Adesso basta…

«Mi basta…»

Amore, spaventerai il bambino… È il nostro unico, adorato figlio… Lascia stare! gridò lui, quando Chiara alzò il braccio.

Chiara ascoltava i rumori che salivano dalla tromba delle scale. Dal passo incerto e pesante, capì che stava salendo un uomo tuttaltro che sobrio. Sospirò, sfiorando la pazienza.

Pasquale…

Voltandosi verso il piccolo Romano, appena compiuti sette anni, sussurrò:

Figlio mio, vai in camera tua e chiuditi dentro. Non accendere la luce, hai capito?

Ancora papà…? il bambino non finì, ma annuì con comprensione e si rifugiò nella cameretta. Lì, si sforzava di restare immobile temeva di attirare lattenzione del padre, che da ubriaco amava tormentarlo con domande ambigue, seguite da commenti beffardi:

Ma tu cosa vuoi combinare, eh, timidone? Sei tutto tua madre! Ah-ah!

Romano aveva imparato a temere quelle serate. Sapeva che, se il padre non lo notava, forse si sarebbe dimenticato della sua esistenza. Così Chiara lo proteggeva, facendolo sparire prima che la tempesta si abbattesse.

Un minuto dopo, la serratura scattò e sulla soglia apparve Pasquale. Lalito pesante di alcol invase subito la stanza. Pasquale combatté a lungo con le scarpe, restando inebetito a borbottare insulti a denti stretti. Poi sbottò:

Cè qualcuno vivo qui dentro? Chiara, dai una mano, toglimi sti mocassini.

Chiara, dopo un respiro profondo, lo raggiunse in ingresso, senza nascondere il fastidio. Pasquale lo percepì subito.

E brava… sibilò, zero rispetto per luomo di casa. Cosè quella faccia, la marchesa… Hai cucinato o devo soffocarmi con la tua pizza secca? Dico io, la chiamano cibo… A me piace la lasagna, coi sughi saporiti, bella ricca. E tu… ti basterebbe un sacco derba! Sei una mucca.

Continuando a farfugliare offese, Pasquale finalmente sfilò le scarpe e si barcollò verso il bagno. Non dimenticava mai di lavarsi e cambiarsi, abituato da Chiara che preparava sempre abiti puliti. Dopo essersi rinfrescato, si trascinò in cucina, inciampando sul bordo della porta.

Tutte uguali voi donne… Una vera moglie avrebbe già tolto sto gradino: vuoi vedermi storpio, eh?

Chiara, imperturbabile come una statua, lo seguì e gli servì un piatto di minestrone fumante. Pasquale annusò e scoppiò a ridere sguaiatamente:

Ma tirati su, dài! Sembra che ti devo premiare per aver fatto la cena… Sei una donna, è il tuo mestiere. O a che servi? Sei nata… Pasquale si perse, balbettò, con una sola idea in testa, se va bene… il resto, roba rotta, come un giocattolo difettoso.

Nel frattempo Chiara posò accanto al piatto due polpette, riso e insalata fresca. Mentre Pasquale divorava tutto, Chiara provò il solito disgusto: lui mangiava a bocca aperta, sbavava, emetteva rutti e la fissava malizioso, pronto a commentare ogni suo gesto con una battuta volgare.

E anche quella sera non fu diverso. Sazio, Pasquale esplose in una risata crudele.

Quando vedo la tua faccia, mi viene da ridere. Ma dove avevo gli occhi quando ti sposavo? Persino il mio sedere fa una figura migliore!

Chiara serrò le labbra, furente, ma Pasquale proruppe in unaltra risata stridula.

Cavalca la mucca! Ma quanto sei pericolosa, eh? Mi tremano le gambe dalla paura!

Vai a dormire. Il tono di Chiara era teso come una corda.

Che hai detto, eh? sghignazzò Pasquale, grattandosi la pancia. Finisci di lavare i piatti, poi vieni a farmi un bel massaggio. Sono distrutto.

