La vicina ha avuto un figlio da mio marito.

La vicina è rimasta incinta di mio marito.

Ma va al diavolo con questa ristrutturazione! urlò Serena, scagliando il telecomando del televisore contro il muro, proprio sopra la testa di Federico. Il telecomando sfiorò il suo orecchio e spaccò il coperchio di plastica della vecchia appliqué appesa lì da anni; i frammenti caddero sulla mensola lucida della parete attrezzata che avevano comprato per il primo anniversario di matrimonio.

Federico non si scompose neanche. Uscì verso lingresso, e mentre si infilava a fatica le scarpe, borbottò con la voce impastata:

Fatti vedere la testa. Ti serve uno bravo.

Dove credi di andare? Serena lo rincorse in corridoio, ancora nella vestaglia, scompigliata, furibonda. Dalla bionda del terzo piano? Ti ho visto ieri in cortile, ci ridevi insieme come uno scemo!

Vuoi star zitta? Federico finalmente sistemò i lacci, si sollevò con tutta la sua statura e la guardò con un misto di disprezzo e stanchezza. Mi hai stufato. Vado da Marco, devo aiutarlo col motore della Panda.

Sbam! Porte chiusa. Serena restò un minuto immobile a fissare la porta; poi, sconsolata, tornò in cucina, si sedette sul davanzale e si accese una sigaretta, soffiando il fumo fuori dalla finestra aperta. Ormai non era più rabbia, ma una tristezza sorda, come il mal di denti. Quanto si poteva andare avanti così? Erano sposati da cinque anni, ma lultimo era stato un disastro.

Serena si aspettava che Federico tornasse quella sera. Invece nulla. Dopo un giorno, chiamò sua suocera per capire se avesse notizie. Quella, donna chiusa come un riccio, tagliò corto: «Che chiedi a me? Non sè visto.»

Una settimana. Poi un mese.

Allinizio Serena lo tartassava di chiamate. O non rispondeva o, quando lo faceva, era scontroso: «Che vuoi?», «Lasciami stare», «Non ti voglio più vedere».

Poi, verso il secondo mese, si svuotò. Basta. Bloccò il suo numero, buttò le sue vecchie sneakers e il giubbotto appeso in corridoio nel cassonetto. Il divorzio non lo chiese, pensava: Dai, non esageriamo, ci devo pensare bene. E passarono così sette mesi.

Ci si abituò. Imparò a svegliarsi al centro del letto, non più schiacciata contro il bordo. Imparò a cucinare la minestra per solo due pasti, per non buttarne via metà. Finì anche la ristrutturazione da sola mise la carta da parati nuova in salotto, proprio quella che Federico detestava. La vita riprese un ritmo tranquillo, quasi moscio.

Perciò quando a inizio ottobre il campanello suonò lungo e insistente, Serena pensò subito alla vicina che veniva a farsi prestare qualcosa. Aprì con poca voglia e rimase a bocca aperta.

Era Federico, magro, barba sfatta, che stringeva un berretto fra le mani.

Istintivamente fece un passo indietro.

Tu Guarda un po chi si rivede! riuscì a dire con voce roca.

Serena, dai, non ricominciare lui entrò in corridoio, si poggiò al muro stanco. Cinque minuti. Dobbiamo parlare.

Di che? Sei sparito per sei mesi, puoi sparire ancora. Qui non è un dormitorio.

Sono stato un cretino, Serena disse sottovoce, fissando il pavimento. Uno stupido totale. Non so neanchio cosa mi ha preso. Me ne sono andato da Marco, siamo andati avanti a birre per una settimana E poi lorgoglio. Sai comè? Non volevo fare il primo passo. E tu mi hai bloccato Pensavo: Chi se ne frega.

Chi se ne frega con chi? Con chi hai vissuto questi mesi? Tha cacciato via quella là? Serena sentiva montare la rabbia.

Federico la guardò occhi persi, spaventati.

Non cera nessuna, Serena. Davvero.

Serena sbuffò.

Dai, ok sospirò lui. Cè stata. Una sola. Martina. Quella del terzo. Giusto due mesi. Ma era una cosa senza senso, Serena. Io senza di te ero niente.

Vai da lei allora, insieme ai tuoi capelli! Serena provò a spingerlo fuori. Federico si bloccò.

