Come Sempre

Come al solito

Chiara si svegliò alle cinque e mezza, anche se la sveglia avrebbe dovuto suonare solo alle sei. Succedeva sempre così quando la giornata prometteva un elenco infinito di impegni. Restò sdraiata qualche istante, guardando il buio fuori dalla finestra, poi si alzò piano per non svegliare Giuseppe, il marito, che borbottò qualcosa nel sonno e si voltò sullaltro fianco.

In cucina Chiara accese la luce e chiuse piano la porta. Il bollitore, la moka, i gesti ormai automatici delle mani. Fuori era ancora notte, solo i lampioni gettavano chiazze gialle sulle auto parcheggiate, impolverate di brina invernale. Ventotto dicembre. Tre giorni a Capodanno, e lei aveva fatto solo quello che era riuscita ieri: limpasto per i biscotti in frigo, la lista della spesa sul tavolo.

Giuseppe arrivò in cucina verso le sette, già vestito, profumava di dopobarba. Si sedette a tavola, indicando la tazza del tè.

Che farai oggi? chiese Chiara mentre gli versava il tè.

Passo in fabbrica, rispose Giuseppe, prendendo la tazza senza guardarla. Devo consegnare dei documenti. Torno stasera.

Dicevo: per cena, che preparo?

Come sempre, alzò le spalle sfogliando il giornale. Va bene tutto.

Chiara aprì la bocca per dirgli che come sempre non era una risposta: ieri aveva fatto le polpette, il giorno prima il pesce, tre giorni fa lo spezzatino. Ma tacque. Prese le uova dal frigo per la frittata.

Oggi chiama Riccardo, aggiunse, sbattendo le uova nella ciotola. Ha detto che nel weekend passa.

Ah, bene, Giuseppe non distolse lo sguardo dal giornale.

Il telefono suonò mentre stava girando la frittata. Chiara si pulì le mani, guardò il display. Era davvero Riccardo.

Pronto, amore.

Ciao, mamma! Senti, sabato arrivo verso le due, ok?

Certo, certo, Chiara sorrideva, anche se il figlio non la vedeva. Cosa vuoi da mangiare?

Il mio preferito, dai: quello col pollo e i funghi, tu sai come mi piace.

So benissimo.

Grande! Mamma, devo scappare, cho una riunione. Un bacio!

Aveva già riattaccato prima che Chiara potesse chiedergli se sarebbe rimasto a dormire. Guardò il telefono, poi la padella con la frittata. Pollo e funghi; doveva andare al mercato, prendere i funghi freschi, un buon pollo. E ricordarsi la panna.

Giuseppe finì la frittata, bevve il tè, si alzò. Chiara istintivamente tese la mano per prendere il suo piatto ma lui era già verso lingresso.

Stasera arrivo, disse mettendosi il giubbotto.

Giuseppe, vuoi…

Cosa?

Niente, fece un gesto vago. Vai pure.

La porta si chiuse. Chiara rimase sola in cucina, con la pila di piatti e la testa piena di cose da fare. Il mercato, la cucina, la pulizia, il bucato delle camicie di Giuseppe, prendere altre palline per lalbero perché lo scorso anno il gatto ne aveva rotte metà. E cuocere i biscotti. E chiamare la mamma, che si offende se non la sente per qualche giorno.

Dentro di sé una spina fastidiosa. Era sempre lì, ma di solito Chiara non ci badava. Solo a volte, come ora, cominciava a pulsare sottile.

***

Chiara al mercato ci andò dopo pranzo. Il bus era lento, serpeggiava per le vie fredde del suo quartiere milanese. Da ventanni viveva lì, ormai conosceva ogni negozio, ogni angolo. Scese vicino allingresso del mercato, si sistemò la borsa e si immerse tra le bancarelle.

Il mercato era un alveare. Gente che si urtava, venditori che richiamavano, profumo di arrosto e di abete nellaria. Chiara passò tra maglioni, fiori, si fermò al banco delle carni. Scelse un pollo grande, roseo, contrattò per abitudine anche se sapeva che il prezzo era giusto.

Altro? chiese la macellaia, chiudendo il pollo nel sacchetto.

I funghi freschi?

Da Mariella, in fondo al corridoio. Li raccoglie lei!

