa. Ma tutto, non lo sa ancora.

Anche se, a essere onesta, lo sa già. Ormai lo sa.

Apre larmadio, prende il trench blu che sta sul gancio in corridoio, infila le chiavi e la borsa, ed esce da casa. Ha bisogno daria. Ha bisogno di camminare, soltanto camminare, finché le gambe la portano.

Fuori è umido. Lasfalto brilla per la pioggia appena passata, le pozzanghere riflettono il cielo bianco. Giulia cammina senza pensarci, avanti e basta. Passa davanti a un negozio con una scritta luminosa, una parrucchiera, una farmacia. Allingresso della farmacia cè una vecchietta col suo cagnolino che gli dà da mangiare dalla mano. Lui prende i bocconcini con attenzione, quasi con delicatezza.

Sette anni.

È quello a cui pensa Giulia mentre cammina. Sette anni con un uomo senza sapere o, forse, senza voler sapere. Tutta onesta con se stessa: cerano segnali? Cera qualcosa che aveva notato ma aveva ignorato?

Quelle trasferte quasi ogni mese. Sempre pensato davvero lavorasse. Quel lavoro di Marco sui fornitori, le tratttative, i viaggi. Mai sospettato, mai.

Il telefono che non lasciava mai. Pensava fosse soltanto abitudine.

La questione del bambino, che lui ogni volta chiudeva sempre garbato, ma fermo. Età, stanchezza, paura di nuovi pesi, pensava. Comprendeva, aspettava.

E invece aveva già un figlio.

Piccolino, tre anni, quindi tutto iniziato quattro anni fa. Erano già sposati da tre anni. Tre anni.

Si ferma su una panchina nel giardinetto dove ci sono diverse tigli, ancora spogli, solo con le gemme gonfie. Si siede. Estrae il telefono dalla borsa. Lo tiene in mano, poi lo rimette via.

Cosa farà quando lui tornerà? Fra quattro o cinque giorni, come sempre, con un regalino, la storia di qualche riunione, laria stanca. Si siederà sul divano, accenderà la televisione. Chiederà: Come stai?

Come sta, già.

Resta seduta a guardare i rami nudi dei tigli. Le gemme sono vive, gonfie, pronte a esplodere. Ancora una settimana di tepore e si copriranno di verde.

Non pensa al tradimento, né alla donna coi capelli scuri, né al bambino nella tuta rossa. Pensando piuttosto a se stessa. A quella Giulia che ha aspettato sette anni. Che ha rimandato, custodito, sopportato. Che era convinta che lamore vero sapesse aspettare, che non bisognasse forzare, solo avere pazienza.

E lei ha aspettato.

Le viene freddo. Si stringe il trench addosso e va verso casa.

A casa è silenzioso. Senza Marco è sempre più silenziosa, la casa, anche se non era un tipo rumoroso. Solo la sua presenza era come un sottofondo, un respiro, il calore del vivere insieme. Ora non cè.

Entra in soggiorno, si ferma un attimo a guardarsi intorno. Lo scaffale con i libri suoi e quei pochi di lui. Le sue pantofole vicino alla poltrona. Il suo plaid, scozzese, blu e verde, appoggiato sul bracciolo. Prende il plaid, lo tiene in mano. È morbido, di buona lana; glielaveva regalato lei per il compleanno scorso.

Lo rimette a posto.

Poi va nel ripostiglio. Lì, sullo scaffale più alto, ci sono ancora le scatole mai aperte dal trasloco, quando si erano trasferiti insieme. Tre anni che stanno lì. Prende la scaletta, prende la prima scatola. Dentro ci sono le sue vecchie cose: libri, un paio di cartelle, una scatola di fotografie.

Preleva le foto e si siede per terra, strizzando le gambe.

Eccola a trentanni: sottile, sorride, guarda altrove. Una compagnia che non ricorda più chi sia. Eccoli mamma e papà al mare, giovani, felici. Lei e lamica Sara, abbracciate, in un parco: Sara allora quaranta, lei poco meno. Entrambe col sorriso. Sara ora ha cinquantasei anni.

Sara. Bisognerà chiamarla. Dopo. Non adesso.

Rimette a posto le foto, chiude la scatola. Scende dalla scaletta e va in bagno, a sciacquarsi la faccia. Si ferma davanti allo specchio. Occhi stanchi. Pelle buona le hanno sempre detto che ha una bella pelle. Le prime rughe agli angoli degli occhi e delle labbra. Capelli scuri con qualche filo dargento, corti alle spalle. Una donna ormai di cinquantadue anni.