Aspetta! Me ne sono andato anche da lei! Ho dormito da Marco per settimane Pensavo solo: come rifarmi vivo con te. E ora Serena, perdonami, lasciami ricominciare? Ti giuro, sistemo tutto, ti aiuto con la casa, mi trovo un lavoro serio

Parlava, e Serena fissava le sue mani tese, il viso sciupato, sentendo qualcosa sciogliersi dentro. Non amore ormai era abitudine. Era la sensazione che, nonostante tutto, quello fosse il suo uomo; e soprattutto la solitudine, quella solitudine che aveva affogato ogni sera nello yogurt davanti alla TV.

Vieni, disse infine, arresa. Vuoi un tè?

Lui si illuminò come se avesse vinto un Gratta e Vinci da cinquanta euro. Si tolse le scarpe inciampando nei lacci. Sedette in cucina, sembrava un cane bastonato, stringeva la tazza e parlava senza fermarsi: di quanto gli mancava la sua cucina, di come avevano quasi rotto il motore della Panda, di come aveva lasciato lennesimo lavoretto in nero. Serena ascoltava solo a metà, pensava: Ormai la ruota è girata. È tornato, è mio marito, adesso si va avanti.

Così ripresero a vivere insieme. Federico cercava di darsi da fare: lavava i piatti, passava laspirapolvere, portava i soldi a casa. Serena pian piano si calmava. Non si parlava mai di Martina, né della fuga. Vivevano come su una nuvola, sfiorandosi i lati. Serena smise anche di controllargli il cellulare: Avrà capito la lezione pensava. Federico trovò lavoro fisso da un gommista; rientrava stanco ma soddisfatto. Sembrava che le cose finalmente si stessero sistemando.

Durò tre settimane.

Domenica, primi di ottobre, fuori la prima spruzzata di neve mista a pioggia. Federico tornò a casa prima. Serena stava preparando le patate con i funghi, la cucina era piena di profumo e calore. Federico lanciò il giubbotto sullattaccapanni e si lasciò cadere a tavola.

Che cè? chiese Serena, mescolando la padella. Sei stanco?

Serena dobbiamo parlare, disse lui, strano.

Serena si avvicinò al tavolo, si sedette di fronte.

Di nuovo combinato qualcosa?

Federico taceva, mani nascoste. Poi sollevò gli occhi spaventato:

Martina Insomma, la bionda del terzo, è venuta in gommista oggi.

Serena si irrigidì.

E che vuole quella disgraziata?

Serena, ascolta e non saltarmi addosso, ok? Lei cioè aspetta un bambino.

Per un attimo il silenzio fu totale, solo fuori il vento e lo sfrigolio della padella.

Che hai detto? sussurrò Serena.

È incinta. Dice che è mio.

Serena si alzò lentamente, come in trance. Spense il gas, rimase immobile. Poi afferrò il salino e lo scagliò contro il muro sopra la testa di Federico. Il sale si sparse ovunque.

Ma sei una bestia! urlò come unestranea. Hai fatto finta di essere tornato in famiglia, mi sei mancata, perdonami… E nel frattempo andavi a letto e lasciavi un figlio in giro?!

Ti giuro che è durata niente! Federico si rialzò spolverando il sale. Era solo per due-tre mesi! È finita in estate!

E il bambino, da dove spunta? Lha mandato la Madonna?! Serena provò a colpirlo, lui le fermò la mano.

Basta! Siediti e ascolta! le impose di sedersi. Lei diceva di prendere le pillole Poi non mi ha detto niente. Quando ha iniziato a vedersi la pancia è venuta da me, mi ha fatto una scenata davanti a tutti: Tu devi pagare, sei il padre, gli alimenti!

Così impari! Serena tentò di sfilarsi. Paga, idiota che sei!

Le ho detto subito che non volevo! urlò Federico coprendo la sua voce. Disfa quel che vuoi, io non ci sto dentro!

E lei?

Si è messa a ridere. Faranno il test del DNA sarai padre, piccolo mio. Ti becchi lassegno, e il figlio che ti rincorre per il palazzo. Una sanguisuga, picchiò il pugno sul tavolo. Non molla.

Serena era paralizzata. Vedeva la sua vita crollare di nuovo, pezzo dopo pezzo. Davanti a sé non aveva più luomo che era tornato pentito, ma uno sconosciuto che le portava in casa un guaio enorme.

E adesso? Che fai? Torni da lei? chiese piano, guardando altrove.

Sei matta? Federico, come se gli avessero dato uno schiaffo. Ma scherzi? Io ti amo. Voglio stare con te. Lei facesse quello che vuole, io non mollo una lira. Se devi, fallo fare al giudice. Anche se mi obbligano, pagherò e basta. Resto con te.

E il bambino? Serena lo fissò. Ti rendi conto che crescerà senza padre, con una madre fuori di testa, e sapendo che tu lhai rifiutato?