Chiara annuì, andò avanti e trovò davvero funghi sodi, profumati. Ne prese mezzo chilo, poi panna, burro e un po di prezzemolo. La borsa si faceva sempre più pesante. Mancavano le clementine, Riccardo le adorava.

Vicino al banco della frutta cera un uomo anziano, magro, col cappotto consunto e la sciarpa a maglia. Fissava le clementine, poi guardava le monete in mano, poi ancora i frutti. Chiara capì: stava facendo i conti.

Un chilo, per favore, disse al fruttivendolo, aprendo il portafoglio.

Siciliane o spagnole?

Siciliane, e guardò luomo, che si voltò e rinfoderò i soldi.

Il venditore mise le clementine nel sacchetto, le pesò.

Due euro e cinquanta.

Chiara prese i soldi, poi si bloccò. Luomo fissava ora le mele, negli occhi qualcosa che le punse il cuore. Nemmeno compassione. Solo un senso di identificazione.

Aspetti, disse al venditore. Me ne dia mezzo chilo in più. Delle siciliane, grazie.

Per lei?

No, indicò lanziano. Per lui.

Il venditore la fissò stupito, poi aggiunse altre clementine. Chiara pagò il tutto, prese i due sacchetti e si avvicinò alluomo.

Tenga, gli porse uno dei sacchetti. Buone feste.

Lui la guardò, poi il sacchetto. Negli occhi passò unemozione talmente viva che Chiara dovette distogliere lo sguardo.

Io… grazie, prese il sacchetto come fosse di cristallo. Grazie mille davvero.

Di nulla, riuscì solo a sorridere, anche se improvvisamente si sentiva la gola stretta. È per le feste. Per Capodanno.

Anche a lei. Buon Capodanno.

Chiara annuì e si allontanò in fretta col sacco della spesa. Perché lo aveva fatto? Non è che avesse tanti soldi da regalare frutta. Ma non erano i soldi la questione. In quellattimo, in quello sguardo grato, dentro di lei qualcosa si chiuse e si aprì insieme. Come se, per un istante, avesse visto se stessa da fuori.

Tornò a casa in silenzio, guardando fuori dal finestrino. Risuonava un pensiero solo: un estraneo le aveva detto grazie per delle clementine, mentre in casa, per quanto si sforzasse con la cucina, le pulizie, nessuno diceva mai una parola gentile. Come sempre. Tutto normale.

***

Il sabato iniziò alle sei e mezza. Chiara si alzò come sempre per prima. Giuseppe dormiva, russando sotto il piumone. Lei chiuse la porta della camera e andò in cucina. Il pollo era in frigo, da scongelare. I funghi da pulire. Prima i funghi, poi il pollo, da farcire e mettere in forno entro le due.

Puliva i funghi sopra una vecchia Gazzetta, tagliando fettine sottili. Le dita si muovevano da sole, la mente era al mercato, alluomo delle clementine, ai suoi occhi.

Ma cosa ti alzi così presto oggi? Giuseppe si affacciò, stropicciandosi la faccia. È sabato, eh.

Bisogna cucinare. Riccardo arriva.

Ah, già.

Si fece il tè, si sedette, accese la tv in cucina. Il solito rumore del notiziario. Chiara tagliava i funghi, ascoltando distrattamente di borse, del tempo, di un incidente in autostrada. Giuseppe beveva il tè guardando lo schermo. Non le propose aiuto.

Giuseppe, si voltò. Porti giù la spazzatura? Il sacco è pieno.

Sì, appena finisco.

Ma quando, appena finisco?

Dopo il tè.

Chiara sospirò e si voltò. Dopo il tè di solito voleva dire tra unora, o mai. Avrebbe portato giù lei, come sempre.

Il pollo venne buono, con la crosticina dorata, profumo di funghi e aglio. Chiara lo tolse dal forno alle due meno cinque. Riccardo arrivò alle due dieci, allegro, profumato di freddo e dopobarba costoso.

Mamma! La abbracciò forte, le stampò un bacio. Come stai?

Tutto bene, Chiara sorrise, scrutandolo. Giacca nuova, scarpe alla moda. Aveva un bellaspetto, ben nutrito e in forma.

Ciao, papà, Riccardo si avviò verso il soggiorno, diede una pacca a Giuseppe. Guardi la partita?