Il tradimento del marito lascia segni che non si vedono all’inizio. Prima, ti trovi solo a pensare: Ecco chi sei. La moglie tradita per sette anni. La donna che desiderava un figlio, quando lui in realtà già ce laveva.

Chiude lacqua e va in cucina a preparare il pranzo. Bisogna fare qualcosa.

I quattro giorni successivi Giulia vive come sdoppiata. Fuori tutto come sempre: cucina, pulisce, va a fare la spesa, sente la mamma. Marco chiama ogni sera, come promesso. Racconta delle trattative, chiede come sta, lei risponde va bene, tutto a posto, il tempo è peggiorato, ho preso un canovaccio nuovo per la cucina. Lui ride. Lei sorride anche, e questa è la cosa più strana: quanto sia facile sorridere.

Ma dentro vive unaltra vita.

Pensa, tanto e con metodo, come non ha mai fatto. Ricorda, mette in fila. Le sere in cui lui tornava dalle trasferte più docile, o distratto. Aveva sempre pensato che fosse la stanchezza. Ora capisce che tornava da loro.

Pensa alla donna coi capelli scuri. Giovane. Bella, forse. Figura armoniosa, movimenti decisi. Una donna che sa dovè il suo posto. Quel posto che lei pensava fosse suo.

E il bambino. Maschio o femmina? Non lha capito. Piccolo, tuta rossa. Marco lo teneva in alto, e lui rideva.

Marco con lei non aveva mai mostrato tanto interesse per i bambini. Diceva: Non sono molto adatto coi piccoli, sai?. E lei ci aveva creduto.

Il terzo giorno chiama Sara.

Sà, riesci a passare da me?

Certo. Ma cosa cè? La voce sembra…

Vieni e basta. Preparo il caffè.

Sara arriva dopo unora. Abita nel quartiere accanto, camminano sempre in negozio insieme. Amiche da ventanni, dai tempi dellufficio. Poi le strade si sono divise, Sara si è sposata e trasferita, anche Giulia ha cambiato tutto. Ma il legame è rimasto: telefonate, caffè insieme.

Sara si sfila la giacca nellingresso, guarda Giulia.

Giulia, che succede?

Vieni in cucina.

Le racconta tutto. Calma, senza giri di parole. Sara ascolta senza interrompere, le stringe la mano solo una volta. Quando Giulia finisce, Sara rimane a fissare il tavolo.

Madonna santa, dice poi. Madonna santa.

Già.

Sei sicura? Lhai visto sul serio che era lui?

Sara. Sono sette anni che guardo quella macchina e quelluomo. Sì, sono sicura.

E adesso che farai?

Sto pensando.

Forse dovresti parlargli. Diretto?

Ci parlerò. Quando torna.

Giulia, sei brava a tenerti su. Ma lo sai che non puoi tenerti tutto dentro…

Sà, la interrompe, ce la faccio. Non ti chiedo di compatirmi. Ti chiedo solo di starmi vicina. E tu ci sei. Grazie.

Sara resta in silenzio, poi labbraccia forte, come fanno solo le vecchie amiche a cui non serve dire niente.

Ci sono, dice. A qualunque ora. Chiama, eh?

Sì.

Sara se ne va che ormai è buio. Giulia lava le tazze, spegne la luce in cucina e passa in camera. Si sdraia sul letto sopra la coperta, senza spogliarsi. Fissa il soffitto.

Pensa che per sette anni ha costruito qualcosa che credeva autentico. Non perfetto, ma vero. La vita insieme, le abitudini, la colazione col caffè e lavena. Pensava che fosse quello il fondamento: non la passione, che passa, ma il tranquillo, solido insieme.

E invece, mentre lei costruiva questo insieme, lui ne costruiva un altro. Proprio qui dietro casa, a cinque minuti a piedi.

Cinque minuti.

Chiude gli occhi. Fuori riprende la pioggia, leggera, di primavera.

Lui torna il quinto giorno, nel pomeriggio. Suona, pur avendo le chiavi. Giulia apre.

Eccomi, sorride, stanco, domestico. Appoggia la valigia, si avvicina per abbracciarla.

Aspetta dice lei.

Qualcosa nella voce lo blocca.

