La Straordinaria Vita

LA VITA STRAORDINARIA

Alla festa di nozze della mia amica Flavia abbiamo festeggiato per ben due giorni: tra vino, buon cibo e risa che si confondevano nellaria come cori di uccelli. Lo sposo era affascinante, quasi un Marcello Mastroianni giovane, e incredibilmente modesto per il suo aspetto così incredibile. Tutta la compagnia degli invitati lo studiava di nascosto: occhi color azzurro mare, ciglia folte e smisuratamente lunghe, quasi peccato per un uomo (perché Madre Natura regala simili tesori agli uomini? Chissà), mascella decisa, naso antico romano, pelle vellutata dal tono appena abbronzato. Il colpo finale: quasi due metri e spalle larghe e possenti. Se non avessimo voluto bene a Flavia, ci saremmo prese a pugni per lui proprio lì sul tavolo degli antipasti. Davide era veramente uno spettacolo.

Ma come hai fatto a trovare un uomo così? abbiamo assalito Flavia, ognuna cercando di sembrare più sola e infelice, sperando di scoprire se magari Davide avesse parenti altrettanto belli e single.

Ragazze, dai! Io ho scelto Davide per la sua semplicità. Lui viene da un paesino ligure, cresciuto dalla nonna, gestisce la loro cascina, è davvero abile e generoso. Ci siamo conosciuti perché i miei hanno preso una casa di vacanza nel suo paese. Lui è attento, buono, affidabile, tutto fare: mamma mia che uomo! Ho dovuto convincerlo a trasferirsi in città, non vi dico quante serate di trattative, ahah.

Davide si dimostrò brillante sia nel lavoro che nel relazionarsi con la nuova famiglia, e anche nello studio: in pochi anni imparò a distinguere un buon Barolo, discutere di profumi, arte, politica, viaggi, indici della Borsa di Milano, sport, e perse pure quellaccento ligure così tipico. Guidava una comoda macchina regalata dal suocero alla giovane coppia e ottenne un posto di riguardo nello studio del futuro suocero. Indovinate chi aveva donato loro un appartamentino Non dirò altro.

Al secondo anno di matrimonio, Davide mostrò una passione maniacale per i calzini bianchi. Solo in bianco immacolato: li indossava in casa e fuori, anche nelle scarpe di gomma, camminava scalzo sui pavimenti sporchi senza paura. A Flavia non piaceva questa mania, ma puliva due volte al giorno e acquistava candeggina. Così Davide ebbe il soprannome Calzino.

Quando Flavia scoprì dellamante di Davide era allottavo mese di gravidanza. Lamante, guarda caso, era gravida quasi come lei. Calzino fu cacciato, licenziato, maledetto e pianto in meno di ventiquattro ore. Poi arrivarono le giornate appiccicose e grigie dellautunno milanese. Flavia giaceva su un letto che ora le sembrava enorme, fissando il soffitto con occhi asciutti: “Piangerò dopo. Ora non fa bene al bambino.”

Flavia se ne stava silenziosa, come una statua di Garibaldi, e noi alternavamo i turni al suo capezzale per sostenerla nel silenzio. Avremmo voluto piangere forte, strappare il libro della vita, distruggere le pagine dei tradimenti. Ma bisognava tacere e aspettare.

Alluscita dalla maternità ci siamo avvolte in cori e palloncini, supplicando le ostetriche di concederci un brindisi al tè e di danzare con noi fino agli orsi e ai zingari della campagna, augurando salute e felicità a tutti. Il nonno appena fatto si dava da fare più di tutti: la sera prima, preso dallentusiasmo e promettendo di pulire i segni dopo, aveva disegnato con il gesso una gigantesca scritta curva sotto la finestra della stanza di Flavia: “Grazie per il nipote!” Poi ha provato a cantare, ma la sicurezza lo fermò. Laddetto fu così gentile da ospitare il nonno felice nel suo ripostiglio per sorseggiare un cognac senza turbare lordine pubblico.

Il giorno delluscita, il nonno era fresco e radioso, quasi lucente. Piangeva di felicità e orgoglio, piangeva con misura e con anima. Tutta la delegazione si unì al pianto, ridendo e baciando Flavia, sbirciando nel fiocco blu e tacendo sul nasino antico romano del piccolo Gioele. Solo Flavia non piangeva neppure di gioia: “Dopo. Magari il latte mi si blocca.”

Flavia rimase silenziosa ancora due mesi, poi prese e andò a trovare Davide. Senza fiammiferi e acido ma con grande desiderio di urlare e spaccare. Rimproverare, picchiare i muri con i pugni magri, umiliare, vergognare ed esorcizzare quel dolore che la inchiodava al letto, scaricandolo sul traditore. Distruggitore delle speranze sue e del loro mondo col piccolo Gioele, in cui lei Flavia simmaginava a confezionare calzini ai suoi cari, sentire le risate squillanti di Gioele, vederlo mano nella mano con Davide, così presente, così necessario.

Ma Flavia voleva anche guardare negli occhi quella sfacciata creatura che dormiva col suo uomo. Occhi che sarebbero stati arroganti, e forse pure bellissimi. E in quegli occhi Flavia avrebbe sputato. Deciso: avrebbe sputato. Se serviva, anche graffiato.