Chiara morsicò il labbro:

Massaggio…

Da quando Pasquale, ubriaco, aveva cominciato a ricordare «problemi alle gambe da bambino», pretendeva ogni scusa per farsi massaggiare dalla moglie, scattando a minacciare alla minima protesta. Chiara, che non aveva mai visto simili scene nella sua famiglia, accettava ormai per quieto vivere: meglio questo che una scenata. Pasquale aveva imparato così a piegarla. Soprattutto dopo la nascita di Romano. Chiara non voleva che il figlio sentisse le loro liti, e faceva tutto per evitarle.

La suocera, Adelaide, non aveva mai tollerato Chiara:

Tavevo avvertito: questa qui non tiene casa, non è né moglie né madre! Avrà dormito con mezzo paese, vergogna…

Da buona matrona, Adelaide spingeva Pasquale a rilassarsi ogni venerdì sera con amici, lasciando a Chiara il ruolo di serva muta: cucinare, servire, pulire. Pasquale si pavoneggiava con gli amici:

Così si sceglie una moglie! Sa cucinare anche con niente, non fiata. Ho addestrato la mia: mi porterebbe la luna. Sono il meglio che le sia mai capitato.

Chiara sorrideva a denti stretti, ma a lui importava poco. Quando la serata degenerava, nemmeno gli amici reggevano e gli dicevano di calmarsi. Chiara si domandava spesso: quanto ancora avrebbe retto? Avrebbe voluto sfogarsi con qualcuno, ma si tratteneva: ormai, si diceva, non vale più la pena.

Quella sera Pasquale tornò a casa più ubriaco che mai e aggredì subito la moglie, insultandola di ogni nefandezza. Chiara sperava che crollasse presto a dormire, come al solito. Ma stavolta, impazzito da una rabbia cieca, entrò nella cameretta di Romano, lo afferrò e lo trascinò verso il balcone.

Se non mi dici di chi è davvero questo bambino, lo butto giù! Il suo sguardo folle paralizzò il cuore di Chiara. La distanza tra lei e il marito era di pochi metri: in un lampo, senza pensare, raccolse la palla in gomma che usava per i piedi e la lanciò alla testa di Pasquale con tutta forza. Il colpo fu netto: lui barcollò, svenne per qualche istante. Non appena cadde come un sacco a terra, Chiara in due balzi afferrò Romano e lo portò al sicuro. Poi, armata di mattarello, si voltò, furibonda, verso il marito ancora stordito.

Cosè… Chiara? balbettò Pasquale, spaesato.

Sì, sibilò lei, brandendo il mattarello. Stavi davvero per gettare tuo figlio? Rispondi, bastardo! O ti rompo le gambe!

Pasquale si spaventò a morte. Comera possibile? Sua moglie che non aveva mai reagito, ora pronta ad aggredirlo! Tentando di alzarsi, si accorse di non avere la forza.

A chi credi di alzare la voce? cercò di minacciare. Dai che ti sistemo io…

È da troppo tempo che aspetto questo momento… Chiara arrotolava le maniche, sempre più minacciosa. Dai movimenti di lei, Pasquale capì che stavolta la situazione era cambiata. Cominciò a retrocedere, balbettando con voce supplichevole, ben diversa dal solito tono.

Amore, spaventerai Romano… È il nostro unico figlio… Basta! gridò, mentre Chiara si preparava a colpire. Fuggì a piedi scalzi fuori dalla porta, urlando scomposto:

Aiuto, mi ammazza!

Chiara lo inseguì fino al pianerottolo, poi, vedendo la velocità con cui era sparito, alzò le spalle:

Scappa, vigliacco.

Tornò dal piccolo Romano, lo strinse e gli sussurrò:

Non temere, piccolo… Non permetterò mai più che qualcuno ti faccia del male.