Sì, siediti che finisce.

Mamma, cè da mangiare? Riccardo si voltò.

Porto subito.

Chiara apparecchiò nella sala grande, portò pollo, patate, insalata. Riccardo mangiava di gusto, faceva complimenti e si serviva due volte. Giuseppe mangiò in silenzio, annuendo verso la tv. Chiara li guardava, sorseggiando il tè, osservando il figlio che raccontava del lavoro, di un nuovo progetto, di un viaggio a Roma. Lei ascoltava poco, guardava di più. Come rideva, come si muoveva, come prendeva un altro pezzo di pollo. Mangiava senza notare che lei era lì. Che aveva cucinato da ore, pulito, preparato, per lui. Perché voleva che tornasse e trovasse la sua pietanza preferita.

Mamma, perché sei silenziosa? Riccardo la guardò. Sei stanca?

No, tutto bene.

Ok. Senti mamma, mi lavi la camicia? Mi serve domani e lho lasciata in macchina.

Quale camicia?

Quella bianca che mi hai regalato al compleanno. La prendo.

Tornò con la camicia accartocciata. Chiara la dispiegò, vide il colletto con una macchia gialla. Da mettere in ammollo col sapone.

Grazie, mamma, sei la migliore! la abbracciò ancora. Devo scappare, passo dagli amici in centro.

Come, vai già? Sei appena arrivato.

Eh, oggi ho altri programmi, mamma, capisci.

Chiara annuì. Capiva. Sempre così: arrivava, mangiava, prendeva qualcosa e ripartiva. Come un cliente dalbergo.

Riccardo, torni a Capodanno? chiese mentre lo accompagnava alla porta.

Certo che torno! Ci sono sempre, no? E non fare troppe cose da mangiare, eh? Lanno scorso ne avevi fatte troppe.

Daccordo, Chiara gli alzò la zip del giubbotto come faceva da piccolo. Vai piano in macchina.

Fai la brava mamma, ciao!

La porta si chiuse. Chiara restò nellingresso, poi tornò a liberare la tavola. Giuseppe era già sul divano davanti alla tv. Lei impilò i piatti, li portò in cucina, aprì lacqua. La camicia di Riccardo era sulla sedia. Da mettere in ammollo, poi lavare, stirare, piegare. Così domani poteva passare a prenderla.

Stava davanti al lavello, insaponando la camicia, con un nodo in gola. Lo stesso nodo sentito al mercato. Come mai un anziano al quale aveva regalato della frutta le aveva detto tre volte grazie, e invece il figlio, per cui aveva cucinato tutta la mattina, le aveva solo lasciato la camicia sporca per un favore? Perché Giuseppe non le aveva nemmeno detto se il pollo era buono? Perché nessuno vedeva tutto quello che lei faceva?

Chiara, urlò Giuseppe dal salotto. Mi porti il tè?

Chiara chiuse gli occhi, strinse i pugni. Poi si rilassò, si asciugò le mani e si mise a scaldare lacqua.

***

Il trentuno dicembre doveva essere una giornata normale. Chiara aveva fatto lelenco da una settimana: insalata russa, aringhe sotto pesto, vitello tonnato, pollo ripieno, insalatina, affettati, antipasti. Giuseppe amava il vitello tonnato, Riccardo linsalata russa. Lei preferiva le aringhe. Avrebbe fatto tutto.

La mattina del ventinove era stata al mercato, comprato carne, barbabietole, carote, pesce, salumi. Poi tutto il giorno a preparare il vitello tonnato da mettere in frigo. Il trenta aveva lessato verdure, tagliato, mischiato. Le mani odoravano di cipolla, la schiena bloccata per le ore ai fornelli.

Chiara, quanto ci metti ancora? Giuseppe sbirciò in cucina. La tv non si vede bene, vieni a sistemare.

Ma sto cucinando, Giuseppe.

Un attimo solo. Devi solo girare lantenna.

Chiara si asciugò le mani e andò, sistemò lantenna. Giuseppe si sdraiò sul divano, la tv finalmente funzionava. Lei tornò ai piatti da tagliare. In testa una frase: un attimo. Come se stesse in cucina per hobby.

