**Diario Personale**
Giorgia era la figlia della vicina del piano di sotto e una vera punizione per il quindicenne Marco. Questa ragazzina magrolina dagli occhi neri veniva spesso lasciata da noi la sera.
Zia Lucia cresceva la figlia da sola: a malapena riusciva a tirare avanti, lavorava come infermiera a turni, correva a fare iniezioni ai pensionati, si aggrappava a ogni occasione per racimolare qualche soldo. Provava anche a sistemarsi la vita sentimentale, ma niente. Cera stato un uomo perbene, poi si era scoperto che era sposato.
La vicina appariva sempre allimprovviso sulla soglia di casa, abbassando lo sguardo e sussurrando: «Valeria, solo per un paio dore, te lo devo, è già tardi, come può stare da sola?». Giorgia restava al suo fianco imbronciata, con la testa china e lo sguardo triste.
Mamma sospirava, ma alla fine accettava di tenere la bambina, per evitare che rimanesse al buio in un appartamento vuoto. Papà poi, ovviamente, si arrabbiava.
A pagare per la gentilezza di mamma toccava a me, perché era a me che affidavano lospite indesiderata per guardare «qualche cartone». Giorgia si raggomitolava in un angolo del divano, guardava senza protestare film dazione poco adatti, rimaneva in silenzio con le mani sulle ginocchia, e questo mi irritava ancora di più.
Una volta a settimana, zia Lucia mi infilava nel palmo una banconota stropicciata da dieci euro e mi chiedeva di accompagnare la piccola almeno fino allangolo, tanto andavamo nella stessa scuola.
Quel giorno, Giorgia brillava come una stella di Natale e persino disse due parole per strada: mi spiegò che cera una festa e che avrebbe recitato una poesia sui fiocchi di neve. Io sorrisi sarcastico: con quel cappellino ridicolo, quella sciocchina sembrava più un microbo spaziale.
Dopo la prima ora, gli studenti si riversarono in mensa per la colazione. Io stavo per prendere un panino al formaggio, quando il diavolo mi fece voltare.
I più piccoli, nel loro angolo, erano particolarmente agitati. Un gruppetto circondava Giorgia, vestita a festa. Qualcuno rideva e la indicava, altri le tendevano un tovagliolo. Mi avvicinai e vidi il disastro: il vestito era completamente imbrattato di yogurt alla frutta.
La bambina, paralizzata dallo shock, piangeva in silenzio.
Allimprovviso, mi raggiunse un eccitato Riccardo: «Marco, sbrigati! Eleonora ti aspetta per decidere della festa!». La sua voce sembrava arrivare da lontano. «Dai, è lei che ti vuole! Più tardi sarà troppo tardi!».
Eleonora Parlare con lei era il sogno di ogni ragazzo. E ora mi stava chiamando. Feci per andarmene. Dopotutto, non era un mio problema. Che chiamassero zia Lucia, che pulissero il vestito, che facessero quel che volevano.
Nel profondo, sapevo che nessuno si sarebbe occupato di Giorgia. Lavrebbero messa in un angolo e basta. E lei si sarebbe rimpicciolita, invisibile e silenziosa, come sempre.
Sospirai, proprio come faceva mamma, e mi avvicinai al tavolo.
«Professoressa Bianchi, tra quanto inizia la recita?»
«Oh, Marco, tra unora e mezza. Guarda un po, le avevo dato il compito di recitare e ora Come possiamo farla salire così?».
Giorgia tremava tutta. Era pallida e sporca, come se stesse per vomitare. Le strappai di mano il bicchiere vuoto.
«La porto a casa, magari può cambiarsi.»
«Marco, te ne sarò grata per sempre! Vai, con la professoressa Rossi parlerò io.»
Scoprimmo che non cera un altro vestito. Bestemmiai mentalmente: lavai le macchie, asciugai tutto col phon, stirai le pieghe rosa. Giorgia, in maglietta e calzamaglia, si agitava accanto a me. Tornammo di corsa, con la sua manina gonfia di freddo stretta nella mia.
Con Eleonora non parlai quel giorno, e saltai anche le lezioni per assistere alla recita delle elementari.
Giorgia declamò la sua poesia con entusiasmo. E quando la sua classe ci passò accanto, allimprovviso si staccò dalla fila, mi si avvicinò e mi strinse, esclamando:
«Marco, senza di te oggi sarei morta per sempre. Le sue braccia magre mi cinsero il collo con una forza inaspettata. Rimasi immobile, le guance in fiamme, mentre intorno a noi il corridoio si svuotava tra risate e richiami dinsegnanti. Poi, senza aggiungere altro, corse via, il vestito ancora un po stropicciato, ma gli occhi finalmente accesi. Da quel giorno, quando zia Lucia bussava alla nostra porta, non sospirai più.