Chiara stessa non si capacitava di cosa le fosse preso. Aveva sopportato per anni insulti e violenze, nei confronti suoi e ora anche del figlio. Piangeva in silenzio di notte, ma al mattino si presentava al lavoro come nulla fosse. Chi poteva immaginare il suo dolore?

Quando Pasquale cadeva nella trappola dellautocommiserazione, si buttava a capo fitto nellalcol. Svuotava la riserva di birra e grappa, che custodiva gelosamente nello stanzino, trangugiando tutto in sequenza. Da lì, ingurgitava a dismisura cibo e altro alcol, e iniziava a telefonare a tutti perché gli facessero compagnia, finché i vicini, allertati dai rumori, chiamavano i carabinieri.

Spesso erano i vicini stessi a intervenire, e Pasquale, sentendosi tradito, riversava la rabbia su Chiara, accusandola di non difenderlo mai. Chiara pensava solo al figlio, e questo faceva infuriare ancora di più il marito.

Hai fatto nascere un moccioso che non mi somiglia per niente! urlava. Non è né carne né pesce! Guarda il figlio di Gino: spacca tutto a scuola! O la figlia di Alessandro: batte tutti i maschi del quartiere! E questo piccolo fifone si vergogna a respirare davanti a me! Che uomo crescerà?

Sei tu che lo spaventi, cosa pretendi? rispondeva lei, sperando di placarlo, ma Pasquale si innervosiva e crollava sul divano, addormentandosi pesantemente.

Un giorno si svegliò con un forte dolore alladdome. Allarmato, chiamò Chiara:

Svelta, chiama un medico, sto male…

Chiara digitò subito il 118 e si sedette al suo fianco.

Dove ti fa male? Tieni duro… cercava di aiutarlo, ma Pasquale scattò con un urlo:

Sei sorda? Certo che fa male! Che domande! Ma cosa ci sei a fare?

Si sarebbe contorto per terra, se non fosse che proprio allora suonarono alla porta. Un dottore anziano, dignitoso, fece ingresso con la sua borsa. Annusò laria pesante dalcol con una smorfia appena accennata.

Vediamo un po’… esplorò la pancia di Pasquale con gesti sicuri. Da quando ha dolori? Cosa ha mangiato e bevuto? Farmaci presi?

Appreso che Chiara non gli aveva dato nulla, il medico annuì:

Giusto così. Niente medicine a caso. Lei, caro mio, butta alcol come un cavallo. Scherzate? Vi state rovinando fegato, pancreas, stomaco, lintestino! Troppi grassi e carne: vi lasceranno stecchito. E la colpa è solo vostra.

Mia? Pasquale bisbigliò. Mia moglie cucina così…

Non vi obbliga certo lei a bere, rise il medico. E cucina per non essere torturata, come farebbe anche un santo, con certi pazienti…

Pasquale sbuffò, ribattendo:

Se avessi una moglie normale, non berrei così! È per disperazione, dottore. Lei non capisce.

Non intendo discuterne, tagliò corto il medico, preparando la flebo. Vi pulisco il fegato e tutto il resto. Volete vivere? Tagliate cibo e alcol, e smettetela di scaricare colpe sulla signora.

Pasquale intuì che il dottore non voleva sentir storie. Appena la flebo terminò, sbottò contro Chiara:

Dove hai trovato sto vecchio brontolone? Qui per salvarmi o per giudicarmi? O è un tuo vecchio spasimante?

Basta Parole, ti prego Chiara era esausta. Lo vedo oggi per la prima volta anchio.

Il giorno dopo dovettero chiamare di nuovo il 118 stavolta per il cuore. Pasquale si spaventò seriamente.

Se schiatto, questa andrà a ballare sulla mia tomba… pensava, affogando nellautocommiserazione. Non posso cedere… Devo farle vedere chi comanda. Il posto di una donna è al guinzaglio.

Così, tra queste fantasie, riprese presto le forze. Romano intanto cercava di non incrociare mai il padre, e Chiara capì amaramente quanto si fosse illusa per anni.