La sera del trenta tutto era pronto, mancava solo il pollo per domani, da cucinare allultimo. Chiara era rimasta nella cucina silenziosa a sorseggiare il tè, guardando il frigo stracolmo di vassoi. Si immaginava la sera dopo: la tavola bianca, i piatti, i bicchieri, loro che mangiano, guardano la tv. Riccardo che racconta del lavoro, Giuseppe che annuisce. Lei sempre a portare, versare, aggiungere. E poi, quando tutti hanno finito, a lavare i piatti fino a notte.

Il telefono squillò. Era la mamma.

Chiara, sei pronta per la festa?

Pronta, mamma.

Brava. Io non ce la faccio più, una volta vi cucinavo per tutti, ora mi chiedo: a che serve? Nessuno apprezza.

Non dire così, mamma.

Perché no? È vero. Ti spezzi la schiena e loro neanche un grazie.

Chiara ascoltava, sentendo un tepore che non era felicità, ma comprensione. Sua madre parlava di sé, ma era la stessa storia: le donne che cucinano, puliscono, lavano, poi si ritrovano sole in cucina, stanche, invisibili.

Mamma, vieni da noi. Anche il due gennaio, se vuoi.

E che ci vado a fare? Me ne sto qui, guardo la tv.

Non restare sola. Vieni.

Vedremo. Dai, vai a riposare, che domani devi cucinare.

Daccordo, mamma. Un bacio.

Dopo aver chiuso la chiamata, Chiara restò a lungo a fissare la neve che cadeva lenta fuori dalla finestra. La solita spina nel cuore, che si allargava e diventava pesante.

Ripensò al vecchio del mercato, ai suoi occhi con le clementine in mano. Uno sconosciuto, ma lui laveva vista. Le aveva detto grazie. Invece in casa non la vedeva nessuno. Era come larredamento: utile, invisibile.

***

Il trentuno dicembre iniziò in modo diverso dal solito. Chiara si svegliò e rimase a letto. Fissava il soffitto, ascoltando Giuseppe che russava al suo fianco. Era stranamente serena. Una decisione presa dentro, senza drammi: oggi no.

Niente pollo, niente tavola imbandita. Niente di lei tutto il giorno tra i fornelli, a lavare piatti e cacciare avanzi fino a notte.

Giuseppe si alzò alle otto, stiracchiandosi.

Chiara, come mai così tardi? sbadigliò. Non ti sei ancora alzata?

Sono in cucina, Chiara era seduta, sorseggiando il tè. Cera una sola tazza. Giuseppe entrò, guardò il piano cottura pulito.

E la colazione?

Fattela tu, Chiara rispose calma. Ci sono le uova e il pane.

Giuseppe la fissò, confuso.

Ma che hai oggi?

Sono stanca, Giuseppe. Davvero tanto.

Lui rimase lì, poi si fece le uova come capitava e si sedette di fronte a lei.

Che guardi?

Niente, Chiara si voltò.

Mangiavano in silenzio. Giuseppe finì, tornò in salotto, accese la tv. Chiara rimase in cucina. Aprì il frigo, guardò i piatti pronti. Mancava solo il pollo da infornare, ma non lo avrebbe fatto. Era una scelta netta, chiara.

A mezzogiorno chiamò Riccardo.

Mamma! Tra unora sono lì, ok?

Riccardo, oggi non cucino.

Ma dici sul serio? Mamma, non scherzare.

Niente scherzi.

E che si fa, allora? Che mangiamo?

Non so, ordinate qualcosa. O cucinate voi.

Mamma, lo fai davvero? Ma è Capodanno!

Ho bisogno anchio di una festa, Riccardo. Una vera festa, non dietro al fornello tutto il giorno.

Mamma, non ci credo…

Preferisco stare anchio a tavola, come voi. Non solo cucinare e osservare in disparte.

Mamma, così rovini il Capodanno!

Chiara strinse il telefono.

Forse, ma anche io merito una festa.

Riattaccò, le mani che tremavano un po per la paura. Non tanto per ciò che aveva detto, ma perché lo aveva detto davvero. Magari il figlio si sarebbe offeso. Magari Giuseppe sarebbe stato deluso. Ma non poteva più. Non poteva più essere invisibile dietro a piatti e pentole.

Chiara, si affacciò Giuseppe. Che hai detto a Riccardo?

