Da tempo circola in rete una storia che a molti potrebbe sembrare incredibile. Tuttavia, sappiamo bene che a volte la vita riesce a superare anche la fantasia di qualsiasi regista. Restate fino alla fine, vi prometto che ne varrà la pena.
Mi chiamo Giovanni e rientravo a casa dopo un turno di notte, stanco come poche volte in vita mia. Lunico desiderio era buttarmi sul letto e lasciarmi andare a un sonno profondo. Il lavoro in cava era duro, ma dopo essere uscito dal carcere era stato praticamente impossibile trovare altro. Mi era pure andata di lusso: una squadra di operai mi aveva accolto nel loro appartamento in affitto, mentre nella mia situazione sarei stato fortunato anche solo a trovare posto in una roulotte vicino al lavoro.
Quella notte, per risparmiare qualche passo, decisi di attraversare il parco, sperando di arrivare prima allingresso del palazzo. Fu allora che, su una panchina, vidi un grosso fagotto. Avvicinandomi, rimasi di sasso: avvolta in una copertina, cera una neonata. Rimasi immobile, combattuto tra la stanchezza che pesava come il piombo e il pensiero che quella bimba forse era rimasta lì per ore, al freddo di un autunno ormai inoltrato.
Dentro di me si accendeva la prudenza: con la mia fedina penale non era proprio il caso di immischiarsi. Ma non potevo ignorarla. Portarla nellappartamento, dove vivevano quindici uomini, era fuori discussione. Così la strinsi forte a me e mi incamminai verso una casetta a due piani dove sapevo che cera un orfanotrofio.
Spiegai la situazione alleducatrice, che mi disse: “Non cè nessun biglietto della mamma. Che ne dici se la chiamiamo Vittoria Giovanovna?” Sorrisi: “Va bene così”, risposi. Da quel giorno cominciai a riflettere spesso sulla mia vita. Non mi era rimasto nessun parente, ma sentivo il bisogno di un po di calore e di affetto.
Spesso pensavo alla piccola trovata nel parco e, ogni tanto, chiamavo allorfanotrofio per avere sue notizie. Quando Vittoria crebbe, iniziai anche ad andarla a trovare e a portarle qualche regalo. Ogni volta che ci vedevamo lei mi regalava dei disegni dove cerano sempre una bambina, un papà e una mamma.
A un certo punto una nuova educatrice dellorfanotrofio Laura, una donna della mia età che da piccola aveva vissuto anche lei lì dentro e sapeva bene quanto fosse importante per una bambina avere una famiglia notò il mio affetto per Vittoria. Ma sapeva altrettanto bene che nessuno avrebbe mai permesso a un uomo solo di adottare una bambina. Laura, che provava simpatia per me, voleva aiutare sia me che Vittoria che, ormai da dieci anni, visitavo con costanza. La bambina non vedeva lora che suo papà la portasse finalmente a casa.
Io nel frattempo stavo pagando da cinque anni il mutuo su un piccolo appartamento per fortuna da caposquadra in cava guadagnavo più che da semplice operaio ma la mancanza di una famiglia rendeva la situazione senza via duscita. Laura e io ci siamo confrontati a lungo, scoprendo di volerci bene abbastanza da pensare seriamente a sposarci, così da esaudire il sogno di Vittoria.
Abbiamo fatto tutte le pratiche, sistemato una camera per la piccola e poi siamo andati a prenderla allorfanotrofio. Vittoria si è lanciata tra le mie braccia, poi ha stretto forte Laura. Ha subito notato che ero più felice che mai. Mi sono accovacciato davanti a lei e le ho sussurrato: “Vittoria, prepara le tue cose, si va a casa. Noi ti aspettiamo!”
Così, dieci anni dopo quella notte fredda in cui lavevo trovata sola su una panchina, il desiderio della bambina si è finalmente avverato: ha avuto la sua vera famiglia. Se poi io e Laura siamo rimasti insieme, questa è unaltra storia che forse non verrà mai raccontata ma probabilmente sì, perché la felicità ci aveva unito. E credo che storie come questa non renderanno mai più povero il nostro paese. Anzi, qualcuno che sa compiere gesti grandi, possiamo trovarlo sempre, anche tra chi sembra aver avuto un passato difficile.
Ecco tutto, amici. Vi è piaciuta questa storia?