Non gli serve nessuno, solo birra e compagnia di perdigiorno. Nessuna ambizione, nientaltro che umiliarci a me e Romano. Dove ho sbagliato, Signore? Perché mi sono accecata? Speravo che un figlio lo avrebbe cambiato, invece…

Le tornarono in mente le corse in clinica, quando Pasquale pretendeva la sua presenza là dentro.

Dove metto Romano? quasi piangeva Chiara. Tua madre non vuole stare con lui. Appena può, lo punisce. Ma per cosa?

Se parli ancora, ti do una lezione! la minacciò lui. Non parlare mai male di mia madre. Lei è una santa, dovrebbe avere una statua in piazza. Tu non sei degna neppure di un suo dito!

Certo, rispose lei, vuota. Pasquale non gradì quel tono e la incalzò:

Ripeti, coshai capito?

Tua madre è una santa, e io non sono degna neanche di starle a fianco. Ecco.

Pasquale aggrottò la fronte. Gli parve che lei lo prendesse in giro, ma la faccia era sempre quella da sottomessa.

«Mai capirò le donne», pensò confuso. Poi decise di mostrarsi clemente.

È per te e il piccolo che faccio tutto, borbottò, afferrandole una mano. Se fossi più rispettosa, vivresti da regina. Voglio un figlio vero uomo. Mio padre mi teneva sotto, ma sono diventato qualcuno! Romano deve imparare pure lui. Che senso ha viziarlo così?

È piccolo provò a dire Chiara, e la faccia di Pasquale si stravolse.

Fagli fare la femmina, allora, sputò veleno. Le strappò la mano e se ne andò.

Si aspettava che Chiara lo seguisse, piangendo e chiedendogli scusa. Ma lei, attraversando il cortile, si affrettava verso il cancello, asciugandosi le lacrime. Un senso di vergogna lo colpì.

Ogni madre pensa al figlio… tentò di giustificarsi. La mia pure. Non avrebbe mai permesso che mi facessero del male…

Ma chiedere scusa? Mai. Troppo orgoglioso. Che sarà mai, se la moglie si offende.

«Guarisce tutto, come sui cani», pensò, sorseggiando una Peroni passata di mano dai coinquilini di corsia.

Dopo quellepisodio col pallone, Chiara cambiò. Quando Pasquale tornò a casa, sobrio come mai, lei lo accolse col mattarello in pugno e uno sguardo gelido.

Famm entrare, sono calmo… Hai qualcosa da mangiare?

Sì, certo, strinse le labbra. Due schiaffi e dieci cinghiate. Per dessert, il mattarello.

Ma sei impazzita? sussultò lui, ma nel profondo tremava.

Davvero, sono impazzita quando ti ho visto con Romano in braccio, pronto a buttarlo giù dal balcone, negli occhi di Chiara brillò una determinazione nuova. Ti lascio entrare solo a recuperare la tua roba. Sparisci. Non voglio più vedere la tua faccia ubriaca.

Pasquale voleva ribattere, ma la vista del mattarello lo bloccò. Portò fuori le valigie, ritirate con ordine dalla moglie, che non lo degnò di altro sguardo.

Sul taxi verso casa della madre, Pasquale rimuginava: dove aveva sbagliato? Chiara invece di supplicarlo, laveva messo al tappeto con una palla… Per giorni portò il bernoccolo, infastidito dagli sguardi della gente. Tirò giù la visiera del berretto, cupo.

«Eccoci», mormorò vedendo la palazzina consunta dalle piogge cittadine di Bologna, con il portone blu sbiadito.

La madre, Adelaide, realista, aveva sentito dire che le agenzie offrivano bei soldi a chi lasciava un vecchio appartamento in centro, ma lei aspettò offerte migliori, sognando una casa di centoventi metri quadri con finiture di pregio.