La verità.

Che verità?

Che non cucino.

La fissò come se fosse impazzita.

Ma sei fuori? È Capodanno!

Cucinasse tu. O Riccardo.

Chiara, smettila.

No. Non smetto.

Si allontanò senza parlare, sbattendo la porta. Chiara restò in cucina, i pugni stretti. Il cuore batteva forte, ma non le scese una lacrima. Guardava la neve fuori dalla finestra.

***

Riccardo arrivò alle tre. Entrò piano.

Mamma, che succede?

Nulla, Riccardo.

Come nulla? Mi hai detto che non cucini.

E così sarà.

Ma perché?

Lei lo guardò: il suo viso sazio, il sorriso sicuro, la giacca elegante. Era bravo, il suo ragazzo. Ma non vedeva. Nessuno vedeva, perché lei era sempre stata lì, sempre aveva fatto tutto. In silenzio, senza mai lamentarsi. Ed era diventato normale.

Riccardo, tu qui vieni come in trattoria. Mangi, prendi la camicia pulita, vai. Ti sei mai chiesto come sto veramente? Se sono stanca?

Mamma, ma io chiedo…

No, chiedi per abitudine. Tanto sai che rispondo tutto bene e basta.

Mamma, non è giusto.

Cosè giusto? Fare tutto da sola senza sentirsi mai dire grazie? Tu mangi il tuo piatto preferito e nemmeno ti domandi quanto mi sia costato tempo e fatica?

Riccardo taceva, guardando a terra. Chiara sospirò.

Sono stanca di essere invisibile, figlio mio.

Ma tu non sei invisibile.

Sono come un mobile: finché tutto è pulito e cè da mangiare, non esisto. Settimana scorsa al mercato ho regalato delle clementine a un vecchio e mi ha detto grazie tre volte. Voi, invece, non vedete nulla di ciò che faccio.

Riccardo rimase in silenzio. Poi alzò lo sguardo.

Perdono, mamma. Non ci avevo mai pensato…

Ecco, non ci aveva mai pensato, lei si alzò e andò alla finestra.

E allora che facciamo adesso? chiese Giuseppe, apparso sulla soglia. Passiamo la serata tutti seri?

No, Chiara si voltò. Oggi non cucino. Se avete fame, fate voi, o ordinate qualcosa. Ci sono dei piatti già pronti.

E il pollo?

Il pollo aspetta.

Brava, Giuseppe masticava il broncio, gran bella festa ci organizzi.

Sì, bella festa per te. Per me è solo fatica. Come sempre.

Giuseppe aprì la bocca, la richiuse. Riccardo li fissava, silenzioso.

Va bene, mamma, non cucinare. Penso io a qualcosa.

E che fai, Riccardo? fece Giuseppe.

Vado al supermercato e prendo un pollo già pronto, oppure ordiniamo una pizza.

Giuseppe brontolò e se ne andò.

Riccardo guardò la mamma.

Sei convinta?

Più che mai.

Allora vado in negozio a prendere qualcosa.

Uscì e Chiara restò sola in cucina. Si sedette, la testa tra le braccia. Paura e sollievo insieme: ma non avrebbe potuto più tacere, non voleva tornare a farlo.

***

La sera portarono in tavola linsalata russa e il vitello dal frigo, qualche affettato, una pizza, un pollo del supermercato. Giuseppe era taciturno, Riccardo provava a sdrammatizzare.

Chiara restava seduta, mangiava piano, non si alzava ogni cinque minuti. Era strano, ma giusto.

Mamma, prendi il succo, Riccardo le porse il bicchiere. Buono, no?

Grazie, Riccardo.

Giuseppe mangiava muto. Poi, allimprovviso:

Il tuo pollo era più buono.

Chiara lo guardò. Le labbra di Giuseppe si piegarono in quello che forse era un primo abbozzo di scusa.

Lo so, disse lei.

In tv davano Il posto delle fragole. Arrivarono i brindisi, Riccardo versò lo spumante. Si fecero gli auguri. Riccardo abbracciò la madre.

Mamma, scusami. Proverò a essere più presente. Promesso.

Va bene, tesoro mio.

Non credeva che tutto sarebbe cambiato allistante. Ma un piccolo spostamento cera stato.