Che cè?

Vieni in soggiorno, per favore. Devo parlarti.

Si siedono. Lui sul divano, lei di fronte, nella poltrona. Sul tavolino cè un piccolo vaso di tulipani di carta, che Giulia aveva fatto tanto tempo fa, per passare un pomeriggio.

Marco, dice lei. Quel giorno che sei partito, ti ho visto dalla finestra. Eri davanti al palazzo accanto. Cera una donna con un bambino. Tenevi in braccio lui.

Lui la guarda. Resta in silenzio. Non da chi nega o si difende. È un altro tipo di silenzio.

Marco.

Giulia, dice lui.

Non voglio una scena. Lo interrompe, molto calma, anche se dentro sente una specie di corrente da alta tensione. Non voglio urlare o chiedere spiegazioni. Voglio solo una risposta. È tuo figlio?

Pausa.

Sì, risponde lui.

Giulia annuisce. Ora è tutto chiaro. Lo sapeva già.

Quanti anni ha?

Tre.

State insieme da tanto?

Giulia, non voglio…

Ti sto chiedendo.

Lui abbassa la testa.

Cinque anni.

Cinque anni. Due prima che nascesse il piccolo. Quando loro erano sposati solo da due anni. Allinizio, proprio.

Capito, dice lei. Capito.

Giulia, non volevo farti male. Non lho pianificato, è successo…

È successo, ripete lei. Senza ironia. Cinque anni che succede.

So cosa pensi.

Ne dubito.

Giulia, io

Marco. Si alza. Basta. Non serve che mi spieghi. Ho visto già tutto quello che mi serviva. Ho visto come tieni il bambino. Come guardi lei.

Dice questo e pensa: che strano. Non piange. Neanche ci riesce. Sente solo una strana chiarezza scura, come laria dopo un temporale.

Vado a fare la valigia dice. Prendo il necessario. Il resto lo recupero dopo, quando ci metteremo daccordo.

Dove andrai?

Da mamma. Poi vedo.

Giulia, aspetta. Parliamone, posso spiegarti tutto.

Hai già spiegato.

Va in camera da letto. Prende da sotto il letto la valigia piccola. Inizia a riempirla: qualche cambio, documenti, cosmetici. Intimo, calze, un maglione caldo, una delle sue letture dal tavolino. Una foto dei genitori in cornice di legno. Il profumo che usa sempre. Il caricatore.

Lui è sulla porta e la guarda.

Parlamene, Giulia. Così no, dovresti…

Così come?

Così, in silenzio, prendi e vai via.

E come dovrei?

Nessuna risposta.

Chiude la valigia. Passa accanto a lui in corridoio. Si veste: trench blu, stivali comodi. Prende il trolley.

Poi torna un secondo in soggiorno. Raccoglie la fede dallanulare e la posa vicino al vaso di tulipani di carta, delicatamente.

Di nuovo in corridoio. Toglie dal mazzo le chiavi di casa e le lascia sulla mensola.

Giulia dice lui.

Marco, risponde lei. Ti auguro ogni bene. Sul serio.

Esce.

In ascensore si guarda nella porta dacciaio: il riflesso è vago, quasi irriconoscibile. Lascensore scende. Piano terra, porte che si aprono.

Fuori cè fresco. Col trolley si mette sul marciapiede, si fa forza, e va verso la fermata. La mamma sta dallaltra parte della città, quaranta minuti di autobus.

Nessuno scandalo, nessun urlo. Non sa ancora che tra molti mesi sarà proprio questo che ricorderà con particolare orgoglio: che se nè andata in silenzio. Non perché abbia perdonato o si sia arresa. Ma perché la sua scelta è stata tutta sua, non una reazione, non una vendetta. Solo la sua decisione. Il suo modo di rispettarsi. Non per lui, ma per sé stessa.

Alla fermata tira vento, si stringe nel trench.

È passato un anno.

La cittadina, in questo tempo, sembra la stessa. I soliti tigli nel viale centrale ora pieni di foglie verde scuro , i soliti negozi, la farmacia allangolo. La solita vecchietta che ogni tanto porta fuori il cane. La vita lenta dei paesi, Giulia ha imparato a capirlo, non è una cosa brutta.

Ha preso in affitto un piccolo appartamento dallaltra parte della città. Bilocale, terzo piano, le finestre danno su un orto. Lorto è dellanziana padrona di casa, che vive sotto e coltiva fragole e phlox. Lodore di phlox in estate ormai Giulia ladora: apre la finestra presto, mentre fa fresco, e respira.