Non lho mica cercato io! ringhiò Federico. Doveva pensarci lei! Le donne sono tutte uguali: cercano di incastrarti appena possono.

E tu? Eri attento, genio? Serena rise amaramente. Ti sei protetto almeno?

Federico abbassò lo sguardo.

Ecco, appunto, concluse Serena. Bravo maschio italiano.

Rimasero in cucina fino a notte. Prima urla, poi silenzi, poi di nuovo urla. Federico prometteva che a lui nessunaltra interessava, che Martina era una sciocchezza, che quasi non laveva mai baciata, solo stupidaggini da sbronzi. Serena piangeva e poi ribolliva di nuovo. Verso mattina, sfiniti, caddero a dormire vestiti.

Da quel giorno cominciò lincubo che durò fino a Capodanno.

Martina al secolo Martina Rossi, ventotto anni, commessa in un chioschetto di panini la sera era un osso duro. Non attese, ma attaccò. Telefonate ogni giorno da numeri nuovi, messaggi pieni di insulti e minacce. Venne più volte al gommista, con scenate davanti ai clienti.

Il titolare, un uomo sulla sessantina, chiamò Federico:

O ti sistemi tu questa storia o ti mando via. Qua non voglio casini, i clienti si lamentano.

Federico chiese una settimana di ferie per non fare brutta figura. Rintanato in casa, fissava il muro. Serena gli girava intorno con la faccia di pietra. Gli dispiaceva per lui, ma più ancora per sé e per quel bambino che sarebbe apparso nella vita per colpa di una donna che odiava.

Serena decise che era il momento di rischiare. Un giorno, mentre Federico vagava nervoso come una tigre in gabbia, si preparò, si sistemò e disse:

Si va.

Dove? lui la guardò stranito.

Da lei, al terzo piano. Parlo io.

Sei fuori? Quella è matta e fisicamente più grande di te.

Non importa. Ci vai anche tu. Non azzardarti a nasconderti dietro lascensore.

Dopo qualche minuto Serena bussò alla porta rivestita male di Martina. Dopo tanto rumore di catene, si affacciò la faccia paffuta di Martina, truccatissima con i vostri capelli biondi arruffati. La pancia cominciava già a vedersi, non enorme ma non più mascherabile.

Guarda chi si vede, ghignò Martina, vedendo Serena con Federico alle spalle. È la moglie vera? Venuta a fare la guerra?

No, a parlare, rispose Serena, stringendo i denti. Ci fai entrare o dobbiamo urlare qui fuori?

Martina esitò, poi li lasciò entrare nel corridoio stretto, pieno di vecchi vestiti e scatole di scarpe. In sala era tutto in disordine; un portacenere traboccante di mozziconi sul tavolo.

Fumi? chiese Serena guardando il posacenere.

Sono affari miei, grugnì Martina, proteggendo la pancia con la mano. Che volete?

Andiamo al punto, Serena si sedette su una sedia traballante, ignorando lo schifo. Vuoi davvero sto bambino?

Certo che lo voglio. Lo cresco io. Lui paghi gli alimenti, per legge.

Perché lo obblighi a fare il padre? domandò Serena, fissandola negli occhi. Federico ti ha detto che non lo vuole, che non giocherà mai con lui o lo porterà ai giardini. Vuoi che tuo figlio abbia un padre che lo detesta?

Martina fece una smorfia.

Senti, non farmi la predica. Tutti fanno così allinizio, poi quando il bimbo ha un anno vengono col peluche. Lo so io.

Non succederà, disse Federico. Non aspettartelo.

Buffone, Martina sputò, i tuoi problemi. Tu, a Serena, non ti riguarda. Sei solo una moglie sfigata che non sa tenere il marito. Io il figlio lo faccio per me. Dei vostri discorsetti non me ne frega nulla. Voglio i soldi, chiaro?

Quindi solo i soldi? Serena si alzò.

Solo soldi. Pensavi lamore? Che ingenua. Andate via adesso o vi faccio un casino.

Parlarono al muro. Serena se ne andò, senza più speranze. Federico la seguiva piano.

Te lavevo detto, borbottò in ascensore. Non cè dialogo.

Sei tu che hai creato tutto questo, rispose stanca.

Passò il tempo, Martina partorì e fece causa per gli alimenti. Federico ricevette la lettera dal tribunale. Serena era irrequieta, dormiva male. Federico si scolava birre e diventava intrattabile.

In tribunale, Martina arrivò con lavvocato e due amiche pronte a testimoniare che aveva dormito con Federico nel periodo giusto. Lui fu secco:

Non nego che potrei essere il padre. Ma non lo voglio. Ci pensi il DNA.