Dopo la mezzanotte Riccardo si mise a raccogliere i piatti.

Che fai? chiese Chiara.

Li porto in cucina. Mamma, riposati.

Giuseppe prese anche lui il suo piatto e lo portò in cucina. Chiara li guardava spiazzati tra lavello e lavastoviglie.

Le posate qui, spiegò lei calma. E i piatti lì.

E la spugna dovè?

Vicino al rubinetto.

Lavarono i piatti insieme, impacciati ma fianco a fianco. Giuseppe lavava concentrato, Riccardo asciugava. Chiara li guidava. E nel cuore sentiva calore.

***

Riccardo si fermò a dormire. Il primo gennaio a colazione Chiara preparò le crêpes, Giuseppe il caffè. Riccardo mise in tavola tazze e piatti.

Posso venire mercoledì? chiese Riccardo. Magari cuciniamo insieme, o mi insegni qualcosa.

Chiara lo guardò: nei suoi occhi cera attenzione. Non lordine fai ma insegna.

Volentieri.

E anche a me, si fece avanti Giuseppe. È ora che impari anchio a fare una frittata.

Chiara sorrise, stavolta sul serio.

Volentieri. A entrambi.

Riccardo partì dopo pranzo, promettendo una telefonata la sera. Giuseppe sedette in salotto, ma la tv restò spenta. Chiara rassettava la cucina, quando la chiamò:

Vieni qui, Chiara.

Lei si asciugò le mani e si sedette accanto a lui. Stavano in silenzio, guardando i cortili gelati dalla finestra.

Ho pensato molto, disse lui allimprovviso.

A cosa?

A quello che hai detto. Che non ti vediamo. È vero. Non ci ho mai pensato. Ho dato tutto per scontato.

Chiara aspettava.

Proverò a cambiare, la voce di Giuseppe era sincera. Non sarà facile, ma ci provo. A darti una mano. A notarti.

Questo è quello che voglio, rispose lei. Sentirmi vista.

Restarono così, mano nella mano. Poi Giuseppe andò in cucina e tornò con due tazze di tè.

Bevi, è caldo.

Grazie.

Sedettero vicini, senza parlare. Non un silenzio vuoto, ma pieno.

***

Il due gennaio Chiara chiamò la mamma.

Allora, hai superato la festa?

Sì, mamma, in modo un po diverso.

Racconta.

Lei raccontò tutto. La mamma ascoltò a lungo, poi rise.

Brava tu, io non avrei avuto il coraggio.

Avevo paura anchio.

Ma hai fatto bene. Se non si parla mai, ti pestano i piedi.

Vieni oggi, mamma?

Vengo per le tre.

Si presentò con una crostata e un mazzo di garofani. Sedettero a chiacchierare. Giuseppe entrò, prese una fetta di dolce.

Buona, grazie.

La mamma guardò stupita Chiara. Lei sorrise e fece spallucce.

Che gli è preso?

Sta cambiando. Piano, ma cambia.

Alla sera, dopo che la madre era salita sul treno, Giuseppe chiamò la moglie in cucina.

Vieni a vedere.

Aprì il forno: dentro un pollo ripieno, cotto da lui. Non era perfetto, ma il profumo era buono.

Hai fatto tu?

Sì, Riccardo mi ha dato una mano al telefono. Spero sia venuto bene.

Chiara guardò lui, il viso imbarazzato con il grembiule (quello di lei), e si sciolse.

È perfetto.

Cenarono insieme, pacatamente. Giuseppe raccontò goffo le sue disavventure ai fornelli e Chiara pensava: questo è solo linizio. Non la soluzione, ma linizio.

Il tre gennaio Riccardo arrivò al pranzo con una borsa della spesa e buon umore.

Oggi impariamo a fare linsalata russa come la tua.

Stettero in cucina fianco a fianco. Riccardo tagliava male, Giuseppe sbucciava patate a modo suo. Chiara correggeva. Si rideva di errori e chiacchiere. Non era perfetto, ma facevano insieme.

Sai, mamma, disse Riccardo, ho pensato: forse dovrei venire più spesso. Non solo a mangiare, ma per stare insieme.

Vieni quando vuoi, Chiara rispose.

E ti aiutiamo di più, disse Giuseppe, ora non sei più da sola.