Si è inventata un lavoretto: ha aperto un laboratorio. Non subito, non il primo mese. Allinizio, spaesamento, le lunghe chiacchiere con la mamma, le chiamate a Sara, qualche incontro dal notaio per il divorzio. Poi, verso ottobre, quando la burocrazia è finita e dentro è tornata un po di calma, si è ricordata dei tulipani di carta.

Ha sempre fatto qualcosa con le mani: uncinetto, cucito, ceramica, una volta anche un corso di vimini. Tutto per passatempo, mai sul serio. Ma dautunno, di botto, la domanda: perché non provarci davvero?

Chiama Sara.

Sà, voglio aprire un laboratorio.

Di che tipo?

Lavori a mano. Decorazioni per casa, oggettistica. Sono brava, lo sai. Prendere un piccolo locale, davvero piccolo, io da sola…

Giulia, lo sai che sono soldi? Affitto, materiali…

Lo so. Ma ho da parte qualcosa. E posso cominciare mini. Niente collaboratori, solo io.

Dici sul serio?

Sul serio.

Sara ci pensa.

Sai cosa? ride Non sono neanche sorpresa.

Il locale lo trova subito. Una stanza al piano terra di una vecchia casa in centro, il proprietario lo affitta per poco pur di non lasciarlo vuoto. Giulia dipinge tutto di bianco, mette delle mensole, un bel tavolo da lavoro, compra una lampada potente. Lo battezza Laboratorio di Giulia, semplice.

Allinizio vengono le amiche, le vicine, le amiche della mamma. Comprano ghirlande di fiori secchi, quadretti, candele fatte a mano, presine alluncinetto. Poi qualcuno scrive in chat, poi un altro. Giulia apre una pagina online, pubblica le foto. Gli ordini arrivano sufficienti da permettere laffitto. E sono abbastanza perché lei non abbia più ansie di soldi.

Ma la cosa più importante è unaltra.

È che ogni mattina si sveglia e sa che questa giornata è tutta sua. Solo sua. Decide da sé cosa fare, a che ora aprire, con chi parlare, cosa creare. Questa sensazione, così semplice eppure immensa, non saprebbe descriverla a chi non lha provata. Solo il proprio mattino. Il proprio caffè. Il proprio tempo.

Marco le viene in mente di rado. Ogni tanto un dettaglio la riporta lì: un trench maschile in una vetrina, lodore di un certo tabacco che lui usava. Allora si ferma un attimo, lascia passare la sensazione, e va avanti. Non cè rabbia. Quasi non cè amarezza. Solo una vena silenziosa di rimpianto per ciò che non cè stato. Per quel figlio mai nato. Per gli anni spesi nellattesa.

Ma è una tristezza quieta, vivibile.

A fine aprile, dopo un anno esatto, Giulia torna verso casa dal laboratorio. È sera, laria è dolce, sa di pioppo e di pioggia passata. Ha la borsa con dei materiali, pensa al nuovo ordine: una giovane mamma le ha chiesto un mobile per la cameretta. Legno e pompon di lana color pastello. Giulia già lo visualizza: legno chiaro, colori tenui, un leggero dondolio sopra la culla.

Davanti a un piccolo bar, di quelli sempre frequentati, trova un uomo fermo. Più grande di lei, buono aspetto, capelli grigi. La guarda.

Giulia?… Ma sei proprio tu?

Si ferma, lo studia.

Alberto?

Ma dai! ride Da quantè che non ci si vede, ventanni?

Alberto Ferri. Lavoravano insieme, mille vite fa, quando lei faceva tuttaltro. Era giovane, sempre allegro, pieno di idee. Poi si erano persi di vista.

Sì, ventanni o giù di lì dice lei. Come va?

Eh, si tira avanti. Sono tornato qui da tre anni, il caos della città mi ha stufato. E tu vivi qui da tanto?

Non me ne sono mai andata, in realtà.

Giusto, sei di qui tu. Senti, hai fretta? indica il bar Una pausa caffè?

Esita. La borsa dei materiali le pesa, a casa la aspetta il lavoro, la padrona di casa forse sta già innaffiando i phlox.

Volentieri, risponde.