La giudice, una donna pallida, ordinò il test. Ci volle un mese.

Quel mese fu il peggiore in assoluto. Serena e Federico quasi non si parlavano. Convivevano come coinquilini. Serena cominciava a pensare che non le importasse più nulla, se lui restasse o se ne andasse. Lo vedeva solo come una fonte di problemi. E lui, come un cane bastonato.

Il risultato arrivò poco prima di Capodanno: probabilità 99,9%. Federico era il padre.

Quella sera Serena si ubriacò da sola. Federico andò da Marco e si scolò mezzo litro di grappa. Tornò allalba, furioso. Serena era gonfia di pianto.

Bravo, papà, gli disse. Auguri.

Vai al diavolo, rispose lui, e si buttò sul divano.

Capodanno lo passarono a bere in silenzio. Al brindisi Federico col succo, Serena con lo spumante. Niente Felice anno nuovo.

Serena, mormorò lui, mentre i botti sfumavano, e se ce ne andassimo?

Dove? chiese lei, stupita.

Anche a Milano, a Torino via da qui. Affittiamo casa, ricominciamo davvero. Qui quella non ci molla più. Il bambino finirà che ci gira sotto casa. Vuoi vivere così?

Serena rimase zitta a lungo. Poi lo guardò. Era vuota.

Da te stesso non scappi, Federico, disse. Rimarrai comunque il padre. Anche dallaltra parte dItalia. I soldi te li prenderanno, ti troveranno. E la coscienza? Quella non te la stacca nessuno.

La coscienza ce lanno quelli che li hanno voluti, i figli, tagliò lui corto. Io no.

Martina chiamò la bimba Livia. Mandò una foto su WhatsApp da un numero sconosciuto: un fagottino rosso, in tutina, accanto alla sua mano con le unghie smaltate a metà. Auguri papà, cera scritto.

Federico la mostrò a Serena. Lei guardò a lungo, poi gli restituì il telefono e si rifugiò in cucina.

Serena, che devo fare? la seguì lui.

Non lo so, rispose fissando la neve di febbraio fuori. Bisogna pur vivere.

Martina non si fermava. Oltre agli alimenti regolari, pretendeva soldi extra: passeggino, lettino, latte in polvere. Federico la mandava a quel paese; lei rispondeva con foto della bambina: Guarda che ride, Guarda che si fa il bagnetto, ti perdi tutto. Quelle erano le frecciate peggiori.

Serena iniziò a notare che Federico, invece di cancellare subito quelle foto, ora le guardava più a lungo. Restava a fissare il telefono almeno un minuto prima di chiudere la notifica.

Ti sei affezionato? chiese un giorno.

A chi? balbettò lui. Ma va, guardavo a chi somiglia. Secondo me ha il mio naso, ma subito si ritrasse: Però non mi importa, Serena. Capisci vero?

Serena non capiva più niente. Sentiva che dentro di lui qualcosa cambiava. Odiava Martina, la detestava, ma quella creaturina col suo naso diventava reale anche per Federico. Non lo diceva, ma Serena lo capiva.

Un giorno di fine marzo, rincasando dal lavoro, Serena vide fuori dal palazzo una scena imprevista: Martina con la passeggino nuova, costosa. Accanto, Federico. Aveva una sonagliera in mano, sorrideva a qualcosa dentro la carrozzina con unespressione beota, quasi tenera. Martina lo guardava a braccia conserte, soddisfatta.

Serena si immobilizzò dietro langolo. Vide Federico porre il sonaglio e la sua faccia dura che si scioglieva.

Allora Serena si fece avanti. Federico la notò, si raddrizzò di scatto, il sonaglio cadde nella neve.

Serena balbettò. Io stavo solo passando

Mi pare di no, rispose lei calma, dentro il fuoco. Buonasera, Martina.

Oh, la moglie fece Martina. Qui stiamo facendo conoscere papà e figlia, era ora, no?

Federico, andiamo, ignorò Serena.

Aspetta lui esitava , solo cinque minuti Fammi vedere.

Hai visto? Serena alzò la voce. Adesso in casa.

Ma chi comandi? intervenne Martina. Lui è padre, ha diritto. Tu chi sei? Manco un figlio gli hai fatto!

Serena scoppiò. Si avvicinò e guardò la bimba nella carrozzina: occhioni azzurri e un ciuffo biondo. Dormiva con il broncio. Il cuore di Serena fece uno scatto.

È bella, disse, suo malgrado.

Eh, in me e un po in lui, si pavoneggiò Martina.