Linsalata venne strana, un po troppo salata, ma mangiarono tutti insieme con gusto.

***

Quando Riccardo andò via, Chiara e Giuseppe erano in cucina. Lui la fissò serio.

Sai cosa ti dico? Grazie. Grazie per aver parlato. Se non lavessi fatto tu, tutto sarebbe rimasto sempre uguale e ci saremmo spenti.

Chiara lo guardò. Erano quarantanni insieme, ma da tempo ognuno chiuso nelle proprie stanze fatte di abitudine.

Non voglio spegnermi, sussurrò.

Nemmeno io, rispose lui, stringendole la mano. Proviamo in modo diverso.

Proviamo.

Rimasero così, la mano di lui sulla sua, e Chiara sentì che non era una fine. Era un inizio. Linizio è faticoso, ci saranno ricadute, Giuseppe non diventerà perfetto, Riccardo non sarà il figlio modello. Ma qualcosa era cambiato. Il muro dellindifferenza si era incrinato, lasciando entrare uno spiraglio di luce.

***

Il quattro gennaio Chiara entrò in cucina e trovò Giuseppe già lì con due tazze di caffè fumante.

Questo è per te, disse. Ancora caldo.

Grazie, sedette, assaporando il caffè come piaceva a lei.

Bevevano in silenzio, guardando la neve. Giuseppe allimprovviso propose:

Andiamo a fare una passeggiata? Non usciamo da anni insieme.

Andiamo pure.

Si vestirono pesante; camminarono nel parco, tra ragazzini festanti e alberi imbiancati. Giuseppe le prese la mano.

Sei fredda, disse, e le mise la sua, più calda, nel guanto.

Un gesto semplice, ma per Chiara un abbraccio dopo anni di distanza.

Rientrarono, prepararono il tè. Giuseppe, impacciato, cercava le tazze, ma le porse con orgoglio.

Ho sempre pensato che alluomo bastasse lavorare e portare i soldi, il resto era faccenda da donna. Ma ora so che non va bene. È ingiusto, e pesante per chi deve fare tutto da solo.

Chiara sorrideva, pensando che spesso le cose più importanti sono le più semplici: parole gentili, piccoli gesti, dire ti vedo, grazie.

***

I giorni scorrevano tranquilli, ma diversi. Giuseppe aiutava in casa, Riccardo chiamava di frequente, chiedeva davvero come stava la mamma. Anche Chiara imparava a chiedere aiuto, a non voler far tutto da sola, a lamentarsi se necessario.

Una sera, a cena tutti e tre, Riccardo disse:

Mamma, lanno prossimo per Capodanno cuciniamo tutti insieme, ognuno una cosa. Così la festa è per tutti.

Ottima idea, rispose Giuseppe. Impariamo anche il vitello tonnato, che dici?

Vi insegno volentieri, rispose Chiara sorridendo.

Guardava i due uomini della sua vita, pensava che non era stato inutile parlare. Niente era ancora perfetto, spesso si scivolava nella vecchia abitudine. Ma limportante è che ora la vedevano. Lei non era più unombra.

***

Passò un mese, gennaio stava finendo, la neve si scioglieva lentamente. Dal balcone Chiara guardava il cortile e sentiva una carezza sulle spalle. Era Giuseppe.

A che pensi?

A quanto sia cambiato tutto.

In meglio?

Sì, in meglio, si accostò a lui.

Lui le diede un bacio fra i capelli. Poi il telefono: era Riccardo.

Mamma, arrivo oggi! Mi aiuti coi vetri? Li laviamo insieme.

Vieni, tesoro.

Chiara sorrise, lasciò il balcone. Giuseppe fece il tè, tagliò i biscotti, le porse la tazza calda. Lei lo guardò e capì di essere davvero diversa: non invisibile, non arredo della casa, ma viva, importante, necessaria.

Grazie, disse, accettando il tè con un sorriso.

No, grazie a te. Per averci insegnato a guardarti davvero.

Fuori il ghiaccio si scioglieva, la primavera si avvicinava. E la loro nuova vita, imperfetta ma luminosa, era appena cominciata.

Perché a volte, per cambiare tutto, basta trovare il coraggio di smettere di essere invisibili e imparare a chiedere di essere visti.

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