Si siedono al tavolino accanto alla finestra. Ordinano: capuccino per lei, nero per lui. Alberto racconta: anni in unaltra città, due matrimoni, due separazioni lo dice ridendo, senza rancore.

E tu invece? Eri sposata, mi pare?

Sì, dice lei ma è finita.

Da tanto?

Un anno.

È stata dura?

Stringe la tazza tra le mani. Ha un decoro di foglie, è calda.

Sì, risponde sinceramente. Ma certe cose, una volta superate, ti fanno pensare: meno male che sono successe. Non perché prima fosse tutto male… ma ora sto meglio.

Sei cambiata?

Ci riflette.

Non lo so. Sono più me stessa, forse, che prima.

Alberto annuisce. La guarda attento.

E ora cosa fai?

Ho aperto un laboratorio. Decorazioni, oggettistica. Faccio tutto io.

Davvero? Ma pensa! Ti veniva naturale, ricordo che sulla tua scrivania cera sempre qualcosa di colorato, fatto a mano.

Ti ricordi?

Certo sorride Quella piccola bottiglietta colorata con le perline di vetro…

Era un vecchio flacone di profumo ride lei lho dipinto con i colori a vetro.

Vero! Tutti si chiedevano dove tu lavessi trovata.

Poi tacciono. È un silenzio buono, non imbarazzato.

Sei felice? chiede allimprovviso Alberto. Semplice.

Giulia guarda fuori. Sta già facendo buio, ma la sera è morbida, calda. I lampioni si sono accesi. Passano persone coi borsoni, mamme coi bambini per mano, uomini soli.

Felice non rende. È una parola piccola, da minestra venuta bene o scarpe comode. Io ho qualcosa di diverso, non la so spiegare.

Provaci.

Pensa.

Ogni mattina entro nel laboratorio. A volte faccio cose su ordinazione, a volte per me. E proprio lì, al tavolo, tra le mani mi nasce qualcosa. Da nulla, nasce qualcosa, proprio da me. È mio. Nessuno me lha regalato, nessuno lo può togliere. Quella sensazione là forse, è vivere davvero.

Alberto la guarda e sorride.

Sì, forse hai ragione.

Fuori i lampioni danno una luce gialla e densa. Dal bancone arriva una musica leggera, vecchia. Nella tazza resta solo un fondo di caffè, ormai freddo.

Senti, Alberto, io vado. Domani mi sveglio presto.

Certo. Si alza con lei e le porge la borsa, È stata una bella sorpresa.

Anche per me.

Come si chiama il laboratorio?

Laboratorio di Giulia.

Niente fronzoli! ride.

Come me.

Mah, non direi.

Si salutano davanti al bar. Lei va di là, lui di qua. Lei non si volta.

A casa regna silenzio. I phlox della padrona, giù nel cortile, si sono chiusi, lodore non cè più, ma Giulia apre la finestra lo stesso. Laria di aprile è fresca, umida, pulita.

Mette su il bollitore, nel frattempo svuota la borsa dei materiali. Nuovi gomitoli: rosa pallido, beige, verde menta. Bacchette di legno di varie misure. Li sistema sul tavolo e immagina come intreccerà i pompon piccoli, morbidi, a dondolare accanto al vetro.

Il bollitore fischia.

Prepara il tè, prende la tazza, va alla finestra. Guarda il cortile buio, le sagome degli alberi, quel rettangolo di luce gialla nella casa davanti, dove qualcuno è ancora sveglio. Da lontano passa una macchina.

Pensa che la vita dopo il divorzio, comè adesso, non è stata una rovina, né una sconfitta. Senza enfasi, semplicemente: cinquantadue anni, una nuova vita dopo i cinquanta, un piccolo laboratorio, il suo nido, la sua città amata. Forse ad altri sembra poco. Umile. Piccino.

Ma è suo.

Ogni caffè del mattino è il suo caffè. Ogni scelta, ogni persona incontrata, ogni oggetto creato. Ogni pompon di lana color menta.

Fuori stormiscono gli alberi. Non forte, piano, il vento tra le foglie nuove. Da lontano si sente la pioggia che arriva.

Giulia tiene la tazza calda tra le mani, guarda il buio, e pensa che domani deve comprare altra lana beige. Ne è rimasta poca, e le ordinazioni non mancano.

Serve proprio altra lana beige. E, magari, un nuovo canovaccio per la cucina. Quello vecchio ormai è proprio sparito.

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