Mio figlio non è divorziato, vive con la sua compagna, ma sembra non avere alcuna voce in capitolo. Ogni volta che cerco di andare a casa loro, mia nuora si mette davanti alla porta, mi costringe a promettere quanti soldi porterò, altrimenti non mi fa nemmeno vedere mio nipote.
Si sono sposati due anni fa, in chiesa a Firenze. Fin dal primo momento, quella ragazza non mi ha suscitato simpatia. Aveva uno sguardo invidioso e i gesti sempre avidi. Appena messa la firma sui documenti in comune, ha subito cominciato a dirmi che dovrei vendere il mio appartamento di tre locali e che dovrei dare metà del ricavato a loro, visto che un uomo vero deve avere la sua casa.
Abbiamo litigato furiosamente per questo. Io ho anche una figlia, e prima di tutto non vedo perché dovrei sacrificare qualcosa per una nuora così arrogante. Ho cresciuto i miei figli, dato loro unistruzione, un punto di partenza nella vita: adesso si arrangino da soli, come ho fatto io con mio marito, con fatica e sudore, senza che nessuno ci regalasse nulla.
Mia figlia, Caterina, ancora non è sposata. Lavora, ha fatto un mutuo e si paga il suo bilocale in periferia. Per un periodo ha vissuto con me, affittando il suo appartamento per riuscire a pagare più facilmente la banca, ma ora è tornata per conto suo. Mio figlio invece, Andrea, è uno smidollato. Non desidera niente per sé, sta sempre in silenzio davanti alla moglie. Non vuole tornare a vivere da me, e lei, ovviamente, non si prenderebbe mai la briga di cercarsi una sistemazione arrangiata.
Non mi entusiasmava lidea di averli entrambi a casa mia, ma per aiutarli ad accumulare qualcosa per la caparra, avrei fatto pure questo sacrificio. Però non intendo né vendere né regalare un bel niente. Quando non ci sarò più, lascerò lappartamento diviso tra i figli: che si arrangino loro.
Ho detto chiaramente come stanno le cose a mia nuora, senza mezzi termini. E lei con una sfacciataggine incredibile: Signora, non si sente troppo comoda a vivere da sola in tre stanze?. Ma si può essere così sfrontati? Ho chiesto ad Andrea di farsi rispettare, di tenerle testa, e lui ha farfugliato qualcosa di incomprensibile, senza mai guardarmi negli occhi.
Non so davvero a chi sia uscito mio figlio. Io e mio marito abbiamo sempre avuto carattere, anche mia sorella, ma lui sembra un agnellino. Mi chiedo ancora come abbia potuto sposarsi; probabilmente era lei ad avere fretta e se lè preso.
Da quella discussione turbolenta sullappartamento, con mia nuora non ci siamo quasi più parlate. Mio figlio a volte mi chiamava, ma mai è venuto a trovarmi: sembra proprio che sia lei a impedirgli ogni contatto. Ho scoperto al telefono che sarei diventata nonna. Ho pianto di gioia, era il mio primo nipote. Ho voluto superare lorgoglio, ho comprato un regalo, una torta, e sono andata a trovarli. Ma lei, con aria di sufficienza, ha detto che il nipote sarà costretto a nascere nella casa di qualcun altro, come uno zingaro, e ha ricominciato il solito discorso sullappartamento.
Il tentativo di pace è stato inutile. Non me la sono sentita di litigare con una donna incinta e sono tornata a casa mestamente. Certe persone non cambiano mai, ho pensato. Così non lho più vista per tutto il resto della gravidanza. Nel frattempo, sono stata male, ho girato mille specialisti; le forze ormai non erano più quelle. Neppure quando è nato il bambino mi hanno avvisata: ho saputo la notizia una settimana dopo, con una chiamata svogliata di mio figlio.
Mi ha invitato un giorno, ma nel bel mezzo del discorso, mia nuora ha afferrato il telefono e ha detto che non importava il regalo, basta che porti direttamente i soldi. Ho ceduto: del resto, un nipote nasce solo una volta. Sono andata in banca, ho prelevato quanto potevo: diecimila euro per lei nemmeno abbastanza, a giudicare dallespressione delusa quando ha contato le banconote nel plico. Ma io il mio dovere lavevo fatto. Ho visto il bambino: bellissimo, la stessa bocca di Andrea. Sono rimasta poco, sono tornata a casa, e nessuno mi ha più invitata.
Dopo tre mesi, quando ho capito che non mi avrebbero mai chiamata, ho cercato io mio figlio e gli ho chiesto di venire a trovarmi. Ho comprato qualcosa per il piccolo e un dolce per il tè e sono andata. Alla porta, mia nuora mi accoglie fredda, prende i regali con aria seccata.
Pensavo che ormai aveste capito tutti. Non ci servono i vostri pensierini, ci servono soldi per il bambino.
Quindi, ogni volta che vengo a vedere mio nipote, devo portare una busta con i soldi?
Cosa credi? Per colpa vostra, viviamo ancora in affitto, mio marito lavora da solo, non avete fatto niente per mio figlio. Almeno aiutateci a mantenerlo.
Mi è mancato il fiato dalla rabbia. Andrea ha ascoltato tutta quella sceneggiata in silenzio, stringendo il figlio tra le braccia e abbassando lo sguardo.
Sono uscita in fretta, con la dignità ferita. Non intendo umiliarmi davanti a tanta sfrontatezza. Non voglio comprare la possibilità di abbracciare mio nipote.
Da allora, è passato quasi un anno. Nessuno mi ha più cercata, né io li ho chiamati. Ma una settimana fa, Andrea ha trovato il coraggio di telefonarmi, ricordandomi che era il compleanno del bambino e che potevo andare ma non dimenticare il regalo. Subito, al telefono, lei ha gridato la cifra precisa che avrei dovuto portare: una somma pari al mio stipendio mensile.
Non sono andata. Non potevo e non volevo spingermi oltre. Ho dovuto accettare che, in fondo, non ho più né un nipote né un figlio. Se mio figlio fosse davvero uomo, non permetterebbe mai una simile umiliazione da parte della moglie. Che si arrangino, che si cuociano nel loro brodo. Non pagherò mai più per vedere il sangue del mio sangue.
E adesso valuterò bene cosa fare con la casa: voglio essere certa che, nemmeno dopo la mia morte, né mio figlio senza spina dorsale né la sua avida signora riusciranno a prendersene anche solo un pezzetto.