Ha proprio la faccia tosta! commentavano le vicine. Da cinquanta vuole centoventi? Altro che volpe…

Adelaide cercò anche di rifarsi una vita sentimentale, ma il suo carattere aveva dissuaso tutti i pretendenti. Lei accusava Chiara dogni fallimento.

Mai fidarsi delle silenziose, borbottava. Non merita Pasquale. Speriamo che lui se ne vada da quella casa…

Come evocata, ecco che suonano alla porta. Pasquale con le valigie.

Cosè successo? Sei scappato? chiese Adelaide, e lui:

No. Mi ha cacciato lei.

Ma come osa? la madre si infuocò subito. Te lho sempre detto: la moglie bisogna saperla tenere a bada! alzò il pugno.

Pasquale sorrise storto:

Ho sempre seguito i tuoi consigli, e guarda dove mi hanno portato. Se permetti, mi faccio una doccia e vado a dormire.

Mentre passava, lei sentì lodore di vino e protestò:

Hai il coraggio di venire ubriaco a casa mia? Ci hai stufato?

Mi hai detto tu che potevo bere e fare come volevo, ribatté lui.

Adelaide rimase zitta: quelle parole le aveva dette solo per colpire Chiara, ora però le si ritorcevano contro. Era costretta a riprendere in casa un figlio adulto e ingestibile.

Ma io, una madre, non posso cacciare il mio unico figlio: fai come vuoi. Vado a preparare un po di tè.

Pasquale rimase mezzora sotto la doccia, e Adelaide pensava con fastidio alla bolletta.

Si sedettero a tavola a notte fonda. Pasquale, guardando il frigo vuoto:

Mamma, ma non cè nientaltro? indicò il contenitore con un po di patate in padella.

Non potevo sapere che tua moglie ti avrebbe buttato fuori, gelida, cosè successo?

Con la madre Pasquale non mentiva: le raccontò tutto. Del «giochino» col ragazzo, del pallone ricevuto in fronte, del mattarello minacciato sulla soglia.

Ha perso la testa? esclamò Adelaide, sconcertata. Non lavrei mai creduto. Così silenziosa…

Non la riconosco più, sospirò Pasquale, e per la prima volta scoppiò a piangere. Ma chi sono diventato? Nessuno mi rispetta… tutti mi vogliono solo per interesse…

Adelaide trattenne a stento la lingua. Capiva la nuora, in fondo: pochi reggerebbero tanto. Il carattere di Pasquale era il suo in negativo puntiglioso, isterico, capace di bugie solo per tornaconto.

Chiara, infine, annunciò che chiedeva il divorzio. Adelaide si sentì sprofondare. Temette i costi, le conseguenze.

Viviamo separati, implorò Pasquale, per la prima volta fragile, lui che sempre minacciava: Non distruggere tutto di colpo, dammi un’altra possibilità di essere marito e padre.

Chiara, commossa, accettò ma a condizioni precise: avrebbe visto la famiglia solo in giorni e orari stabiliti, niente messaggi fuori turno. Pasquale si impegnò davvero. Per settimane fu impeccabile, tanto che Romano disse:

Peccato non viviamo più insieme: papà è cambiato, è diventato buono…

Chiara decise di concedergli una vera prova, ma lo avvertì: al primo ritorno del vecchio Pasquale, lo avrebbe cacciato per sempre. Pasquale promise, e tornò a casa.

Per settimane regnò una fragile pace. Poi, un giorno, ricordò il «massaggio» e insultò di nuovo il figlio. Chiara chiamò subito i carabinieri. Pasquale urlava:

Ma come ti permetti? Sono il padre di tuo figlio!

E allora? rispose spenta Chiara. Non sei forse tu che hai sempre detto che non era tuo?

La suocera incalzava:

Così non si fa! Gli toglierai il padre… Cosa diranno i vicini? Pensi che una divorziata con figlio interessi a qualcuno? Ci vuole furbizia, cara, furbizia di donna…

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