Scoprì dove andare grazie alle vecchie pettegole del portone, durante una passeggiata col bambino. Le signore la fermarono, ricordandole che Davide era un verme, tracciarono un percorso dettagliato verso il nido degli amanti e possibili metodi di vendetta. Flavia si bloccò, vorrebbe scappare senza aver ascoltato il numero del palazzo, ma non scappò.

Così si trova, Flavia, davanti allingresso crepato di una vecchia palazzina, davanti a dover salire al quinto piano, dove avrebbe potuto urlare, sputare, fare quel che voleva.

Al primo piano pensò che con la sua sfortuna, sicuramente troverà la casa vuota e che sta solo perdendo tempo. Al secondo piano sperò quasi che nessuno fosse in casa. Al terzo sentì un pianto bambino disperato, proveniente dal quinto.

Le aprì la porta una ragazza magra, dagli occhi gonfi di lacrime, unimmagine che non combaciava nella testa di Flavia con la femme fatale che aveva conquistato il marito, agnello docile. Mentre Flavia fissava incredula quei quaranta scarsi chili di concorrenza, il bambino urlava da dentro casa.

Buongiorno, Flavia. Davide non cè, se nè andato due settimane fa. Non so dove sia. sussurrò la ragazza, sedendosi a terra a piangere.

A Flavia passò la voglia di litigare. Desiderò entrare e calmare quel piccolo della mamma sventurata. Poi punzecchiare con: “Ti piace la festa, ma devi anche spingere la carrozzina, brutta strega!” Sì, doveva inserirlo. Guardare con disprezzo, come parte lesa. Ne aveva diritto, dopotutto.

Il neonato era asciutto, le palpebre gonfie, una vena in fronte, voce roca. Di certo aveva fame. Il piccolo gridava la fame con tutta la forza delle sue piccole possibilità, mentre quella madre irresponsabile era sdraiata e singhiozzava nellingresso.

Nella cucina, Flavia ricorda a fatica come la ragazza rovistava tra i mobili vuoti in cerca di formula, frugava nel frigo. Sul tavolo cera un foglietto con una frase terribile, lasciata a metà: Per favore, nella mia sm

La ragazza spiegava tra lacrime a Flavia, come ad unamica, che non aveva dove andare da quellappartamento in affitto e doveva lasciare letteralmente tra pochissimi giorni. Il latte era finito, Davide sparito, e non cerano soldi. Si vergognava, chiese scusa, si offrì ad essere picchiata, Magari è quello che merito. Il bambino si chiamava Paolo, da ricordare. Paolo era nato nove giorni prima di Gioele.

Flavia tornò a casa di corsa tra venti minuti Gioele avrebbe chiesto il seno. Non facile: due enormi trolley trascinate da Alessandra, la stessa Alessandra affannata che teneva Paolo, ora ben nutrito. Flavia pensava a dove sistemare altre due letti.

Tre anni dopo, eravamo al matrimonio di Alessandra; quattro anni dopo, a quello di Flavia. Il marito di Flavia non sopporta i calzini bianchi, pensa che la vita sia da colorare, adora la moglie, il figlio e due bambine. Alessandra è madre di quattro maschietti; suo marito non perde la speranza di avere una femminucciaLa mattina della festa per i sei anni di Gioele, Flavia si svegliò alla prima luce. Il piccolo dormiva ancora, abbracciato alla sorella maggiore, mentre la più piccola russava piano, i capelli sparsi sul cuscino come fili dorati. Flavia si alzò, uscì sul balcone, respirò laria frizzante: Milano le restituiva una pace che non riconosceva, ma era sua.

Sul tavolo della cucina cera una pila di calzini tutti colorati, ognuno scelto dai bambini. Ne prese uno a caso, lo infilò con un sorriso. In breve, la casa si riempì di voci e passi, odore di caffè e biscotti, canti improvvisati. A uno a uno arrivarono amici, nonni, Alessandra con Paoloche ormai chiamava Flavia ziae sorrisi di chi aveva conosciuto il dolore, aveva perso, e poi aveva trovato qualcosa di diverso, più vero.

Nel pomeriggio, mentre i bambini correvano nel giardino, Flavia guardò il marito. Lui la osservava con quellintelligenza quieta che aveva scelto come compagno, un uomo che non aveva bisogno di grandi gesti ma di presenza. Le prese la mano, e in quel tocco Flavia sentì la promessa mantenuta: la vita straordinaria non è mai come la immagini. È fatta di errori, di calzini colorati, di pianti e risate, di gente che resta e gente che va.

Nella luce del tramonto, Flavia scoppiò a ridere, il volto finalmente sciolto, e urlò a Gioele: Corri più forte, che la mamma ti prende! E lui corse, con la bocca spalancata e il nasino romano allaria, lasciando che il passato fosse solo unombra dietro le spalle.

La festa continuò, e nessuno parlò più di Davidema tutti, dentro, sapevano cosè che tiene insieme una famiglia: non la perfezione, ma il coraggio di ricominciare e il desiderio di vivere la propria vita, ogni giorno, davvero straordinaria.

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