Basta, Serena guardò Federico. Dobbiamo parlare.

Salì in casa a passo deciso. Federico seguì a capo chino.

Quella sera fu un inferno.

Ci vai da loro?! urlò Serena. Mi mentivi! Dicevi che non te ne fregava nulla di lei e della bimba!

Non ci vado! si giustificava Federico. Li ho visti per caso Non so, Serena. Lei è così piccola mia!

Ah, tua? Serena prese una tazza e la gettò per terra. Vai, allora! Va da loro, fai il bravo papà! Lasciami stare!

Serena, io amo te!

Ami solo te stesso! E adesso non hai più quiete, vero? Io non resto ad essere la terza ruota in questa scena ridicola.

Si chiuse in camera, lui rimase in sala.

Dopo quellepisodio tutto precipitò. Federico stava sempre più fuori. Prima diceva che era per lavoro, poi per Marco.

Serena mollò. Una sera di aprile, con la primavera alle porte, andò da Martina. Bussò, Martina aprì insolitamente gentile.

Entra pure. Un tè?

Dovè Federico? Serena passò oltre senza rispondere.

Chissà. Da me non si vede da stamattina. Ieri sì, è venuto a vedere Livia.

Perché lo fai? si sedette Serena. Perché lo tiri sempre qui? Non ti bastano i soldi?

I soldi sono una cosa, Martina si fece seria. Ma una bimba ha bisogno del padre. Non solo per il denaro. Vedo che a lui inizia a importarci. Tu lo tieni solo per abitudine. Ma a me Federico serve davvero. Come uomo, come padre. Non dico che mi voglia sposare, ma almeno che stia accanto a sua figlia.

Serena sentì la terra tremare sotto i piedi. Era una verità crudele.

A casa trovò Federico in cucina, contento, che fissava il telefono. Sorrise, ma troppo tardi.

Chi stai scrivendo?

Marco iniziò lui.

Bugiardo, lo troncò Serena. Sono stata da Martina. Mi ha detto tutto.

Federico sbiancò.

Cosa?

Che vai da loro, che adori la bambina. Che ti tratto come uno che non ne vuole sapere, ma invece ormai ci vivi quasi.

Federico abbassò la testa.

Non ci vivo, quasi sussurrò. Vado. Lei sorride quando mi vede. Ride quando la tengo in braccio. Non posso dimenticare. Allinizio non volevo, adesso Adesso non ce la faccio più. È mia figlia.

Serena lo fissò a lungo.

Scegli, Federico. O io, o loro. Non faccio la moglie-divisa con la commessa e la sua bambina, anche se è tua.

Federico rimase zitto, poi le diede la risposta che lei temeva.

Mi dispiace, Serena, disse piano. Ma io a Livia non posso rinunciare. Non so che succederà con Martina, forse niente. Però la bambina non la abbandono. Sono già abbastanza uno str così

Serena annuì, si alzò, preparò la borsa.

Dove vai?

Via. Sto da mamma finché non trovo casa. E tu vai da loro. È la scelta che hai fatto. Buona fortuna.

Serena, non farlo! provò a fermarla.

Basta, Federico. Ho già sopportato abbastanza. Ora è finita. Vivi pure con quello che hai combinato.

Se ne andò. Federico restò sul divano, col telefono in mano e la faccia persa.

Una settimana dopo Serena fece domanda di divorzio e per la divisione della casa. Federico non oppose resistenza. A maggio erano legalmente estranei, a giugno vendettero casa e divisero i soldi, 38.000 euro a testa.

Martina, saputa della novità, non fece salti di gioia. Lo prese in casa in maniera scontata, senza troppo trasporto. Un materassino accanto al lettino della bimba. Federico lavorava, portava i soldi, si alzava la notte col biberon, imparava i pannolini. Era un papà-inquilino. Martina non gli dava più tanta attenzione; ogni tanto cambiava compagnia. Lui sopportava per Livia.

Serena, tramite amici, fece sapere che stava bene, che aveva incontrato un uomo senza grilli per la testa. Chissà se era vero.

Federico restò a vivere al terzo piano. Ogni mattina, svegliandosi al pianto di Livia, guardava il soffitto chiedendosi: ma comè che una sola stupidata ha rovinato tutto? E perché la cosa più importante che ha, una bambina col suo naso, lha avuta così, nel modo più sbagliato?

Livia crebbe. Non dovette mai andarsi a cercare il padre: lui era sempre lì. Allinizio la gente bisbigliava, poi si abituò. E Federico, ogni volta che la piccola gli correva incontro, capì una cosa sola: al destino non si scappa.

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